All’Occidente
degli affari serve la Siria. La crisi di Hormuz ha fatto salire le sue
quotazioni
di
Daniele Mastrogiacomo - L'Espresso
La bomba è piazzata in un
cestino dei rifiuti davanti al Four Season Hotel di
Damasco. I video della sorveglianza immortalano l’attentatore. Sono le 10:30 di
martedì 7 luglio 2026. Emmanuel Macron, in quel momento, è già seduto in
prima fila nella sala della presidenza. Ascolta Ahmad Husayn al-Shará, alla guida della Siria dal 29 gennaio 2025
subito dopo la fuga di Bashar al-Assad, il feroce dittatore che per un
quarto di secolo aveva guidato il Paese con il pugno di ferro.
Il presidente
francese è il primo leader occidentale a visitare la Siria da quando è
crollato il vecchio regime. Una visita che ha
una forte valenza politica, oltre che commerciale e finanziaria. Al-Shará porta il dito destro all’orecchio. Ascolta il breve
messaggio che la sicurezza gli ha trasmesso con gli auricolari. Nel salone
nessuno si è accorto di nulla. Ma all’esterno il primo boato ha fatto accorrere
decine di persone. Una seconda esplosione, questa volta all’interno di un’auto
parcheggiata, scaglia bulloni, chiodi e vetri per un raggio di 50 metri. Double
tap. Ci sono un morto e 36 feriti. Il nuovo
presidente siriano sa che è una sfida alla sua leadership. Del resto conosce i suoi avversari. Li ha addestrati,
organizzati nei quasi 14 anni di guerra civile contro Bashar al-Assad. Nato a
Riyad, Arabia Saudita, nel 1982, figlio di una facoltosa famiglia
siriana, il giovane Ahmad nel 2003 si immerge nella battaglia e aderisce
ad al Qaeda in Iraq per confluire poi nello Stato Islamico. Il leader dell’Isis
Abu Bakr al-Bagdhadi lo spedisce nel 2013 in Siria
dove fonda il Fronte al-Nusra, uno dei tre più potenti gruppi di jihadisti
accorsi da ogni angolo del pianeta per combattere la guerra santa contro il
presidente siriano. Ma le cose, in quella mattanza senza fine, cambiano in
fretta. Le monarchie del Golfo fanno a gara nel finanziare le diverse
organizzazioni che nascono e muoiono a seconda da dove arrivano i soldi e le
armi. Con il nome di battaglia Abu Muhammad al-Jawlänï
si separa da al-Qaeda e cambia la sigla di
al-Nusra in quella di Jabhat Fath al-Shäm per
confluire definitivamente nel 2017, assieme ad altre formazioni jihadiste, nel
Tahrir al-Shäm. Con i gradi di generale conquistati
sul campo, al Jawlänï fiuta l’aria e capisce che è
arrivato il momento di forzare la mano. Guida l’offensiva finale contro Bashar
al-Assad che il 9 dicembre del 2024, ormai sconfitto, accetta un passaggio da
un cargo russo che lo porterà assieme alla moglie in esilio a Mosca.
Il vecchio
jihadista cambia nome. Smette la mimetica, comincia a indossare giacca e
cravatta. Dopo aver a sua volta ucciso, torturato, massacrato e
decapitato decine di infedeli, viene accolto a braccia aperte da Donald
Trump che cancella la taglia che lo insegue dal 2013 e una settimana fa, al
vertice Nato di Ankara, toglie la Siria dalla lista nera dei Paesi sponsor dei
terroristi.
Macron ha capito
per primo che con Ahmad Husayn al-Shará al comando si
possono concludere ottimi affari. E soprattutto che Damasco può diventare il nuovo
punto di snodo nel commercio e nel flusso di petrolio tra Medio Oriente e
Occidente. Al-Shará afferra al volo
l’opportunità. Grazie ai numerosi porti che si affacciano sul Mediterraneo e ai
confini con Turchia, Giordania e Libano, la Siria offre un’alternativa quanto
mai necessaria allo Stretto di Hormuz. Parte del 20 per cento di petrolio
destinato al mondo che passava da quel collo d’imbuto viene già trasportata via
terra dall’Iraq e dagli Stati del Golfo. «Dopo la chiusura di Hormuz – conferma
Mazen Alloush, direttore dell’autorità doganale e
frontiera siriana – praticamente tutti i Paesi limitrofi della regione hanno
bussato alla nostra porta per ottenere l’accesso ai porti della costa».
Alla fine degli
anni 60 del secolo scorso l’Unione sovietica puntò ad un’alleanza con il regime
di Assad anche per assicurarsi l’affaccio della sua flotta sul Mediterraneo. Il
Paese fungeva da ponte terrestre per l’Iran che lo utilizzava per trasferire denaro
e armi al più importante alleato regionale, Hezbollah in Libano. Adesso Teheran
ha dovuto rinunciare al suo più fedele proxy. Il vicino Iraq sta utilizzando il
Paese dei cedri per trasferire il petrolio che non riesce più a stoccare per il
blocco del trasporto marittimo. Ha chiesto di usare il porto di Baniyas dopo
aver aperto una strada via terra.
La leadership
siriana è consapevole di vivere un’occasione storica per risollevare le
condizioni della sua economia. Le infrastrutture energetiche, elettriche,
idriche sono al collasso. «Anche se Hormuz riaprisse – sostiene l’analista
Safwan Ahmad – i Paesi produttori dovrebbero trovare un’alternativa. La Siria
diventerà il collegamento via mare». Così, già da mesi il governo di al-Shará sta mettendo a punto progetti come il ripristino del
gasdotto arabo che puntava a trasferire gas naturale dall’Egitto al Libano
attraverso la Giordania e quindi la Siria. Donald Trump sorride all’idea di
guadagnare altri soldi. Ma per farli occorre prima investirli. Secondo un
rapporto della Banca Mondiale i costi di ricostruzione potrebbero superare i
200 miliardi di dollari. Il presidente Usa si è spinto a chiedere alla Siria di
occuparsi del Libano per «controllare» Hezbollah. Ma al-Shará
si è tenuto a debita distanza dal cuore del conflitto in questi mesi di
bombardamenti. Un suo intervento sul Libano potrebbe ampliare l’influenza del
Paese nella regione e, di conseguenza, quella della Turchia sua alleata. Una
prospettiva che allarma Israele.
Il presidente
siriano deve intanto concentrarsi sui nemici interni. Per le due
esplosioni del 7 luglio sono stati arrestati alcuni membri di una cellula
dell’Isis. Stime attendibili dicono che sono ancora attivi tra i 1.500 e 3.000
combattenti. Ma ci sono anche le diverse milizie sciite fedeli al vecchio
regime e alti gruppi attivi nel Nord Est del Paese. Per prendere il potere il
nuovo leader siriano si è avvalso del supporto del gruppo conservatore Hay’at Tahrir al-Shäm (Hts). La classe medio alta, tradizionalista, è scettica
sull’abbraccio americano. Ma sa anche che senza business il Paese non esce dal
pantano. Lo scontro interno potrebbe ricominciare. La visita di Macron
significa nuovo ossigeno per la Siria. Ha sbloccato 50 milioni di dollari che
la Francia aveva sequestrato a un cugino di Assad. Il primo bonifico con
l’Occidente dopo 14 anni
***
(Daniele
Mastrogiacomo www.lespresso.it -
Per anni firma di punta del quotidiano La Repubblica, ha seguito grandi vicende
internazionali rischiando anche la fucilazione in Afghanistan e liberato dopo
una vasta campagna giornalistica mondiale. Ora scrive per il settimanale
L'Espresso)