Tutto pronto per l'attacco Usa all'Iran. Forze dispiegate e
attesa delle decisioni di Trump
di Antonio Bonanata - RaiNews
Sembra tutto pronto: l'imponente
dispiegamento di forze aeree, navali e militari intorno all'Iran ormai induce a
credere che il tanto temuto (da una parte) e atteso (dall'altra, soprattutto
dall'interno) attacco americano a Teheran sia imminente. Il
posizionamento della flotta della Marina statunitense, le manovre nelle basi di
terra, la disponibilità di uomini e i voli cargo di rifornimento e supporto,
unite a un “effetto accerchiamento” in Medioriente, che va dal Mediterraneo
orientale al Golfo Persico, lascia presagire un'operazione ormai predisposta e
pronta a scattare.
“Il dispiegamento di forze messo in atto - spiega il
generale Vincenzo Camporini, già capo di Stato maggiore dell'Aeronautica
militare (2006-2008) e della Difesa (2008-2011) - è tatticamente complesso, per
completare il quale ci vuole tempo, cioè per far arrivare le navi a portata
utile. Ma già da oggi, credo, il posizionamento può essere tale da
garantire uno strike. Si tratta soltanto di capire se e quando”. È quindi
possibile che l'attacco non ci sia, nonostante tutte queste operazioni? “Se
muovo le mie pedine - argomenta Camporini - poi non sono costretto a usarle. Di
certo, l'assetto attuale accresce il concetto di incertezza, che in questa fase
prevale”.
L'Armada di Trump, ha scritto il Wall Street
Journal, ha raggiunto un dispiegamento di forze che non si vedeva dalla guerra
contro l'Iraq del 2003. Quello fu un conflitto lungo. Rischia di diventare
più lungo del previsto anche questo “blitz”? “Questo dipende dalla volontà
politica, non è legato all'entità delle forze coinvolte” chiarisce l'esperto
militare in passato a capo delle Forze armate italiane. “Un'operazione più
lunga e complessa è fattibile se ci sono le risorse in loco, dipende
essenzialmente da cosa ha in testa Trump. E credo che questo nessuno
possa saperlo...”
A conferma dell'ipotesi “attacco prolungato”, ci sarebbero
anche i voli di rifornimento alle basi e agli altri mezzi militari
americani in Medio Oriente, effettuati nelle scorse settimane; soprattutto,
voli cargo con materiale di supporto, per affrontare operazioni che durano nel
tempo. È una conferma che non va sottovalutata? “Certo, fa parte dello schieramento
- sottolinea Camporini -, un'operazione militare ha successo non solo se le
forze in prima linea sono adeguate, ma anche se la catena logistica è stata
predisposta in modo opportuno. Dal momento che la ricorrenza ce lo ricorda,
sento di dover dire che il fallimento dell'operazione russa in Ucraina,
cominciata il 24 febbraio 2022, è stato dovuto, tra le altre cose, anche al
fatto che non era stata predisposta una catena di rifornimento adeguata.
Ricordate la lunghissima colonna di mezzi, che poi si scoprì sarebbero rimasti
senza benzina? Operazioni così complesse vanno fatte per bene. E gli Stati
Uniti stanno dimostrando di voler seguire questa prassi”.
A proposito di Ucraina, nelle prime fasi dell'invasione
furono usati da Mosca gli elicotteri d'assalto. È successo anche in Venezuela a inizio anno, nel blitz che ha portato alla
cattura di Nicolas Maduro. Gli Usa ricorrerebbero a questi mezzi anche
contro l'Iran? Camporini non ha dubbi: “È un'ipotesi ma più probabile in
operazioni complesse come quella in Venezuela, con un'incursione che ha
previsto anche l'ingresso di uomini in territorio straniero. Adesso non sarebbe
fattibile, sarebbe eccessivamente rischioso. Insomma, non lo vedo probabile”.
Venendo al dispiegamento di forze, ci sono due grandi
portaerei che sono state spostate in vista dell'eventuale operazione verso
“l'area di combattimento”: la USS Gerald Ford, la nave da guerra più
avanzata al mondo, usata anche per l'attacco in Venezuela, che ha superato
Gibilterra nel fine settimana e si sta avvicinando al Mediterraneo orientale,
scortata da tre cacciatorpediniere. E la USS Abraham Lincoln, anch'essa
con una scorta di tre cacciatorpediniere, ferma in attesa nel Golfo dell'Oman.
Quest'ultima servirebbe per far decollare i caccia che gli Usa userebbero per
bombardare i siti strategici del potere degli Ayatollah? “Si, questo è
l'assetto per come è stato preparato” spiega il generale dell'Aeronautica ed
esperto militare. E aggiunge: “Ci sono ulteriori possibilità, col ricorso a
ulteriori risorse come i B-2, bombardieri a lungo raggio, usati per
colpire le facilities nucleari iraniane lo scorso giugno, che
effettuerebbero azioni mirate dopo aver fatto rifornimento in volo”.
