L’ultima lezione di James Hillman. Psicologo americano che guardò l'anima del mondo a Ravenna

di Patrizia Poggi - La Voce di New York

 

 

In occasione del centenario della nascita di James Hillman (1926-2026), questo articolo ripercorre il suo ultimo viaggio a Ravenna nel settembre del 2008. Hillman, nato ad Atlantic City e cresciuto tra le università americane, scelse l’Italia per il suo ultimo viaggio. Arrivò mentre Wall Street crollava e l’Occidente intero tratteneva il fiato. Aveva ottantadue anni e una salute già incerta.

 

Poteva scegliere Roma, Firenze o Venezia. Invece scelse Ravenna, l’ultima capitale dell’Impero romano d’Occidente, dove i mosaici del VI secolo furono realizzati nel momento esatto in cui il mondo antico crollava. Cercava una risposta a una domanda che lo aveva accompagnato per tutta la vita: cosa resta, cosa continua, cosa si può imparare quando un mondo crolla?

 

Allievo di Carl Gustav Jung e fondatore della psicologia archetipica, Hillman aveva dedicato la vita a un’idea rivoluzionaria: che l’anima umana parli per immagini, e che sia proprio nelle figure antiche e profonde che si nascondono le risposte alle crisi del presente. Il crac del 2008 fu per lui la conferma che l’Occidente non vive una crisi economica, ma una crisi dell’immaginazione. E se la crisi era dell’immaginazione, la risposta poteva venire solo dalle immagini. Per questo scelse Ravenna.

 

La risposta la trovò nei mosaici della città. In particolare in una raffigurazione che lo colpì con forza straordinaria: un grande disco azzurro che sovrastava il mondo.

 

Quel viaggio, compiuto tre anni prima della morte, sarebbe diventato un dialogo a quattro mani con la storica bizantinista Silvia Ronchey, pubblicato postumo nel 2021 con il titolo L’ultima immagine (Rizzoli). Hillman morì il 27 ottobre 2011. Oggi, nel centenario della sua nascita, quel volume si rivela un testamento spirituale.

 

Nell’abside di Sant’Apollinare in Classe, Hillman rimase folgorato da un mosaico che raffigura un grande disco azzurro sovrastare un mondo verde. “L’immagine primaria, in questo particolare momento, nel momento del crollo, è il verde -, annotò -. La fantasia di tenere viva la natura. La santità della natura, la sua sacralità.”

 

Di fronte alla caduta dell’Impero, gli artisti del VI secolo non avevano raffigurato il trionfo di una dottrina. Avevano scelto il prato che continua a crescere, il gregge che pascola. Una risposta ostinata alla fine di un mondo: la vita che nonostante tutto fiorisce.

 

A Ronchey venne in mente la storia di Droctulf, un barbaro raccontato da Paolo Diacono e ripreso da Borges. Arrivato a Ravenna per saccheggiarla, il guerriero svevo rimase accecato dalla bellezza della città. Smontò da cavallo, rinunciò alla guerra e scelse di difenderla. Non sapeva leggere, non capiva le iscrizioni. Furono le figure a parlargli. Per Hillman, questa è la prova che l’immagine autentica agisce direttamente sull’anima.

 

Lo psicologo americano distingueva nettamente tra immagini vere e immagini false. L’immagine autentica non è quella che spinge all’azione – la pubblicità, la propaganda – ma quella che arresta. Che ferma. Che costringe a guardare. “Le immagini vere sono quelle che non sollecitano l’azione. Sono false quelle che la sollecitano”. Le immagini false, che definiva “pornografiche”, ci spingono a comprare, votare, consumare. L’immagine vera, invece, ci sospende.

 

Ma il verde di Sant’Apollinare non è l’unica visione che colpisce Hillman. Ce n’è un’altra, ancora più potente: la sfera azzurra del cosmo.

 

Negli ultimi giorni della sua vita, in un ospedale del Connecticut, Hillman tornò ancora a quella figura. La accostò alla visione degli astronauti che dallo spazio vedono la Terra come un globo azzurro, fragile e bellissimo. “Il nostro è un prezioso, acquoso mondo azzurro – osservò -. Davanti a quest’immagine si staglia la nostra più profonda istanza ambientale. Ci parla nei termini di un’esperienza quasi religiosa della bellezza.”

 

Salvare il pianeta, per Hillman, significa innamorarsene. “Se vogliamo preservare la Terra, dobbiamo vedere la sua bellezza, perché se la vediamo ce ne innamoriamo. E se ci innamoriamo, non vogliamo farle del male.” La bellezza evoca l’amore, e l’amore protegge. È la motivazione più potente, perché tutte le altre – economiche, tecnologiche – non toccano l’anima allo stesso modo.

 

“In principio è l’immagine”, scriveva Hillman. Prima viene l’immaginazione e poi la percezione. Prima la fantasia e poi la realtà. Se riusciamo a immaginare un mondo diverso, possiamo anche costruirlo.

 

Oggi, mentre il mondo affronta nuove guerre e crisi climatiche, la lezione di Hillman torna a parlarci con urgenza. Ci lascia un compito: non limitarci a salvare la Terra con la tecnica o l’economia. Impariamo a guardarla con gli occhi dell’amore. Perché solo la bellezza – come i mosaici di Ravenna – può salvarci. In un’epoca di immagini che ci spingono all’azione, Hillman ci ricorda che la vera immagine è quella che ci ferma. E fermarsi, oggi, è già una scelta politica.

 

E se davvero la bellezza fosse l’unica forma di salvezza che ci resta? I mosaici di Ravenna, a distanza di quindici secoli, sembrano rispondere di sì.

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(Claudia Poggi - www.lavocedinewyork.com)