Regione Lazio: non spendo, ti tartasso e mi premio 

di Sergio Rizzo - L'Espresso

 

ROMA - «Non so più dove prendere i soldi». Giovedì 22 giugno 2023 Francesco Rocca è da cento giorni presidente della Regione Lazio e per prima cosa si scusa con i cittadini: non può scongiurare l’aumento di trasporti perché le casse regionali sono vuote. Ma in due anni e mezzo ne ha fatta di strada, a leggere il rendiconto del 2025. Il bilancio chiude infatti con un segno + davanti a una somma da capogiro: 856 milioni 29.334 euro e 14 centesimi. A tanto ammonta la differenza fra le entrate e le spese rendicontate relative allo scorso anno. Ci sarebbe da brindare, se fosse un’impresa commerciale, e magari dare anche un generoso premio a chi l’ha gestita, l’amministratore delegato, i dirigenti, perfino i dipendenti, leggendo questo passaggio dei revisori alla rendicontazione: «Il risultato di competenza è pari a euro +1.094.868.841,65, l’equilibrio di bilancio è pari a euro +856.029.334,14 e l’equilibrio complessivo è pari ad euro +463.782.326,18».

 

Peccato soltanto che una Regione non sia un’impresa commerciale. La sua missione, anzi, si può dire che sia esattamente il contrario. Una Regione i soldi che ha deve spenderli, ovviamente bene. Se invece alla fine dell’anno si ritrova con una montagna di denaro avanzato significa una cosa sola: non è riuscita a spendere. La cosa è paradossale, anche perché quella presieduta da Francesco Rocca chiede ai suoi cittadini i sacrifici più pesanti fra tutte le Regioni italiane. Non ci credete?

 

L’addizionale regionale dell’Irpef di norma è fissata all’1,23 per cento, ma può essere aumentata per particolari cause come il disavanzo sanitario, e salire insieme al reddito. Ebbene, nel Lazio varia da un minimo dell’1,73 a un massimo del 3,33 per cento: il record nazionale, con l’unica eccezione del Molise, dove si va dal 2,03 al 3,63 per cento.

 

L’idea che il problema sia proprio quello, cioè la difficoltà a utilizzare le risorse, trova ulteriori conferme. I fondi europei, per esempio. Il monitoraggio della Ragioneria generale dello Stato al 28 febbraio 2026 sull’impiego di quelle risorse da parte delle Regioni ritenute «più sviluppate» dice che il Lazio è in fondo alla lista. Appena sopra la Toscana per il solo capitolo del Fondo di sviluppo regionale ma abbondantemente al di sotto di tutte le altre. Dicono tutto due dati: al 28 febbraio 2026 i pagamenti relativi ai progetti finanziati con il programma Fesr 2021-2027 non arrivavano al 12 per cento (11,66). Mentre gli impegni restavano ancora al di sotto del 30 per cento (29,54).

 

Ma dice perfino di più una somma di 300 milioni che compare in bilancio alla voce «Accantonamento per chiusura programmazione unitaria 2014-2020 e 2012-2027 e per il Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr)». Soldi che potrebbero dunque servire nel caso in cui non si fossero completati i lavori del Pnrr e fosse perciò necessario restituirli a Bruxelles.

 

Va detto che sarebbe sbagliato mettere la croce sulle spalle di Rocca. La faccenda della incapacità a utilizzare le risorse, soprattutto per gli investimenti, e ancor più se nelle infrastrutture, viene purtroppo da lontano. Ci sono storie che lasciano letteralmente di stucco per gli effetti assurdi del combinato disposto fra burocrazia, inerzie delle amministrazioni e veti politici incrociati. Dal 2001 l’autostrada Roma-Latina è considerata (ricordate la legge Obiettivo?) un’opera strategica e prioritaria. Nel 2004 il Cipe ha vincolato pure un discreto mucchio di denaro pubblico: 468 milioni di euro. Ma per arrivare al bando del solo tratto Tor de’ Cenci-Borgo Piave si è dovuti arrivare al maggio 2005. E la commissione di gara si è insediata un anno dopo, a maggio 2026.

 

Per non parlare di situazioni che sconfinano nel surreale. A settembre 2012 dal Monte Cucca, che sovrasta la linea ferroviaria Priverno-Terracina, si stacca un masso che precipita sui binari. La linea è logicamente interrotta. E non sarà mai più riattivata. Cinque anni dopo, nel 2017, la Regione stanzia 6 milioni per la messa in sicurezza del versante del Monte Cucca, senza però che qualcuno faccia qualcosa. Trascorrono altri sette anni e finalmente, nel febbraio 2024, si apre un tavolo tecnico al ministero delle Infrastrutture. Ne segue, 15 mesi più tardi, una riunione per decidere il da farsi. E si arriva al 5 agosto 2025 a una proposta di intervento dell’Anas, finanziata dalla Regione Lazio con 10 milioni di euro grazie a una delibera approvata a ottobre. Quanto al ripristino dei binari, ecco spuntare nell’aprile 2026 un emendamento nel decreto legge sul Ponte sullo stretto di Messina e sui commissari. Dopo essere rimasto lì, immobile, per 14 anni, il masso caduto sulla linea ferroviaria Priverno-Terracina viene demolito nel giugno di quest’anno. Evviva.

