Corte Penale Internazionale sotto assedio. Gli Usa
all’attacco e l’Onu non può difenderla
di Simone d'Altavilla - La Voce di
New York
NEW YORK - La Corte Penale Internazionale (ICC) attraversa probabilmente
il momento più difficile dal 2002, anno della sua nascita. Da una parte
l’amministrazione Trump ha lanciato una vera e propria offensiva diplomatica
contro il tribunale dell’Aia. Il segretario di Stato Marco Rubio, in un editoriale pubblicato sul Wall Street
Journal, ha annunciato l’avvio di una campagna internazionale per
smantellare quella che considera una minaccia alla sovranità degli Stati,
sostenendo che gli Stati Uniti non accetteranno mai un organismo sovranazionale
capace di giudicare cittadini americani o di Paesi alleati. Dall’altra, la
stessa Corte è travolta dalla più grave crisi interna della sua storia, con il procuratore Karim Khan sospeso dall’incarico mentre gli
Stati membri si preparano a decidere se rimuoverlo dopo pesanti accuse di
molestie sessuali e abuso di autorità.
Nel mezzo resta una domanda destinata ad avere conseguenze
ben oltre il destino della Corte: chi farà rispettare il diritto internazionale
quando gli Stati non vogliono – o non possono – perseguire i responsabili di
genocidi, crimini di guerra e crimini contro l’umanità?
La questione è arrivata anche al Palazzo di Vetro di New
York. Lunedì durante il briefing quotidiano delle Nazioni Unite, al portavoce
del Segretario Generale, Stéphane Dujarric, è stato
chiesto di commentare proprio l’editoriale di Rubio, nel quale il capo della diplomazia
americana sostiene che Washington lancerà una campagna con un messaggio molto
semplice: “Stati sovrani contro il globalismo”.
«Pur essendo un’organizzazione separata dal Segretariato e
dalle Nazioni Unite, la Corte Penale Internazionale resta un ingranaggio
fondamentale del sistema internazionale della giustizia», ha dichiarato
Dujarric. «È sostenuta da un vasto numero di Stati membri e contribuisce ad
assicurare l’accertamento delle responsabilità per i crimini più gravi».
Quando gli è stato chiesto di replicare a Rubio, che nello
stesso articolo definisce il diritto internazionale una sorta di “sacerdozio
auto-nominato”, Dujarric ha ricordato che il diritto internazionale, la Carta
delle Nazioni Unite e la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani “sono stati
creati da Stati sovrani” e che proprio grazie a questi strumenti milioni di
persone hanno ottenuto protezione e giustizia.
Poi ha aggiunto una frase destinata a pesare anche oltre il
caso della Corte dell’Aia: «Come il Segretario Generale ha detto più volte, il
diritto internazionale oggi è sotto attacco.»
Gli Stati Uniti non hanno mai aderito allo Statuto di Roma
del 1998, il trattato che ha istituito la Corte Penale Internazionale. Da
sempre Washington sostiene che la ICC non abbia alcuna giurisdizione sui
cittadini americani e considera illegittime anche eventuali indagini
riguardanti cittadini di Paesi alleati che non hanno aderito al trattato.
Lo scontro è però diventato molto più duro negli ultimi
anni. Prima sono arrivate le indagini sui presunti crimini di guerra commessi
dalle forze americane in Afghanistan. Successivamente la Corte ha aperto
fascicoli sui presunti crimini commessi durante la guerra di Gaza, arrivando a
richiedere mandati di arresto nei confronti del primo ministro israeliano
Benjamin Netanyahu e dell’allora ministro della Difesa Yoav Gallant. È stato
quello il punto di rottura. Washington ha reagito imponendo sanzioni contro
nove funzionari della Corte, compresi giudici, il procuratore e i vice procuratori.
Rubio propone un passo ulteriore: convincere altri
Paesi a prendere le distanze dalla Corte, riaffermando il principio secondo cui
nessun tribunale internazionale dovrebbe poter prevalere sulla sovranità
nazionale.
Ma mentre la pressione politica aumenta dall’esterno, la
Corte deve affrontare anche una crisi interna senza precedenti. Il procuratore
capo Karim Khan, che negli ultimi anni è diventato il volto della giustizia
penale internazionale, è stato sospeso dopo una lunga indagine interna.
