Pantano Iran. Il
bluff di Trump di fronte a Xi. La lunga guerra fiacca
il presidente Usa e ribalta i rapporti di forza con Pechino
di
Daniele Mastrogiacomo - L'Espresso
La risposta
arriva domenica 10
maggio. È in ritardo di 48 ore: l’Iran si é fatto desiderare. Ma niente da
fare. Il regime degli Ayatollah non molla, ha respinto la proposta Usa
racchiusa in 14 punti. Vuole prima trattare le condizioni per una tregua
duratura e poi, ma solo dopo, affrontare il blocco dello Stretto di Hormuz e il
programma di ricerca nucleare. Donald Trump si getta sul suo social Truth e
scrive un commento telegrafico, ma tagliente: «Ho appena letto la risposta dei
cosiddetti rappresentanti dell’Iran. Non mi piace: totalmente inaccettabile».
Sono le 10 del
mattino in Florida. Meglio distendersi con una nuova partita a golf nei campi
del suo enorme resort di Mar-a-Lago, apparire rilassato e sorridente come era
accaduto poche ore prima quando, sempre grazie al contributo dell’Ia, aveva pubblicato una foto mentre stava a mollo, in
costume da bagno, nel Lincoln Memorial, davanti alla Casa Bianca. Con lui, Marco Rubio, il genero Jared Kushner e
l’immobiliarista Steve Witkoff. Gli ultimi due dovevano volare a Islamabad per
il secondo round di trattative. Ma i segnali dal Pakistan spingevano al
pessimismo. Meglio trattenerli negli Usa e farli incontrare con l’emiro Tamim
Bin Hamad al-Thani, di rientro da Washington e dirottato anche lui a Miami. Il
primo ministro del Qatar aveva già anticipato le brutte notizie al segretario
di Stato, ora suggerisce pazienza e perseveranza.
L’Iran considera
“eccessive” le richieste Usa: accettarle, riferisce la televisione di stato
Press Tv, «avrebbe significato la sottomissione di Teheran». Il regime insiste:
«Riparazioni di guerra da parte degli Usa, sovranità sullo Stretto di Hormuz,
fine delle sanzioni e rilascio dei beni e delle proprietà sequestrati al
Paese». La pagheranno, pensa Trump: scrive di nuovo su Truth. «Ridevano del
nostro Paese, ora di nuovo grande. Non rideranno più!». Nella foga ha parole di
fuoco anche contro l’ex presidente Barack Obama. Lo accusa di aver sottoscritto
l’accordo sul nucleare che il tycoon aveva stracciato appena eletto, rinfaccia
a Teheran i 1,7 miliardi di dollari in contanti trasportati in Iran dopo
l’intesa.
Frustrato e
perdente, Trump questa volta capisce però che la sua tecnica negoziale non ha
funzionato. Non fa breccia nella sofisticata arte della trattativa
mediorientale e deve volare a Pechino con la valigia vuota. Non ha neppure una
bozza d’intesa per frenare il tracollo economico e finanziario che sta colpendo
tutto il mondo. Non ha nulla da offrire al presidente cinese Xi Jinping. Ed è in torto, almeno nella forma a cui tengono
molto i leader cinesi. Dopo aver chiesto di rinviare di un mese la riunione già
fissata a causa della guerra che lui aveva scatenato assieme al grande alleato
Benjamin Netanyahu, il presidente statunitense si presenta all’appuntamento a
mani vuote.
I due leader
mondiali si erano incontrati l’ultima volta nell’ottobre 2025 in Corea del Sud
per affrontare il tema dei dazi. Il vertice era andato bene, Trump ne era
uscito soddisfatto e concordato percentuali più eque sulle tariffe delle
esportazioni cinesi. «XI é un grande amico», aveva commentato con il suo usuale
slancio emotivo. Ma adesso c’è la guerra che sta mettendo in ginocchio
l’economia mondiale, l’indice di gradimento del presidente Maga è crollato al
30 per cento. E gli americani che hanno creduto in un’America più grande
scoprono di essere più deboli.
