Qui Teheran: prima i soldi poi la pace vera. Ristori e petrolio sono il cuore dell’intesa 

di Daniele Mastrogiacomo - L'Espresso

 

Pace in cambio di dollari. Una tregua comprata, più che conquistata. I fondi congelati e i risarcimenti per i danni di guerra restano i capitoli principali dei 14 punti del “Memorandum d’intesa” raggiunto tra Stati Uniti e Iran. Si tratta dei 300 miliardi che Teheran otterrà come aiuto economico da Paesi terzi, probabilmente le ricche petromonarchie del Golfo, e l’altra manciata di decine di miliardi che ricaverà della libera vendita di greggio. Gli Stati Uniti si sono impegnati a sospendere le sanzioni imposte al regime degli Ayatollah sin dal 1979 e a ripristinare tutte le licenze. Cioè garantire a Paesi come Cina, India, Qatar, Corea del Sud e Giappone, di poter pagare il petrolio senza subire ritorsioni.

 

Rimasto sospeso in un limbo di incertezza fino all’ultimo, reso fragile dalle roboanti minacce di Donald Trump e dalle reazioni risentite del presidente del Parlamento iraniano e capo negoziatore Mohammad Bager Ghalibaf, l’accordo alla fine ha retto anche alle bordate di Benjamin Netanyahu che insisteva nei bombardamenti massicci in tutto il Sud del Libano. Il presidente americano ha perso la pazienza e lo ha pubblicamente denigrato: «A volte si agita un po, ma alla fine farà tutto quello che voglio io».

 

Chiusi nell’iconico resort di Bürgenstock, vicino a Lucerna (Svizzera) le delegazioni Usa e iraniana hanno discusso per oltre 40 ore soprattutto di business. Senza mai incontrarsi –  neanche una foto o una distratta stretta di mano – grazie alla mediazione del Pakistan e del Qatar, hanno deciso di rinviare a una fase successiva dei 60 giorni previsti di trattative il controverso tema del nucleare. Le vere emergenze del momento sono la riapertura dello Stretto di Hormuz e l’afflusso di denaro liquido nella casse vuote degli Ayatollah.

 

La reazione di Netanyahu all’ennesimo lancio di missili da parte di Hezbollah per i continui bombardamenti israeliani ha rotto il sottile filo del dialogo. L’incontro è stato sospeso e gli iraniani hanno chiuso di nuovo Hormuz. I mercati sono andati nel panico, il prezzo del petrolio ha iniziato a oscillare, tutte le cancellerie impegnate nelle trattative hanno faticato per ricomporre la rottura. Israele era scioccato per gli attacchi pubblici da parte di Trump. La campagna per le elezioni d’autunno è in pieno svolgimento. E il tycoon ha ricordato che senza gli Usa, lo Stato ebraico non ci sarebbe più, che si è isolato nel mondo, che 2/3 delle armi che utilizzano nei sette fronti di guerra sono americane e che quanto sta accadendo in Cisgiordania e Libano «è inammissibile».

 

«Accendete i motori, che il petrolio torni a scorrere», aveva annunciato entusiasta Trump. Quello slogan restava il mantra prioritario del negoziato tecnico. Contava il business. Non è stato facile neanche per l’Iran accettare il Memorandum. Il regime è diviso tra l’ala dura dei pasdaran e quella più realista che punta sulla diplomazia. La guida suprema Mojtaba Khamenei aveva già espresso le sue riserve, ma aveva anche ribadito la sua piena fiducia al capo delegazione Ghalibaf. Quindi aveva punzecchiato Trump con un post su X dicendo che il leader Maga aveva accettato la sospensione delle ostilità «per disperazione». La risposta è stata immediata e tagliente: «Non ci siamo incontrati per disperazione. L’ha fatto l’Iran. Sono finiti! Porteremo avanti i 60 giorni. Non riceveranno un soldo, neanche dieci centesimi!».

 

Donald Trump deve fare i conti con i suoi incubi. Ha davanti lo spettro dell’accordo firmato da Barack Obama nel 2015. Il Jcpoa da lui definito «pessimo»: aveva garantito per dieci anni una relativa pace in Medio Oriente. Stracciarlo, come ha fatto appena eletto, ha rotto un equilibrio che adesso lui vuole ricreare.

 

La realtà si è subito imposta con il pragmatismo iraniano. Per controllare il “ribelle” israeliano, Pakistan e Qatar hanno proposto la creazione di una “cellula di de-escalation” per il Libano. Prevede la creazione di una linea di comunicazione, una sorta di telefono rosso, tra Usa e Iran. Entrambi la useranno per controllare i propri alleati. Teheran per Hezbollah, Washington per Netanyahu. I soldi, la questione dei beni congelati e i risarcimenti sotto forma di aiuti umanitari, a quel punto sono stati il cuore del confronto. C’è da definire la forma e la destinazione ufficiale di questo vero tesoro. Il piano, secondo il Wall Street Journal, non è stato ancora completato. L’Iran avrebbe l’accesso ai suoi 100 miliardi di dollari in contanti congelati nelle banche di tutto il mondo, a cominciare dai 6 conservati in Qatar. Verrebbero restituiti per acquistare cibo, medicinali e altri beni umanitari ordinati dalla Banca Centrale iraniana con denaro prelevato dai beni sotto custodia. Del resto, come ha riconosciuto lo stesso Trump, si tratta di soldi iraniani e a loro vanno restituiti. Per salvare la faccia, gli Usa pensano di usare lo stesso meccanismo per la prima tranche dei 24 miliardi di dollari di fondi di cui Teheran ha assolutamente bisogno. La crisi economica incombe, la rivolta dei “bazaari” potrebbe riesplodere da un momento all’altro.

 

Del nucleare, capitolo scottante, se ne occuperà l’Aiea, l’Agenzia Onu di Vienna. L’idea degli ispettori, che L’Espresso ha contattato, è di ricorrere al “down-blanding”, una tecnica di diluizione del materiale fissile. I 440 kg di uranio arricchito al 60 per cento, vera ossessione degli israeliani, saranno recuperati e diluiti con l’isotopo di uranio 235 che ridurrà il loro potenziale tra il 3,5 e il 5 per cento, adatto per scopi civili. Non è semplice: sarà necessaria la collaborazione degli iraniani, bisognerà entrare nei depositi sotterranei e spostare l’uranio sotto forma gassosa in cilindri più grandi. L’Iran vuole conservare la sua migliore arma di dissuasione in casa, gli Usa sono contrari. Vorrebbero assicurarsi quel carico o farlo portare in Kazakistan dove l’Aiea ha una base.

***

(Daniele Mastrogiacomo www.lespresso.it - Per anni firma di punta del quotidiano La Repubblica, ha seguito grandi vicende internazionali rischiando anche la fucilazione in Afghanistan e liberato dopo una vasta campagna giornalistica mondiale. Ora scrive per il settimanale L'Espresso)