UN BEST SELLER
Con
“Imperi allo specchio" Federico Fubini racconta perchè
il mondo è in balia di due sociopatici
di
Federico Fubini
MILANO
- i sintomi di una personalità sociopatica sono la mancanza di empatia, una
notevole facilità nel mentire, una generale indifferenza verso ciò che
generalmente si percepisce come giusto o sbagliato, una tendenza a prevaricare
e una sistematica mancanza d’interesse per i diritti altrui. Sia Vladimir Putin
che Donald Trump rientrano senza difficoltà nella definizione.
Ho
cercato di raccontare - in "Imperi allo specchio" edito da
Mondadori - come sia stato possibile che uomini della loro natura siano
riusciti a emergere, a distanza di pochi anni l’uno dall’altro, in questo
secolo che prometteva tutt’altro. È stato facile, in un certo senso, come tutte
le diagnosi dei casi conclamati. Più complicato e molto al di là delle mie
competenze è capire come sia possibile uscire da questo sortilegio.
Viviamo
in un secolo segnato fino a questo momento da figure di anziani, maschere di sé
con pochi anni davanti, che portano i segni di ferite e distorsioni della
propria struttura mentale formatesi moltissimo tempo fa e ormai impossibili da
raddrizzare.
Che
la vicenda dei loro due paesi abbia finito per consegnare tanto potere in mani
simili dice quanto profondi siano i guasti. Solo in un ambiente mala-to un
sociopatico può emergere, trovandosi perfettamente a proprio agio in un ecosistema
che esalta le sue caratteristiche.
Quindi
egli stesso si incaricherà di far evolvere ancora di più l’ambiente esterno
nella direzione che meglio gli si addice. Una società malata incorona alla
propria testa soggetti consoni, ma questi non possono che compromettere ancora
di più la loro comunità e, per cerchi concentrici, tutto ciò che riescano a
raggiungere al di fuori.
Come
interrompere questa spirale prima di arrivare al fondo è esattamente la domanda
alla quale mi risulta così difficile rispondere. Non posso fare a meno di
pensarci passeggiando di primo mattino per la piazza del teatro di Kharkiv, a
40 chilometri dal confine russo e meno ancora dalla linea del fronte. Sono qui
per trovare almeno qualche elemento di una risposta.
Se
Kharkiv resiste dopo quattro anni e cerca ogni volta di ricostruire una vita
normale, caffè illuminati con gusto, un’aria ordinaria di civiltà, allora dev’essere
possibile. Prima dell’alba anche oggi si sono sentite le solite esplosioni, i
droni russi in volo sopra i tetti e l’artiglieria ucraina che cerca di
colpirli.
Ma
adesso, alle sette del mattino, regnano il silenzio e la compostezza. Fra i
pochi passanti che si recano al lavoro, un netturbino spazza con precisione la
poca sporcizia dal ghiaccio vivo del selciato.
Qui
c’è la statua di una ballerina che si inchina nel gelo davanti alla facciata del
teatro dell’Opera, l’ultima costruzione che l’Unione Sovietica ha completato in
città prima di disintegrarsi. Alle spalle della piazza due palazzi sono stati
colpiti brutalmente e restano in piedi a stento, sventrati.
Se
per questo, la ballerina è anche l’unico monumento in città a rimanere libero,
a volto scoperto. Gli altri sono imprigionati da impalcature, coperti da sacchi
di sabbia, da un isolante e infine avvolti in uno spesso telo nero.
Monconi
di guerra in ciascuna piazza: resistono tutti uguali, deformi sotto i quattro
strati. Sembrano monumenti alla soppressione, alla censura; invece sono la
prova dell’ostinazione nel custodire i simboli dell’identità e della memoria di
una comunità sotto attacco.
A
quest’ora del mattino qualche genitore attraversa la piazza del teatro,
accompagnando con calma i figli lavati e pettinati per la giornata a scuola:
tra poco scenderanno le scale di una vicina stazione della metropolitana, dove si
svolgono le lezioni per tenere gli scolari al riparo dei bombardamenti senza
far perdere loro ore di studio a ogni allarme.
Del
resto, a differenza che a Kiev, le sirene qui sono superflue; il fronte è così
vicino che spesso l’obice è già arrivato prima che quelle inizino a suonare.
Nelle stazioni della metropolitana gli insegnanti e i genitori si sono
coalizzati per portare tutto il necessario: i radiatori per il riscaldamento, i
banchi, le lavagne, i tavoli per le postazioni dei bidelli fuori dalle aule
improvvisate, i disegni delle classi appesi ai corridoi.
Fuori
dalle porte di ogni scuola, c’è la solita baraonda di bambini che corrono e
madri a scambiare due chiacchiere, mentre poco più in là passano di fretta i
pendolari del trasporto pubblico e i chioschi vendono caffè take-away.
