La forza dell’intelligenza naturale nell’era dell’AI: Boccardelli e la sfida delle università 

di Stefano Vaccara - La Voce di New York

 

NEW YORK - Lo incontro in un hotel a pochi passi da Times Square, nel cuore rumoroso e accelerato della città che più di ogni altra rappresenta il presente che corre. New York è anche il luogo dove il futuro viene discusso, spesso anticipato. E non è un caso che il rettore dell’Università Luiss Guido Carli di Roma, Paolo Boccardelli, sia qui per intervenire alle Nazioni Unite, nell’ambito del Change the World Model United Nations, uno dei più grandi forum giovanili internazionali.

 

Il tema è di quelli destinati a segnare un’epoca: intelligenza artificiale, università, lavoro, capitale umano. Ma soprattutto una domanda, apparentemente semplice e in realtà decisiva: l’AI è una scorciatoia cognitiva o uno strumento per amplificare le capacità umane?

 

Boccardelli non ha dubbi: può essere entrambe le cose. E tutto dipende da come viene usata. «Se lasciata libera all’iniziativa individuale, può diventare un comodo sostituto dello sforzo cognitivo», spiega. Ma è proprio qui che si gioca la partita. Perché l’AI, aggiunge, «deve essere utilizzata non come una scorciatoia, ma come uno strumento che amplifica la produttività del lavoro cognitivo».

 

Paolo Boccardelli non è solo un rettore. Economista, professore di Strategia d’impresa, da anni studia il rapporto tra innovazione, organizzazioni e trasformazioni del lavoro. È tra i primi accademici italiani ad aver letto l’impatto dell’intelligenza artificiale non come semplice evoluzione tecnologica, ma come cambiamento strutturale del capitale umano.

 

Nel parlare, ha una qualità rara nel mondo accademico: riesce a rendere comprensibili anche i passaggi più complessi, senza semplificarli. E lo fa con un atteggiamento che colpisce subito, una forma di ottimismo razionale che non nega i rischi, ma prova a governarli.

 

Lo si è visto anche giovedì pomeriggio, durante il suo intervento alle Nazioni Unite, davanti a oltre 4.000 studenti arrivati da 141 Paesi per il forum Change the World Model United Nations. Una platea giovane, attenta, che ha seguito in silenzio e poi applaudito con convinzione. Segno che il tema non è astratto: riguarda direttamente il loro futuro.

 

Università davanti al bivio

Boccardelli ci fa capire subito che il rischio oggi non è la tecnologia in sé, ma la resa intellettuale. È l’idea che si possa smettere di pensare, delegando tutto alla macchina. Boccardelli insiste su un punto che torna più volte nella conversazione: il problema non è l’AI, ma l’uso che se ne fa.

 

«Può diventare una scorciatoia, sì», dice, «ma solo se la lasciamo libera all’iniziativa individuale senza una guida».

 

Il paragone che usa è semplice ma efficace: oggi nessuno esercita più la memoria come una volta, perché tutto è disponibile online. L’intelligenza artificiale rischia di spingere questo processo ancora oltre, trasformando non solo la memoria, ma anche il ragionamento in qualcosa di delegabile.

 

Per questo, aggiunge, la vera sfida educativa è culturale prima ancora che tecnologica: insegnare quando usare lo strumento e quando fermarsi.

 

È su questo terreno che si misura la trasformazione più profonda: quella dell’università. Non più solo luogo di trasmissione del sapere, ma spazio in cui si costruisce la capacità di usare la conoscenza in modo critico.

 

«Noi abbiamo sempre formato uno “strumento operativo”, il sistema cognitivo dello studente», dice Boccardelli. «Oggi questo deve essere integrato con l’intelligenza artificiale».

 

Il punto non è scegliere tra umano e artificiale. Il punto è mantenerli insieme, senza che uno annulli l’altro.

 

Per questo la vera sfida, sottolinea, è evitare che gli studenti «appoggino tutto il loro lavoro cognitivo su una piattaforma», limitandosi a fare domande e ricevere risposte. L’AI deve restare un supporto, non un sostituto. E qui emerge una linea chiara: il futuro dell’università non sarà tecnologico o umanistico. Sarà entrambe le cose, oppure non sarà.

