AL PALAZZO REALE
Anselm Kiefer smisurato alchimista. La grande mostra di
Milano
di Massimo Donà - "Doppiozero"
Difficile abbracciarli con un unico
sguardo. Provi ad allontanarti un po’, ma lo spazio è insufficiente. Provi a
metterti di sbieco, a lato della grande Sala delle Cariatidi, per provare a
raccogliere quei trentotto grandi teleri all’interno di una prospettiva un po’
più larga. Ma la visione è sempre parziale; necessariamente ‘parziale’, direi.
Sono superfici monumentali, infatti; che sovrastano ed eccedono le possibilità
dell’umano.
D’altro canto, con Kiefer, forse, l’arte sfida, come
raramente era avvenuto, le possibilità dell’umano.
Certo, da sempre l’arte sembra avere un debole per lo smisurato;
si pensi solo alla Cappella Sistina e all’immane Giudizio Universale
dovuto al genio di Michelangelo, ma anche a David e alla sua Incoronazione
di Napoleone o al Guernica di Picasso. Per non parlare dei teleri
realizzati da Tintoretto per la veneziana Scuola di San Rocco o delle grandi
tele di Fattori; ma anche della ‘magnificenza’ del capolavoro con cui Gian
Antonio Fumiani celebrò il Martirio e la gloria di San Pantaleone.
Ma in verità l’arte ha guardato allo smisurato anche
con le bottiglie di Morandi o con le visioni di Odilon Redon, o con quelle di
Gustave Moreau. Per quanto le loro tele fossero quasi sempre abbastanza
piccole, o comunque di dimensioni contenute.
D’altronde, quella chiamata in causa dallo “smisurato” non è
una questione di “misure” (quelle quantificabili e misurabili con un semplice
esercizio di calcolo). Ma piuttosto di insofferenza nei confronti di ogni
forma, di ogni legge o di ogni ordinamento gerarchico.
Il fatto è che smisurato lo è sempre stato il mondo
filtrato dall’immaginazione di coloro che lo hanno voluto riscrivere con i
colori e i segni di una incontenibile e spesso sorprendente fantasia. Non
è un caso che gli artisti abbiano sempre voluto non tanto creare degli specchi
su cui consentire al mondo di riflettersi assecondando le regole di una
fedelissima simmetria (anche se in forma più o meno libera), quanto piuttosto
distruggere le immagini con cui la realtà è solita venirci incontro
nell’esperienza quotidiana, facendo nascere, proprio da questa operazione iconoclasta,
un vero e proprio “nuovo mondo”.
Ha dunque ragione Recalcati; e fa
bene a ricordarcelo, nel suo recente e bellissimo volume dedicato all’artista
tedesco (Il seme santo. La poetica di Anselm Kiefer, Marsilio
Arte, Venezia 2026) che, come Andrea Emo (a cui, guarda caso, l’artista tedesco
ha dedicato, solo quattro anni fa, un’altra grande mostra – curata, anche
allora, da Gabriella Belli – a Palazzo Ducale, a Venezia), anche Kiefer sa bene
che creazione e distruzione procedono sempre insieme; ossia, che,
solo distruggendo, qualcosa di nuovo potrà venire in qualche modo alla luce. Sa
bene, cioè, Kiefer, che gli opposti non vanno mai ‘astrattamente separati’. E
lo sapevano bene anche gli antichi alchimisti, come le donne eternate dagli
imponenti teleri allestiti nella mostra milanese dall’artista tedesco.
Insomma, Kiefer sa bene – è sempre Recalcati a ricordarcelo
– che non può esservi, come avrebbe voluto, invece, Hegel, alcuna sintesi
pacificatrice. Nessuna necessità dialettica, infatti, comporrà mai gli opposti
in una sorta di unità superiore; anche perché – e in ciò Kiefer sta con Adorno,
piuttosto che con il Maestro dell’Idealismo (ci ricorda sempre lo psicoanalista
milanese) – ogni sintesi, così come ogni totalità, sono per definizione
“false”. Eppure, secondo Recalcati l’opposizione trascendenza/immanenza sarebbe
stata messa radicalmente in questione dall’artista tedesco. Con il proprio
processo creativo, insomma, Kiefer non cercherebbe il noumeno “al di là” del
fenomeno, ma solo “in” quest’ultimo; perché la trascendenza sembra non esser,
per lui, che una piega dell’immanenza.
Sì, ma, sia pur nell’immanenza – mi sembra anche importante
rilevare –, l’eterea luminosità del sovrasensibile non smette mai di dirsi
assolutamente altra dal sensibile.
