L’Europa si chiede se la guerra con la Russia è vicina. La gravità della situazione in una frase di Macron 

di Pierre Haski - France Inter

 

PARIGI - Dietro il triste anniversario della guerra in Ucraina, lo spettro della possibile elezione di Donald Trump e il vertice del 26 febbraio a Parigi c’è solo una domanda: qual è lo stato dei nostri rapporti con la Russia di Vladimir Putin? Siamo in guerra senza saperlo?

 

Una frase pronunciata da Emmanuel Macron all’incontro all’Eliseo, a cui erano presenti circa venti leader europei, ci fa capire la gravità della situazione: “Non vogliamo entrare in guerra con il popolo russo. Siamo determinati a mantenere il controllo dell’escalation”. Ma al termine del vertice non ha escluso l’invio di truppe occidentali sul campo.

 

Sicuramente anche voi, come me, avrete notato la sottigliezza della frase “in guerra contro il popolo russo”, mentre il regime di Putin non è stato nominato. Siamo evidentemente lontani dal primo anno di guerra in Ucraina, quando il presidente francese trattava con cautela il presidente russo e chiedeva di non “umiliare Mosca”. Oggi le cose sono cambiate radicalmente.

 

Come mai questo tono marziale, che si aggiunge agli avvertimenti sulla minaccia russa pronunciati da settimane in molti paesi europei, a cominciare da quelli dell’est, più vicini alla zona di conflitto? Per rispondere a questa domanda bisogna capirsi sulla definizione della guerra.

 

Per farlo è necessario ricorrere al concetto di “guerra ibrida”, che definisce bene la situazione attuale. A grandi linee l’idea indica il ricorso, prima o durante i combattimenti, alla ciber guerra, alla disinformazione o alle pressioni. L’opinione pubblica non percepisce queste azioni come azioni di guerra, ma in realtà ne fanno parte a tutti gli effetti.

 

I servizi di sicurezza francesi hanno registrato un numero record di azioni ostili da parte della Russia, dagli attacchi contro importanti infrastrutture francesi alle operazioni di disinformazione, come le stelle di David dipinte sui muri della capitale dopo il 7 ottobre, fatti attribuiti da Parigi all’Fsb, l’ex Kgb. Per non parlare dell’atteggiamento aggressivo nei confronti dell’esercito francese (nel mar Nero o al largo dei porti francesi) e delle campagne di propaganda sui social network. I fronti, insomma, si moltiplicano.

 

La risposta francese ed europea è doppia. Da un lato c’è l’aumento del sostegno all’Ucraina. Il 26 febbraio Macron ha ribadito che “la Russia non può né deve vincere la guerra contro l’Ucraina”. Riaffermare questa posizione era l’obiettivo della riunione di Parigi, in un momento in cui gli occidentali non riescono a garantire il sostegno a Kiev. Ma fino a che punto è giusto spingersi? Al vertice il presidente francese ha dichiarato che non c’è accordo per l’invio di soldati occidentali in Ucraina, ma ha detto per la prima volta che “niente è escluso”, scegliendo di mantenere quella che ha definito “un’ambiguità strategica”.

 

La seconda risposta europea consiste nel prendere coscienza della minaccia russa, oggi e soprattutto domani. Putin, dal canto suo, spera in una rottura del legame transatlantico in caso di vittoria di Trump a novembre e scommette su un indebolimento della resistenza europea. Anche su questo fronte, l’Europa è tutt’altro che pronta.

 

Oggi esiste il rischio che questo improvviso aumento della tensione sia interpretato da una parte della popolazione come una manovra politica. Ma ignorare la posta in gioco in Europa significa alimentare un grande pericolo per la sicurezza collettiva nel continente. Esattamente quello che vuole Putin.

***

(Pierre Haski è un giornalista francese, tra i fondatori del sito d’informazione Rue89. Ha una rubrica quotidiana di politica internazionale su radio France Inter, pubblicata ogni mattina sul sito di "Internazionale" - Traduzione di Andrea Sparacino - Sostenete la buona stampa con un abbonamento a "Internazionale")