Poiché
Kharkiv non è una grande città e le stazioni della metro adatte non sono più di
sette o otto, ci si è divisi le aule su tre turni. Capita di entrare o uscire
da scuola in orari improbabili. In compenso nessuno si perde un giorno. È il
tipo di cura che a bambini come Vladimir Putin o Donald Trump dev’essere
mancato quando il loro carattere si poteva ancora plasmare: non era il fossile
di oggi, contorto da cicatrici e fratture di tre quarti di secolo prima.
1.
Esiste una quantità di indizi per pensare che sia Putin che Trump siano stati, una
settantina di anni fa, figli maltrattati e abbandonati. Entrambi divenuti
presto così ingestibili che le famiglie decisero di punirli internandoli,
ancora bambini, in collegi militari di mediocre qualità: quegli istituti dove
si ricevono sanzioni fisiche per non aver rifatto il letto con precisione
ospedaliera e dove i ragazzi più grandi vi mettono le mani addosso per noia,
sapendo che tanto nessuno vi verrà in aiuto.
Fa
parte dell’educazione. Sono quei posti dove gli adulti infilano i piccoli perché
gli si inculchi la disciplina, non avendo saputo far crescere in loro
l’equilibrio e l’autocontrollo.
Di
Donald Trump molto è noto. Il padre, orfano dall’adolescenza, aveva in qualche
modo salvato l’azienda del nonno immigrato tedesco – ristoranti, piccoli
alberghi, bordelli – trasformandola in una società immobiliare del Queens, New
York. Frederick Trump è un uomo duro, totalmente assorbito dal lavoro,
inflessibile con i tre figli maschi, distante e indifferente verso le due femmine,
ma sempre pronto a umiliare la prole al primo tentativo di emanciparsi dalla
sua visione cruda della vita.
La
madre Mary Ann MacLeod era arrivata in America in cerca di lavoro e soprattutto
di un marito da una remota isoletta delle Ebridi, fra le più lontane dalla
costa scozzese, da cui la Grande Guerra e uno spaventoso naufragio avevano
spazzato via un’intera generazione di maschi.
Trump
è il penultimo di cinque figli, nato a una certa distanza dai fratelli più grandi.
Quando ha due anni e mezzo, la madre si ammala gravemente, rischia di morire e
resterà assente per un anno intero fra operazioni, ospedali e una lunga ripresa
che non sarà mai completa.
La
tendenza già presente in Mary Ann a commiserarsi e ad appoggiarsi ai figli per
un sostegno emotivo, invece di darne lei, non farà che acuirsi. Donald e il
fratello minore Robert, troppo piccoli per capire, sono i più esposti al vuoto
affettivo che si apre intorno a loro.
I cinque
fratelli crescono emotivamente isolati l’uno dall’altro. Il padre è convinto
che occuparsi dei figli non sia compito suo e continua a lavorare al ritmo di
dodici ore al giorno, sei giorni alla settimana. I bambini sono abbandonati a
una donna di servizio incaricata di far funzionare la casa, non di prendersi
cura in qualunque modo del loro sviluppo.
Donald
viene su dedito a tormentare il fratello minore, a mentire, a rendersi insopportabile.
Capisce che per evitare le umiliazioni che vede inferte dal padre al fratello
maggiore Freddy per le sue presunte debolezze, bisogna mostrarsi duri a tutti i
costi, dei bulli, pronti a millantare, mai disponibili a scusarsi di niente.
Nella
visione del padre, essere gentili significa essere deboli, perché nei rapporti
umani può esserci solo un vincitore, mentre tutti gli altri sono dei perdenti.
La vita è un gioco a somma zero, quel che conquisto devo averlo per forza portato
via a qualcun altro. Per sopravvivere alla deprivazione umana nella quale
cresce, Donald sviluppa una corazza di narcisismo aggressivo.
Vedrà
il fratello maggiore morire alcolista ad appena 42 anni per il senso di colpa
di aver tentato una propria strada come pilota d’areo, osteggiato dal padre,
fuori dall’ombra della famiglia e della sua società immobiliare;
Donald
stesso lo aveva aggredito e ammonito per aver osato «deludere il padre». Da questa
esperienza deriverà il completo rifiuto dell’alcol da parte del presidente. La
sua personalità, da ottuagenario nella Casa Bianca, è ormai fredda e
consolidata come una pietra lavica.
2. Si
sa meno di Vladimir Putin, anche perché tre dei giornalisti che indagarono
sull’apparente mistero della sua infanzia sono morti in circostanze brutali nel
momento stesso in cui lui ascendeva al potere supremo.
Senz’altro
non sembrano restare molti racconti, foto o testimonianze di persone che lo abbiano
conosciuto prima dei suoi 8 o 10 anni – a seconda della versione a cui si crede
–, mentre tutto il resto è in discussione dal momento che esistono diverse
identità.
C’è
il presidente Vladimir Putin, così come lo presenta la biografia del sito
ufficiale del Cremlino: nasce il 7 ottobre 1952 a Leningrado e lì cresce fino a
entrare nel KGB grazie a qualche relazione del padre, un artigiano, che aveva
lavorato nella polizia segreta ai tempi di Stalin.