 

C’è un passaggio particolarmente interessante nella nostra conversazione quando Boccardelli ci parla di come cambia l’apprendimento. «Lo sforzo che facevamo da studenti», spiega, «serviva a costruire un sistema operativo interno, le nostre capacità analitiche e cognitive». Oggi quel sistema non può essere sostituito, ma deve essere “complementato” dall’AI. È una parola chiave della sua visione: non sostituzione, ma integrazione.

 

E infatti ammette che tutte le università sono oggi in una fase di transizione:
«Tutte si stanno domandando cosa fare, come farlo e soprattutto come avere un impatto positivo sull’apprendimento dei giovani».

 

Il modello Luiss: partnership con Google, controllo senza dipendenza

È in questo quadro che si inserisce la scelta della Luiss di avviare una partnership con Google for Education. Non una semplice adozione di strumenti, ma un investimento strutturale.

 

L’idea, racconta Boccardelli, nasce nel 2024, quando invita a Roma James Manyka, uno dei massimi responsabili globali della ricerca di Google per aprire l’anno accademico. Da lì prende forma una collaborazione che oggi punta a ridefinire il modello didattico.

 

L’intervento di Manyka è interamente dedicato al futuro dell’educazione nell’era dell’AI. Da quell’incontro nasce qualcosa di più di una collaborazione tecnica:
«Gli ho rappresentato le nostre aspettative in termini di investimento e sviluppo», racconta Boccardelli. Il punto, sottolinea, è proprio questo: non si tratta di “usare” tecnologia, ma di investire. Una distinzione molto netta: «Se non si investe, si diventa dipendenti».

 

Per evitare questa dipendenza, la Luiss ha costruito team interni, con figure dedicate, tra cui un Chief Innovation Officer, un Chief AI Officer e un Prorettore dell’AI e alle Digital Skills. Segno che l’AI non è più un supporto, ma una competenza centrale.

 

Il cuore del progetto è la creazione di un ambiente controllato di dati e conoscenze, un “data lake” protetto, su cui far lavorare l’intelligenza artificiale. Un passaggio chiave, perché uno dei limiti principali dell’AI generativa sono le cosiddette “allucinazioni”: risposte plausibili ma sbagliate, basate su dati non verificati. «Se faccio la stessa domanda a sistemi diversi, posso ottenere risposte diverse», spiega. «E una può essere più giusta delle altre».

 

Il problema non è l’algoritmo, ma la base dati. Per questo la Luiss punta su un ambiente chiuso e validato: «I dati sono quelli selezionati dalla faculty», sottolinea, «e questo riduce enormemente il rischio di errore».

 

È una visione molto concreta dell’AI: meno fascinazione, più ingegneria dell’apprendimento. Ma non basta. Il progetto prevede anche formazione specifica per studenti e docenti, con certificazioni dedicate: alfabetizzazione all’AI per i più giovani, specializzazione per chi è già nei percorsi avanzati. E poi lo sviluppo di agenti intelligenti, tutor virtuali personalizzati per ogni disciplina.

 

L’obiettivo? Usare la tecnologia per migliorare l’apprendimento, non per svuotarlo.

 

Dalle “soft skills” alle competenze decisive

Uno dei passaggi più interessanti della nostra intervista con il rettore della Luiss riguarda il ribaltamento di una vecchia gerarchia. Quella che per anni ha visto le competenze tecniche al centro e quelle umane ai margini.

 

«Le cosiddette soft skills oggi sono decisive», dice Boccardelli. «La competenza tecnica è diventata un fattore di ingresso. Quello che fa la differenza sono pensiero critico, creatività, empatia».

 

Non è una formula retorica. È una conseguenza diretta dell’AI. Più le macchine diventano capaci di eseguire compiti complessi, più il valore si sposta su ciò che non possono replicare facilmente.

 

Per questo la Luiss ha creato percorsi specifici, laboratori cognitivi, certificazioni su queste competenze. Non come complemento, ma come asse centrale della formazione. E soprattutto, sottolinea il rettore, senza tecnologia. Perché il pensiero critico si costruisce anche lontano dagli strumenti digitali, attraverso domande, confronto, riflessione.

 

Qui Boccardelli fa un passaggio quasi filosofico. «Per anni le abbiamo chiamate soft skills», dice. «Ma oggi sono tutto tranne che “soft”». La competenza tecnica resta necessaria, ma non sufficiente. La definisce “fattore igienico”: senza non entri nel mercato del lavoro, ma non basta per emergere.

