EDITO DA MONDADORI
"Argento
vivo" Il libro manifesto di Federico Rampini: perché non vuole andare in
pensione
di
Federico Rampini - Corriere della Sera
MILANO
- È la trasformazione più importante della nostra epoca. Ed è quella a cui
siamo meno preparati. Sta ridisegnando caratteri fondamentali della società
umana, eppure la affrontiamo con un bagaglio inadatto di idee: vetuste,
anacronistiche. Questa trasformazione la viviamo ogni giorno; tutti siamo coinvolti,
ma la avvolgiamo in una fitta nebbia di pregiudizi. È l’aumento della longevità
umana, che unito al calo della natalità genera l’invecchiamento della nostra
specie.
Nessun
angolo del pianeta si sottrae. L’allungamento della vita media è un fenomeno
che ha più di un secolo di storia alle spalle: frutto di progressi nell’igiene
e nella medicina, nell’alimentazione, nel benessere generale. Il calo della
natalità è più recente
[...]
Il
mondo intero si muove nella stessa direzione, segnato da questi due fenomeni
paralleli: rallentiamo la riproduzione della specie, mentre si allunga la
durata di vita. Non solo aumenta la speranza di vita media, ma gli anziani
stanno meglio (sia di salute, che di reddito) rispetto a due o tre generazioni
fa, per non parlare dei secoli passati.
Quando
si parla di demografia domina il catastrofismo. L’invecchiamento collettivo
viene descritto come un disastro economico: il costo crescente delle pensioni e
della sanità sfascerà i conti pubblici; i giovani saranno impoveriti perché le
risorse vengono dirottate verso gli anziani.
[...]
All’orizzonte
c’è lo spopolamento e il declino della civiltà umana, accelerato dalla nostra
sostituzione con macchine intelligenti. La mania dell’Apocalisse trasforma in
tragedia una delle più straordinarie conquiste del progresso umano.
Avere
aggiunto alla vita della nostra specie decine di anni, generalmente in uno
stato di salute migliore rispetto ai nostri antenati, è una cosa di cui
dovremmo rallegrarci, e ringraziare la scienza, la medicina, l’economia, la
tecnologia. Invece stiamo affrontando questa meravigliosa novità con un
atteggiamento distruttivo.
Questo
libro offre un antidoto. Dobbiamo ribaltare il catastrofismo demografico.
Spiego anche come possiamo farlo: è un invito all’azione. È rivolto a tutti, ma
in particolare è un Manifesto dedicato alle generazioni che per prime devono
ribellarsi. La mia è tra queste. È la più numerosa. Nato nel 1956, sono uno dei
cosiddetti baby-boomer.
[...]
Siamo
l’esercito demografico più numeroso della storia, e già per questo dato
quantitativo abbiamo esercitato un’influenza enorme su tutto ciò che toccavamo.
Da
adolescenti, figli del primo consumismo, fummo considerati una generazione
viziata, individualista, narcisista, egocentrica, rispetto a coloro che avevano
attraversato la guerra. Abbiamo beneficiato della scolarizzazione di massa, con
la prima crescita massiccia dei laureati.
La
nostra giovinezza fu segnata da contestazioni studentesche, movimenti
antirazzisti e antimilitaristi, rivoluzioni dei sessi, femminismo,
ambientalismo, salutismo e consumerismo, antiautoritarismo, terzomondismo,
liberazione gay.
Da
adulti, entrando nel mondo del lavoro vi abbiamo esercitato un impatto
poderoso: le prime rivoluzioni digitali segnate da baby-boomer come Bill Gates,
Steve Jobs, Jeff Bezos. Siamo stati anche la prima generazione a fare meno
figli di quelle precedenti, i pionieri della denatalità.
[...]
Essendo
stati una generazione così vasta, così potente politicamente, e generatrice di
rotture culturali, arrivati all’età anziana cambieremo anche questa, il modo di
rappresentarla e di viverla. In parte lo stiamo già facendo. È un esperimento
di massa, planetario, l’invenzione di una nuova categoria della vita.
Non
definiteci un problema, non descriveteci come un peso. Siamo «argento vivo»,
come il colore dei nostri capelli, siamo una ricchezza e una risorsa al
servizio di tutti. In senso economico, e non solo.
La
maggiore quantità di risparmio mondiale è nelle nostre mani. Siamo un mercato
di consumatori più numerosi e più benestanti dei giovani [...]
Tanti
di noi continuano ad essere forza lavoro in senso lato, anche quando diventiamo
pensionati: attivi in miriadi di modalità diverse, incluso il volontariato,
stiamo inventando un nuovo modo di produrre ricchezza, ufficiale o sommersa.
È
falso che se restiamo nel mondo del lavoro «togliamo opportunità ai giovani».
Di questo c’è una prova schiacciante: i Paesi dove la vita lavorativa è più
lunga sono quelli che hanno la disoccupazione giovanile più bassa.
L’America
è il Paese dei giovani. Nella Silicon Valley comandano i trentenni e i
ventenni, i fondatori delle start-up e i top manager di aziende all’avanguardia
nella rivoluzione dell’intelligenza artificiale. Però l’America è anche il
Paese dove non esiste un obbligo rigido e un concetto normativo di età
pensionabile; insieme al giovanilismo della Silicon Valley c’è il boom di
settantenni che creano nuove imprese. Il mercato del lavoro non ha bisogno di
espellere una generazione per far posto ad altre.
[...]
Il
Giappone è un altro modello. È stata la prima nazione, con largo anticipo
sull’Italia, a entrare nella fase della decrescita demografica e
dell’invecchiamento. Non vive questa fase come una tragedia. Anzi, abbraccia il
«dividendo della longevità», l’allungamento della durata di vita come ricchezza
aggiuntiva che viene distribuita a tutti.
[...]
La
Cina, superpotenza innovativa che ci dà lezioni in tutte le tecnologie
avanzate, esplora il concetto di «silver economy»: economia color dell’argento
come i capelli della mia generazione (anche se molti cinesi preferiscono
tingerseli di colore nerissimo, per tradizione). Il mondo delle imprese cinesi
organizza da anni delle expo dedicate a tutte le innovazioni tecnologiche
rivolte a un pubblico anziano e longevo: hanno capito che sta lì la domanda del
futuro
***
(Estratto
dall'articolo di Rampini per il Corriere della Sera)