NEL
SEGNO DI DE SICA
Torna il
film "C'eravamo tanto amati" nel decennale di Ettore Scola
di Paolo
Speranza
<<Noi
questa sera abbiamo visto un film…stupendo!>>, esclama uno dei tre
protagonisti di C’eravamo tanto amati, Nicola, nel concitato dibattito
al cineforum di Nocera Inferiore su Ladri di biciclette.
Sebbene non
comparabile al capolavoro di De Sica e Zavattini, e dallo stesso Scola non
riconosciuto esplicitamente come il proprio film preferito, anche per C’eravamo
tanto amati (che sarà presentato domenica 1 febbraio al Cinema Farnese a
Roma, con gli interventi di Silvia Scola e Antonio Medici, insieme alla
monografia sul film, edita da Gremese) l’aggettivo “stupendo” si rivela
meritato e calzante, per il livello di qualità artistica riconosciuto da
pubblico e critica in tutto il mondo ad un’opera cinematografica che ha narrato
mirabilmente non solo trent’anni di storia italiana ma soprattutto le emozioni
(e le tensioni) profonde suscitate nell’animo umano dai sentimenti eterni ed
universali dell’amore, dell’amicizia, dell’aspirazione ad un mondo migliore.
NEL SEGNO
DI DE SICA
Ma
soffermiamoci ancora su Ladri di biciclette, perché è da quel film, e da
quel personaggio del professore cinefilo che ha consacrato la propria esistenza
ai princìpi del Neorealismo, che matura il progetto di C’eravamo tanto amati.
Tanto che Vittorio De Sica, al quale gli autori dedicheranno un commosso
omaggio in coda al film (<<Uno dei registi che più ho amato è Vittorio
De Sica>>, confida Scola a Roberto Ellero nella monografia a lui
dedicata nella collana di “Il Castoro”), nell’idea originaria degli autori
costituiva il soggetto stesso del film, con tanto di citazione nel titolo: Ucciderò
Vittorio De Sica. E l’asse portante della vicenda era il (presunto)
“tradimento” del Neorealismo da parte di uno dei suoi esponenti più illustri e
consacrati a livello mondiale. La dimensione metacinematografica, che in C’eravamo
tanto amati è un aspetto rilevante, nella versione originale rappresentava
il motivo ispiratore esclusivo, configurando la prima sceneggiatura – rispetto
allo script definitivo – come un progetto decisamente più essenziale e
monotematico, privo di quella complessità e dell’articolazione narrativa che, a
giudizio unanime, risaltano gli asset più pregevoli del film. Nè si
tratta, come rivela il confronto con la versione definitiva, dell’unica
variante di rilievo intervenuta nel corso del lavoro di sceneggiatura. Manca
del tutto, in origine, anche la struttura corale della trama, che infine si
esprimerà attraverso le vicende e i “destini incrociati” dei tre protagonisti
(ma sarebbe più opportuno riconoscerne quattro, considerato il rilievo che
assume il personaggio di Luciana), a loro volta correlati con la parabola
collettiva della società italiana nel secondo dopoguerra.
Nel soggetto
di partenza il protagonista è assolutamente singolare (in ogni senso…), e senza
contraltare è il punto di vista che lo guida, verso un obiettivo che è
diventato per lui assoluto e irrinunciabile. Un’ossessione, per richiamare il
primo titolo del cinema neorealista.
IN
PRINCIPIO ERA NICOLA
Chi era,
dunque, l’aspirante “assassino” di Vittorio De Sica, il cinefilo neorealista
tutto d’un pezzo che al suo ex idolo non riusciva a perdonare l’abbandono della
strada maestra del più importante movimento cinematografico, che tanto lustro
aveva dato all’Italia e al rinnovamento della settima arte, cedendo alle
lusinghe del mercato, ai facili guadagni come attore in commedie di bassa lega,
e persino – tradimento più grave di tutti - alle sirene di Hollywood?
Il suo
identikit lo traccia, senza farne il nome, Furio Scarpelli nella monografia del
2001: il personaggio <<fu ispirato a un giornalista di provincia,
critico, saggista e cultore del Neorealismo, di cui si aveva grande simpatia e
stima>>.
Scoprirne
l’identità, per gli addetti ai lavori, è stato un gioco da ragazzi. L’aspirante
“assassino” di De Sica non poteva essere che lui: il fondatore di un Festival
cinematografico dedicato al Neorealismo, il “Laceno d’Oro”, nella terra
all’epoca più povera d’Italia, l’Irpinia; il direttore di una rivista piccola
ma battagliera, “CinemaSud”, su cui dava spazio – più di ogni altro in Italia –
al cinema dei Paesi d’oltrecortina e bacchettava senza esitazione i nemici del
migliore cinema italiano; il giornalista più temuto dai registi (non solo
italiani) nelle conferenze stampa alla Mostra del Cinema di Venezia; il
critico, per ritornare al tema originario di C’eravamo tanto amati, che
in un editoriale del 1966 di “CinemaSud” titolava Zavattini, fine di una
coerenza, accusando il poeta del Neorealismo di essersi <<arreso
anche lui alle lusinghe del dollaro, distruggendo d’un colpo rispetto e stima
che si era conquistati negli anni>>: a ciò spinto proprio da De Sica,
reo di aver accettato le offerte milionarie del produttore hollywoodiano Joseph
E. Levine. A suggellare la rottura con Zavattini (e De Sica) era un epitaffio
in versi, in vernacolo napoletano, in cui il critico “integralista” riprendeva
il celebre e ironico de profundis di Togliatti a Vittorini al tempo
della polemica sulla rivista “Il Politecnico”: Zavattini se n’e gghiuto…
Non si trattò,
in realtà, di una voce isolata. A biasimare il viaggio americano di De Sica e
Zavattini erano stati diversi cineasti, tra i quali il poeta e regista Nelo
Risi, ma fu soprattutto l’affondo di “CinemaSud” a lasciare il segno, al punto
che Zavattini avvertì l’esigenza di replicare, in maniera piuttosto piccata,
con un intervento pubblicato sul n. 2 del trimestrale “Cinema Documentario”.
