QUANDO IL CINEMA FA DISCUTERE

 

Ridley Scott ha fatto il più brutto film su Napoleone. Ma anche il più bello: "I duellanti", 46 anni fa 

di Teresa Marchesi - Huffington Post

 

ROMA - Non ha senso aggiungere il mio smarrimento davanti al Napoleon di Ridley Scott alla messe di stroncature già accumulate dal film. Sarebbe come sparare sulla Croce Rossa. Tanto il pieno nelle sale Eagle Pictures distributrice lo sta facendo comunque, a ennesima riprova del peso azzerato dei critici. Accenno solo al sollazzo feroce della stampa francese, che il regista, ottantasei anni da compiere il 30 novembre, ha liquidato con uno sprezzante: “I francesi non amano neanche se stessi”. Le Figaro si è distinto per fantasia, definendo Napoleon “Ken e Barbie sotto l’impero”.

 

Io ho stentato a riconoscere l’uomo di Blade Runner in questo album di figurine Panini che sta a cavallo tra il Bignami e Grand Hotel, ma in una versione così opaca che come fotoromanzo non venderebbe una copia. Tralascio un Joaquin Phoenix immusonito per due ore e trentotto, con l’aria di uno che muore di noia più ancora dello spettatore. Tralascio le scene di sesso con feluca sul capo e con Giuseppina (Vanessa Kirby) puntualmente e bizzarramente abbigliata di tutto punto, o l’indigesta parodia di Robespierre (non se l’è fracassata lui la mandibola, gliel’hanno spaccata perché non potesse più parlare), o la piramide demolita da una cannonata. 

Mi preme invece ricordare per contrasto che a quarant’anni, nel 1977, Ridley Scott ha diretto il più formidabile apologo sull’era napoleonica di sempre, I Duellanti, più bello perfino del racconto breve di Joseph Conrad che lo ispirava, Il Duello. Non era epico e non trasudava quattrini e comparse come le odierne ricostruzioni di Austerlitz e Waterloo. Raccontava la breve illusione dei soldatacci di bassa estrazione che con Napoleone al potere avevano conquistato i gradi da sempre riservati all’aristocrazia. Quella del rozzo Harvey Keitel (Gabriel Feraud) contro Keith Carradine (Armand d’Hubert), il nobile costretto a misurarsi in un duello senza fine, era la rivincita di classe di chi poteva finalmente invocare, da pari a pari, le regole del codice militare.

Nel racconto di Conrad la metafora era solo implicita. Scott, esordiente nel cinema, l’ha rivestita di connotazioni sociali precise, chiudendo con la silhouette di Harvey Keitel di spalle che alludeva all’esilio di Sant’Elena: cacciato il còrso venuto dal niente, il codice d’onore serve a ricacciare i poveri cristi nel fango da cui sono venuti. Monarchia e privilegio tornano sovrani. In quei 100 minuti c’era tutto quello che manca in Napoleon, dove le sottane di Giuseppina fanno la Storia. Era una sineddoche folgorante. E se qualcuno ha letto quel film come la persecuzione insensata di un villain fanatico contro l’eroe bello e gentile, consiglio un ripasso. Forse il giudizio sull’oggi risulterà ancora più duro, ma Ridley Scott quarantasei anni fa aveva già detto tutto sulla materia, e meglio di tutti. Per amor di giustizia, anche se con malinconia, gliene va dato atto.

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(Teresa Marchesi, critica cinematografica e regista, è tra le giornaliste italiane più brillanti, le cui prime esperienze di cronista sono cominciate alla Repubblica di Scalfari. Ha poi lavorato alla Rai come inviata speciale del Tg3 - Ora collabora a importanti giornali e riviste. Il suo Blog www.huffingtonpost.it)