Per questo Recalcati può evocare Eraclito e l’essenza
“polemica” di ogni logos. Perché l’opposizione, in Kiefer, non è mai
veramente superata (come lo è, invece, in Hegel, ovvero nel “concreto”
che il movimento dialettico implica quale presupposto di ogni cominciamento),
ma mantenuta in costante tensione. E dunque Recalcati ha certamente ragione a
sostenere che in Kiefer non v’è alcun astratto dualismo volto a
mantenere separati e irrimediabilmente distanti la materia dallo spirito, a
tenerli, cioè, rigidamente contrapposti. Solo questa rigida e astratta
contrapposizione, d’altro canto, avrebbe potuto giustificare un vero e proprio
invito ad abbandonare l’impura polvere del ‘materiale’. E ad elevarsi dalla ‘gravità
senza speranza della maGoogle News teria’.
Ma in Kiefer non accade nulla del genere; da lui viene
piuttosto rovesciato sulla tela l’instabile e dinamico, spesso
addirittura confuso, “compenetrarsi di luce e oscurità”. Ma allora
appare discutibile che da lui sia stato veramente superato il dualismo; essendo
stato, quest’ultimo, sempre da Kiefer, solo violentemente “dinamizzato”.
Il dualismo, infatti, per quanto liberato da ogni
concezione troppo astratta e rigida, e quindi oggettivante nonché escludente,
rimane nella sua opera quale assoluta e inconfondibile cifra di un ben preciso
processo creativo. Così come lo era già nell’antica arte degli alchimisti – cui
l’artista tedesco si sente particolarmente vicino.
Lo mostrano anche i teleri allestiti nella imponente sala
delle Cariatidi, prescelta per ospitare la bellissima mostra milanese curata da
Gabriella Belli e intitolata appunto “Le alchimiste” (che rimarrà allestita di
fianco al Museo del Novecento sino a fine settembre 2026). I teleri kieferiani, infatti, sono quasi tutti caratterizzati da una
‘esagerata’ contrapposizione di luce dorata ed oscurità; dove, l’oscurità è
quella della materia informe, bruciata da una vera e propria combustione
rigeneratrice, ma destinata a farsi comunque illuminare dall’oro celeste di una
perfezione spirituale precedente lo stesso farsi colore del colore.
Divisi in due, dunque, sono quasi tutti i teleri della
mostra dedicata alle ‘alchimiste’, quasi a voler esasperare l’incomponibilità di una contrapposizione assoluta e mai
davvero relativizzabile. Che non consente certo il costituirsi di qualcosa come
un ‘terzo’ dialettico.
D’altronde, in tutte le cose e in tutti gli eventi del mondo
sublunare “gli opposti”, per quanto compresenti e mai realmente isolabili l’uno
dall’altro, non si confondono mai.
Perciò, delle cose tutte, possiamo (e lo facciamo sempre)
sforzarci di distinguere ciò che le rende belle da ciò che le rende brutte, ciò
che le rende buone da ciò che le rende cattive.
Perciò possiamo sentirci legittimati a dire se le medesime
siano più o meno belle, più o meno buone. Insomma, gli opposti
non si confondono perché quella che contrappone l’uno all’altro è una differenza
ogni volta assoluta. ‘Relativa’ essendo solo la differenza che distingue le
cose, tra loro; consentendoci di dire quale sia più bella e quale più buona, e
di collocare in una gerarchia ben ordinata la loro bellezza o la loro bontà. Relativa
essendo cioè solo la differenza tra “cose”… custodi
tutte, in verità, di una differenza assoluta che le rende in ogni caso
doppie, ambivalenti e in qualche modo misteriose.
Perciò, prima con l’alchimia e poi con la chimica o con la
scienza in generale, si sarebbe potuto cercare di trasformare il troppo di buio
in un troppo di luce. Avviando così un processo specificamente metamorfico,
teso a trasformare il metallo vile (come il piombo, ossia la terra, la materia)
in oro (la sostanza spirituale verso cui non possiamo fare a meno di tendere).
Per quanto da principio si fosse cercato di realizzare
questa metamorfosi attraverso una pratica e un sapere in cui magia e conoscenza
razionale ancora si confondevano, e si consegnavano a un’efficacia operativa
fondata sulla paradossale convinzione (ribadita anche da Jung, nel suo
fondamentale Psicologia e alchimia) secondo cui ciò che è unico, e
che non ha contraddizioni, è semplicemente unilaterale, e quindi inadatto a
esprimere l’inafferrabile.
