Il caso Comey crolla: l’assalto politico di Trump
travolge la Giustizia. L’inchiesta contro l’ex direttore FBI vacilla
di Massimo Jaus - La Voce di
New York
NEW YORK - Il procedimento giudiziario contro l’ex
direttore dell’FBI James Comey si sta sgretolando sotto il peso delle sue
forzature, rivelando un sistema piegato alla pressione politica e incapace di
reggere al controllo pubblico. L’incriminazione è finita al centro dei
programmi domenicali di approfondimento politico, segno che la vicenda sta
ormai travolgendo l’intero Dipartimento della Giustizia.
La storia non comincia in tribunale, ma negli uffici dove
l’ex procuratore distrettuale federale Erik Siebert
aveva valutato il dossier su Comey per mesi. Le sue conclusioni erano nette.
Non c’erano elementi sufficienti per un rinvio a giudizio, la soglia probatoria
non era raggiunta, l’accusa sarebbe crollata alla prima udienza. Siebert lo disse apertamente, assumendosene la
responsabilità professionale. Per questo rifiutò di procedere.
La Casa Bianca reagì con irritazione. Trump lo licenziò
in modo plateale, scrivendo su Truth Social che era stato lui stesso a
cacciarlo e annunciando che il successore sarebbe stato “un repubblicano, non
un democratico”. Era l’inizio di una spinta politica che avrebbe segnato tutto
il resto della vicenda.
A sostituirlo fu Lindsey Halligan,
ex partecipante a Miss Colorado e avvocata specializzata in assicurazioni
commerciali, senza esperienza in procedura penale. Era vicina al mondo di Trump
per aver seguito le polizze dei suoi campi da golf e la sua nomina apparve
subito come una scelta politica più che professionale. L’ordine era chiaro,
portare Comey in tribunale prima della prescrizione.
Il risultato è un caso pieno di errori e contraddizioni
che minano la credibilità del Dipartimento di Giustizia, chiamato dalla
Costituzione a restare indipendente e invece esposto ai capricci presidenziali.
Tre giudici hanno già espresso dubbi significativi, soprattutto sulla procedura
con cui è stata ottenuta l’incriminazione. Durante un’udienza rivelatrice, i
procuratori hanno ammesso di non aver sottoposto alla giuria la versione finale
dell’atto d’accusa. In un sistema regolare sarebbe già una sentenza implicita
di nullità.
Quando il giudice Michael Nachmanoff
ha chiesto chiarimenti, il team di Halligan
ha dato risposte diverse nel giro di pochi giorni: prima una sola versione
presentata, poi modifiche “non sostanziali”, infine il richiamo alla risposta
monosillabica del presidente della giuria che da solo, dopo che era stato
stralciato uno dei capi di imputazione, ha approvato il rinvio a giudizio senza
presentarlo all’intero collegio de grand jury per la
votazione. Un rimpallo che non ha convinto nessuno e che la difesa ha immediatamente
sfruttato, definendo l’intero procedimento “sconsiderato e mal concepito”, un
atto di ritorsione mascherato da indagine.
Un’udienza è fissata per il 9 dicembre 2025. Il processo
era inizialmente previsto per il 5 gennaio 2026, ma i rilievi emersi lo stanno
mettendo in discussione. I giudici hanno espresso dubbi crescenti sulla nomina
di Halligan e sul lavoro svolto dal gran jury, mentre la difesa ha evidenziato la fretta del
Dipartimento di Giustizia nel seguire le pressioni del presidente per colpire i
suoi nemici politici.
La questione non riguarda solo Comey. Lo status
irregolare della nomina di Halligan è centrale anche
nel caso contro Letitia James, avviato con una
rapidità sospetta che ha aggirato passaggi obbligatori. Gli avvocati hanno
argomentato che, se Halligan risultasse illegittima,
tutto ciò che ha firmato potrebbe essere annullato.
A peggiorare il quadro è stata l’uscita pubblica di Pam
Bondi, che invece di riconoscere gli errori ha attaccato il giudice del caso,
accusandolo di linguaggio improprio per aver ipotizzato che Halligan
fosse stata usata come un “cavallo di Troia” del presidente, cioè un tramite
per trasformare un dissenso personale in un’accusa penale federale. Un attacco
diretto alla magistratura in un momento già critico.
Altri elementi hanno aggravato la situazione. La giuria
popolare aveva già respinto una delle accuse, costringendo Halligan
a riscrivere l’atto. Il coordinatore della giuria avrebbe avuto un ruolo troppo
ampio nelle modifiche del documento, superando il limite della funzione
puramente tecnica. Il giudice Fitzpatrick ha individuato irregolarità e
ordinato la consegna di tutto il materiale giurato alla difesa, segno che non
tollererà ulteriori opacità.
Sul piano politico, il Wall Street Journal ha rivelato
che anche l’indagine per frode ipotecaria contro Adam Schiff sarebbe stata
contaminata dall’uso improprio di informazioni riservate e dal coinvolgimento
di personale non autorizzato, incluso Bill Pulte. Uno
schema che si ripete e che mostra una rete parallela di indagini costruite per
colpire avversari politici.
Il caso Comey, pensato come un trofeo politico, rischia
ora di trasformarsi in un boomerang devastante. Se la nomina di Halligan fosse invalidata, tutto crollerebbe e il
Dipartimento di Giustizia dovrebbe ripartire da zero, sempre che la
prescrizione non renda impossibile ogni nuovo tentativo. Ma anche in quel caso
resterebbe l’ombra di un apparato usato come arma politica.
Erik Siebert l’aveva capito
prima di tutti. Non c’erano prove, non c’era un fondamento giuridico solido,
non c’era un caso da portare in aula. Oggi, mentre il procedimento vacilla e la
Casa Bianca attacca magistrati e avvocati invece di ammettere i propri errori,
la sua scelta appare per ciò che era davvero, un tentativo di difendere
l’integrità del sistema.
In un Paese ancora segnato dagli scontri istituzionali
degli ultimi anni, il caso Comey non è solo un processo, ma un test sulla
capacità delle istituzioni di resistere alla pressione politica. E il messaggio
che emerge è chiaro: le scorciatoie hanno un prezzo, e il conto prima o poi
arriva sempre.
***
(Massimo Jaus www.lavocedinewyork.com - Romano
e tifoso giallorosso. Negli Stati Uniti dal 1972. Giornalista professionista
dal 1974. Vicedirettore del quotidiano America Oggi dal 1989 al 2014. Direttore
di Radio ICN dal 2008 al 2014. È stato corrispondente da New York del Mattino
di Napoli e dell’agenzia Aga).