Un governo dimezzato
dal perenne conflitto d’interessi
di
Sergio Rizzo - L'Espresso
ROMA - Dopo
aver perso il ministero del Turismo Daniela Garnero Santanché
non avrà certo il problema di ammazzare il tempo. C’è da far decollare a Marina
di Pietrasanta un nuovo lussuoso stabilimento balneare a un chilometro dal
mitico Twiga, di cui l’ex ministra condivideva la proprietà insieme a Flavio
Briatore. E dal quale era uscita all’atto di entrare al governo, cedendo le
proprie quote allo stesso Briatore e al compagno Dimitri Kunz.
Quell’angolo
di Versilia le è rimasto nel cuore: senza incombenze di governo potrà ripartire
da dove aveva lasciato. «Ci aspettano tanti progetti da realizzare insieme»,
dice Kunz al Corriere della sera. A cominciare proprio dal “Tala beach”,
che nascerà lì dove c’erano due bagni storici. Uno dei quali di Massimo
Mallegni, già sindaco di Pietrasanta e senatore di Forza Italia passato a
Fratelli d’Italia, partito di Daniela Santanché. L’affare è in capo a Kunz e al
socio kazako Andrey Toporov. Ed è stato formalizzato una decina di
giorni prima del referendum e del terremoto successivo, quando Santanché
era ancora saldamente in sella nonostante i guai giudiziari che dopo la
catastrofe referendaria del 22 e 23 marzo hanno indotto la premier a chiederle
di farsi da parte. Tutto, peraltro, assolutamente legittimo. Non c’è, né
potrebbe esistere, qualcosa che metta in discussione una iniziativa
imprenditoriale del congiunto di un esponente di governo. Ma anche questo è
sintomo di una mutazione genetica della politica che da tempo rende il confine
fra sfera pubblica e interessi privati via via più labile.
Dice molto in
proposito un altro fatto verificatosi nel medesimo ambito locale non più tardi
di un paio d’anni fa. Nel gennaio 2024 Kunz acquista insieme a Laura De
Cicco al prezzo di 2,45 milioni la villa del sociologo Francesco
Alberoni per rivenderla subito dopo a un milione di più. La signora De
Cicco è la moglie del presidente del Senato Ignazio La Russa, avvocato e
grande amico di Daniela Santanché, che non si è tirato indietro quando si è
trattato di darle un aiuto professionale in un difficile momento.
La procura di
Milano, innescata da una segnalazione della Banca d’Italia, ha escluso
irregolarità. Ma tale giudizio va distinto da considerazioni che nulla
c’entrano con i codici. E riguardano la credibilità della classe dirigente,
messa a dura prova da azioni che al di là dei formalismi hanno spazzato via un
principio base della buona politica: l’opportunità dei comportamenti. Pubblici
e privati. Mai come adesso assistiamo al proliferare di società partecipate da
politici o loro parenti, magari con responsabilità di governo. Lo spettro è
ampissimo. C’è perfino l’auto: il ministro dell’Istruzione e del Merito Giuseppe
Valditara ha il 17 per cento della E-co srl. E poi la finanza: la ministra
delle Riforme Maria Elisabetta Alberti ha il 20 per cento della società Esa. Assai gettonata la ristorazione, ora costata il posto al sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro
Delle Vedove. Una società l’aveva anche il suo collega dell’Ambiente Claudio
Barbaro (Cacio e Pepe) e perfino Ignazio La Russa partecipa a un’enoteca
con un operatore del settore e un ex parlamentare del suo partito: Massimo
Corsaro. Per non parlare delle attività professionali e di consulenza.
Quando diventa ministro dell’Ambiente Gilberto Pichetto Fratin ha il 51
per cento dello Studio Pichetto & associati, oltre al 20 per cento della
società di revisione Revia e al 25 per cento della Solnos
che poi andrà a sua moglie. Mentre l’avvocato Andrea Delmastro non si è fatto
alcun problema a gennaio del 2023, quando da già tre mesi è al ministero, nel
mettere su insieme alla sorella Francesca e a una legale di Biella la
«Delmastro Vasta srl – società tra avvocati». Un sottosegretario alla Giustizia
che fonda una società tra avvocati. Niente lo vieta. Però… Ora quella società
figura in liquidazione.