Secondo documenti riservati pubblicati dal New York Times, un organismo composto da
rappresentanti degli Stati membri della Corte ha concluso che Khan avrebbe
abusato della propria autorità intrattenendo una relazione sessuale con una
giovane collaboratrice in una situazione caratterizzata da un evidente squilibrio
di potere. Lo stesso organismo sostiene inoltre che il procuratore avrebbe
successivamente cercato di scoraggiare la donna dal portare avanti le proprie
accuse.
Khan ha respinto tutte le contestazioni. Attraverso i suoi
legali ha definito le conclusioni dell’indagine infondate, proceduralmente
scorrette e prive di adeguato sostegno probatorio.
Il prossimo 24 luglio l’Assemblea degli Stati Parte sarà
chiamata a decidere se rimuoverlo definitivamente dall’incarico. Qualunque sarà
l’esito della votazione, il danno istituzionale appare già enorme.
Per una Corte che fonda la propria legittimità sulla forza
del diritto e sull’autorevolezza morale, la crisi del suo massimo rappresentante
non può che avere conseguenze profonde. Naturalmente le accuse contro Khan non
cancellano il ruolo della Corte né la validità delle sue indagini. Sarebbe un
errore utilizzare una vicenda personale per delegittimare un’intera
istituzione. Ma sarebbe altrettanto ingenuo ignorare che questo scandalo renda
molto più difficile difendere la Corte dagli attacchi politici dei suoi
avversari. Chi vuole ridurne il ruolo dispone oggi di un argomento in più per
metterne in discussione la credibilità.
È difficile non osservare anche una coincidenza temporale.
La Corte è entrata nella sua fase di maggiore esposizione internazionale
proprio dopo aver aperto le indagini sulla guerra di Gaza e aver preso
iniziative che coinvolgono direttamente i vertici politici israeliani. Da quel
momento la pressione diplomatica nei confronti dell’Aia è aumentata in maniera
evidente.
Questo, naturalmente, non significa che le accuse contro
Karim Khan siano una conseguenza di quelle indagini o che esista un
collegamento tra le due vicende. Non esistono elementi per affermarlo. Resta
però il fatto che la più grave crisi interna della Corte esplode proprio mentre
l’istituzione affronta il più duro scontro politico della sua storia con
Washington e con uno dei suoi principali alleati.
La vera questione, però, va oltre Karim Khan. Va oltre Marco
Rubio. E perfino oltre la Corte Penale Internazionale. Riguarda il futuro
stesso della giustizia penale internazionale.
Se la Corte dovesse essere progressivamente isolata o
delegittimata, quale organismo potrebbe perseguire i responsabili dei crimini
più gravi quando gli Stati decidono di non farlo? È una domanda che riguarda il
principio stesso su cui fu costruita la ICC dopo i genocidi del Rwanda e della
Bosnia e dopo le guerre che segnarono gli anni Novanta.
La ICC è stata spesso criticata per la lentezza delle
procedure, per l’efficacia limitata dei suoi mandati di arresto e, in passato,
anche per aver concentrato gran parte delle proprie indagini sul continente
africano. Oggi, però, la sfida è ancora più profonda. Da una parte deve
dimostrare di saper fare pulizia al proprio interno, applicando a se stessa gli stessi standard di trasparenza e
responsabilità che pretende dagli altri. Dall’altra deve difendere la propria
indipendenza dalle pressioni delle grandi potenze che contestano l’esistenza
stessa di una giurisdizione penale internazionale.
È questo il significato delle parole pronunciate da Stéphane
Dujarric al Palazzo di Vetro. Quando il portavoce di Guterres afferma che la
Corte è “un ingranaggio fondamentale del sistema internazionale della
giustizia”, non difende soltanto un’istituzione con sede all’Aia. Difende un
principio molto più ampio: che nemmeno un capo di Stato, un generale o un
leader politico dovrebbe poter considerarsi al di sopra del diritto
internazionale. Ed è proprio questo principio che oggi, forse più che mai,
appare sotto attacco.
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(Simone d'Altavilla www.lavocedinewyork.com)