Insomma, alchimista è colui il quale sa bene che una faglia
attraversa il mondo; e che, essa sola, può farci comprendere come la luce lotti
contro la notte e quel che è sopra contro quel che sta sotto. A questa faglia,
dunque, ha voluto tornare a guardare il nostro Kiefer;
mettendo in scena, come in una colossale tragedia, il polemos
irresolubile tra una fascia inferiore ed una superiore della superficie
pittorica (un po’ come nelle fasce di colore contrapposte delle ultime tele di
Rothko).
Come in Antigone, come nelle Baccanti,
insomma, dove due forze finiscono per contrapporsi, forse per imporsi sulla
scena del mondo e deciderne il nomos. Dove, ad agire dal fondo sembra
essere comunque una forza inconscia – per dirla con Jung – che, se per un verso
mina ogni ordine sociale, per un altro verso lo obbliga a rideterminarsi in
continuazione conformemente a una libertà che già Goethe aveva compreso
operare, libera, al fondo di ogni processo naturale. Come in una sorta di imaginatio resa possibile da un concentrato di forze
vive – come quelle che consentono a Kiefer di liberare il reale dalla polvere
che di norma impedisce di riconoscerne i segreti inconfessabili, e aprire una
finestra su quella Vita complessa e drammatica della Materia (per dirla
con Mircea Eliade) che sin da subito ha costituito l’originalità dell’alchimia
rispetto alla scienza greca classica. Una scienza e una pratica che le donne
‘di Kiefer’ hanno praticato con una libertà e un coraggio davvero esemplari.
Per quanto sconosciute ai più, infatti, esse erano già all’epoca scoraggiate
nei loro rispettivi campi operativi – ci ricorda la curatrice (nel bel saggio
fungente da introduzione dell’elegante e prezioso catalogo della mostra
milanese, edito da Marsilio Editore) –, pur essendo sempre stata posta al
centro della “prassi alchemica proprio la donna, il suo corpo di madre, la
fertilità, come principio motore di ogni trasformazione” (p. 32).
Detentrici sapienti di una pratica volta a dividere e
poi riunire; una pratica che, qui, Kiefer richiama in vita, con il
proposito di consegnare, a queste stesse donne, o una luminosissima circonfusione d’oro purissimo o le tenebre sprigionate dal
bruno della terra – declinata, qui, come pura cenere bruciata. Generata forse
da una sabbia antica e silente, nonché destinata a custodirle, quelle mirabili
fanciulle, forse anche per sottrarle ad occhi indiscreti – per non rischiare di
farle diventare protagoniste di un’aneddotica magari suggestiva, ma assai poco
conforme alla grandezza delle loro esistenze.
Anselm Kiefer,Caterina
Sforza,2025. Emulsione, olio, acrilico,gommalacca,
foglia d’oro,sedimento di
elettrolisi, vischioessiccato, paglia, filo metallico,argilla e collage di
tela su tela.570 × 280 cm.© Anselm Kiefer.Photo:
Nina Slavcheva.
Tenebre e luce, dunque, da cui le alchimiste cadono quasi
senza poter toccare il fondo; o verso cui le medesime altre volte ascendono, in
ogni caso avvolte o conservate a futura memoria. Quasi a testimoniare che, solo
nella e per la loro fertilità, un mondo di nuove e inedite
immagini potrà farsi avanti, magari rischiando di travolgerci e imporsi sul
nostro sempre troppo debole sguardo, capace sì di storia o di cronaca, ma quasi
mai di vera e autentica potenza ‘rivelatrice’. Quella di cui si dimostra ancora
capace, invece, Kiefer; e di cui questi monumentali teleri sono appunto
un’ineludibile prova – una prova con cui siamo tutti chiamati a misurarci,
anche solo per riscoprire la potenza irriducibile di immagini deformate, nonché
incessantemente deformanti, e allocate negli anfratti della psiche (per
usare un’espressione tratta dal bel saggio introduttivo di Gabriella Belli),
forse per farci dimenticare a memoria le belle forme di tanta pittura
rinascimentale o moderna, precedente le folli invenzioni e le felici devianze
di tanto espressionismo e post-espressionismo, soprattutto tedesco, di fine
Ottocento e inizio Novecento. Sulla cui scia si colloca appunto, in virtù di
una cifra peraltro assolutamente inconfondibile, la furia ‘iconoclasta’ (per
dirla ancora una volta con Emo) del nostro Anselm Kiefer… degno allievo di
ognuna delle donne alchimiste da lui così devotamente ‘eternate’, nonché della
loro abissale, nonché spudorata, libertà.
Anselm Kiefer, Le alchimiste, a cura di Gabriella Belli
Milano, Palazzo Reale, Sala delle Cariatidi, fino al 27 settembre 2026.
Catalogo a cura di Gabriella Belli, Marsilio arte, 2026
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(Massimo Donà - www.doppiozero.com)