CINEMA E STORIA

 

 

Quando il cinema scoprì il Sud. Qual è il volto più autentico tra il dopoguerra e il boom?

di Paolo Speranza

 

NAPOLI - Qual è il volto più autentico del Sud, tra il dopoguerra e il boom, nel cinema documentaristico italiano? Quello arcaico e dolente filmato dai registi “demartiniani” come Luigi Di Gianni e Michele Gandin, che nel ’53 con Lamento funebre inaugura il filone antropologico? Quello rassicurante dei documentari filogovernativi come Calabresella (1955), di Gian Paolo Callegari, sulle “magnifiche sorti e progressive” della riforma fondiaria?

O il quadro turistico e solare di Il giardino delle Esperidi, sulla Sicilia, e Incantesimo di sole, dedicato a Capri, oleografici cloni della “Napoli che canta” o dei cinegiornali Luce del periodo fascista, “dove vivono contadini sereni, immersi nell’arcadia di un mondo rurale antico, o valorosi pescatori”, come rileva Mariangela Palmieri, dottore di ricerca in Storia contemporanea all’Università di Salerno, nel libro Profondo Sud, prezioso titolo (“un ragguardevole strumento di ricerca”, lo definisce nella prefazione lo storico francese del cinema Pierre Sorlin) della collana “Cinema e Storia” diretta da Pasquale Iaccio.

Una difformità stridente che caratterizza in quegli anni anche i film di fiction, se si pensa che La sfida, il fulminante esordio di Francesco Rosi, è pressochè coevo a Napoli terra d’amore e al filone canoro allora in voga. E bisognerà arrivare al 1965 per il primo documentario sulla malavita organizzata: La camorra di Giuseppe Ferrara, uno dei tanti registi di vaglia (come il Dino Risi di Strade di Napoli, Damiani, Maselli, Vancini) che si formò sui cortometraggi “dal vero” alla scoperta del Sud.

Ciascuno dei generi documentaristici rivela elementi di verità e forzature ideologiche rispetto alla “questione meridionale”, spesso in maniera speculare: se i corifei della Cassa del Mezzogiorno risultano reticenti e persino banali nella rappresentazione idilliaca di una realtà molto più problematica, d’altro canto gli autori più engagè e progressisti, sicuramente superiori per qualità artistica e tensione etica, indugiano tuttavia troppo a lungo sulla denuncia di un Mezzogiorno immobile e arcaico, finendo per accreditare, sottolinea l’autrice, “l’immagine del Sud come periferia dell’Italia fuori dalla storia”.

Un “profondo Sud”, riprendendo il titolo di un programma Rai del ’78, che non sembra tener conto delle trasformazioni epocali intervenute nei due decenni precedenti. Non a caso il vertice artistico di questa stagione meridionalista resta il documentario di Joris Ivens L’Italia non è un paese povero, che a dispetto del titolo (e della committenza dell’Eni) è tutt’altro che un’opera di propaganda ma riuscì a coniugare lo sguardo sulle trasformazioni in atto con la denuncia dei residui di arretratezza e miseria, tanto da finire massacrato dalla censura democristiana.

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(Paolo Speranza storico, saggista e docente)