CONTRO LA RESTAURAZIONE TALEBAMA
Al festival di Venezia il coraggio delle registe afghane
di Paolo Speranza
Il sogno più grande? “Dirigere una commedia romantica”, rivela Sharbanoo Sadat, l’enfant prodige del cinema afghano, che in questi giorni partecipa alla Mostra del Cinema di Venezia nella Giuria più importante, quella del Concorso. Magari sul modello di Bollywood, piena di musiche e colori, come le produzioni televisive made in India che in Afghanistan hanno segnato l’immaginario di intere generazioni. O come le commedie brillanti che giacciono nel cassetto di Roya Sadat, la prima donna regista del suo Paese, che per A letter to the President (2017) fu proposta per l’Oscar al migliore film straniero.
Più che un sogno un’utopia, nell’Afghanistan di oggi, dove la sola idea di un soggetto leggero apparirebbe agli stessi autori un lusso, se non addirittura una provocazione.
È la terribile realtà della restaurazione talebana a condizionare in maniera unidirezionale, verso un realismo militante, l’intero cinema afghano dell’ultimo decennio, che invece avrebbe gli autori e il know how per realizzare una diversificazione di generi e temi. Come nel vicino Iran, alcuni giovani cineasti nati a Kabul o a Herat hanno avuto la possibilità di formarsi all’estero (come le registe Sahraa Karimi e Sahra Mani, che hanno studiato cinema rispettivamente a Bratislava e a Londra, e Sharbanoo Sadat, che ha prodotto i suoi film tra Amburgo e Copenaghen) durante la parentesi democratica che ha preceduto il ritorno dei talebani, e anche quelli che non si sono mai allontanati dal Paese dimostrano di aver assimilato sia la lezione del migliore cinema europeo che le suggestioni della recente filmografia iraniana o dell’India.
FEMMINILE PLURALE
L’identità del cinema afghano contemporaneo è racchiusa in un paradosso estremo: la prevalenza assoluta, in termini numerici e di qualità autoriale, di registe e producer donna in un Paese che da anni assurge nel mondo a simbolo per antonomasia della discriminazione, sistematica e violenta, nei confronti delle donne: una “sistemic misoginy”, come l’ha definita “Variety”.
Per molti Paesi musulmani (Tunisia, Libano, Arabia Saudita, Algeria) l’onda rosa nel cinema d’autore è ormai una realtà conclamata ma in Afghanistan questo fenomeno non ha eguali per dimensioni e rilevanza e investe l’intera filiera del cinema, dalla produzione alla regia, dalla cultura cinematografica alla distribuzione.
Può bastare la coraggiosa resistenza all’oppressione talebana a spiegare questa sorta di “disperata vitalità” che ha determinato la recente e impetuosa affermazione delle registe afghane, anche sullo scenario internazionale?
Se la politica di uno dei regimi più oscurantisti del pianeta ha agito involontariamente da detonatore di energie creative anziché da deterrente, al fenomeno concorrono in maniera decisiva – come in Europa nel secolo scorso – la possibilità e il desiderio delle donne di istruirsi e viaggiare, sia pure fra enormi difficoltà. Come Shalha, l’adolescente protagonista di Like Eagles (il road movie in bianco e nero di ispirazione neorealista, diretto nel 1964 da Faiz Mohammad Keirzadah, che ha segnato l’immaginario degli spettatori afghani), che fuggendo dal villaggio per assistere a Kabul alle feste per il Giorno dell’Indipendenza scopre il mondo e la vita, e al ritorno a casa potrà dire alla madre: “Ormai sono una donna adulta”.
