L’intelligenza naturale di Riccardo Pazzaglia. Nato
come Totò nel Rione Sanità
di Paolo Speranza
NAPOLI - Il grande pubblico continua a ricordarlo soprattutto per la
famosa gag del “cavalluccio rosso” - che un nonno premuroso quanto
chiacchierone aveva comprato per il nipotino – nel film di Luciano De Crescenzo
Così parlò Bellavista, tuttora uno dei titoli più amati (e citati) dagli
spettatori napoletani e meridionali di varie generazioni e di ogni classe
sociale. O per il ruolo del “filosofo napoletano” in Quelli della notte,
una delle trasmissioni cult della Rai, che all’epoca si avvaleva di
autori liberi e brillanti come Renzo Arbore. Persino sul web si è conquistato
una notorietà postuma e imprevista, attestata dalle tantissime visualizzazioni
di un altro suo cavallo di battaglia: Me ne vado a fare il guru, canzone
a sua volta ipercitata, dal film Separati in casa,
da lui diretto 40 anni fa e interpretato con Simona Marchini.
Molti lettori avranno ormai riconosciuto, da queste poche tracce artistiche
disseminate nell’incipit, l’identikit di Riccardo Pazzaglia, uno
dei talenti più versatili e originali che la città di Napoli ha donato nella
seconda metà del Novecento alla creatività italiana in molte sue forme, dalla
tv alla radio (il suo medium preferito), dalla canzone pop al cinema, al
teatro, dove si rivelò decisamente prolifico. Ricordarlo oggi è doveroso, sia
per il duplice anniversario che nel 2026 lo riguarda (centenario della nascita
e ventennale della scomparsa) sia per sottrarlo a un immeritato oblio sulla
cosiddetta “grande stampa” (diversamente dai siti web e da alcune testate
locali della Campania, che invece hanno voluto tributargli un omaggio partecipe
e non di rado commosso). Al pari di Totò – e questo accostamento lo avrebbe di
sicuro inorgoglito.
Riccardo Pazzaglia era nato nel Rione Sanità, e anche per lui, come per il
“principe della risata”, si è fatto spesso ricorso alla categoria del “talento
svenduto”, per non aver saputo gestire meglio energie e situazioni, per essersi
lasciato coinvolgere in produzioni anche di basso profilo (i film scritti per
la coppia Franchi-Ingrassia, ad esempio), e persino – per due figli del
quartiere più popolare di Napoli – per certe rivendicazioni di un cotè aristocratico: principesco, per Totò;
neoborbonico, per Pazzaglia, orgogliosamente partenopeo e costantemente votato
alla provocazione intellettuale, alla battuta di spirito in ogni situazione, al
coup de theatre che immancabilmente sorprendeva (e quasi sempre
divertiva) lo spettatore o gli ascoltatori. Paradossalmente, di Pazzaglia
restano in mente soprattutto alcune performance della fase terminale
della sua carriera, quando popolarità non ha fatto sempre rima con qualità.
Nella sua veste di “personaggio di successo” l’autore napoletano non ha
fatto mistero di crogiolarsi, per godersi pienamente e finalmente
quell’affermazione pubblica che meritava da tempo e forse gli era sembrata
ormai irraggiungibile. Tutto fa pensare, tuttavia, che lo stesso Pazzaglia si
sentisse particolarmente gratificato, e legittimamente orgoglioso, per quei
brillanti esiti artistici e creativi che aveva raggiunto da giovane,
soprattutto come autore di canzoni di successo e di soggetti per il cinema, la
sua vocazione più autentica ma non coltivata con sufficiente impegno e metodo. Il
brillante napoletano di multiforme ingegno si era infatti diplomato al Centro
Sperimentale di Cinematografia con maestri come Vittorio De Sica, Alessandro
Blasetti, Roberto Rossellini, e per il cinema realizzò diverse sceneggiature e
alcune regie, inizialmente (una delle tante sorprese nel suo curriculum)
soprattutto di documentari e mediometraggi, tra i quali almeno uno degno di
essere ricordato e rivisto: La fabbrica dei soldi (1965), film a episodi
di cui Pazzaglia è stato co-regista e sceneggiatore.
Nell’episodio da lui scritto e diretto, La morte in affitto,
ispirato a una vicenda realmente accaduta a Napoli e sviluppato in una
brillante chiave comico-grottesca, il protagonista è un gigante della scena
italiana come Salvo Randone, affiancato da un cast che oggi farebbe la
gioia di qualsiasi regista: Aldo Giuffrè, Giacomo Furia, Marisa Merlini, Carlo
Croccolo, Marina Pagano, Pietro De Vico e una giovane Liana Orfei. Con Lazzarella (1957) aveva intanto coronato
l’aspirazione ad abbinare cinema e canzone, firmando sia la sceneggiatura che
il testo del motivo portato al successo da Aurelio Fierro e Domenico Modugno.
Al pari di Arbore e De Crescenzo, lo chansonnier italiano più famoso nel
mondo è stato uno dei partner ideali di Pazzaglia, che per lui scrisse una
decina di canzoni, tra cui successi evergreen come Io, mammeta e tu
e un brano di raffinata qualità come Meraviglioso, accolto tiepidamente
all’uscita, nel 1968 (con tanto di esclusione al Festival di Sanremo), ma
successivamente rivalutato come una delle canzoni migliori della produzione
italiana. In collaborazione con Modugno realizzò per il teatro anche un musical
dal Cyrano di Rostand, a conferma della considerazione di cui godeva ai
vertici dello spettacolo italiano e della vasta cultura letteraria assimilata
negli studi giovanili.
La sua inesauribile vis comica gli ha tuttavia precluso a lungo le
attenzioni della critica specializzata, e ancora oggi pochi sanno riconoscere
la grande capacità di innovazione linguistica e di contenuti che Pazzaglia ha
portato nella radio pubblica italiana, a partire da un programma che ha saputo
unire audience e gradimento: Radio Ombra, ideato con Corrado Martucci,
che esordì nel ‘68 su Radiodue. C’era un filo conduttore, un tratto comune e
distintivo, della creatività dispensata da Pazzaglia nella
sue scorribande continue (perché – ad onta della sua maschera di
leggerezza - era anche un lavoratore inesauribile) attraverso tutti i media
e i generi dello spettacolo? Di sicuro, dalla sua cultura di napoletano che
univa il rigore degli studi scolastici all’università della strada Riccardo
Pazzaglia aveva introiettato un talento spiccato per la parodia e la
dissacrazione, smontando con un gusto quasi sadico ogni forma di retorica
altisonante e di finta cultura.
Nel ricordarlo in questo duplice anniversario, qualcuno dei suoi estimatori
ne ha riconosciuto soprattutto l’intelligenza e gli sberleffi che ci ha
trasmesso lungo tutto l’arco della sua carriera di autore, regista, attore, e
più di tutto paroliere. È vero. Quella sua capacità (che tanto lo univa ad
altri artisti e intellettuali brillanti come Arbore e De Crescenzo) di andare
oltre le apparenze, di cogliere il vano e il ridicolo nella vita collettiva e
nella pseudo-cultura, e più di tutto di saper ridere anche di se stesso, senza prendersi mai sul serio, resta l’eredità
più viva di Riccardo Pazzaglia. Quella sua verve naturale, unita
alla familiarità nei rapporti umani, l’una e l’altra espressione della parte
migliore e più fertile del way of life
napoletano, resta l’antidoto più efficace e sicuro contro i pericoli
dell’Intelligenza Artificiale.
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(Paolo Speranza storico, saggista e docente)