PUBBLICATO
DA RUBETTINO
Stefano Cingolani: "Mal di Stato. Il
ritorno della mano pubblica nell'economia italiana"
ROMA - Riportiamo un estratto dell'ultimo
libro di Stefano Cingolani edito da Rubettino
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"Si leva in alto il pugno dello Stato
padrone e la mano invisibile batte in ritirata. Non è più uno stato di
eccezione, non si tratta più soltanto di salvare il salvabile, difendere posti
di lavoro, intervenire per rimediare ai “fallimenti del mercato”, c’è altro e
mette in discussione i principi e le istituzioni fondamentali del sistema
liberal-democratico.
Il nuovo Leviatano soffoca le forze di
mercato, comprime la crescita, ritarda l’innovazione per piegarla alle sue
priorità politiche, ridimensiona il primato della legge, riduce la trasparenza
e la responsabilità dei governi, tende ad affermare l’idea che gli eletti dal
popolo una volta portati al potere non debbano rispondere che a se stessi.
Il libro ricostruisce la nuova stagione
statalista soprattutto in Italia raccontandone le tappe principali e
analizzando gli strumenti utilizzati, lucidando vecchi arnesi e inventandone di
nuovi. La tesi è che questa restaurazione non funziona ed è destinata al
fallimento, ancor più nello specifico caso nazionale. Nel frattempo, però, avrà
creato una montagna di guai.
Da quando e perché quelli che sembravano
pensieri inattuali sono tornati d’attualità? Tre date hanno fatto da
spartiacque.
Le Tre date spartiacque: l’11 settembre 2001;
il 15 settembre 2008, quando fallisce la Lehman Brothers; l’11 marzo 2020,
l’inizio della pandemia prima è l’11 settembre 2001, il giorno in cui finisce
l’invulnerabilità della culla della democrazia post-bellica, cioè gli Stati
Uniti. A quel punto la sicurezza prende il sopravvento, in America e nel mondo
intero, sia sulla libertà individuale sia sullo stesso benessere.
La seconda è il 15 settembre 2008, quando
fallisce la Lehman Brothers e alla velocità di un click sulla tastiera si
diffonde in tutto il mondo la più grave crisi finanziaria mondiale dopo quella
del 1929. La sicurezza economica va al primo posto, ma a essa si unisce anche
la sicurezza politica.
È allora che la Cina si presenta al mondo
come il nuovo motore della crescita e il nuovo modello di un sistema
alternativo a quello americano e occidentale, un modello in cui lo Stato ha
nelle sue mani il destino del popolo (magari è dominato da un solo partito e
dal solo comandante in capo) e in cui la politica prevale sulla legge.
La terza data è l’11 marzo 2020, quando
l’Organizzazione mondiale della sanità dichiara lo stato di pandemia provocata
dal virus Covid-19. A quel punto non sono più in gioco solo la politica, la
religione, l’economia ma la vita stessa. La sicurezza diventa prioritaria al
punto da ridurre, se non sospendere, la libertà di movimento e con essa altre
libertà fondamentali. E lo stato d’eccezione diventa normalità.
[...]
Ma perché prendersela con questo nuovo Stato
e giudicarlo invasivo? Non è forse vero che il ciclo neoliberista s’è infranto
contro l’emergere di forze potenti e minacciose? E non è forse vero che la
globalizzazione ha nutrito i suoi nemici? Il fondamentalismo islamico, la Cina
come potenza mondiale e sfida al primato americano, il ritorno
dell’imperialismo russo, Paesi emergenti che tendono a rifiutare i valori e le
politiche dell’ordine occidentale. Tutto ciò richiede un necessario
ripensamento. Fino a che punto?
[...]
L’Italia interpreta un ruolo importante in
questo copione. Giovanni Gentile ha teorizzato lo Stato etico che parte da
Hegel e arriva a Mussolini. La Repubblica del dopoguerra ha cancellato la base
filosofico-politica, ma ha mantenuto molto di quel passato.
[...]