“L'Afghanistan ha una lunga storia culturale, fatta di letteratura, cinema, musica e teatro, ma le nuove generazioni non ne sono consapevoli e non sono abituate a confrontarsi con l'arte”, ha sottolineato Roya Sadat nell’incontro con il pubblico al Festival di Locarno del 2019. Un capitolo importante e controverso di questa storia, l’occupazione sovietica, era stato rievocato tre mesi prima a Cannes, nella Quinzane des Realizateurs, da Sharbanoo Sadat con The Orphanage (L’Orfanatrofio), accolto da un successo unanime di pubblico e critica. Un periodo rimosso e tuttavia cruciale per il cinema afghano, costretto negli anni Ottanta a rinunciare alla già fragile libertà di iniziativa in nome della produzione di Stato, che a sua volta consolidò la strategia del cinema “educativo” dando particolare rilievo alla tematica dell’emancipazione delle donne attraverso l’istruzione e il lavoro.
DAL DOCUMENTO ALLA FICTION
La centralità della condizione femminile è dunque consolidata nella filmografia afghana. La novità, afferma la studiosa tedesca Sandra Schafer in un’intervista del 2001 a “Film International”, è che “ora per la prima volta le donne cominciano a fare film e a raccontare storie dal loro punto di vista”.
La fedeltà al reale è l’arma culturale che permette alle registe afghane di affrontare a viso aperto nel proprio Paese la censura oscurantista e di difendersi verso l’esterno da un altro pericolo, meno violento ma più sottile: quello dello stereotipo, di cui l’obbligo del burqa costituisce il segno più universalmente riconoscibile.
Su questo terreno è particolarmente impegnata Sharbanoo Sadat, affermatasi a livello internazionale con Wolf and Sheep (2016) e tre anni dopo con The Orphanage, fino al recente, coraggioso No Good Men.
Il suo lungometraggio di esordio, presentato ad appena 26 anni a Cannes (primo premio alla Quinzane des Realizateurs), fu salutato come una rivelazione: “un film incredibile, raro e affascinante” per il quotidiano francese “Liberation”, addirittura “un soffio di vita” per “Positif”. Perché in effetti ci mostra uno scenario estremamente realistico nell’Afghanistan rurale dei pastori, che al pubblico italiano può evocare certe novelle di Verga o il Padre padrone dei fratelli Taviani, ma al tempo stesso è la storia di un’infanzia colorata di fantasie e di sogni, tanto più commoventi in quanto necessari per sopravvivere a una vita così immobile e dura. E un bambino, Qodrat (il talentuoso undicenne Quodratollah Qadiri), è il protagonista sia di Wolf and sheep che di The Orphanage, assumendo il ruolo di alter ego dell’autore del soggetto, Anwar Hashimi, amico della Sadat.
Ma come si concretizza, nel linguaggio filmico della regista, la rappresentazione dell’Afghanistan oltre gli stereotipi? Innanzitutto evitando ogni forma di pietismo e di compiacimento documentaristico. Pur trattando aspetti così aspri e veristici della condizione adolescenziale nel suo Paese, Sharbanoo Sadat ricorre a un tono vivace, consono ai movimenti e ai pensieri dei suoi personaggi, e ad un ritmo che non dà respiro allo spettatore e mai monotono (alternando ralenti e accelerazioni improvvise) e inserendo musiche e scene danzate ogni volta che ne ha la possibilità, e tuttavia sempre coerenti con la vicenda narrata e con il contesto storico e sociale: nel caso di The Orphanage l’educazione dei bambini senza famiglia durante l’occupazione sovietica
“La Sadat sa giocare abilmente con i sensi degli spettatori, fino al fotogramma finale”, ha commentato la critica inglese, in sintonia con la stampa specializzata francese: “Sharbanoo Sadat è una regista da seguire con attenzione”, sentenzia “The Guardian”. Ma è tutto il cinema afghano, soprattutto quello al femminile, che va seguito, difeso e sostenuto. Per ragioni di solidarietà politica e civile, ma anche per molto altro: per il suo coraggio di schierarsi e di rischiare, per la capacità di narrare una realtà molto specifica e particolare con uno sguardo cosmopolita, per la felice contaminazione di generi e “scuole” cinematografiche. E per la sua fiducia assoluta, nonostante le condizioni proibitive in cui opera, nella forza del grande schermo, considerato il vettore primario e insostituibile di sogni universali e di nuove idee.
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(Paolo Speranza storico, saggista e docente)