A proposito di forza aerea, si parla degli F-35, il
“top di gamma” degli aerei da guerra. E poi, gli F-15 e gli F-16.
Qual è la differenza tra questi modelli di velivoli militari e come verrebbero
impiegati? “Sono macchine che hanno una diversa configurazione concettuale e
operativa” illustra l'ex capo di Stato maggiore dell'Aeronautica italiana. “Gli
F-35 sono più bombardieri che caccia, i 15 e i 16 sono idonei alla conquista
della superiorità aerea e vengono impiegati nella difesa contro eventuali
intercettori, per contrastare quindi gli attacchi che arriverebbero dall'Iran.
Hanno insomma compiti diversi ma accuratamente calibrati. Certo, gli F-35,
scortati dagli F-15, sono una risorsa difficile da contrastare” conclude
Camporini.
USS Gerald R. Ford e USS Abraham Lincoln mentre gli Stati
Uniti inviano portaerei in Medio Oriente (REUTERS / U.S. SOUTHERN COMMAND /
DVIDS / U.S. NAVY)
All'epoca dell'invasione di George W. Bush contro il regime
di Saddam Hussein, c'erano anche molti soldati (oggi quelli dispiegati tra le
basi Usa in Giordania e Arabia Saudita oscillano tra i 30 e i 40mila). Ciò
conferma che, tra le varie ipotesi in campo, quella dell'invasione di
terra (come si usa dire, dei boots on the ground, è la più
remota? Il generale Camporini non ha dubbi: “Sì, sicuramente. Sarebbe pura
follia...”. Anche perché, una parte del personale delle basi è stato fatto
evacuare: come va interpretata questa decisione? “L'Iran ha capacità
missilistiche di superficie considerevoli, difese aeree adeguate. Qualche
missile può raggiungere alcuni obiettivi, ad esempio quelli dove ci sono le
truppe Usa. Allontanarli da queste basi quindi è stata
una misura di precauzione”.
Come si muoverebbero le forze armate statunitensi, secondo
la sua esperienza di stratega militare? Un attacco iniziale via aerea,
supportato dalla Marina? Come proseguirebbe una eventuale “seconda fase”,
smantellato il regime degli Ayatollah? “È una domanda a cui è impossibile
rispondere in questa fase. Perché si dovrebbe immaginare lo scopo politico che
si prefiggerebbe Washington. Se cioè l'operazione è dimostrativa o se c'è la
volontà di un regime change. Mi
pare improbabile che sia quest'ultimo il caso, perché nel caso di cambio di
regime bisogna avere un supporto interno e chi gestirebbe il nuovo assetto.
Certo, improbabile non vuol dire impossibile. L'operazione per far cadere gli
Ayatollah sarebbe complessa e articolata, poiché deve colpire i gangli nervosi
del regime. Non dimentichiamo che si tratta di un regime articolato, che ha una
parte governativa e militare forte e strutturata e i Pasdaran, che sono
autonomi e rispondono direttamente alla Guida Suprema”.
Colpisce, comunque, che in un contesto di colloqui e del tentativo di provare la strada
diplomatica per scongiurare lo scontro, si stia parlando al tempo stesso di
un attacco... “Bè, lo si è visto anche nel caso del recente strike contro i siti nucleari di qualche mese fa. Anche
allora erano in corso dei colloqui. C'era anche una dead line e l'attacco è
avvenuto prima della scadenza di quella dead line...”
Come ci si aspetta che reagisca Teheran?
Nei giorni scorsi si è visto il potenziamento delle difese antiaeree iraniane,
per intercettare i missili lanciati contro il proprio territorio. L'Iran
dispone di missili che potrebbero colpire le navi Usa se si avvicinassero
troppo alle coste (motivo per cui se ne tengono a distanza di sicurezza)? E i
missili balistici, a medio e lungo raggio, avrebbero come target,
potenzialmente, le basi di terra di Muwaffaq Salti (Giordania) e Prince Sultan
(Arabia Saudita)? “Si, questo mi immagino - conclude Camporini -, la
capacità di difesa è di primo livello. La protezione alle flotte è
assicurata in modo tale che dia garanzie mai assolute ma sicuramente adeguate.
Le basi Usa sono un obiettivo fisso, con difese di ottimo livello ma la difesa
non può mai essere al 100%. Nel caso dell'aggressione di Teheran a Israele di giugno 2025, furono lanciati dall'Iran 1000 missili: la maggior parte venne
intercettata e abbattuta ma una trentina arrivarono comunque al suolo”.
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(Servizio speciale di Antonio Bonanata - RaiNews)