La Casa
Bianca ha ritirato in sordina la Guardia Nazionale dalle città "dem"
di
Massimo Jaus - La Voce di New York
NEW YORK -
L’annuncio era stato roboante. La ritirata, silenziosa. Non ci sono state
cerimonie, né conferenze stampa, né tweet rabbiosi. I camion militari sono
semplicemente ripartiti all’alba, uno dopo l’altro, come comparse a fine
riprese.
L’amministrazione
Trump ha ritirato in sordina le truppe federalizzate della Guardia Nazionale
dalle città dove le aveva mandate a presidiare le strade, a sorvegliare le
manifestazioni, a dare l’impressione che l’America fosse in guerra con se stessa.
Il ritiro si è
concluso il mese scorso e la notizia è filtrata quasi per caso, sepolta in una
nota del Comando Nord che parlava di “attività di smobilitazione completate”.
Cinquemila soldati dalla California, cinquecento da Chicago, duecento
dall’Oregon, tutti rimandati a casa entro il 21 gennaio. Mezzo miliardo di
dollari spesi per un esperimento politico che un giudice federale aveva
definito con parole taglienti, il tentativo di creare una forza di polizia
nazionale con il presidente a capo.
Il
tribunale e la piazza
Le sentenze
hanno fatto il loro lavoro, ma è stata l’opinione pubblica a chiudere davvero
la partita. La Corte Suprema, bloccando l’invio di militari a Chicago, ha
respinto l’idea che le proteste contro il programma anti-immigrazione fossero
così pericolose da richiedere i soldati nelle strade. Funzionari statali e
sindaci avevano accusato la Casa Bianca di usare l’esercito per scopi politici,
di trasformare i quartieri in set televisivi per un racconto di paura.
Trump ha
capito che il vento stava cambiando e ha preferito sfilarsi senza ammetterlo. A
Washington restano ancora duemilacinquecento uomini, ufficialmente per compiti
logistici, ma l’operazione simbolo è finita. Rimangono le ferite, come quelle
di Andrew Wolfe, sergente maggiore colpito vicino alla Casa Bianca, e la morte
della soldatessa Sarah Beckstrom, ricordate in poche righe mentre i riflettori
si spegnevano.
I sondaggi
che fanno male
La retromarcia
non nasce dal nulla. Il nuovo sondaggio NBC News Decision
Desk racconta un crollo verticale del consenso sulle politiche migratorie,
proprio il terreno che aveva portato Trump alla Casa Bianca. Dopo le uccisioni
di Alex Pretti e Renee Good da parte di agenti federali in Minnesota, il 60 per
cento degli americani disapprova l’azione del presidente su frontiere e
immigrazione. La disapprovazione forte è salita al 49 per cento, undici punti
in più tra gli indipendenti, il gruppo che decide le elezioni.
L’indice di
gradimento complessivo di Trump è sceso al 39 per cento, quasi lo stesso
livello del giudizio sull’immigrazione. Persino l’ICE tocca il fondo, con un
misero 34 per cento di consenso, e tre quarti degli intervistati chiedono di
riformare o abolire l’agenzia. Numeri che hanno più peso di mille comizi.
Il caos del
Minnesota
Secondo gli
analisti è stato il Minnesota a spezzare l’incantesimo. I video degli scontri,
le irruzioni con agenti mascherati, le indagini tolte alle autorità locali
hanno costruito un’immagine opposta a quella della Casa Bianca. Il 63 per cento
degli americani dice che il governo federale ha esagerato ignorando stati e
città, e il 58 per cento rifiuta l’idea che i cittadini rispettosi della legge
non abbiano nulla da temere.
Trump ha
provato a cambiare racconto, ha sostituito i vertici delle operazioni a
Minneapolis, ha parlato di approccio più morbido, ma la diga era già crollata.
“È stato il caos del Minnesota a farlo”, ha spiegato Marc Trussler, uno dei
responsabili del sondaggio. Le precedenti operazioni non avevano scosso
nessuno, quelle immagini sì.
Una base
che si spacca
La frattura
non attraversa solo il Paese, ma anche il Partito repubblicano. Tra i
fedelissimi MAGA il sostegno alle mascherine degli agenti resta altissimo, ma
tra i repubblicani tradizionali scende sotto la metà. Sull’indagine per la
morte di Pretti la maggioranza dei repubblicani moderati la vuole, mentre i
trumpiani la respingono. La vecchia coalizione che aveva portato Trump al
potere scricchiola, e a pochi mesi dalle elezioni di medio termine non è un
dettaglio.
Il nemico
inventato
L’idea di un
nemico interno serviva a tenere unito il fronte, a trasformare l’immigrazione
in un campo di battaglia permanente. Ma quando i soldati compaiono nelle strade
americane, l’illusione dura poco. Gli americani vogliono cooperazione tra
autorità locali e federali, non camion blindati davanti ai supermercati.
Vogliono espulsioni mirate, non rastrellamenti televisivi.
Così la Casa
Bianca ha preferito fare marcia indietro senza ammetterlo, come se le truppe
non fossero mai arrivate. Restano i conti da pagare, i processi aperti, la
diffidenza verso indagini che il 62 per cento degli intervistati non considera
eque.
Un Paese
meno spaventato
Trump continua
a ripetere che l’America è sotto assedio, ma gli americani non ci credono più.
Il 65 per cento dice che il Paese è sulla strada sbagliata e la paura non basta
a governare. I soldati tornano a casa, i tribunali rialzano i confini tra
poteri, e la politica scopre che inventare un nemico è più facile che mantenerlo.
La guerra
interna promessa dalla Casa Bianca si è dissolta in silenzio, come quei
convogli notturni che hanno lasciato Chicago e Portland senza nemmeno un
comunicato. Rimane una lezione amara, quando si trasforma la sicurezza in
teatro, prima o poi il pubblico smette di applaudire e chiede che cali il
sipario.
***
(Massimo
Jaus, romano e tifoso giallorosso. Negli Stati Uniti dal 1972. Giornalista
professionista dal 1974. Vicedirettore del quotidiano America Oggi dal 1989 al
2014. Direttore di Radio ICN dal 2008 al 2014. È stato corrispondente da New
York del Mattino di Napoli e dell’agenzia Aga)