La Germania
si sveglia: più eolico e auto elettriche per abbandonare il gas
di Luca
Pagni - Vaielettrico
La Germania
ha adottato un nuovo e
ambizioso programma di protezione del clima. Il governo tedesco ha approvato un
piano da 8 miliardi di finanziamenti aggiuntivi, nei
prossimi quattro anni, per accelerare la riduzione delle emissioni. Un piano
strutturato, che contiene 67 misure e punta a risparmiare 27 milioni di
tonnellate di CO₂ entro il 2030.
In
controtendenza con la Commissione europea, che sta smontando una parte del Green deal che doveva costituire
l’architrave del rilancio economico post Covid, la Germania torna sulla
strada della decarbonizzazione. Lo fa, non a caso, dopo la nuova crisi
energetica provocata dall’intervento militare di Stati Uniti e Israele contro
l’Iran. Riproponendo il tema dell’eccessiva dipendenza del gas, come elemento
di destabilizzazione della crescita economica e della lotta al cambiamento
climatico.
Dopo
l’approvazione in Consiglio dei ministri, il ministro dell’Ambiente Carsten
Schneider ha così spiegato il nuovo intervento. “Il piano persegue tre
obiettivi: dare nuovo slancio alla politica climatica, ridurre la
polarizzazione sociale sul tema e sostenere un’economia gravata dagli alti
costi di petrolio e gas“.
In concreto, il piano consentirà inoltre di risparmiare quasi 7
miliardi di metri cubi di gas naturale e circa 4 miliardi di litri di
benzina entro il 2030. Gli investimenti saranno indirizzati verso le
rinnovabili (nuovi impianti eolici), l’auto elettrica (con nuovi
incentivi), i biocarburanti e la decarbonizzazione dell’industria.
Il vento
come leva principale: oltre 12 GW in più
Fra tutti i
settori, quello dell’energia eolica è chiamato a fornire il contributo più
sostanzioso. I principali fattori trainanti del programma sono gare
aggiuntive per capacità eolica onshore per oltre 12 GW. Le nuove
installazioni eoliche dovrebbero consentire riduzioni delle emissioni di 6,5
milioni di tonnellate di CO₂ equivalenti nel 2030 e abbassare i prezzi
all’ingrosso dell’energia elettrica di almeno 6 euro per megawattora.
Si tratta di
un’accelerazione decisa rispetto a un percorso già avviato. Due riforme
riguardano specificamente il settore eolico: per gli impianti a terra sono
definiti obiettivi di utilizzo del territorio per ogni Stato federale, con
disposizioni che consentono ai singoli Länder di designare ulteriori aree per
parchi eolici. Per l’offshore, la Germania punta ad almeno 30 GW di potenza
totale al 2030.
Rilancio
per auto elettriche e trasporto pubblico
Il trasporto è
da anni il “figlio problematico” dell’Energiewende
tedesca. Il settore dei trasporti ha costantemente superato i propri
obiettivi di emissioni di CO2 fissati dalla legge sul clima nei due anni
precedenti al 2023. E sarà difficile recuperare dopo il 2030 senza misure
drastiche. Il nuovo programma interviene su più fronti. La modifica
prevista alla legge sull’elettromobilità è all’ordine
del giorno della Conferenza dei Ministri dei Trasporti. Una proposta prevede
l’estensione della legge oltre la fine del 2026 e il suo ulteriore sviluppo,
inclusa la possibilità di estendere l’ammissibilità ai veicoli elettrici
usati e di concedere ai comuni maggiore flessibilità per introdurre
schemi di incentivazione aggiuntivi.
Sul fronte del
trasporto pubblico ci sono ulteriori novità. Per esempio, garantire il
finanziamento a lungo termine del “Deutschlandticket”,
l’abbonamento nazionale che consente viaggi illimitati sui servizi locali e
regionali a tariffa mensile fissa. Fino al 2030 potrebbe ridurre le
emissioni di circa un milione di tonnellate di CO₂ all’anno, equivalenti
a circa 435 milioni di litri di benzina.