 

Decisamente emblematica di come vanno le cose dalle parti della Regione Lazio è poi la vicenda dell’efficientamento energetico della stessa sede della Regione, in via Cristoforo Colombo, a Roma. Il progetto prevede fra l’altro la realizzazione di una coibentazione complessiva dell’immobile con sostituzione di tutti gli infissi. Nel 2017 spunta uno stanziamento di 15 milioni a valere sui fondi della programmazione Ue 2014-2020. Poi, nel 2019, la somma viene portata a 26,2 milioni. Inutile dire che in dieci anni non c’è stato modo di chiudere la pratica. E qui la burocrazia, che spesso viene tirata giustamente in ballo, non c’entra molto. L’immobile infatti è della Regione, soggetto unico attuatore che dispone di pressoché tutti i poteri decisionali. E i soldi? Boh.

 

Questo stato di cose, come detto, ha radici profonde. Ma è certo, a giudicare dai dati e dai fatti, che non si vede un cambio di passo. Com’è altrettanto certo che nel gioco tutto italiano dello scaricabarile le responsabilità non sono mai di nessuno. Non dei politici, ma neppure degli alti burocrati della Regione, che vengono invece sempre valutati come bravi-bravissimi ai fini del bonus economico che spetta ai dirigenti oltre allo stipendio fisso. Dei 21 direttori apicali di una Regione capace di accumulare 856 milioni di avanzo imponendo ai cittadini le addizionali Irpef regionali più alte d’Italia causa inefficienza nella capacità di spesa, ben 19 hanno ottenuto nel 2025 una valutazione pari al 100 per cento. A cominciare proprio dal direttore generale Alessandro Ridolfi, già coordinatore della segreteria di Francesco Storace e poi con Rocca alla Croce rossa. Soltanto in due non sono arrivate al top: Rosa Maria Privitera, avvocata regionale, se l’è cavata con 98; Maria Chiara Coletti, dell’Anticorruzione, si è fermata a 99. Molto ci sarebbe da dire sul modo in cui vengono assegnati questi giudizi, visto che non esiste un protocollo unico per valutare i dirigenti regionali, ma ogni Regione fa a modo suo. Per giunta molti dirigenti apicali, come i direttori generali, nelle Regioni sono di regola scelti su base politica, e la valutazione è conseguenza di questo. Ma c’è da dire molto di più su questi bonus a proposito delle cifre astronomiche messe in campo. Per l’eccezionale prestazione del 2025 quei 21 super dirigenti della Regione di Rocca avranno diritto a un milione 544 mila euro. In media, 73.500 euro ciascuno. Oltre allo stipendio, ovvio. Nel 2024 invece il bonus era stato di un milione 425 mila euro. E l’anno ancora prima, che Rocca era stato presidente per dieci mesi, era stato fissato a 892 mila euro. Quasi 4 milioni di euro in meno di tre anni. Mica male, considerando che prima di questa epoca d’oro i bonus per i dirigenti apicali si aggiravano sui 25 mila euro.

 

Per avere un’idea di come siano decollati i premi dirigenziali, del resto, basti un caso fuori da quell’empireo di quota 100. Al dirigente della direzione regionale affari della Presidenza, Turismo, Cinema, Audiovisivo e Sport Paolo Giuntarelli, valutato (chissà con quale bilancino) 83,89, è stato appena riconosciuto con delibera della giunta un premio di 61 mila euro.

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(Sergio Rizzo, a lungo firma autorevole del «Corriere della Sera» e poi vicedirettore di «Repubblica», scrive per «Milano Finanza» e «L’Espresso». È autore di numerosi bestseller tra cui La casta, scritto con Gian Antonio Stella (2007). Tra i suoi libri più recenti ricordiamo 02.02.2020. La notte che uscimmo dall’euro (2018), La memoria del criceto (2019) e, con Tito Boeri, Riprendiamoci lo Stato (2020). Per Solferino ha pubblicato Potere assoluto. I cento magistrati che comandano in Italia (2022), Il Titanic delle pensioni. Perché lo Stato sociale sta affondando (2023) e Io so’ io. Come i politici sono tornati a essere intoccabili (2024)