La
libertà di stampa è in pericolo anche nelle democrazie. Fa passi indietro in
tutto il mondo
"The Economist"
LONDRA
- Nel novembre 2024, in Serbia, la tettoia di una stazione ferroviaria crollò
uccidendo 16 persone. Era stata costruita male e la colpa, molto probabilmente,
era della corruzione. Dopo l’incidente, il paese fu scosso da forti proteste, raccontate da un giornalista indipendente. Alcuni
manifestanti furono aggrediti da gruppi di picchiatori sotto gli occhi della
polizia. Altri furono picchiati direttamente dai poliziotti.
Secondo
l’associazione dei giornalisti indipendenti serbi, nel 2025 il paese ha
registrato almeno 91 aggressioni ai giornalisti. Jelena Petković,
specializzata nella sicurezza dei mezzi d’informazione, sottolinea che
raramente i colpevoli sono puniti e “questo incoraggia i crimini contro i
giornalisti”. Oggi la Serbia ha tutte le caratteristiche di una democrazia. E
non chiude in carcere i giornalisti per quello che scrivono. Ma le autorità
trovano mille modi di complicargli la vita e il lavoro se non sostengono il
governo.
Negli
ultimi anni il sito di giornalismo d’inchiesta Krik, che ha denunciato
spesso la corruzione nel governo serbo, è stato colpito da più di trenta
denunce, di cui 17 ancora in corso. Il direttore Stevan Dojčinović ha
dovuto trascorrere fino a cinque giorni al mese in tribunale. Le testate
ufficiali lo accusano di essere al soldo della Cia e del miliardario George Soros. Qualcuno ha diffuso una serie di immagini false che lo
ritraggono in compagnia del capo di una banda criminale, insieme a fotografie
reali della sua vita privata, con il chiaro obiettivo di metterlo in imbarazzo.
“È
stato molto pesante”, ammette il giornalista. In Serbia tutte le emittenti
terrestri sono controllate dallo stato o da amici del presidente populista di
destra Aleksandar Vučić e devono assecondarlo. Il consulente esperto
d’informazione Zoran Kusovac racconta che una sua amica ha divorziato dal
marito, un redattore televisivo, anche perché era esasperata dalle telefonate
notturne che riceveva da Vučić.
In
tutto il mondo la libertà di informazione sta facendo passi indietro. Nell’indice creato dall’ong Reporter senza frontiere (Rsf), il punteggio globale è
calato costantemente dal 2014, passando da 67 su cento (il livello attuale
degli Stati Uniti) a meno di 55 (quello della Serbia). “Per la prima volta da
quando esiste l’indice segnala che le condizioni di chi fa giornalismo sono
‘difficili’ o ‘molto difficili’ in più di metà dei paesi del mondo, mentre
raggiungono un livello ‘soddisfacente’ solo in un paese su quattro”, si legge
in un rapporto di Rsf.
Altre
organizzazioni hanno rilevato tendenze simili. I dati di v-Dem, un progetto di ricerca
con base in Svezia, indicano che in media la libertà di stampa nel mondo è
molto diminuita dal 2004, passando da un punteggio di 0,66 (in una scala da 0 a
1) a 0,49, sostanzialmente la differenza che c’è oggi tra il Messico e l’India,
governata da un partito nazionalista indù.
Nessuna
vera notizia
Il
declino più netto non c’è stato nei paesi governati da una dittatura (dove il
giornalismo è da tempo quasi impossibile), ma in quelli che ancora si dicono
democratici. Di solito questi non cercano di soffocare del tutto le critiche,
ma manipolano gli incentivi per i giornalisti in modo che alla gente comune
arrivino di continuo elogi al potere e solo ogni tanto qualche critica. Lo
scopo è proteggere chi è al potere e ridurre ogni forma di controllo sui suoi
abusi.
Un’analisi
dell’Economist ha trovato un forte legame tra la corruzione e la pressione sui
mezzi d’informazione. Esaminando i dati raccolti da v-Dem relativi a un periodo
di ottant’anni in circa 180 paesi, abbiamo scoperto che una riduzione della
libertà di informazione in un dato paese di solito indica che in futuro la
corruzione diventerà più grave . Questa corrispondenza
resta valida anche al netto dei livelli corruzione del passato e del presente,
dell’oscillazione dei redditi e delle tendenze globali.
