L’incognita
Severino sul Veneto. Ecco il caso Di Rubba
di
Sergio Rizzo -. L'Espresso
ROMA - Più che
un voto è una sfida. Nei giorni cruciali del 22 e 23 marzo non è in programma
soltanto il referendum sulla riforma della giustizia. In due collegi del Veneto
si vota anche per eleggere alla Camera dei deputati i sostituti dei leghisti Alberto
Stefani, il nuovo presidente della Regione, e Massimo Bitonci, il
nuovo assessore alle Imprese della medesima giunta regionale. E tutto fa
pensare che non ce ne sia per nessuno. Nel senso che il risultato a favore dei
candidati dell’attuale coalizione di governo, a meno di clamorose quanto
improbabili sorprese, appare scontato. Alle politiche del 2022, nel collegio
uninominale di Selvazzano Dentro l’ex sottosegretario
Bitonci ha preso oltre il 59% contro il 20,93 dell’avversario del
centrosinistra. Mentre Stefani in quello di Rovigo ha superato il 60%: il
triplo del candidato del Pd. Ed è proprio a Rovigo che si consuma quella sfida.
Il candidato
governativo è Alberto Di Rubba. Tesoriere della Lega, nei mesi scorsi è
entrato anche a far parte (a titolo gratuito) del nutrito staff di consiglieri
del vicepresidente del Consiglio e segretario leghista Matteo Salvini. Incarico:
«Esperto in programmazione e attuazione politica economica». Una mossa dal
chiaro significato politico. Di Rubba ha sulle spalle
una condanna per peculato a 2 anni e 8 mesi, ridotta nell’appello bis
del processo per l’acquisto da parte di Lombardia film commission
di un capannone a Cormano rispetto ai 4 anni e mezzo inflitti in precedenza.
Lui si è sempre proclamato innocente, sostenendo con i suoi legali
l’inesistenza del reato. Tesi pienamente condivisa da Salvini che ad aprile
dell’anno scorso lo ha riconfermato tesoriere del partito, nominandolo poi
proprio consigliere a palazzo Chigi. Ma non
evidentemente dai giudici della terza sezione penale d’appello di Milano. Che
lunedì 23 febbraio hanno reso note le motivazioni della sentenza, riportate
così dall’Ansa: «Deve ritenersi pienamente accertata la materialità del
fatto, perché la Cassazione ha già riconosciuto l’esistenza di un accordo
collusivo per pilotare la procedura di selezione dell’immobile di Cormano e per
appropriarsi, tramite consulenze fittizie e retrocessioni di denaro, di parte
dei fondi pubblici erogati da Regione Lombardia alla Fondazione Lombardia film commission». La partita non è finita. L’ultima parola
spetta nuovamente alla Cassazione, con Di Rubba
convinto «dopo sette anni di calvario» di uscirne pulito. Ma fino a quel
momento la condanna c’è. E nella eventualità che l’ultimo grado di giudizio non
sia favorevole, il tesoriere dovrà farci i conti. Ma è proprio qui che si
potrebbe materializzare una nuova e inedita sfida fra politica e
magistratura.
C’è una legge
nata durante l’ultimo governo di Silvio Berlusconi ma approvata anche da
larga parte del centrodestra quando a palazzo Chigi
c’è Mario Monti, tanto che è conosciuta con il nome della ministra della
Giustizia di quell’esecutivo tecnico: Paola Severino. Stabilisce che chi
è condannato con sentenza passata in giudicato a una pena superiore ai due anni
è incandidabile, e comunque incompatibile con la funzione di parlamentare della
Repubblica. Perché due anni? La ragione è che l’ordinamento giudiziario concede
agli incensurati condannati a pene fino a 24 mesi il beneficio della
condizionale: non si va dietro le sbarre. Un compromesso politico assai
discutibile, alla faccia di un articolo della Costituzione, il 54, per
cui «i cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche hanno il dovere di
adempierle con disciplina ed onore». Ma senza quell’obbrobrio la legge non
sarebbe mai passata. In ogni caso, dunque, se la condanna a più di 24 mesi
diventa definitiva mentre è deputato o senatore, il condannato deve lasciare il
seggio.
Esiste però un
paracadute, quello delle garanzie volute dai nostri padri costituenti.
L’articolo 65 della Costituzione stabilisce in effetti che spetta alla legge
determinare «i casi di ineleggibilità e incompatibilità con l’ufficio di
deputato o di senatore». Ma il successivo articolo 66 prescrive: «Ciascuna
Camera giudica dei titoli di ammissione dei suoi componenti e delle cause
sopraggiunte di ineleggibilità e di incompatibilità». Tradotto, un parlamentare
non può perdere il seggio se non con un voto del Parlamento. Necessario, anche
se per legge non potrebbe più occupare lo scranno.
