STORIE DELL'ITALIA

 

Vittorio Guerriero, il giornalista irpino che “lanciò” il giovane Eugenio Montale

di Paolo Speranza

Quella sera Vittorio Guerriero non “teneva genio” di scrivere, come si usa dire nella città dove nacque, Avellino (il 4 aprile del 1889, da Giocondo e da Amalia Giordani), e in quella dove aveva frequentato l’Università, Napoli, laureandosi in Lettere.

 

A Genova, dove si era trasferito da qualche anno, era piena primavera, e con ogni probabilità il giovane giornalista venuto dal Sud non voleva mancare a un appuntamento con una ragazza appena conosciuta (l’universo femminile resterà sempre per lui una vera e propria ossessione) ma al tempo stesso si arrovellava da ore su come “coprire” la recensione del Mameli di Ruggero Leoncavallo, in programma quella sera stessa al teatro “Carlo Felice”. Il direttore del quotidiano che lo aveva assunto come critico musicale, “Il Piccolo”, non gli avrebbe mai perdonato l’assenza a un evento di tale portata: la “prima” di una importante opera lirica, al Massimo cittadino, per giunta dedicata al poeta ligure diventato gloria nazionale per il testo dell’inno Fratelli d’Italia. Da giocarsi il posto in redazione, insomma.

 

Ci vorrebbe qualcuno che possa scrivere al mio posto: un amico fidato, e bravo”, pensò il 27enne giornalista avellinese. Uno c’era, in verità: un giovane letterato locale di belle speranze, che però non aveva mai scritto un articolo, e non aveva ancora compiuto vent’anni. Si chiamava Eugenio Montale, e lo conoscevano in pochi. Ma un giornalista che si rispetti ha fiuto e coraggio, e l’avventura lo esalta. Guerriero non si perse d’animo e…ecco come ricostruì quell’incontro una firma storica del “Corriere della sera”, Giulio Nascimbeni: “Era mezzanotte passata, dunque, e al tavolino di Montale venne a sedersi Vittorio Guerriero, un giovane critico musicale che…”.

 

Risultato: il 28 aprile il quotidiano di Genova pubblicò regolarmente la cronaca della “prima”, con tanto di complimenti del direttore a Guerriero. Perché la firma dell’articolo era la sua, né poteva essere altrimenti: il giovane Montale si era amichevolmente prestato a fare il “negro” – oggi si direbbe ghost writer - come è ancora usanza diffusa nei media e nelle case editrici.

 

Benchè non firmato da lui, tuttavia, quell'articolo “doveva segnare il debutto segreto di Montale nel giornalismo”, sottolinea Nascimbeni. Un’esperienza decisiva per il giovanissimo Montale: sia per l’incontro con il mondo del giornalismo e della critica, del quale diventerà protagonista, sia per la consapevolezza del proprio talento nella scrittura. Certo, nemmeno Guerriero – scomparso 70 anni fa, nel 1956 - avrebbe lontanamente immaginato che quel suo giovane e generoso amico sarebbe diventato nel giro di due decenni uno dei maggiori poeti italiani, e nel 1976 il vincitore del Premio Nobel per la letteratura.

 

Almeno fino a metà degli anni Trenta, quello famoso dei due sarebbe stato ancora Guerriero: giornalista per diverse testate (fra le quali “Il Roma” e “Il Mezzogiorno”, diretto dal suo conterraneo e sodale di fede fascista Giovanni Preziosi), critico musicale ma anche di cinema e teatro, corrispondente da Parigi e traduttore dal francese per importanti case editrici, quindi autore prolifico di romanzi e racconti, spesso in primo piano per la sua penna estrosa e la spiccata vis polemica. Memorabile, ad esempio, rimase la stroncatura di Guerriero (un “aspro, acrimonioso attacco”, lo definisce Piero Meldini in Mussolini contro Freud, Guaraldi, 1976) contro la psicanalisi, scienza ancora emergente che tanto invece aveva attratto, fin dalle origini, un altro e ben più illustre amico di Montale, Italo Svevo.

