Gli Stati Uniti calpestano l'Onu? Ma Guterres risponde a Trump, con calma e i guanti addosso 

di Stefano Vaccara - La Voce di New York

 

NEW YORK - Di fronte alla decisione della Casa Bianca di ritirare gli Stati Uniti da decine di entità e meccanismi legati alle Nazioni Unite — bollati come “woke” — la risposta del Segretario generale António Guterres, letta dal suo portavoce Stéphane Dujarric nel briefing dell’8 gennaio, è apparsa prudente. Troppo prudente. Quasi anestetizzata. Come se l’ONU avesse scelto di ridurre una scelta politica dirompente a un problema di contabilità e procedure.

 

La dichiarazione ufficiale “deplora l’annuncio” e ribadisce un concetto giuridico: i contributi obbligatori al bilancio regolare e al peacekeeping sono “un obbligo legale previsto dalla Carta delle Nazioni Unite.” Poi assicura che “tutte le entità delle Nazioni Unite continueranno ad attuare i mandati loro assegnati” e che l’ONU proseguirà “con determinazione.” È una risposta ordinata, istituzionale, perfetta per una nota interna. Ma fuori da quel linguaggio neutro c’è la sostanza: un membro fondatore, e potenza guida del sistema, che decide di smontare pezzo per pezzo l’idea stessa di cooperazione multilaterale, presentandola come una minaccia alla sovranità americana.

 

Durante il briefing, le domande dei giornalisti hanno provato a spostare l’asse dal denaro al significato politico. Quanto pesa questa scelta sull’autorità morale dell’ONU? Che effetto avrà sulla fiducia degli altri stati membri? Che messaggio manda al mondo un’America che tratta le istituzioni internazionali come un menù “a la carte”? Dujarric è rimasto sul binario della calma gestionale: “il nostro lavoro continua”, “continuiamo ad andare avanti con determinazione.” E quando gli è stato chiesto se la decisione abbia sorpreso Guterres, la risposta è diventata quasi una filosofia della rassegnazione: il Segretario generale — ha detto — è “calmo e determinato”.

 

Ma qui sta il punto. Quella calma rischia di essere letta come timidezza politica. Non perché l’ONU debba “urlare” o rispondere con invettive, ma perché questo non è un episodio qualunque: è un attacco frontale a ciò che l’ONU rappresenta. Se Washington indica come nemici il clima, i diritti, le politiche di genere, la protezione dell’infanzia, la cooperazione su migrazioni e sviluppo, non sta semplicemente tagliando fondi: sta delegittimando l’idea che esistano responsabilità comuni e regole condivise.

 

Nel briefing si è parlato molto di arretrati e obblighi. Dujarric ha confermato che gli Stati Uniti non hanno pagato nel 2025 e ha ricordato l’Articolo 19 della Carta ONU, che prevede la perdita del voto in Assemblea Generale per chi accumula arretrati. Ma anche qui, l’argomento rischia di essere un diversivo: la questione non è solo se l’America pagherà o perderà un voto. È se l’America sta dicendo al mondo che l’ordine multilaterale è opzionale, negoziabile, sacrificabile.

 

Durante il briefing, ho posto a Dujarric una domanda che cercava di andare oltre il linguaggio prudente della diplomazia: perché Guterres non si toglie i guanti con Trump, cosa ha ormai da perdere a meno di un anno dalla fine del suo incarico? Perché non cerca di parlare direttamente all’opinione pubblica americana? Perché questa risposta sembra scritta per i tecnici, non per le persone? Dujarric ha tagliato corto con una battuta che è piena di significati: “Stefano, se c’è un necrologio per il multilateralismo, puoi scriverlo tu. António Guterres non lo scriverà”.

 

È una frase che riassume tutta la strategia difensiva del Palazzo di Vetro: non “drammatizzare”, non nominare la frattura, non trasformare la crisi in un appello politico.

 

Ma non è proprio ciò che invece servirebbe con Trump, che rispetta solo la forza? Guterres è negli ultimi mesi del suo mandato, e se c’è un capitale politico che potrebbe spendere adesso è quello della parola chiara. Non per fare propaganda contro un presidente americano, ma per difendere il principio che ha tenuto insieme il mondo dal 1945: la cooperazione come alternativa alla legge del più forte. Il rischio, altrimenti, è che l’ONU continui a “fare il suo lavoro” mentre il terreno sotto i suoi piedi viene scavato. Con calma. Per essere seppelliti tutti con i guanti ancora addosso.

***

(Stefano Vaccara www.lavocedinewyork.com- Giornalista e scrittore. Nato e cresciuto in Sicilia, laurea a Siena, master a Boston. L'incontro col giornalismo avviene in America con Il Giornale di Montanelli, America Oggi e USItalia weekly. Dal Palazzo di Vetro oggi racconta l’ONU dopo aver fondato e diretto La Voce di New York dal 2013 al 2023)