L’andazzo ha
radici profonde, e per paradosso è stato alimentato da leggi presentate come
barriera al dilagare dell’affarismo. Prima fra tutte, la legge sul conflitto
d’interessi del 2004, epoca di Silvio Berlusconi. Lì è stabilito che chi
governa può fare solo quello. La legge prescrive per il governante imprenditore
la nomina di un «istitore», cioè una persona che assuma pieni poteri sulla
gestione della sua attività imprenditoriale e dunque delle sue partecipazioni
azionarie. C’è però un buco. Niente si dice sui possibili conflitti a monte
dell’incarico di governo riguardanti chi ha attività private in un settore e
viene nominato ministro o sottosegretario con competenze sul medesimo settore.
Casi simili, in questo governo, sono molteplici. Il più evidente è quello del
ministro della Difesa Guido Crosetto, con La Russa e Giorgia Meloni
fondatore del partito di maggioranza relativa oggi al governo. Fino ad assumere
l’incarico ministeriale, Crosetto è stato presidente dell’associazione che
riunisce le industrie militari, iniziando dal gruppo pubblico Leonardo.
Nonché di
Orizzonte sistemi navali, joint venture fra Leonardo e Fincantieri. Su un piano
meno mediaticamente rilevante, ma non meno importante per i cittadini, c’è poi
il caso del sottosegretario alla Salute Marcello Gemmato. Farmacista, ha
una farmacia con i suoi fratelli e al ministero detiene la delega sulla spesa
farmaceutica, capitolo del bilancio dello Stato che non è stato mortificato
come tanti altri. Le farmacie hanno anzi assunto un ruolo ben più importante,
alla stregua di veri presidi sanitari. Una coincidenza? Niente, però, rispetto
a un buco ben più grosso in quel provvedimento di 22 anni fa targato
Berlusconi: la legge sul conflitto d’interessi non prevede sanzioni.
Quindi è totalmente inefficace. Nessuno viene punito se non la rispetta, e i
famosi «istitori» chi li ha visti? Ma non esistono sanzioni neppure per chi
evade l’obbligo di denunciare l’evoluzione dell’attività imprenditoriale. Tipo
la costituzione della società di ristorazione con alcuni colleghi di partito e
la giovane figlia appena maggiorenne di un prestanome di una cosca camorrista.
Come ha fatto Delmastro senza notificarlo alla Camera.
Di più. Nove
anni dopo ecco un decreto che impone ai consorti e ai parenti dei governanti
entro il secondo grado di rendere pubblica la propria situazione patrimoniale.
Ma l’obbligo è subordinato al consenso del consorte o del parente, e nessuno lo
dà. Una presa in giro clamorosa. Esempi? Non risulta abbia dato il consenso il
figlio del ministro delle Imprese Adolfo Urso, ora azionista della
società di consulenza Italy world services fondata dal padre. Società che ha
lavorato molto sui mercati esteri e in passato aveva anche una significativa
presenza in Iran. Ma il consenso non l’ha dato neppure Rosario De Luca,
il marito della ministra del Lavoro Marina Elvira Calderone che quando la
moglie è entrata al governo ne ha rilevato il suo 50 per cento della società
che avevano in comune CDL – Calderone & De Luca srl attiva nel campo della
consulenza del lavoro. Una società il cui fatturato è passato da 183 mila euro
nel 2022 a 616 mila euro nel 2023 e 484 mila nel 2024, con utili più che
decuplicati nel giro di un paio d’anni. Ciò si può scoprire solo grazie ai dati
della Camera di commercio. E a pagamento. Non sul sito del ministero del
Lavoro, gratis e accessibile a tutti.
Un
consiglio a Giorgia
Meloni? Per risollevare l’immagine di questa politica servirebbe ben altro che
il sacrificio di qualche capro espiatorio
***
(Sergio
Rizzo, a lungo firma
autorevole del «Corriere della Sera» e poi vicedirettore di «Repubblica»,
scrive per «Milano Finanza» e «L’Espresso». È autore di numerosi bestseller tra cui La casta, scritto con Gian Antonio
Stella (2007). Tra i suoi libri più recenti ricordiamo 02.02.2020. La notte
che uscimmo dall’euro (2018), La memoria del criceto (2019) e, con
Tito Boeri, Riprendiamoci lo Stato (2020). Per Solferino ha pubblicato Potere
assoluto. I cento magistrati che comandano in Italia (2022), Il Titanic
delle pensioni. Perché lo Stato sociale sta affondando (2023) e Io
so’ io. Come i politici sono tornati a essere intoccabili (2024)