DALLA MONOGRAFIA "DANTE E IL CINEMA"

 

Il film dantesco del grande regista David Wark Griffith sul canto V dell'Inferno 

di Paolo Speranza

 

Dante e il cinema è la prima nonografia sui film (realizzati, ispirati, incompiuti) dedicati alla Divina Commedia e al massimo poeta italiano. Pubblicato nel 2021, nell’anniversario della morte del poeta (1321), il libro è stato riproposto da Gremese anche in edizione francese e in una seconda italiana, presentata il 22 maggio scorso nella sede nazionale della Società “Dante Alighieri” a Roma, con gli interventi dell’autore Paolo Speranza, del consigliere centrale della Società, Salvatore Italia, del critico cinematografico Piero Spila e della docente e scrittrice Marialaura Simeone.

Dalla relazione dell’autore pubblichiamo il brano dedicato al film sul canto V dell’Inferno realizzato nel 1928 da uno dei più illustri registi della storia del cinema, David Wark Griffith

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La parabola del personaggio Francesca nel cinema americano si conclude definitivamente alle soglie del sonoro, anche in questo caso in un film di grandi ambizioni, “griffato” da un regista prestigioso che era già annoverato tra i Maestri della settima arte: David Wark Griffith.

Un epilogo all’altezza dell’eroina dantesca, verrebbe da dire, con un’uscita degna di una grande star del cinema. Ma non andò proprio così. 

 

È un finale più che onorevole, quello che le riserva Griffith (è il regista a scegliere con assoluta convinzione il celebre episodio dell’Inferno dantesco), tuttavia non esaltante. Il film, Drums of Love (1928), che in Italia arriverà con il titolo La legge dell’amore, suscita molte aspettative ed ha un accettabile riscontro al box office, tuttavia viene immediatamente percepito dalla critica mondiale come il segno di un dignitoso quanto definitivo allontanamento del regista dai vertici creativi che avevano ispirato capolavori assoluti del cinema come Birth of a Nation (1915) e Intolerance (1916), di cui era stato anche sceneggiatore.

 

 

D.W. è stato il primo e il più importante dei nostri registi, il più amato, il coccolato genio su cui potevamo sempre fare affidamento quando i grandi signori d'oltreoceano - i Murnau, i Lubitsch e gli Stiller - sono arrivati con il grande bagaglio di trucchi per insegnarci come si fa. E proprio per questo è così triste vedere il Grande Vecchio realizzare un Drums of Love”, commenta il “New York Telegram” interpretando uno stato d’animo diffuso tra i cinefili e gli addetti ai lavori. Tre anni e quattro film dopo, Griffith abbandonerà definitivamente la macchina da presa.

 

Con Drums of Love il regista ci consegna in ogni caso un film interessante nell’ispirazione, e senza dubbio prezioso nel complesso rapporto tra il cinema e l’opera di Dante, sebbene finisca per risultare piuttosto diseguale nel ritmo, in alcune scene, nella scelta stessa del cast artistico. Di eccelso livello era invece il cast tecnico, ingaggiato specificamente per Griffith dal produttore Joseph Schenck, che lo aveva scritturato con la sua Art Cinema Corporation per dirigere quattro lungometraggi: l’art director William Cameron Menzies e il direttore della fotografia Karl Struss, reduci da due Oscar vinti l’anno precedente, rispettivamente, per The Dove, di Roland West, e Sunrise, di Murnau.

 

Per Griffith si erano create finalmente le condizioni per realizzare un film di “solennità artistica”, per dirla con Scott Simmon, che era da sempre la sua aspirazione e, come abbiamo visto nel caso della Vitagraph, il “chiodo fisso” dei produttori per conferire alla principale industria dell’entertainment quella “patina culturale” indispensabile per conquistarsi la fiducia del pubblico colto americano nonché di quello europeo, più competente e raffinato di quello d’oltreoceano. E chi meglio di Dante Alighieri, il “sommo poeta” italiano conosciuto in tutto il mondo, poteva costituire il riferimento culturale “alto” per un’operazione così ambiziosa?

 

La Art Cinema Co. accettò subito l’idea di Griffith, ma fu lo stesso regista a voler realizzare un’opera fedele alla tradizione letteraria ma originale e “moderna” nella forma, a cominciare dalla trasposizione della vicenda dall’Italia del Medioevo al Messico ottocentesco. Una scelta anticonvenzionale e al tempo stesso più logica e concreta di quanto sembri a prima vista: l’Inferno dantesco non rappresentava più, come agli albori del secolo, un pianeta nuovo e misterioso da scoprire ma era ormai patrimonio acquisito nell’immaginario del pubblico americano. Se i primi tentativi della Vitagraph, comunque di successo, appartenevano ormai alla preistoria del cinema, in anni più recenti c’erano stati negli USA il successo clamoroso dell’Inferno italiano, che continuava ad essere distribuito fino ai primi anni Venti, e del kolossal della Fox Dante’s Inferno, diretto nel 1924 da Henry Otto. La strada maestra, intuì Griffith, era quella di riuscire a trasporre nel linguaggio del cinema la forza poetica dell’episodio di Paolo e Francesca, il vibrante intreccio sentimentale e l’introspezione dei personaggi che lo animano e che, a giudizio del regista, ben poco avrebbero perso in un contesto spazio-temporale diverso.