Non
si tratta di una semplice coincidenza di aspetti negativi. La nostra analisi è
temporale, dunque verifica se il cambiamento in una delle due variabili possa
anticipare una modifica futura di un’altra variabile. Nel linguaggio statistico
si chiama “causalità di Granger”, e nelle nostre ricerche ne abbiamo trovata in
abbondanza.
Senza
giornalisti in grado di indagare liberamente, per le autorità è più facile
intascare bustarelle o fare favoritismi senza
incontrare opposizione. Il rapporto statistico è consistente: ipotizzando un
contesto in cui tutti gli altri fattori sono uguali, un paese in cui la libertà
di stampa passa dal livello del Canada (78) a quello dell’Indonesia (44) subirà
un percepibile aumento della corruzione.
Paure
e favori
A
quanto pare si tratta di un circolo vizioso: l’incremento della corruzione,
infatti, è a sua volta un buon indicatore di una futura riduzione della libertà
dei mezzi d’informazione, forse perché quando le persone al potere hanno molto
da nascondere, hanno un motivo in più per tenere a bada i “ficcanaso”.
“Se
indaghiamo sulla corruzione, i nostri giornalisti vengono presi di mira”,
spiega Wahyu Dhyatmika, amministratore delegato di Tempo Digital, una testata
indipendente indonesiana. A un giornalista è stata recapitata la testa di un
maiale, mentre altri hanno ricevuto decine di consegne di pasti che non avevano
ordinato, un modo per ricordargli che i potenti su cui stavano indagando
sapevano perfettamente dove trovarli.
Questo
circolo vizioso inoltre amplifica i danni, perché il costo delle cattive scelte
politiche si manifesta solo gradualmente. Le istituzioni
quindi possono contare sull’inerzia: secondi i calcoli dell’Economist
dopo una stretta sui mezzi d’informazione ci vogliono in media circa quattro
anni prima che emerga appena metà dell’aumento della corruzione. Questo
significa che se oggi un leader politico mette la museruola alla stampa, gli
elettori percepiranno un aumento dell’attività illecita solo dopo le prossime
elezioni.
Un’altra
dinamica importante è quella in cui a causa della riduzione della libertà dei
mezzi d’informazione, le élite tendono a preoccuparsi meno di giustificare le
loro scelte politiche. Anche questo succede di solito prima che si noti
l’aumento della corruzione. Queste tendenze favoriscono l’ascesa globale del
populismo, un movimento che si affida più alle emozioni che alla ragione. I
leader populisti, di solito, cercano in ogni modo di indebolire il sistema
istituzionale di controlli e contrappesi che regola il loro potere, compresi i
mezzi d’informazione. E questo favorisce la corruzione e gli abusi.
In
complesso, l’analisi statistica dell’Economist ha rilevato che le politiche
populistiche, la corruzione e gli attacchi ai mezzi d’informazione indipendenti
non solo vanno di pari passo, ma si rafforzano a vicenda. I governi che
imbavagliano la stampa oggi, governeranno peggio domani.
Su
questa china pericolosa ci sono molti paesi. “Un grande cambiamento degli
ultimi anni è l’adozione in paesi teoricamente democratici di tecniche usate di
solito dai regimi autoritari”, sottolinea Jodie Ginsberg, a capo del Committee
to protect journalists,
un’organizzazione non profit. Queste tecniche, che non si spingono fino
all’incarcerazione e all’omicidio dei giornalisti, tendono a rientrare in tre
categorie principali: retoriche, legali ed economiche.
Il
trucco retorico consiste nel sostenere che i giornalisti siano una minaccia per
la nazione. I regimi autoritari usano da tempo questo metodo, imitati ora anche
dai leader eletti. Vučić descrive gli articoli e i servizi sgraditi
come “atti di puro terrorismo”, mentre il presidente argentino Javier Milei ripete spesso lo slogan “non odiamo abbastanza i giornalisti”. In India, i sostenitori del partito al potere chiamano
i giornalisti critici con il governo presstitutes (un
incrocio tra press, stampa, e prostitutes,
prostitute).
