"Washington Post" chiude sedi estere e locali, poi licenzia 300 giornalisti  

 

ROMA (Professione Reporter) - Jeff Bezos, inventore di Amazon e dal 2013 proprietario del Washington Post, secondo la rivista Forbes è il terzo uomo più ricco del Pianeta (dopo Musk e Zuckerberg), con un patrimonio stimato di circa 215 miliardi di dollari. Ha appena finanziato il docu-film sulla moglie del Presidente Trump “Melania” con 75 milioni di dollari. E ha appena deciso di licenziare dal quotidiano che ha sede nella città della Casa Bianca 300 giornalisti, uno su tre. Lo ha fatto “per mettere in sicurezza il futuro del giornale”: di recente Bezos si era lamentato delle perdite dell’azienda editoriale, pari a circa 100 milioni di dollari. I licenziati sono stati avvisati attraverso messaggi via mail.

 

vicino all’amministrazione

 

La vicinanza di Bezos all’amministrazione Trump si legge sullo sfondo di questo “bloodbath”, bagno di sangue (definizione via social di alcuni dei licenziati). Lo dimostrano alcune chiusure internazionali (Gerusalemme, Kiev) e il ridimensionamento del notiziario locale, dopo i due cittadini uccisi a Minneapolis dall’Agenzia anti-immigrazione. Chiuse anche le pagine sui libri e il Podcast “Post Reports”.

 

Washington Post con l’inchiesta Watergate portò alle dimissioni del Presidente Nixon. I suoi giornalisti hanno vinto, dal 1887 a oggi, 76 Premi Pulitzer.

 

“sono devastata”

 

Il caso più clamoroso è quello dell’inviata del Washington Post in Ucraina Lizzie Johnson. Lo ha annunciato lei stessa in un post su X: “Sono appena stata licenziata dal Washington Post nel bel mezzo di una zona di guerra. Non ho parole. Sono devastata”. Johnson per i suoi reportage dalla California in fiamme ha ricevuto il Freedom of the Press Award. Scrive(va) di Ucraina dal 2023. Sospeso il lavoro anche degli altri corrispondenti di guerra.

 

Su X hanno annunciato il loro licenziamento dal Washington Post anche Yeganeh Torbati, corrispondente dall’Iran e dalla Turchia, Loveday Morris da Berlino, Claire Parker, dal Cairo e Gerry Shih, finalisti al Pulitzer per la copertura di Gaza e per il racconto della tragica storia di Hind Rajab, la bimba palestinese di 5 anni uccisa nella Striscia da carri armati israeliani assieme ai paramedici che tentavano di aiutarla. E Marissa Lang, che ha vinto il Pulitzer per la copertura dell’assalto dei seguaci trumpiani del 6 gennaio 2021 a Capitol Hill. Licenziata anche Caroline O’Donovan, incaricata dal quotidiano di dare le notizie su Amazon.

 

riunione online

 

La drastica decisione, da tempo annunciata, è stata ufficializzata dal Direttore esecutivo Matt Murray durante una riunione interna online. Ai lavoratori è stato comunicato che avrebbero ricevuto una email per sapere se il loro ruolo sarebbe stato eliminato oppure mantenuto. Il quotidiano ha circa 2 milioni di abbonati, anche se l’azienda non comunica dati ufficiali.

 

Murray ha spiegato che la ristrutturazione nasce dalle difficoltà incontrate nel raggiungere nuovi lettori in un mercato dei media sempre più affollato. Secondo una nota ufficiale dell’azienda, “Il Washington Post sta intraprendendo oggi una serie di azioni difficili ma decisive per il nostro futuro”. Il comunicato afferma che le misure servono a rafforzare la posizione del giornale e a concentrarsi sul giornalismo che lo caratterizza.

 

incentivi all’uscita

 

Le modifiche arrivano dopo settimane di tensioni interne. In precedenza il giornale aveva comunicato ai collaboratori sportivi che non avrebbero seguito le Olimpiadi invernali in Italia. Dopo la diffusione della notizia, il quotidiano ha annunciato che avrebbe inviato un gruppo ridotto di collaboratori.

 

Negli ultimi anni l’azienda ha già ridotto il personale attraverso incentivi all’uscita e licenziamenti in diversi settori, compresi software, pubblicità, marketing e operazioni di stampa.

 

messaggi pubblici

 

Alcuni dipendenti hanno chiesto direttamente a Bezos di intervenire per fermare o ridurre i tagli, attraverso lettere e messaggi pubblici. Il proprietario non ha risposto. Il giornale ha registrato una perdita di abbonati anche dopo alcune decisioni editoriali, tra cui la scelta di non sostenere la candidata democratica Kamala Harris durante le elezioni presidenziali del 2024 e la nuova impostazione nella sezione opinioni che da marzo 2025 dovevano essere basate -secondo le direttive di Bezos- “sulla difesa delle libertà personali e del libero mercato”. Ma molti sono i casi in cui la redazione ha dimostrato la sua indipendenza: la pubblicazione dei nomi delle giovani vittime di Gaza, l’attacco al principe saudita Mohammad Bin Salman in visita alla Casa Bianca.

 

Il sindacato dei lavoratori, la Washington Post Guild, ha organizzato una manifestazione chiamata #SaveThePost e ha dichiarato: “Questi licenziamenti non sono inevitabili. Una redazione non può essere svuotata senza conseguenze per la credibilità, la portata e il futuro del giornale”.

 

La situazione del Washington Post si inserisce in un contesto diverso rispetto a quello del suo storico concorrente, il New York Times, che negli ultimi anni ha registrato una crescita del personale e dei servizi digitali, investendo in prodotti aggiuntivi come piattaforme di giochi online e servizi di raccomandazione prodotti.

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(Credits: Professione Reporter)