 

Il Messico, dunque. Dove la giovane Emanuella (versione attualizzata della Francesca da Rimini) trascorre un’infanzia spensierata nella casa paterna, prima di incontrare, innamorandosene perdutamente, il bello e fatuo conte Leonardo de Alvia. Come nel remake della Vitagraph del 1910, anche nel film di Griffith i ruoli principali finiscono per essere affidati ai due interpreti meno convincenti. Mary Philbin (Emanuella), graziosa meteora del cinema muto, ha il look e i tratti comportamentali di una fanciulla superficiale e viziata, ben lontana dal tormento interiore e dalla personalità, dolce e volitiva a un tempo, della Francesca di Dante. Ancor meno espressivo e profondo (“a tratti pare agire in stato letargico”, scrisse il “New York Times”) è il Paolo aristocratico messicano, interpretato da Don Alvarado, all’epoca attore emergente nella categoria latin lover, mai sollevatosi però dalla dimensione di blando epigono di Rodolfo Valentino o di copia sbiadita di Ramon Novarro.

 

Di tutt’altro spessore, come nel secondo film di Blackton, risulta la recitazione degli attori ai quali Griffith aveva affidato i due ruoli che in Dante sono assolutamente secondari (e uno di questi del tutto assente) ma già risaltavano nel dramma di Boker, al quale il regista di Intolerance si mostra assai fedele: il buffone Beppe (qui Bopi, il convincente Tully Marshall) e il duca Cathos, il Gianciotto dantesco. A quest’ultimo dà volto e spessore uno dei più grandi attori hollywoodiani, Lionel Barrymore, che finisce per catalizzare l’attenzione degli spettatori e, nel corso dell’azione, anche la loro partecipazione umana al dramma di Cathos. Lungi dall’identikit tradizionale di uomo selvatico e geneticamente malvagio, il Cathos / Gianciotto di Drums of Love rivela uno spirito sensibile, comprensivo (a Francesca assicura che può rifiutarsi di sposarlo: sarà infatti il padre di lei ad imporre il matrimonio fatale), persino autoironico rispetto alla sua deformità. Saranno il corso degli eventi e le ferite morali infertegli dalla società, in primo luogo dai suoi parenti più stretti, a trasformare il suo tormento esistenziale in violenza omicida: uno stacco che Barrymore rese sullo schermo in maniera credibile ed efficace, al punto che il critico di “Variety” definì l’interpretazione di Cathos / Gianciotto come “la più straordinaria prova fin qui fornita dall'attore in ambito cinematografico”.

 

Questa disomogeneità nella recitazione, e una certa atmosfera di cupezza che pervade tutto il film, impedirono a Drums of Love di conseguire quel livello di eccellenza che ci si attendeva da Griffith, benchè il film non manchi di interesse e di originalità, come ha sottolineato Scott Simmon presentandolo alle Giornate del Cinema Muto di Pordenone del 2009: “Dopo una scena alquanto statica in cui i fratelli Alvia si giurano amore eterno al capezzale del padre morente, girata con l'inconfondibile tocco flou della fotografia di Karl Struss, la visione prospettica si apre su uno spazio più tipicamente griffithiano: un grande campo di battaglia, dove i due fratelli alla guida delle loro truppe sbaragliano le forze del duca di Granada. È una scena che normalmente avrebbe caratterizzato il climax finale di un film di Griffith e che qui viene frettolosamente sprecata. E una buona parte del resto del film affida la sua spettacolarità a poco convincenti effetti “glass-shot”. Abbastanza inusuale per Griffith è anche la fluidità dei movimenti di macchina che caratterizza la parte iniziale del film, in particolare le scene della vita spensierata di Emanuella nella casa paterna. Il tono cupo del resto della vicenda pare appesantire anche la macchina da presa”.

 

Ciò non impedisce a Griffith di fornire anche in questo film alcuni saggi della sua maestria, soprattutto nelle scene di massa sul campo di battaglia, nelle riprese della cerimonia del fidanzamento o nella resa dell’oscurità che introduce Emanuella nella camera matrimoniale. Un’attenzione particolare è riservata dal regista alla funzione simbolica di alcuni oggetti: celebre è ad esempio la scena delle statuette d’argilla con le quali Cathos, ormai in preda alla follia, riproduce la dinamica dell’adulterio.

 

 

Fu anche per queste soluzioni brillanti che “Variety” si sbilanciò in un giudizio positivo su Drums of Love, considerandolo un film all’altezza della carriera di Griffith, sebbene dal tono troppo colto e di nicchia. Giudizio profetico: la produzione incontrò difficoltà inattese nel vendere il film su scala mondiale e corse ai ripari chiedendo a Griffith un secondo finale.

 

In quello originale, più carico di pathos, il duca bacia Emanuella prima di ucciderla e solo dopo, e più a malincuore, uccide anche Leonardo; e mentre i due amanti, prima di spirare, invocano il perdono di Cathos, quest’ultimo si allontana, sempre più sconvolto e fuori di .

 

Nel secondo finale, mentre Emanuella, come nella prima versione, pronuncia la frase “Debbo morire”, i due fratelli si affrontano a viso aperto, pistole in pugno, uccidendosi a vicenda, con Cathos che prima di morire trova la forza di pugnalare a morte anche il buffone di corte, delatore e artefice della tragedia. 

 

Dell’esito commerciale delle due versioni del finale, spiega Simmon, non si è ancora oggi in grado di stabilire la reale entità e il diverso impatto sul pubblico.

 

L’unica certezza è che dopo il risultato “in chiaroscuro” (sul piano artistico e al box office) del film di Griffith il cinema hollywoodiano abbandonò per più di mezzo secolo qualsiasi tentativo di riconnettersi all’universo creativo di Dante Alighieri.

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(Paolo Speranza storico, saggista e docente)