UNA
PAGINA RITROVATA
Torelli-Violler garibaldino
in Irpinia. Fondò il Corriere della Sera
di Paolo Speranza
“Mia cara sorella, sto come vedi dalla data in
quest'Ariano che è il paese più antipatico, più infame che si possa immaginare.(…) Inoltre gli abitanti sono la peggior razza di
uomini ch'io abbia vista, ladri, traditori, falsi e reazionarii”.
La data è il 20 settembre del 1860, due settimane dopo il
trionfale ingresso di Garibaldi a Napoli, e l’autore è un fervente garibaldino che,
poco più di un decennio dopo, diventerà uno dei più famosi giornalisti
italiani: Eugenio Torelli Viollier, fondatore e primo direttore del “Corriere
della sera”.
La lettera, di cui vi proponiamo il testo completo
(grazie alla disponibilità dell’Archivio Magnani Torelli dell’Università di
Milano), è riportata in parte, e con qualche licenza rispetto all’originale,
nel primo capitolo – dedicato in gran parte alla breve ma intensa esperienza garibaldina
del Torelli – del libro di Massimo Nava, una delle firme più note del
quotidiano, Il garibaldino che fece il “Corriere della sera”. Vita e
avventure di Eugenio Torelli Viollier, pubblicato in seconda edizione da
Rizzoli nel 150° anniversario del quotidiano milanese.
Ecco il testo della prima delle due epistole, datata 20
settembre 1860:
Mia cara sorella,
sto come vedi dalla data in quest'Ariano che è il paese
più antipatico, più infame che si possa immaginare. E'
posto a picco sopra orribili burroni e praticabile da una sola parte per mezzo
di due strade scoscese e ripidissime. Quindi non offre alcuna sorta di
passeggiata a piedi nè a cavallo fuori la città.
Dentro, le vie salgono e scendono continuamente; la maggior parte delle strade
è fatta a gradoni altissimi che al terzo passo producono affanno; in modo che
io non conosco fin'ora che 2 o 3 strade, e non le fo
che di malavoglia, cioè la piazza ove trovasi il palazzo vescovile, cambiato
ora in maggioria e segreteria, la strada che conduce alla casa del comandante e
quella ove trovasi il canonico che mi alloggia. Figurati che la città è una
perpetua salita (...). Inoltre gli abitanti sono la
peggior razza di uomini ch'io abbia vista, ladri, traditori, falsi e reazionarii. Non vi son teatri, non altri divertimenti.
L'altra sera il sotto intendente De Gennaro invitò il nostro comandante e il
suo stato maggiore ad una festa da ballo. Ci andai con gli altri. Fra 50
signore, 2 sole, le figlie di Anzano, l'uomo più birbante e più odiato dai
liberali, sapevano ballare. Immaginati che divertimento. Furono gustati dei
dolci e delle anguille. Per averne mangiato e bevuto qualcuna ho dolori viscerali
da dieci giorni che mi tormentano. Sto quindi di umore poco amabile. Quel che è
peggio, chi sa quanto tempo ancora resteremo in questo paese maledetto!
Non so come fare per avere tue lettere; il miglior mezzo
ch'io sappia consigliarti è di dirigerle in Avellino con questo indirizzo:
Al signor Giuseppe de Marco
maggiore comandante le truppe insurrezionali della
provincia
(pel signor Eugenio Torelli)
Scrivimi presto giacchè da
lungo tempo non ho vostre notizie. Informami della salute di tutti. Io, salvo
queste coliche passeggiere, sto bene. Questa vita vagabonda non mi fa
ingrassare, ma mi mantiene sveglio e vegeto.
