E ora cosa succede? Guida sul "day after" della
sentenza che ha annullato i dazi di Trump
di Antonio Bonanata - RaiNews
Cosa succede ora? All'indomani della sentenza della Corte Suprema che ha annullato i dazi
introdotti nei mesi scorsi dal presidente Usa Donald Trump, perchè ritenuti illegittimi, ci si interroga su cosa potrà
accadere, da un lato e dall'altro. Su come reagirà il capo della Casa Bianca,
“vittima” principale della sentenza, e come si muoveranno le aziende
statunitensi e le economie dei Paesi che si sono visti togliere, almeno per il
momento, questo pesante fardello.
Ci si chiede, ad esempio, se quanto incassato finora grazie
ai dazi dovrà essere restituito. Oppure, se il presidente Usa potrà
reintrodurne di nuovi, seguendo un percorso legislativo diverso. E come
verranno gestiti gli accordi già conclusi.
Le cifre già spese saranno rimborsate?
La prima questione, se cioè la cifra sborsata finora (tra i
115 e i 175 miliardi di dollari; ma c'è chi parla addirittura di 200 miliardi)
dovrà essere in qualche modo “rimborsata” alle aziende che l'hanno dovuta
pagare per importare merci negli Stati Uniti, è forse il punto più incerto e
difficile da sbrogliare. A esplicite domande, poste a Trump in conferenza
stampa, il capo della Casa Bianca è stato vago e ha preferito attaccare i
giudici che gli hanno messo un bel bastone tra le ruote. Dal momento che la
sentenza di ieri era molto attesa, alcuni attori del mercato interno
statunitense avevano esplorato la possibilità preliminare di appellarsi a
questi balzelli, chiedendo un anticipo di rimborso. Ora che è ufficiale, che
questi dazi sono illegittimi, la strada per gli importatori Usa dovrebbe essere
più spianata. Salvo nuovi ostacoli o contromisure.
Cosa farà Trump?
Sulle modalità con cui introdurre nuovi dazi, il presidente
americano ha altri strumenti a sua disposizione. I dazi annullati ieri,
infatti, erano in vigore grazie a una legge di quasi 50 anni fa, l'International
Emergency Economic Power Act (IEEPA), che ha
consentito a Trump di sganciarli aggirando il potere del Congresso, la sola
istituzione negli Stati Uniti che ha la facoltà di introdurre nuove tasse.
Salvo situazioni di emergenza, com'era appunto quella invocata dal tycoon per
ritenere necessarie misure protezionistiche. Ma la Corte suprema gli ha detto
di no proprio perché non ha ravvisato un contesto emergenziale tale da
giustificare questa eccezione, ribadendo che solo il Congresso ha il potere
di aumentare le tasse.
Cosa accade agli accordi già chiusi?
In queste ore la domanda che forse interessa di più gli
attori economici globali, a tutti i livelli, è se gli accordi sottoscritti con
gli Stati Uniti saranno soggetti a rinegoziazione, essendone venuta meno la
ragione principale. O, meglio, l'arma di ricatto politico con la quale Trump
aveva forzato la mano e spinto vari Paesi, dal Regno Unito al Giappone, passando per l'Unione europea, a trattare e, nella maggior parte dei casi,
a cedere alle pressioni, dicendo sì ad accordi molto vantaggiosi per gli Usa e
meno per le controparti.
Diverso il caso di trattative non ancora concluse, come nel
caso della Cina, o di quegli accordi siglati ma non ancora diventati
effettivi. Il margine di tempo che si è aperto, e prima che Trump si muova e
magari riesca ad approvare nuove leggi costituzionalmente legittime, consente
ai Paesi colpiti di attuare azioni di protezione delle proprie economie.
Le alternative
Qualsiasi cosa decida di fare Trump, a mente “lucida” e
senza l'istintiva rabbia della reazione a caldo, è chiaro che, leggi alla mano,
gli servirà un tempo lungo. Solo l'International Emergency Economic
Power Act, infatti, gli consentiva di attivare nuove tariffe in maniera
immediata e senza ostacoli di sorta. La decisione di imporre dazi globali al 10% è la prima di una serie di
contromisure annunciate e tecnicamente possibili. C'è ad esempio una legge del
1962 che permetterebbe di imporre tariffe maggiorate su acciaio, alluminio e
componentistica per l'automotive; dopo, però, una
lunga azione ispettiva del Dipartimento al Commercio, fatta di audizioni,
indagini, studi. C'è poi una legge del 1974 con cui potrebbe attivare dazi
per 150 giorni fino a un massimo del 15%, una soglia di gran lunga
inferiore rispetto a quelle che era riuscito a imporre.
Sta di fatto che, nell'incertezza globale - che si riflette
sull'andamento delle Borse, in ripresa ma senza impennate -, uno scenario in
continua evoluzione disorienta l'economia, impedisce di prendere decisioni
ponderate e proietta un'ombra di isteria sui mercati internazionali.
***
(Servizio speciale di Antonio Bonanata - RaiNews.it)