Di
recente Donald Trump ha definito “sovversivo e forse addirittura un tradimento”
il fatto che il New York Times abbia pubblicato
documenti “falsi” per “diffamare e sminuire il presidente degli Stati Uniti”. E
ha aggiunto che i giornalisti “sono nemici del popolo e dovremmo intervenire”.
La Casa Bianca diffonde regolarmente una lista di “delinquenti
dell’informazione” con i nomi dei giornalisti che secondo l’amministrazione
sono bugiardi, incapaci e “pazzi di sinistra”.
Questa
retorica, senza precedenti per un presidente degli Stati Uniti, compromette
ulteriormente un’atmosfera già difficile per i giornalisti. Secondo l’istituto
di sondaggi e analisi Gallupp, la fiducia degli
statunitensi nei mezzi d’informazione è ai minimi storici. Solo l’8 per cento
dei repubblicani è convinto che i giornalisti facciano il loro lavoro in modo
equo e accurato. Nel 2007, l’anno in cui è stato presentato il primo iPhone ed è
cominciata l’epoca del rage-bait (la tendenza a
provocare e sfruttare la rabbia degli utenti), la percentuale era del 33 per
cento.
Vedendo
Trump demonizzare i giornalisti, altri leader si sentono autorizzati a fare lo
stesso, spiega Ginsberg. “Il metodo di Trump è adottato dai leader di tutto il
mondo”, conferma Thibaut Bruttin, segretario generale di Reporter senza
frontiere.
L’aggressività
dei vertici politici può spingere le orde digitali ad accanirsi sui reporter.
Le donne sono le più colpite: uno studio globale condotto dall’Unesco rivela
che il 75 per cento delle giornaliste ha subìto abusi online, mentre il 42 per
cento riferisce di aver dovuto affrontare di persona aggressioni o minacce di
violenza. Quando alle vittime viene chiesto chi ha istigato gli attacchi nei
loro confronti, la risposta più comune (a parte gli sconosciuti) è “i
politici”.
In
quasi tutte le democrazie del mondo la libertà d’espressione è garantita dalla legge, dunque per i governi dovrebbe essere difficile usare
il diritto penale come arma contro i giornalisti. Ma ci sono delle alternative.
Una è usare il diritto civile.
Negli
ultimi anni in Europa sono aumentate sensibilmente le cause di milionari che
hanno il solo obiettivo di mandare in bancarotta i giornalisti sgraditi o
mettere sotto pressione le pubblicazioni. Un rapporto del 2023 ha contato
più di 800 procedimenti di questo tipo, sottolineando che si trattava “solo
della punta dell’iceberg”. Trump ha adottato questa tattica facendo causa (tra
gli altri) alla Abc, alla Bbc, alla Cnn e al New York
Times, a volte chiedendo risarcimenti di miliardi di dollari.
Un
altro metodo è colpire le società che controllano i mezzi d’informazione
sfruttando leggi che non hanno alcun legame con il giornalismo. A settembre il
governo turco ha assunto il controllo della Can Holding, un conglomerato che
comprende varie emittenti televisive, accusandolo di evasione fiscale e
riciclaggio di denaro. In Tanzania, dove nel 2021 Samia Suluhu Hassan è
diventata presidente promettendo di introdurre riforme liberali, alcuni
giornalisti sono stati arrestati per “tradimento” dopo che si erano occupati
delle evidenti irregolarità nelle elezioni di ottobre del 2025.
Accusandoli
di reati comuni, i governi possono diffondere l’idea che i giornalisti siano
inaffidabili. O possono spaventarli spingendoli ad autocensurarsi. “È difficile
avere una misura di tutti gli articoli che non sono stati scritti e di tutte le
domande che non sono state poste per paura”, sottolinea Ginsberg.
La
tecnologia digitale ha cambiato profondamente il lavoro dei giornalisti,
permettendo a chiunque abbia un telefono di diffondere filmati e immagini
sconvolgenti a un pubblico potenzialmente globale. I regimi autoritari
considerano evidentemente questa tendenza una minaccia, e hanno introdotto
leggi sull’uso di internet che possono trasformarsi in armi contro le voci
critiche. Molti stati condannano la pubblicazione di “notizie false”, che
spesso significa qualsiasi notizia negata dal governo.