Addio, addio, tanti saluti e tanti abbracci
Affez.
fratello Eugenio Torelli
(alfiere) dello stato maggiore
Un giudizio sprezzante, e certo affrettato, quello del
giovane Torelli su Ariano, ma non isolato, in quei giorni, nelle file dei
sostenitori dell’Unità d’Italia: il lessico e il tono della lettera del Torelli
è in sintonia con l’anatema (“Qui, qui voglio restare assassinato, per
coprire d’infamia questo paese!”) che il venerando leader dei liberali
irpini, Lorenzo De Concilj, aveva indirizzato alla comunità di Ariano ai primi
di settembre, dopo la sanguinosa imboscata tesa dalla plebe rurale (sobillata
dai notabili del luogo) contro i garibaldini venuti da Avellino e dall’Alta
Irpinia per proclamare il governo provvisorio del Principato Ultra nel nome e
per conto di Garibaldi. E poco più di un anno dopo, nel dicembre del ’61, il
capitano Gaetano Negri (futuro senatore del Regno e sindaco di Milano), venuto
in Irpinia per combattere il brigantaggio, scriverà in una lettera al padre: “Ariano
è una piccola città di sedicimila abitanti, posta in cima all’Appennino; ma
così spaventosamente brutta, che è impossibile farsene una idea. Aggiungi
l’inconveniente di un clima freddissimo, di una nebbia continua, e di un
alloggio degno dei Cafri e degli Ottentotti”.
Quando giunge sul Tricolle, il
giovane Torelli è poco più che diciottenne, e come molti rampolli della
borghesia liberale di Napoli– suggestionati dal mito di Garibaldi e dall’ideale
unitario - si è arruolato come volontario con le camicie rosse, nel battaglione
dei Cacciatori Irpini guidati da Giuseppe Demarco, proprietario terriero di
Paupisi, figura di spicco del fronte antiborbonico fin dai tempi della
Carboneria.
Rimasto ben presto orfano di entrambi i genitori, il
giovane Eugenio aveva tuttavia assimilato fin da bambino i valori e
l’educazione impartitegli dal padre, Francesco Torelli, stimato avvocato
napoletano, di indole moderatamente liberale, grande amico di alcuni tra i più
celebri patrioti del Regno delle Due Sicilie, primo fra tutti Paolo Emilio
Imbriani ma anche altri due intellettuali irpini: Pasquale Stanislao Mancini e
Francesco De Sanctis, suo compagno di studi all’ateneo federiciano.
La sua militanza garibaldina, come sottolinea il suo
biografo, si rivelò decisiva, benché di effimera durata. Prima di giungere ad
Ariano, Torelli partecipò nell’agosto del 1860 ad un fortunato blitz a
Grottaminarda contro un contingente dell’esercito borbonico che traportava un
carico d’armi verso la Puglia; e dopo il sofferto soggiorno sul Tricolle fu impegnato sia in alcuni combattimenti a
Montemiletto, Pietradefusi, Mirabella, Montefusco (il “cuore” della reazione
borbonica nel Principato Ultra) sia nella grande battaglia del Volturno e nella
rotta di Isernia, nella quale per poco non perse la vita.
Poco più di due mesi di vita militare furono sufficienti
a spegnere nel giovane letterato napoletano gli iniziali ardori eroici e a
fargli comprendere definitivamente che la sua vocazione era un’altra: quella
del giornalismo, maturata nell’assidua collaborazione al giornale filogaribaldino fondato a Napoli da Alexandre Dumas,
“L’Indipendente”, e alla prestigiosa rivista culturale “Omnibus”, fondata a
Napoli da un lontano parente di suo padre, Vincenzo Torelli, che si era
affermata nella capitale del Regno fin dagli anni ’40, quando fra le firme più
illustri annoverava proprio il più noto scrittore di Ariano, Pietro Paolo
Parzanese.
Solo con il trasferimento a Milano, già allora capitale
dell’editoria italiana, tuttavia, Torelli Viollier riuscì a compiere il
decisivo salto di qualità nella sua formazione giornalistica, acquisendo quella
dimensione imprenditoriale e la consuetudine con le alte tirature che a Napoli
mancava (e, in parte, manca tuttora): il primo numero del “Corriere della sera”
uscì il 5 marzo 1876, alla vigilia del trentaquattresimo compleanno del suo
fondatore (era nato il 26 marzo del 1842), e segnò una svolta nella storia del
giornalismo italiano.
***
(Paolo Speranza storico, saggista e docente)