 

Ciò che fa la differenza sono le capacità che permettono di orientarsi nella complessità:
pensiero critico, relazioni, capacità di porre le domande giuste. E non è un caso che la Luiss abbia creato una vera e propria “palestra cognitiva”, spazi in cui queste competenze vengono allenate anche senza tecnologia.

 

Il lavoro cambia, non scompare

Se l’università deve cambiare, il motivo è semplice: sta cambiando il lavoro.

 

L’AI, spiega Boccardelli, produrrà un aumento enorme di produttività. Ma questo non significa automaticamente più benessere per tutti. Anzi, il rischio è che i benefici si concentrino nel capitale, lasciando indietro il lavoro. È il caso, ad esempio, dei call center, dove gli agenti virtuali possono sostituire gran parte delle attività. Ma la soluzione non è difendere il vecchio lavoro.

 

«La priorità è reinventarlo», dice. E qui torna il tema centrale: la formazione. Perché solo investendo nelle competenze è possibile trasformare quei lavoratori in risorse per nuove funzioni, nuovi servizi, nuovi ruoli. E redistribuire così parte del valore generato.

 

Uno dei passaggi più lucidi riguarda il rapporto tra AI e salari. Boccardelli spiega con chiarezza che l’aumento di produttività non si traduce automaticamente in benefici per i lavoratori: «Quei rendimenti vanno all’azienda e alla tecnologia», dice. Il rischio è evidente: crescita economica senza redistribuzione.

 

La soluzione, secondo lui, è una sola: formazione. Solo aumentando il livello di competenze si può spostare il lavoratore verso attività a maggior valore e quindi riportare parte di quella ricchezza sul lavoro.

 

Il rischio di una nuova élite

C’è però un rischio più profondo. Quello di una nuova divisione sociale, non più tra capitale e lavoro, ma tra chi sa usare l’AI e chi la subisce.

 

Boccardelli lo dice senza giri di parole: il rischio di una “oligarchia cognitiva” esiste. E la risposta non può essere lasciata al mercato. Deve diventare una scelta politica e culturale.

 

«Non possiamo abbandonare il sistema educativo», insiste. Dalla scuola primaria all’università, serve un investimento sistemico per evitare che l’AI amplifichi le disuguaglianze.

 

Qui il tono cambia leggermente, diventa più preoccupato. «Il rischio c’è», ammette senza esitazioni.

 

Una società divisa tra chi governa l’AI e chi la subisce. Ma non è inevitabile. Dipende dalle scelte collettive. «Deve essere una scelta di policy», dice, insistendo sul ruolo dello Stato e delle istituzioni. Non basta l’innovazione. Serve direzione.

 

Conoscenza sotto attacco

A questo punto non posso evitare una domanda più diretta e scomoda: di fronte allo scontro sempre più evidente tra potere politico e università, soprattutto negli Stati Uniti, siamo davanti a una crisi dell’élite accademica o a un vero e proprio attacco alla conoscenza?

 

Lo scontro negli Stati Uniti tra politica e accademia, sempre più evidente, secondo Boccardelli non è un caso isolato. «C’è un attacco alla conoscenza», dice. Un attacco che nasce anche da un’illusione: quella che, nell’era dell’accesso facile all’informazione, la conoscenza non sia più necessaria.

 

«È una profonda illusione», avverte. «La conoscenza è ancora più importante». Perché non conta solo avere accesso ai dati, ma saperli interpretare. Distinguere tra vero e falso. Comprendere se una risposta dell’AI è corretta o meno. In altre parole, senza conoscenza non c’è autonomia.

 

Secondo il parere di chi ha posto le domande, qui c’è uno dei passaggi più importanti di tutta la nostra lunga intervista con il rettore. «È una profonda illusione pensare che la conoscenza non sia più importante» perché l’AI non sostituisce la conoscenza. La amplifica solo se c’è. Senza conoscenza, l’utente non è in grado di valutare se una risposta è corretta o sbagliata. E quindi perde autonomia.