In
Zambia una legge criminalizza la “rivelazione non autorizzata” di “informazioni
critiche”, definite come qualsiasi notizia legata “alla sicurezza della
popolazione, alla sanità, alla stabilità economica e alla sicurezza nazionale”.
Secondo
un indice curato dal centro studi statunitense Freedom house, la libertà su
internet si è ridotta in tutto il mondo per quindici anni di fila. Non parliamo
solo degli autocrati che bloccano l’accesso alla rete durante le proteste
(com’è successo in Iran a gennaio) o durante le elezioni (in Uganda nello
stesso mese). L’anno scorso metà dei 18 paesi precedentemente considerati
“liberi” sul piano digitale (su un totale di 72 presi in esame) ha perso parte
di questa libertà.
A
livello mondiale il deterioramento più consistente degli ultimi quindici anni
ha riguardato “la possibilità che le fonti di informazione online siano
manipolate dal governo o da altri potenti”. Molti, oggi, usano l’intelligenza
artificiale per creare storie false favorevoli al governo o siti falsi che
somigliano a quelli delle testate giornalistiche più conosciute.
Il
terzo tipo di coercizione, quella economica, è particolarmente efficace. Questo
perché di solito i governi hanno risorse enormemente maggiori degli editori. In
160 dei 180 paesi esaminati da Rsf, le testate
giornalistiche faticano ad avere una stabilità economica o non ci riescono
affatto.
In
Indonesia la qualità del giornalismo è precipitata durante gli ultimi cinque o
sei anni, “soprattutto a causa della pressione finanziaria”, spiega Dhyatmika,
di Tempo Digital. Gli annunci pubblicitari finanziati dal governo premiano le
testate asservite, mentre gli inserzionisti privati si tengono alla larga dai
mezzi d’informazione più critici per paura di incorrere nella rabbia dei
politici. “Per loro Tempo Digital non è un marchio sicuro, perché facciamo
giornalismo d’inchiesta”.
Quando
i finanziatori o le ong sostengono i mezzi d’informazione indipendenti, i
governi rispondono introducendo leggi contro gli “agenti stranieri”, una
manovra perfezionata da Vladimir Putin. Un’altra strategia è convincere i
milionari vicini al governo a comprare e addomesticare le testate critiche.
Quando
queste tecniche repressive si combinano tra loro, l’effetto può essere
devastante. In India, la democrazia più popolosa del pianeta, i giornalisti
sono teoricamente liberi di scrivere ciò che vogliono, ma chiunque provi a
rivelare gli abusi commessi dai nazionalisti indù del Bharatiya janata party va incontro a una tempesta di azioni ostili.
Abhinandan
Sekhri, capo di Newslaundry, una testata online di Delhi, racconta di aver ricevuto
negli ultimi quattro anni circa ottanta comunicazioni di indagini su di lui o
sulla sua azienda per evasione fiscale. I mezzi d’informazione vicini al
governo denunciano Newslaundry per “diffamazione” e
“violazione delle leggi sul copyright” ogni volta che l’organizzazione critica
la loro parzialità. Gli agenti delle tasse si presentano spesso negli uffici di
Newslaundry, mentre la polizia ha interrogato
ripetutamente Sekhri, una volta per sei ore e un’altra addirittura per tredici.
Sekhri
è difficile da intimidire, perché non ha segreti e non ha una moglie o figli di
cui preoccuparsi. Inoltre è di religione induista e
viene da una famiglia ricca, dunque conosce avvocati
che sono disposti a difenderlo pro bono. Ma gli attacchi sono logoranti. Molti
giornalisti, tra l’altro, sono più vulnerabili di Sekhri alle pressioni.
I
più a rischio “non sono i giornalisti più noti che lavorano a Delhi”, spiega
Sekhri, ma “quelli che scoprono attività criminali commesse da qualche santone
in un piccolo villaggio”. Alcuni di questi potenti locali sono pericolosamente
vendicativi. Jagendra Singh, giornalista che ha
raccontato i presunti legami tra un politico dell’Uttar Pradesh e la “mafia
della sabbia”, un gruppo di criminali che rubava la sabbia dai terreni pubblici
per venderla ai produttori di cemento, è morto a causa delle gravi ustioni
riportate dopo una visita della polizia. Secondo gli agenti si è trattato di
suicidio.
