Corsa a leader dell'Onu: Grossi convince, Grynspan è il principale rivale 

di Simone d'Altavilla - La Voce di New York

 

NEW YORK - Dieci anni dopo i dialoghi pubblici che rivoluzionarono la tradizionale riservatezza della scelta del Segretario Generale delle Nazioni Unite, i sei candidati alla successione di António Guterres sono tornati a confrontarsi davanti agli Stati membri e al pubblico mondiale. Ripetendo il formato televisivo: una vera e propria Town Hall, novanta minuti di domande serrate, tempi rigidamente contingentati, diritto di replica e quesiti provenienti da ambasciatori, organizzazioni della società civile e personale delle Nazioni Unite.

 

Il dibattito non determinerà direttamente il vincitore. La partita decisiva continuerà infatti a giocarsi dietro le porte chiuse del Consiglio di Sicurezza, che nei prossimi giorni inizierà i primi straw polls, le votazioni informali destinate a individuare il candidato capace di ottenere il consenso dei cinque membri permanenti. Tuttavia, il confronto pubblico ha rappresentato la fotografia più completa finora dei sei aspiranti alla guida dell’ONU e ha permesso di capire chi appare oggi più credibile agli occhi della comunità diplomatica.

 

L’organizzazione che il prossimo Segretario Generale erediterà non assomiglia a quella che António Guterres trovò nel 2017. Il Consiglio di Sicurezza è paralizzato dai veti incrociati. Le guerre in Ucraina, Medio Oriente, Sudan e Myanmar continuano senza una soluzione politica. La recente crisi nello Stretto di Hormuz ha mostrato ancora una volta l’incapacità del Consiglio di intervenire quando gli interessi delle grandi potenze si scontrano. Sul piano interno, l’ONU affronta una gravissima crisi di liquidità provocata dai ritardi nei contributi degli Stati membri, mentre cresce tra governi e opinione pubblica la domanda di un’organizzazione più efficace, più agile e più vicina alle persone.

 

A fare da sfondo alla competizione vi è anche un’altra questione politica. Dopo ottant’anni di storia, molti Stati sostengono che sia arrivato il momento di eleggere la prima donna Segretario Generale. Al tempo stesso, l’alternanza geografica non scritta favorirebbe un candidato dell’America Latina e dei Caraibi. Non sorprende quindi che quattro dei sei candidati provengano proprio da quella regione.

 

Il primo grande tema affrontato durante il confronto è stato la crisi dello Stretto di Hormuz, scelta come simbolo dell’impotenza del Consiglio di Sicurezza. La domanda rivolta a tutti era cruciale: cosa può fare il Segretario Generale quando il Consiglio è paralizzato?

 

La risposta più forte è arrivata da Rafael Grossi, direttore generale dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (AIEA). L’argentino ha pronunciato probabilmente la frase destinata a rimanere come la più significativa dell’intera serata.

 

“Vediamo, ed è difficile ammetterlo, che le Nazioni Unite sono assenti dalla risoluzione dei conflitti più gravi che stiamo attraversando”.
Parole insolite per un alto dirigente dell’ONU, che hanno colpito molti diplomatici presenti in sala proprio perché provenivano da uno dei massimi funzionari del sistema.

 

Grossi, però, non si è limitato alla critica. Ha ricordato come l’AIEA sia riuscita a mantenere una presenza permanente nella centrale nucleare di Zaporizhzhia in piena guerra e come abbia negoziato sei cessate il fuoco temporanei tra Russia e Ucraina per consentire riparazioni essenziali all’impianto. “La credibilità nasce dall’essere presenti dove il conflitto si svolge realmente”, è stato il messaggio implicito del suo intervento.

 

Ancora più significativa è stata la sua definizione dell’imparzialità. “L’imparzialità è una delle qualità più difficili del Segretario Generale. Ma imparzialità non significa indifferenza”. Per Grossi il futuro capo dell’ONU dovrà ascoltare tutte le parti, comprenderne le motivazioni e presentare soluzioni concrete anziché limitarsi alle dichiarazioni di principio.

 

Se Grossi è apparso il candidato più solido, la vera protagonista della serata tra le candidate è stata Rebeca Grynspan, attuale Segretaria Generale dell’UNCTAD ed ex vicepresidente del Costa Rica. A differenza di molti altri interventi, le sue risposte sono state quasi sempre accompagnate da esempi concreti.

 

Parlando di Hormuz, Grynspan ha ricordato il proprio ruolo nella negoziazione dell’Iniziativa sul grano del Mar Nero durante la guerra in Ucraina. “Quando il Consiglio di Sicurezza è bloccato è proprio allora che comincia il lavoro del Segretario Generale”. Secondo Grynspan, il compito del capo dell’ONU non è sostituirsi agli Stati ma creare le condizioni affinché tornino a parlarsi, costruendo spazi di dialogo proprio quando la diplomazia ufficiale sembra essersi fermata.

 

La risposta più efficace della costaricana è arrivata però alla domanda finale. Che cosa vorrebbe sentirsi dire dopo cinque anni di mandato? “Fra cinque anni vorrei che nessuno chiedesse più: dov’è l’ONU?” Forse la frase più memorabile del dibattito dopo quella pronunciata da Grossi. In poche parole riassume la principale critica rivolta oggi alle Nazioni Unite: quella di essere scomparse proprio dai conflitti per i quali erano state create.

 

Michelle Bachelet, ex Presidente del Cile ed ex Alto Commissario ONU per i Diritti Umani, ha puntato invece sulla dimensione morale della leadership. Più volte ha ripetuto che “il Segretario Generale non può arrendersi”, anche quando gli strumenti politici sembrano insufficienti. Richiamando Gaza, ha sostenuto che il capo dell’ONU deve continuare a parlare, mediare, costruire alleanze e utilizzare tutti gli strumenti previsti dalla Carta, incluso l’articolo 99 quando necessario.