 

Il giornalismo e il valore della verità

Introduciamo il tema del giornalismo e il valore dell’informazione ancora credibile.  La Luiss forma anche futuri reporter, ma il contesto è profondamente cambiato. Allora chiediamo a Boccardelli: in un’epoca in cui l’intelligenza artificiale è in grado di produrre contenuti in pochi secondi e in cui il modello americano – quello dei Pentagon Papers e il Watergate – ha perso da tempo la sua centralità come riferimento morale e professionale, che valore resta oggi all’etica, alla verifica dei fatti e al ruolo del giornalismo come contropotere?

 

La sua risposta è quel valore non solo resta, ma cresce. «È ancora più importante», sottolinea. E non è un’affermazione teorica. Il rettore richiama un dato preciso: tra i principali rischi globali indicati dal World Economic Forum ci sono proprio le fake news e la disinformazione. In questo scenario, il giornalismo non è una professione in crisi, ma una funzione sempre più necessaria.

 

Il punto, però, è come si forma oggi un giornalista. Perché la tentazione di affidarsi a strumenti rapidi, automatizzati, capaci di generare testi e sintesi in pochi istanti è fortissima. Ed è proprio qui che entra in gioco la formazione. «Se noi diamo ai giornalisti gli strumenti del pensiero critico e la capacità di decodificare i bias e i rischi di allucinazione dell’intelligenza artificiale», spiega, «facciamo un grande servizio non solo al professionista, ma alla società».

 

Non si tratta, dunque, di opporre tecnologia e giornalismo. Si tratta di costruire una nuova competenza, in cui la velocità degli strumenti digitali non sostituisca la responsabilità umana, ma la rafforzi. In questo senso, l’etica non è più un principio astratto, ma una pratica quotidiana: saper verificare, saper dubitare, saper interpretare.

 

In un mondo in cui l’informazione è ovunque e spesso indistinguibile, il valore del giornalismo torna a coincidere con ciò che lo ha reso decisivo nei momenti più alti della sua storia: la capacità di distinguere il vero dal falso e di esercitare, con autonomia, una funzione di controllo sul potere.

 

Il futuro: una responsabilità umana

Alla fine della conversazione, la domanda inevitabile: l’intelligenza artificiale renderà la società più intelligente, più efficiente o più dipendente? E, soprattutto, la libertà individuale, nell’era dell’AI, aumenterà o si restringerà?

 

Boccardelli non offre una risposta netta, ma una direzione. Più che una previsione, è un auspicio e insieme una responsabilità.

 

«Il mio desiderio è che l’intelligenza artificiale renda la nostra società più intelligente, più efficiente e meno dipendente da forme di potere non giustificate», spiega. Ma questo esito non è automatico. Non è scritto nella tecnologia. Dipende da come verrà progettata, regolata, utilizzata.

 

Perché l’AI, insiste, può essere uno strumento di trasparenza, di inclusione, di crescita delle capacità umane. Ma può anche diventare il contrario: uno strumento di controllo, di distorsione, di concentrazione del potere. È una tecnologia che amplifica, non che decide.

 

Per questo il punto centrale non è l’innovazione in sé, ma la direzione che le diamo. «È nostra responsabilità fare in modo che venga utilizzata per il bene della società e non contro la società». Una responsabilità che non riguarda solo le istituzioni o le aziende, ma anche il sistema educativo, la politica, la cultura. E in questo quadro, l’Europa, con tutti i suoi limiti, ha scelto di mettere l’etica tra i pilastri della regolazione dell’intelligenza artificiale. Non è un dettaglio. È un’indicazione di rotta.

 

In fondo, è qui che si chiude il cerchio. Nel mondo che sta arrivando, la vera differenza non la farà la potenza delle macchine, ma la qualità delle scelte umane. L’intelligenza artificiale potrà amplificare tutto. Ma ciò che verrà amplificato dipenderà da noi.

 

Alla fine, lo abbiamo capito, la risorsa decisiva resterà una sola: l’intelligenza naturale. Come quella che abbiamo visto all’opera, per quasi un’ora, in questa conversazione.

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(Stefano Vaccara www.lavocedinewyork.com - Giornalista e scrittore. Nato e cresciuto in Sicilia, laurea a Siena, master a Boston. L'incontro col giornalismo avviene in America con Il Giornale di Montanelli, America Oggi e USItalia weekly. Dal Palazzo di Vetro oggi racconta l’ONU dopo aver fondato e diretto La Voce di New York dal 2013 a gennaio 2023)