L’epoca del mercato, delle liberalizzazioni e
delle privatizzazioni è durata poco più di un decennio; si dice che sia stata
una catena di errori, ma non è vero, è stata una ventata di modernizzazione
nelle strutture economiche, nelle regole e nella legislazione. Il suo tramonto
è cominciato quando gli equilibri in alcuni settori fondamentali dell’economia
e della società sono stati decisi con logiche prevalentemente politiche: le
fusioni bancarie del 2006-2007, il duopolio televisivo e la divisione della torta
pubblicitaria, le alterne vicende di Telecom che ha cambiato proprietà a ogni
cambio di governo, lo stop alla liberalizzazione del mercato del lavoro, le
nomine ai vertici delle imprese rimaste nelle mani dello Stato e le loro stesse
strategie (per esempio nell’energia con la scelta di privilegiare il gas
russo), solo per citare alcuni esempi.
Tuttavia la vera svolta neo-statalista data
dalla crisi del debito sovrano nel 2010-2012, quando lo Stato italiano ha
rischiato il crac mettendo in pericolo anche l’esistenza dell’euro.
Oggi in Italia le 58 grandi e medie imprese
controllate dal Tesoro o dalla Cassa depositi e prestiti, della quale il Tesoro
possiede l’82,77 per cento, rappresentano il 15,4 per cento del prodotto
interno lordo, il doppio rispetto agli anni ‘70 del secolo scorso, con una
capitalizzazione pari a quasi il 28 per cento di quella complessiva della Borsa
di Milano.
Impiegano 483 mila addetti, il fatturato per
dipendente è stato di 680 mila euro. Ma l’espansione dello Stato padrone va ben
oltre, entra nelle banche, ha una vastissima base locale con le cosiddette
società municipalizzate, gestisce naturalmente la distribuzione degli aiuti e
dei sostegni pubblici attraverso la spesa pubblica, in particolare quella
grande fetta oscura che sono i trasferimenti monetari.
Quali sono le nuove scelte e quali i
tentacoli del Leviatano tricolore?
1. Vengono rinnovati strumenti tradizionali,
come le aziende a partecipazione statale, le quali hanno un nucleo duro
direttamente o indirettamente in mano al governo.
Le istituzioni di mercato come i fondi di
investimento, pur possedendo la maggioranza del capitale, diventano sempre meno
rilevanti nelle scelte dei vertici e nelle strategie.
2. Assume un ruolo maggiore la Cassa depositi
e prestiti, la quale così com’è non può diventare per sua natura una nuova Iri,
ma certo ha esteso a macchia d’olio le proprie partecipazioni, assumendosi
sempre più il ruolo di agente dell’interesse economico nazionale.
3. È stato introdotto il golden power, uno
strumento micidiale utilizzato in modo eccessivo e spesso arbitrario. Nato per
difendere imprese strategiche in senso militare o industriale da attacchi
“nemici”, esterni all’Ue e legati a governi considerati un pericolo per la
sicurezza nazionale, è diventato la leva per imporre a banche e imprese scelte
governative maturate secondo logiche politiche.
4. Sono state rinazionalizzate imprese [...]
5. L’intervento del governo nelle logiche di
mercato si è tradotto anche in leggi e in prassi che determinano le strategie
industriali, la governance interna, la scelta dei manager che dovrebbe spettare
ai consigli di amministrazione in ogni azienda privata.
6. È la rivincita del crony capitalism, il
capitalismo clientelare, attraverso la scelta di uomini d’affari e soggetti
economici “amici”, ai quali affidare patate troppo bollenti sia per il governo,
la cui capacità di manovra è comunque limitata (se non altro dai vincoli di
bilancio), sia per i clientes che dovrebbero assumersi troppi rischi e
impiegare capitale che spesso non posseggono o non vogliono usa
7. Lo Stato finanziario-industriale entra in
contraddizione con la nuova economia italiana che si è creata soprattutto
nell’ultimo decennio, quel quinto capitalismo che ha bisogno di uno Stato che
ne favorisca le condizioni dello sviluppo, ma non si sostituisca alle imprese
violando o determinando le loro scelte. È una delle ragioni che spingono a dire
che la restaurazione non funzionerà.
“Bentornato Stato, ma”. Così Giuliano Amato
titola provocatoriamente il suo saggio pubblicato nel 2022, edito da il Mulino.