Il caso che
più ha lacerato la politica è quello di Berlusconi. Condannato in via
definitiva per frode fiscale il primo agosto 2013 a quattro anni, mentre
è senatore, il Cavaliere si trova al centro di una lunga disputa a palazzo
Madama. La Giunta per le elezioni ne propone la decadenza, ma il suo partito
presenta ben nove ordini del giorno per bloccarla. A infiammare ancora il
clima, Berlusconi paragona il voto del Senato a «un colpo di Stato che
parte da una sentenza criminale per eliminare il leader del centrodestra e
spianare la strada alla sinistra» (Ansa, 25 novembre 2013). La sua
denuncia cade nel vuoto. Due giorni dopo il Senato vota comunque a maggioranza
la sua decadenza. Idem farà nell’aprile del 2016 l’assemblea della Camera
quando si tratterà di far decadere da deputato Giancarlo Galan. L’ex
ministro di Forza Italia ed ex presidente della Regione Veneto ha patteggiato
due anni e dieci mesi al processo per gli appalti del Mose, il sistema
di dighe mobili per la difesa di Venezia dall’acqua alta. Per evitare la
decadenza deliberata dalla Giunta delle elezioni si tira in ballo anche la
questione della retroattività. La legge Severino non esisteva all’epoca dei
fatti: di conseguenza, non si applicherebbe alla vicenda Galan. Ma questa
chiave di lettura non convince 388 deputati che approvano la proposta della
Giunta, e l’ex ministro deve lasciare il seggio al primo dei non eletti nella
circoscrizione.
Non va sempre
così. Esiste infatti un caso in cui le cose, grazie all’articolo 66 della
Costituzione, possono prendere una piega imprevedibile. È quello di Augusto
Minzolini, senatore del Popolo della libertà e già direttore del Tg1
condannato in appello a 2 anni e mezzo per peculato con l’accusa di aver
abusato della carta di credito aziendale della Rai. Minzolini è assolto in
primo grado, ma in appello il giudizio viene ribaltato, con una sentenza che fa
ricadere il caso dell’ex direttore del Tg1 nella fattispecie della legge
Severino. Fa discutere la circostanza che della corte giudicante faccia parte
un magistrato ex parlamentare della parte avversa. Prima di rientrare in
magistratura Giannicola Sinisi è stato infatti deputato della Margherita
e poi senatore dell’Unione per complessivi dodici anni, durante i quali ha
ricoperto anche l’incarico di sottosegretario all’Interno nei governi di Romano
Prodi e Massimo D’Alema. Minzolini ricorre in Cassazione, che
tuttavia conferma la condanna a 30 mesi mentre è senatore. La Giunta per le
elezioni si esprime per la decadenza, in osservanza della legge Severino.
L’aula, invece, vota clamorosamente contro nonostante lo schieramento di
centrodestra sia in netta minoranza. Il 16 marzo 2017 ben 137 senatori dicono
che Minzolini può rimanere in Senato, a dispetto della Severino e della
interdizione ai pubblici uffici. Sarebbe la prima volta che accade. Ma il 28
marzo lui sceglie invece di dimettersi, uscendo dalla Camera alta per
volontà propria.
Un precedente
istruttivo, alla luce di ciò che potrebbe accadere nel caso in cui un
condannato in via definitiva a una pena superiore a 24 mesi debba affrontare un
simile frangente, disponendo però di una maggioranza parlamentare a proprio
favore schiacciante. E soprattutto compatta. Per di più, non particolarmente
ben disposta verso il potere giudiziario, comunque vada il referendum del 22 e
23 marzo. Come finirebbe la sfida
***
(Sergio
Rizzo - La sua carriera giornalistica è iniziata nelle redazioni di Milano
Finanza, Il Mondo e Il Giornale.
Dopo essere approdato al Corriere
della Sera, Rizzo si è dedicato ad inchieste sui malaffari italiani,
diventando una delle firme del quotidiano milanese. Dall'ottobre 2016 fino a
giugno 2017 è responsabile della cronaca di Roma del Corriere. È
coautore con Gian Antonio Stella del libro-inchiesta sul mondo politico
italiano La
casta che, con oltre 1 200 000 copie e ben 22 edizioni, è
stato uno dei volumi di maggior successo del 2007 e ha aperto
un vasto dibattito sulla qualità della classe dirigente nazionale e sul suo
rapporto con i cittadini-elettori. Il 14 giugno 2017 è stato
annunciato il suo passaggio dal Corriere della Sera a La
Repubblica, in qualità di vicedirettore. L'11 novembre 2021 lascia La
Repubblica, dichiarando di essere stato costretto ad andare in pensione)