(Di lì a
qualche anno Zavattini e il direttore di “CinemaSud” divennero grandi amici, e
all’indomani della scomparsa di De Sica il “Laceno d’Oro” fu dedicato a lui e a
Pietro Germi, ma questa è un’altra storia: conclusa da un commovente happy
end ma meno intrigante per un soggetto cinematografico).
DELITTO A
CINECITTÀ
Ma lasciamo la
soluzione del “mistero” allo stesso Ettore Scola, nel libro-intervista con
Antonio Bertini Il cinema e io, edito nel 1996 da Cinecittà
International e Officina: <<Quando cominciammo a lavorare con Age e
Scarpelli, la prima versione del soggetto era un pò diversa. Di quella prima
stesura è rimasto solo uno dei tre personaggi, quello di Nicola: era ispirato a
un mio conterraneo, Camillo Marino, un critico cinematografico che dirige la
rivista "Cinema Sud", strenuo difensore del neorealismo, rigorosissimo,
combattivo>>. Al punto da voler attuare nei confronti di De Sica
quella tecnica del “pedinamento” che per Zavattini – ovviamente in un’accezione
non aggressiva - costituiva la vera essenza del cinema neorealista: <<Avevamo
immaginato – prosegue Scola – un cinefilo talmente infatuato di De Sica
da lasciare la provincia e venire a Roma (ancora una volta un emigrante, un
“emigrante dell’intellettualità”) per conoscerlo, per prospettargli le sue idee
sul cinema, sui suoi film, sul neorealismo. A Roma bracca a lungo De Sica, che
in quel tempo viveva un periodo difficile e partecipava, per soldi, a qualunque
film, anche il più scadente>>.
A questo punto
arrivava la scena-madre: <<Il nostro personaggio assisteva impotente
al crollo del suo mito: va a Cinecittà dove De Sica sta girando un western, lo
incontra vestito da cowboy e lì per lì decide di ucciderlo, per un dovere di
ecologia intellettuale>>.
E DOPO
ENTRA LA STORIA
Quel primo
soggetto metacinematografico, senza dubbio originale e ironico ma piuttosto
angusto, segnato da una irrisolta dicotomia tra l’omaggio al grande cinema
italiano e la parodia dell’intellighenzia di estrema sinistra, fu ben
presto diluito in un trattamento molto più ampio e ambizioso, in cui alla
memoria del Neorealismo si affiancava l’altra pagina gloriosa della storia
italiana recente: la Resistenza (che peraltro, per dirla con Visconti, è la vera
“madre” del rinnovato cinema italiano nel dopoguerra).
<<Da
questo primo spunto – ricorda il regista nella conversazione con Bertini – la
sceneggiatura si è allargata ad altri personaggi e Nicola è solo uno dei tre
che, con propositi meno assassini, vive anche lui tutte le delusioni di una
stagione di grandi speranze>>. Del resto, aggiunge Scola: <<Mi
ha sempre appassionato il confronto tra la storia degli individui e quella
ufficiale dei grandi eventi, delle guerre tra le nazioni. Eventi lontani che
irrompono dentro le nostre case, nei nostri sentimenti, nei rapporti di
amicizia, di amore>>.
È la stessa
suggestione che ispirerà altri capitoli importanti della filmografia di Scola,
da Una giornata particolare (nella cornice della visita di Hitler a
Roma) a Mario, Maria e Mario, dove il contesto politico-sociale che
sconvolge le relazioni umane e affettive dei protagonisti è la sofferta
transizione dal Pci al Pds.
Tornando a C’eravamo
tanto amati, non appare oggi secondaria la circostanza che alcuni attori
erano accomunati dalla partecipazione attiva alla Resistenza (Nino Manfredi,
partigiano a Roma; la famiglia di Giovanna Ralli, comunista) o dalle
persecuzioni contro gli ebrei, che coinvolsero la famiglia di Gassman e videro
impegnata in nobili gesti di solidarietà Elena Fabrizi. Lo stesso Camillo
Marino che ispira il personaggio di Nicola aveva militato come partigiano tra
Avellino e Salerno.
Soprattutto,
la presenza nel cast di Aldo Fabrizi suggellava un’ideale e nobile continuità
con Roma città aperta, capolavoro del Neorealismo e film-simbolo per
eccellenza della lotta per la libertà del popolo italiano contro l’orrore
nazista.
Sul mensile
“Film Quarterly”, edito a Berkeley, il critico Michael Seitz affermò
espressamente: <<C’eravamo tanto amati è dedicato a Vittorio De Sica,
e sia nella narrazione che nella caratterizzazione dei personaggi c’è molto che
ricorda il grande regista italiano>>. Per Ettore Scola e i suoi
coautori non poteva esserci un riconoscimento internazionale più prestigioso.
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(Paolo
Speranza storico, saggista e docente)