Persino la Cina
risente del rischio stagnazione. L’Iran é un solido alleato, gli garantisce il
petrolio per le sue industrie. Il blocco di Hormuz ha quasi dimezzato le
forniture. Pechino ha già avviato il piano B ed é ricorso al carbone. Ma c’è un
secondo aspetto, non secondario, che rafforza la posizione di Xi al tavolo negoziale. Il conflitto con Teheran ha
mostrato la vulnerabilità degli Usa. Lo pensano in molti tra gli analisti
militari cinesi. Trump, nonostante neghi e si infuri contro chiunque lo dica,
ha perso la guerra con l’Iran. Non é riuscito a distruggere i siti nucleari e
il regime degli ayatollah ha ancora i 441 chili di uranio arricchito al 60 per
cento. Sono nascosti in profondità nella centrale di Isfahan, l’ultimo luogo
dove gli ispettori Iaea sapevano essere conservati.
Gli iraniani sarebbero in grado di realizzare una bomba nucleare. Ma ci
vorrebbero mesi. Non settimane o addirittura giorni come si ostina ancora
adesso a dire il presidente Usa. Ed è questa la carta che il regime giocherà solo
all’ultimo, con la pace dichiarata e le
condizioni per l’apertura dello Stretto di Hormuz definite.
Con il leader
cinese, Trump affronta le 5 B: Boeing, carne bovina, soia, creazione di un
consiglio per gli investimenti e un consiglio per il commercio. Pechino
contrappone i suoi 3T: dazi, tecnologia e Taiwan. Xi
Jinping gioca in vantaggio. Sa che gli Usa non sono in grado di fronteggiare
l’ennesimo conflitto di fronte all’annessione forzata dell’isola rivendicata da
Pechino. E hanno speso molti soldi: Pete Hegseth, segretario alla Guerra parla
di 25 miliardi di dollari. Pesano i costi per i missili
Tomahawk e Patriot: dall’inizio della guerra ne sono stati lanciati 2 mila. E ogni missile Usa costa 4 milioni di dollari, a
differenza dei droni iraniani, così letali nelle ritorsioni contro le basi Usa
e i paesi del Golfo, che ne costano “solo” 25 mila. Anche per questo Trump
gioca una mossa disperata: ordina nuove sanzioni contro le aziende presenti in
Cina e a Hong Kong accusate di fornire all’Iran attrezzature militari e di
intelligence.
Certo, soffre
anche l’Iran. Più che gli impianti nucleari sono stati colpiti industrie e
stoccaggi petroliferi. La crisi che aggrediva già prima del 28 ottobre
l’economia iraniana adesso ha colpito vaste sacche della popolazione attiva.
Persiste il blocco di Internet e questo si stima sia costato finora 80 milioni
di dollari al giorno tra perdite dirette e indirette. Senza più collegamenti è
difficile svolgere qualunque operazione quotidiana. Sono almeno un milione i
posti di lavoro persi. Le principali aziende tecnologiche hanno dovuto
licenziare in tronco un terzo dei propri dipendenti. Cosi
Digikala, leader nel settore, e Kamps, azienda di
e-commerce che ha annunciato la chiusura definitiva. La principale piattaforma
per ricerca di lavoro ha registrato il 25 aprile scorso un numero record di
318mila curriculum inviati in un solo giorno: il 50 per cento in più
dell’ultimo primato.
Su questo, sul
declino dell’economia iraniana in definitiva punta Trump. Nonostante tutto
continua a dire che «la guerra é finita» perché vuole uscire dal pantano in cui
é immerso. Ma il suo amico Netanyahu lo esorta a continuare. Per vincere le
elezioni di novembre in Israele, Bibi ha bisogno di una vittoria. E adesso la
cerca in Libano radendo al suolo decine e decine di villaggi. Il modello è
Gaza, ha ripetuto il suo ministro della Difesa Israel Katz. Mentre Trump
insiste con l’Iran. «Spero che fallisca. Sapete perché? Perché voglio vincere»
***
(Daniele
Mastrogiacomo www.lespresso.it -
Per anni firma di punta del quotidiano La Repubblica, ha seguito grandi vicende
internazionali rischiando anche la fucilazione in Afghanistan e liberato dopo
una vasta campagna giornalistica mondiale. Ora scrive per il settimanale
L'Espresso)