 

Bachelet ha anche lanciato uno dei messaggi più chiari sul futuro dell’organizzazione. “Abbiamo bisogno di un’ONU più snella, ma non più debole”. Una frase che sintetizza il difficile equilibrio tra riforme amministrative e capacità operativa dell’organizzazione.

 

Nel corso del dibattito l’ex Presidente cilena ha inoltre ricordato di avere già resistito in passato alle pressioni dei grandi donatori, raccontando di aver preferito perdere finanziamenti piuttosto che rinunciare alla propria indipendenza quando guidava UN Women e l’Alto Commissariato per i Diritti Umani. Un messaggio chiaramente rivolto ai cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza.

 

L’ecuadoriana María Fernanda Espinosa, ex Presidente dell’Assemblea Generale, ha invece costruito tutta la sua candidatura sulla conoscenza dell’ONU. L’ex ministro degli Esteri dell’Ecuador ha ricordato di aver lavorato con tutti i 193 Stati membri, di aver guidato i negoziati sulla riforma del Consiglio di Sicurezza e di conoscere “ogni angolo” del sistema delle Nazioni Unite. Secondo Espinosa il futuro dell’organizzazione passa attraverso l’integrazione delle tre grandi aree tradizionalmente separate: pace e sicurezza, sviluppo e diritti umani.

 

“Lo scopo dell’ONU è semplice: prevenire i conflitti e proteggere le persone”, ha affermato Espinoza, aggiungendo che il Segretario Generale deve essere percepito come un mediatore imparziale e fisicamente presente nelle aree di crisi.

 

Una sorpresa positiva è stata Carolyn Rodrigues Birkett, ambasciatrice della Guyana alle Nazioni Unite. Con un profilo meno noto rispetto agli altri candidati, ha però mostrato un approccio estremamente pragmatico, maturato durante i due anni trascorsi nel Consiglio di Sicurezza. “La cosa che il Segretario Generale non può permettersi è smettere di provarci”, ha detto parlando di Hormuz, sottolineando che il Consiglio può non essere pronto ad agire oggi ma potrebbe esserlo domani se il Segretario Generale continua a presentare proposte credibili.

 

Anche sul tema dei veti, Rodigrues Birkett ha insistito sulla neutralità del Segretario Generale e sulla necessità di utilizzare tutti gli strumenti previsti dalla Carta, dalla mediazione agli inviati speciali, senza attendere passivamente le decisioni del Consiglio.

 

Infine Macky Sall, ex Presidente del Senegal – rafforzato ultimamente dall’appoggio del proprio paese alla candidatura arrivata in ritardo ma in tempo – e già presidente dell’Unione Africana, ha costruito il proprio intervento intorno a una parola ripetuta più volte: fiducia. Parlando spesso in francese, il senegalese ha ricordato quarant’anni di esperienza politica, la guida dell’Unione Africana e il successo ottenuto nel far entrare l’UA nel G20. Secondo Sall il futuro Segretario Generale dovrà essere soprattutto un facilitatore del dialogo, capace di ricostruire la fiducia tra gli Stati membri e quella dei cittadini nelle Nazioni Unite.

 

Al di là delle singole risposte, il dibattito ha restituito sei stili di leadership molto diversi.

 

Grossi è apparso il più internazionale, il più diretto e probabilmente anche il più autocritico nei confronti dell’ONU. Grynspan è risultata la più concreta, forte di esempi tratti dalla propria esperienza negoziale. Bachelet ha incarnato la dimensione etica dell’organizzazione, Espinosa quella istituzionale, Rodrigues Birkett quella pragmatica e manageriale, mentre Sall ha puntato sul proprio passato di capo di Stato in un continente fondamentale per il futuro dell’ONU.

 

Se si dovesse stilare una graduatoria esclusivamente sulla base della prestazione nella Town Hall, Grossi ne esce rafforzato. La sua esperienza alla guida dell’AIEA, il ruolo svolto nei dossier iraniano e ucraino e la capacità dimostrata di dialogare contemporaneamente con Washington, Mosca, Pechino e Teheran gli conferiscono un profilo difficilmente eguagliabile.

 

Ma il dibattito ha anche chiarito quale sia oggi la candidata donna più competitiva. Se davvero i membri del Consiglio di Sicurezza decideranno che è arrivato il momento della prima donna alla guida dell’ONU, Rebeca Grynspan sembra essere uscita da questo confronto con un vantaggio significativo sulle altre candidate. Più pragmatica di Michelle Bachelet, più internazionale di Carolyn Rodrigues Birkett e meno legata agli equilibri interni dell’ONU rispetto a María Fernanda Espinosa, la costaricana ha dimostrato di saper unire esperienza politica, competenze economiche e capacità negoziale.

 

Naturalmente nulla è ancora deciso. Nella storia delle Nazioni Unite le performance pubbliche hanno spesso contato meno delle trattative riservate tra le grandi potenze. E poi c’è la “mina vagante” dell’amministrazione Trump, ostacolo insormontabile per essere eletti UNSG e che potrebbe di colpo scompaginare tutto puntando su altri candidati (addirittura si diffonde la suggestione che il presidente Donald Trump darebbe sul serio nel voler spingere l’attuale presidente della FIFA, Gianni Infantino, sulla poltrona dell’ONU). Saranno proprio gli straw polls del Consiglio di Sicurezza, che inizieranno il 30 luglio, a indicare se le impressioni lasciate dalla Town Hall troveranno conferma anche nelle stanze dove, come sempre, si sceglie davvero il futuro Segretario Generale delle Nazioni Unite.

***

(Simone d'Altavilla  www.lavocedinewyork.com)