 

Tutt’altro che indimenticabili restano invece i suoi romanzi, che rivelano nel titolo l’adesione convinta all’ideologia mussoliniana (Il cuore a destra), un’attrazione ipermaschilista per la donna (Le bambole pericolose, I giocattoli ossigenati) e quella spiccata tendenza sia all’umorismo di facile consumo (Cento chili d’amore) che alla morbosa trasgressione erotica di chiara matrice dannunziana (La suprema perversità, Le novelle di tutti i peccati, col sottotitolo Pagine antivirtuose) che rendono oggi la sua narrativa datata, e spesso deteriore, ma gli garantirono nella temperie culturale fascista un successo di pubblico finanche oltreconfine: “mon brillant collaborateur, l'humoriste fasciste Vittorio Guerriero, l'un des plus ardents pionniers de la nouvelle littérature transalpine", lo definisce nella prefazione al libro La rire dans le Soleil (antologia umoristica curata a quattro mani) uno degli scrittori transalpini più affermati tra le due guerre, Maurice Dekobra.

 

Determinante fu il sodalizio culturale del giornalista avellinese con uno degli autori più popolari del tempo, e cari al regime di Mussolini (fino a diventare una spia dell’Ovra, pur essendo ebreo): Pitigrilli, al secolo Dino Segre, che in Francia arriverà a vendere 200.000 copie di un romanzo affine a quelli di Guerriero, Mammiferi di lusso, in un periodo in cui, sottolineava Dekobra, "un autore italiano o neolatino che tira 6.000 copie si può considerare un eroe", e in Italia darà vita alla rivista letteraria di maggiore appeal popolare: “Le Grandi Firme”, di cui Guerriero sarà uno dei collaboratori più assidui insieme a nomi quali Alvaro, Benelli, Bontempelli, Bonsanti, Brancati, D’Ambra, Patti, Repaci, i poeti Trilussa e Marino Moretti, l’umorista Marcello Marchesi.

 

Per le edizioni “Le Grandi Firme” pubblicherà nel 1932 uno dei suoi scritti più importanti, diventato un cult – anche per la difficile reperibilità - per gli studiosi di oggi: La vita segreta del film (che sarà riproposto in versione anastatica come supplemento di “CinemaSud” nel 2027).

 

Superficiale e retrivo sul terreno ideologico e letterario, Guerriero si rivela invece aperto e lungimirante sulla settima arte. Certo, l’attrazione iniziale nasce dal culto della “velocità” mutuato da Marinetti, ma sorprendono piacevolmente le sue esplicite preferenze per Chaplin e per il cinema sovietico, in particolare il “miracoloso” Eizenstejn, con tanto di esplicito rammarico per il boicottaggio della censura italiana a La corazzata Potemkin. Preziosissima, in questo volumetto, è l’intervìsta ad un anziano Louis Lumiere, autentica “chicca” di una carriera giornalistica che in Francia, sua seconda patria, aveva già portato Guerriero a contatto con letterati e artisti quali lo stesso Chaplin, Tristan Bernard, Marcel Prevost, il comico Cami (definito da Chaplin “il più grande umorista del mondo”), Antonin Artaud. A Parigi frequentò al celebre caffe letterario “Le Coupole” i più noti giornalisti italiani: Paolo Monelli, Antonio Aniante, ovviamente Pitigrilli (col quale collaborò a progetti di film per la Gaumont), e l’emergente Indro Montanelli, che decenni dopo, il 6 luglio del ’99, ricorderà quel cenacolo sul “Corriere della sera”.

 

Dopo la guerra la carriera di Guerriero subirà un ridimensionamento. Dopo una parentesi al “Messaggero” e al “Giornale d’Italia” si ritroverà a scrivere di cinema per alcune delle più importanti riviste umoristiche (il “Marc’Aurelio”, al quale collaboravano in quegli anni i futuri registi Steno ed Ettore Scola, e “Il Travaso”) e racconti per uno dei primi periodici soft core, “Otto volante”.

Della sua scomparsa, avvenuta a Roma per infarto cardiaco il 20 febbraio del ’56, daranno tuttavia notizia con evidenza e partecipazione sia “Il Dramma” che “La Tribuna illustrata”, che aveva come direttore il suo conterraneo avellinese Carlo Barbieri e titolare della rubrica più seguita il riabilitato Pitigrilli, l’amico di sempre.

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(Paolo Speanza storico, saggista e docente)