Teniamo conto dell’avversativo che tempera
l’affermazione iniziale, ma non possiamo dare il bentornato a uno Stato che
interpreta più parti in commedia, è arbitro e giocatore, fa le regole e le usa
a suo piacimento, tende a costruire sistemi economico-politici che favoriscono
vere e proprie oligarchie il cui compito è fare da sostegno ai governi. Il
“complesso militar-industriale” denunciato dal presidente Eisenhower nel suo
discorso d’addio alla Casa Bianca è rifiorito in forme nuove, ma in fondo non troppo
diverse nella sostanza.
Scrive Amato: “Qual è il punto di approdo,
che poi, a sua volta, è un nuovo punto di partenza? È che constatare i
fallimenti del mercato non significa desumere che, quindi, sul mercato non si
può più contare. Allo Gli italiani avrebbero bisogno di uno stato meno
invasivo, più piccolo ed efficace. Ribaltando D’Azeglio: gli italiani ci sono,
bisogna fare l’Italia stesso modo, constatare i fallimenti o, se si vuole, le
pecche e le inefficienze dello Stato non significa desumere che dello Stato è
bene fare a meno. Realismo vuole che si sia consapevoli dei limiti e dei
difetti dell’uno e dell’altro e che si cerchi di porvi rimedio o, meglio, di
prevenirne l’emersione, per potersi avvalere, come può capitare, di entrambi
senza pagarne i danni”.
È il pensiero di un riformismo moderato messo
in un angolo da quella “sconfitta dei mercatisti” la quale ha aperto la strada
non a “un’interazione virtuosa tra Stato e mercato”, bensì a uno squilibrio che
rappresenta la nuova malattia dei nostri giorni. No, lo Stato non è il
benvenuto. Nemmeno con tutti i caveat del Dottor Sottile.
[...] Il libro è diviso in tre parti. Nella
prima si torna qualche passo indietro per ricostruire il legame tra politica e
affari, tra Stato e mercato, che in Italia parte da lontano. Tre sono le
vicende più rilevanti che gettano le loro ombre sul presente: quella che dalla
nazionalizzazione dell’energia elettrica arriva alla tragedia Enimont; la
seconda riguarda il controllo della Mediobanca e delle Assicurazioni Generali;
l’ultima le concessioni pubbliche (dalle autostrade alle telecomunicazioni) e i
capitalisti che diventano rentier.
C’è stato un grande tentativo di passare da
uno Stato padrone a uno Stato controllore, è durato un decennio ed è finito
troppo presto. La seconda parte del libro racconta la restaurazione del
capitalismo di Stato e gli strumenti che utilizza, dalla spesa pubblica alla
Cassa depositi e prestiti, dalle aziende controllate fino a nuovi strumenti
come il golden power.
A essi va aggiunto il ruolo attivo del
governo nel disegnare la nuova mappa del potere bancario e finanziario. La
terza parte si chiede se davvero un più ampio intervento dei governi, della
politica, dello Stato serve all’economia (e alla società italiana). La risposta
è negativa e viene spiegato perché nel caso italiano: dal quinto capitalismo
che è uscito dai distretti alla moda o alla nuova rivoluzione finanziaria, ci
sarebbe bisogno non solo di meno Stato, ma di un altro Stato.
La conclusione è dolce-amara: gli italiani in
questo primo quarto di secolo si sono rimboccati le maniche e hanno fatto
davvero molto dando fiato al loro spontaneismo. In fondo, con tutto quel che è
successo, con l’emergere di nuove potenze come la Cina, con l’ultima
rivoluzione tecnologica, il Belpaese resta tra i primi dieci al mondo con il
maggior prodotto nazionale lordo.
Non era davvero scontato. Ma gli italiani
avrebbero bisogno di un insieme di istituzioni e di politiche che favoriscano
la trasformazione avviata, e di questo insieme fa parte uno Stato meno
invasivo, meno burocratico, più piccolo e più efficace. Bisognerebbe ribaltare
il detto attribuito a Massimo d’Azeglio, perché gli italiani ci sono, è
l’Italia che bisogna fare
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