In
India il giornalismo indipendente sopravvive grazie a testate come Wire e Caravan, oltre che sui social network e su YouTube. Ma ogni
giornalista è costretto a fare una scelta: dire la verità accettando la povertà
e i pericoli che ne derivano oppure elogiare il governo garantendosi sicurezza
fisica ed economica?
Quasi
tutte le persone intervistate per questo articolo hanno notato un cambiamento
di rotta della Casa Bianca verso la libertà di stampa. L’ecosistema
dell’informazione interno degli Stati Uniti è abbastanza avanzato e
pluralistico da reggere l’urto, ma la politica statunitense ha un impatto anche
in paesi in cui il giornalismo versa in condizioni più precarie.
Orkhan
Mammad, direttore di Meydan, una televisione
indipendente dell’Azerbaigian sostiene che in passato il presidente Ilham
Aliyev rilasciava a volte dei prigionieri politici a causa delle pressioni di
Washington. Quest’anno, però, le pressioni sono improvvisamente finite. La
famiglia di Trump fa affari con le élite azere, e Aliyev ha astutamente
sostenuto la candidatura del presidente statunitense al premio Nobel per la
pace.
La
democrazia muore nell’oscurità
“Quando
Trump è tornato al potere, nel 2025, Aliyev ha chiuso tutto. Un centinaio di
giornalisti hanno lasciato il paese o sono finiti in carcere. Abbiamo capito
che non potevamo più lavorare con nessuno all’interno del paese, perché sarebbe
stato troppo pericoloso”. Secondo Mammad le tattiche di Aliyev sono “terribili.
Ogni volta che qualcuno viene arrestato, deve consegnare alle autorità computer
e telefono. E il governo pubblica le foto personali che ci trova”.
In
passato gli Stati Uniti finanziavano centinaia di testate indipendenti in paesi
dove le libertà civili sono traballanti, ma Trump ha congelato tutti i fondi,
colpendo anche Meydan. “Ora dobbiamo trovare il modo
di pagare le spese legali dei nostri colleghi, fargli arrivare in carcere da
mangiare e beni di prima necessità”, spiega Mammad. Ad agosto un uomo che Meydan aveva assunto per consegnare provviste ai
giornalisti detenuti è stato arrestato con l’accusa di “contrabbando di
denaro”.
In
alcuni paesi la vita dei giornalisti indipendenti è diventata talmente
difficile che molti, compreso Mammad, hanno deciso di continuare a lavorare
dall’estero. In occasione di una conferenza dei giornalisti in esilio
organizzata a Kuala Lumpur, l’atmosfera era piuttosto cupa. I partecipanti
hanno discusso la difficoltà di fare il proprio lavoro a distanza,
sottolineando che le informazioni sono più difficili da trovare e che i
telefoni possono non essere sicuri.
Dopo
lo scoppio nel 2021 dello scandalo Pegasus, il software spia israeliano usato per controllare
l’attività di molti reporter, è diventato sempre più difficile convincere gli
informatori a parlare con i giornalisti. “Una fonte mi ha detto: ‘Ora so perché
mia moglie ha perso il posto di lavoro statale’”, ricorda Nelson Rauda,
giornalista del Salvador il cui telefono è stato hackerato.
Anche
l’esilio non sempre è una scelta sicura, perché diversi regimi sono in grado di
mettere a tacere le voci critiche a distanza. L’Iran ha assoldato un killer a
New York per assassinare Masih Alinejad, giornalista iraniana che difende i
diritti della donne. Nel 2021 la Bielorussia ha
dirottato un aereo carico di passeggeri per catturare il giornalista dissidente
Raman Pratasevič. Da allora, spiega Mammad, tutti i giornalisti in esilio
si preoccupano ogni volta che devono volare. Oggi Pratasevič, dopo due
anni trascorsi dietro le sbarre, elogia il governo corrotto che lo ha rapito.
***
(The
Economist - Traduzione di Andrea Sparacino per "Internazionale)