Ucciso Ali Larijani, il super-ministro vero capo del regime di Teheran

 

E' stato ucciso in un raid sferrato dalle Israele Defense Forces sul bunker nel quale si nascondeva Ali Larijani, perno del sistema di potere iraniano e indicato da molti osservatori come il possibile leader de facto del Paese dopo la morte della Guida Suprema Ali Khamenei.

 

In termini di potere effettivo, il ruolo di Larijani come Segretario del Consiglio Supremo per la Sicurezza Nazionale superava quello di un ministro della Difesa. Mentre quest’ultimo si occupa principalmente di aspetti operativi, logistici e amministrativi delle forze armate regolari, Larijani coordinava l’intera strategia di sicurezza nazionale, occupandosi di intelligence, politica estera e programma nucleare.

 

La sua funzione si estendeva anche al coordinamento tra esercito e Pasdaran, garantendo l’integrazione tra le diverse catene di comando in un sistema caratterizzato da una doppia struttura militare. In qualità di rappresentante diretto della Guida Suprema, poi, disponeva di un’autorità politica superiore rispetto a quella dei ministri, rispondendo a un livello decisionale più alto. Dopo la morte di Khamenei, era stato indicato come figura centrale nella gestione delle crisi, con poteri trasversali che gli permettevano di indirizzare le scelte strategiche dell’intero apparato statale, configurandosi come un vero “super-ministro”.

 

Nato il 3 giugno 1958 a Najaf, città santa dello sciismo, Larijani proveniva da una delle famiglie più influenti dell’Iran. Il padre era un Grande Ayatollah, mentre i fratelli hanno ricoperto incarichi di primo piano nelle istituzioni, tra cui il sistema giudiziario. Anche i legami acquisiti rafforzavano il suo peso politico: il suocero, Morteza Motahhari, fu stretto collaboratore di Ruhollah Khomeini durante la Rivoluzione del 1979.

 

Definito “il filosofo in divisa”, Larijani univa una solida formazione scientifica a un percorso accademico in filosofia occidentale. Dopo la laurea in matematica e informatica, aveva conseguito un master e un dottorato all’Università di Teheran con una tesi su Immanuel Kant. Autore di saggi filosofici, era considerato un intellettuale raffinato, capace di utilizzare logica e dialettica anche nei contesti negoziali più complessi.

 

La sua carriera iniziò nei Pasdaran, dove servì come comandante durante i primi anni della guerra Iran-Iraq. Negli anni successivi assunse ruoli sempre più rilevanti: negli anni Novanta guidò la radiotelevisione di Stato, trasformandola in uno strumento di controllo e propaganda. Tra il 2005 e il 2007 fu protagonista dei negoziati sul programma nucleare iraniano, prima di dimettersi per contrasti con il presidente Mahmoud Ahmadinejad, ritenuto troppo aggressivo nella gestione delle relazioni internazionali.

 

Dal 2008 al 2020 è stato presidente del Parlamento, svolgendo una funzione di mediazione tra le diverse anime del sistema politico iraniano. Durante il suo mandato venne approvato il Joint Comprehensive Plan of Action, l’accordo nucleare del 2015. Successivamente fu nominato segretario del Consiglio supremo per la sicurezza nazionale, organo chiave nella pianificazione strategica, nella gestione della diplomazia nucleare e nelle relazioni con alleati come Russia e Qatar. Solo pochi mesi fa era stato riconfermato in questo ruolo. Nonostante il profilo di conservatore, Larijani veniva descritto come un pragmatico, incline a privilegiare la ragion di Stato rispetto all’ideologia. Questa impostazione lo portò anche a scontri interni con figure più radicali. Parallelamente, rimase sempre un fedelissimo di Khamenei, svolgendo incarichi strategici per la stabilità del sistema.

 

Nel giugno 2021 tentò la corsa alla presidenza della Repubblica, ma la sua candidatura venne respinta dal Consiglio dei Guardiani, nonostante fosse considerato tra i favoriti. Negli ultimi mesi era tornato al centro della scena politica e militare, soprattutto dopo l’intensificarsi delle ostilità con Stati Uniti e Israele. In questo contesto, era stato indicato come figura chiave per garantire la continuità del potere in caso di crisi istituzionale.

 

A gennaio era stato colpito da sanzioni del Dipartimento del Tesoro statunitense, che lo identificava come responsabile del coordinamento della risposta alle proteste interne. Dopo gli attacchi contro l’Iran, Larijani aveva assunto una posizione particolarmente attiva, diffondendo anche messaggi dai toni minacciosi sui social media, in cui prometteva ritorsioni contro quelli che definiva “criminali sionisti e americani”. La sua morte, se confermata, rappresenterebbe un passaggio significativo per gli equilibri interni della Repubblica islamica, privando il sistema di una figura considerata centrale nella gestione delle relazioni internazionali, della sicurezza nazionale e delle dinamiche di potere.

***