Industria:
3 miliardi per elettrificare i processi produttivi
Il settore
industriale è l’altro grande cantiere del piano. Il programma prevede ulteriori
2,9 miliardi di euro di sussidi per progetti di elettrificazione
dell’industria. Un impegno che si inserisce in una strategia più ampia, già
avviata con i cosiddetti “contratti climatici per differenza”. Uno
strumento messo a disposizione dal governo di Berlino a favore
dell’industria energivora tedesca per aiutarla a decarbonizzare le proprie
attività. Per ridurre drasticamente le emissioni di CO₂ in industrie di
base come l’acciaio, il cemento, la carta, il vetro e i prodotti chimici, sono
necessari processi produttivi completamente nuovi, la cui introduzione
costa spesso miliardi di euro.
Le
critiche: non abbastanza, ma nella giusta direzione
Il piano non
ha convinto del tutto gli esperti indipendenti del clima. Climate Action Tracker valuta complessivamente la politica
climatica tedesca come “insufficiente” rispetto agli obiettivi dell’accordo
di Parigi. Segnalando che la nuova coalizione di governo composta da CDU e SPD
non ha inserito nel contratto di coalizione misure aggiuntive ambiziose per
raggiungere l’obiettivo di riduzione delle emissioni per il 2030.
La Germania,
la più grande economia d’Europa, si era data obiettivi climatici ambiziosi per
legge: il Paese è impegnato per legge a raggiungere la neutralità dai
gas serra entro il 2045. Con una riduzione delle emissioni di almeno il 65%
entro il 2030 rispetto ai livelli del 1990 e di almeno l’88% entro il 2040.
Ma il percorso verso questi traguardi si stava rivelando più accidentato del
previsto. Secondo le stime dell’Agenzia federale per l’ambiente (UBA), la Germania
è sulla buona strada per ridurre le emissioni del 62,6% entro il 2030,
lasciando però ancora un divario di circa 30 milioni di tonnellate di CO₂
equivalenti.
In Italia,
gli industriali chiedono di tornare indietro
Ben diverso
il clima in Italia, dove si moltiplicano le richieste per abbandonare
– o limitare – il passaggio alla transizione green. L’ultimo in ordine
di tempo è l’intervento contro gli Ets, la cosiddetta tassa per le
emissioni della CO2 , pilastro Ue per la
decarbonizzazione del sistema economico. La richiesta è arrivata da Grazia
Verdi, presidente di Confindustria Ceramica e presidente della Cet, la federazione europea delle imprese del settore.
Verdi ha
riproposto la linea del “primum vivere”, tipico della fasi di crisi internazionali. “Siamo in una fase
emergenziale con un contesto internazionale complesso che ci impone di essere
concreti in nessun posto al mondo il costo della CO2 è così alto come da noi,
l’Europa ha poi i prezzi dell’energia più alti del mondo. Senza alternative
tecnologiche effettive – prosegue – l’Ets da meccanismo di mercato si
è trasformato in una imposta con un valore lasciato determinato dalla finanza
speculativa, che sottrae risorse alle imprese rendendo impossibile
la necessaria ricerca e gli investimenti. Questo sistema mette a rischio le
nostre imprese, bisogna agire subito“.
Punto di vista
rispettabile, ma un po’ miope la strategia. In Realtà, i costi degli Ets
non vanno oltre il 10% del totale, mentre il peso del gas in bolletta diventa
sempre più alto a ogni crisi geopolitica. La decarbonizzazone,
favorita proprio da politiche come gli Ets, elimina la dipendenza dai
fossili e dalla volatilità dei prezzi. Oltre a combatter il cambiamento
climatico. Anche questo è “primum vivere”
***
(Luca Pagni
è stato per anni redattore di punta del quotidiano "la Repubblica".
Ora lavora per "Vaielettrico")