Gli Usa hanno attaccato l'isola di Kharg.
E' una svolta nella guerra con l'Iran
Gli Stati hanno attaccato l'isola iraniana di Kharg. Per il momento i raid si sono
concentrati soltanto su obiettivi militari, 90 in tutto quelli colpiti, mentre
sono stati risparmiati quelli industriali-petroliferi: si tratta di
infrastrutture vitali per la Repubblica islamica, perché da quei siti transita
circa il 90% di tutto il suo greggio, grazie a una capacità di carico di circa
7 milioni di barili al giorno. Data la precarietà della situazione economica e
sociale in Iran, alle prese con un'enorme crisi, se anche quelle strutture
venissero danneggiate, le conseguenze sarebbero enormi.
Dove si trova l’isola di Kharg
L’isola di Kharg, nel Golfo
Persico, ha una superficie di poco superiore ai 22 chilometri quadrati e mezzo
e si trova a 25 chilometri dalla costa iraniana e a 483 chilometri dallo
Stretto di Hormuz.
La produzione di petrolio in Iran
Il motivo per cui questo piccolo isolotto è così importante,
come detto, è quindi la sua centralità nella produzione di petrolio. La scarsa
profondità delle acque del Golfo fa di Kharg un
territorio più favorevole di altri per quanto riguarda il lavoro d’estrazione
svolto dalle super petroliere, perché qui invece le acque sono più profonde
della media e possono ospitare le giuste strutture.
L’export di petrolio verso l’Asia
L’isola di Kharg ospita anche la più
importante piattaforma per l’export di petrolio iraniano, che passando per
oleodotti sottomarini raggiunge le petroliere che poi lo trasportano verso i
Paesi asiatici, in primo luogo verso la Cina.
Kharg
e il prezzo del petrolio
Finora gli Stati Uniti si erano astenuti dall’attaccare Kharg per vari motivi. Tra questi c’era anche il timore che
una simile operazione potesse far schizzare ancora più in alto i prezzi del
petrolio al barile, che venerdì 13 marzo hanno chiuso ancora in rialzo: il Wti a 98,95 dollari (+3,36%) e il Brent a 103,34 dollari
(+2,87%). Secondo diversi analisti, un attacco diretto alle strutture
petrolifere dell’isola rischierebbe di portare il prezzo anche intorno ai 150
dollari al barile.
Gli Stati Uniti in pressing sull’Iran
Il cambio di passo da parte di Washington, seppur (almeno
per ora) escludendo le infrastrutture petrolifere, è un chiaro segnale: è una
mossa mirata a fare pressione su Teheran affinché non interferisca
ulteriormente con il traffico marittimo attraverso lo Stretto di Hormuz tra
mine piazzate e i missili lanciati contro le petroliere. "Qualora l'Iran -
o chiunque altro - dovesse compiere azioni volte a ostacolare il libero e
sicuro transito delle navi attraverso lo Stretto di Hormuz, riconsidererò
immediatamente tale decisione", ha scritto infatti Trump sul suo social,
Truth. Ma è anche un messaggio indirizzato alla Cina, unico Paese
indicato come ancora destinatario del petrolio in uscita voluto dai Pasdaran,
perché possa favorire un traffico marittimo regolare.
La minaccia dell’Iran
L'obiettivo strategico delle incursioni sull'isola fa
emergere la minaccia di futuri attacchi contro le infrastrutture petrolifere
come una possibile futura escalation tra Iran e Stati Uniti. L'esercito di
Teheran ha infatti promesso di distruggere le infrastrutture petrolifere ed
energetiche legate agli Usa in tutta la zona del Medio Oriente. "Tutte
le installazioni petrolifere, economiche ed energetiche appartenenti alle
compagnie della regione che sono in parte di proprietà degli Stati Uniti o che
collaborano con gli Stati Uniti - ha detto ai media iraniani il portavoce del
quartier generale di Khatam al-Anbiya,
affiliato alle Guardie della rivoluzione - saranno immediatamente distrutte
e ridotte in cenere"
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