In questo
caso c’è una famiglia di sopravvissuti, che si porta dietro profonde cicatrici
della guerra: il padre, Vladimir anche lui, è ferito gravemente durante una
missione suicida dietro le linee nemiche durante l’assedio di Leningrado; due
fratelli maggiori sono morti molto prima che il piccolo Vladimir nascesse,
l’ultimo di stenti proprio durante l’assedio nazista.
C’è
poi un secondo Vladimir Putin, che tutti chiamano Vova: nato lo stesso giorno
dell’altro (ma due anni prima) a Terekhin, nell’oblast’
di Perm’ sul Volga, e cresciuto in un miserrimo villaggio rurale della Georgia
fino all’età di 10 anni o poco meno.
Il
primo Putin è quello di ogni versione ufficiale, ma su di lui mancano credibili
riferimenti relativi ai primi otto o dieci anni di vita. Del secondo Putin
resta il nome nel registro della scuola più vicina al villaggio di Metekhi, non lontano dal Caucaso.
Non
rimangono tuttavia altre foto né documenti, perché sarebbero stati prelevati
dalla casa della madre a Metekhi dopo che l’altro
Vladimir Putin, quello ufficiale, è diventato presidente.
I due
Putin si sarebbero riunificati in un’unica persona quando il secondo, quello
arrivato dalle campagne della Georgia, viene adottato da una famiglia di San
Pietroburgo calandosi per sempre nelle vesti del primo.
L’ambiguità
sulle origini del dittatore è legata alla figura di Vera Putina, una russa di Terekhin nata nel 1926 e trasferitasi a vivere in Georgia con
il marito poco dopo la metà del secolo. Vera vede Vladimir Putin in televisione
nel 1999, quando questi diventa una figura pubblica come primo ministro e
candidato alla successione di Boris Eltsin; da allora l’anziana donna non ha
dubbi: quell’uomo è il suo Vova, il figlio che lei aveva abbandonato una
quarantina di anni prima e del quale sapeva solo che in età adulta era entrato
a far parte del KGB.
Ne è
certa anche perché il Vladimir Putin nella televisione «cammina come una papera»
– dice – proprio come Vova quando lei stessa lo stava crescendo fino all’età di
9 o 10 anni, a Metekhi.
Vera
Putina concepisce il suo primo figlio con un certo Platon Privalov, un russo da
cui però si allontana mentre è ancora incinta quando scopre che l’uomo ha già
una moglie.
Non
molto più tardi la donna conosce il georgiano Georgiy Osepashvili, lo sposa e
si trasferisce a vivere con lui a Metekhi. Vova, il
primogenito nato prima del matrimonio, viene dapprima lasciato dai nonni materni
nella cittadina di origine di Vera; poi la madre lo porta a vivere con sé in
Georgia. Gli abitanti di Metekhi ricordano un bambino
introverso, tranquillo, ma dal carattere ostinato e con la passione di
tormentare i polli del vicinato a colpi di fionda.
La
convivenza nella famiglia allargata in Georgia non funziona. Osepashvili
sopporta a fatica questo bambino figlio di primo letto della moglie. Non lo
picchia, ma gli urla contro spesso oppure lo ignora completamente, e avverte Vera
che non sarà in grado di mantenerlo ancora a lungo.
La
madre decide che Vova non può restare: quando ha circa 10
anni lo riporta in Russia a Terekhin, affidandolo di
nuovo ai nonni. Vera racconterà che se ne andò senza salutarlo, perché non
piangesse. Non si sarebbero più rivisti. I nonni a loro volta si rendono conto
che non riescono a gestire il bambino e lo internano in un collegio militare.
Da lì
Vova viene dato in adozione a un parente, uno dei tanti originari di Terekhin che portano il cognome Putin: Vladimir
Spiridonovic Putin e sua moglie Maria Ivanovna hanno ormai oltre 40 anni e –
come ho detto – hanno già perso due figli, il primo negli anni Trenta, il
secondo di denutrizione durante la battaglia di Leningrado.
Ufficialmente
Vladimir, il terzo figlio, nasce a dieci anni di distanza nel 1952. È però
anche possibile che l’età reale sia quella dell’altro Vladimir Putin, il
ragazzo della Georgia con la stessa data di compleanno ma di due anni più grande:
entrato forse a scuola nelle classi inferiori perché, provenendo dal Caucaso,
doveva ancora imparare correttamente il russo.
Non
ho modo di determinare l’esatta verità e non la conosceremo probabilmente mai.
È possibile che la versione ufficiale delle origini e dell’infanzia di Putin
sia quella corretta.
Sappiamo
però che il primo giornalista a occuparsi dell’altra versione – Putin bambino
abbandonato e dato in adozione – è stato il russo Artem Borovik, e sarebbe morto
a poche settimane dall’elezione dell’interessato a presidente della Federazione
Russa, nel 2000.
Borovik
aveva annunciato una storia sensazionale sulle origini familiari del nuovo
leader e stava decollando per la Georgia, dove doveva raccogliere foto e
ricordi di Vera Putina; era marzo inoltrato, temperatura sopra lo zero, ma per
qualche ragione il ghiaccio sulle ali ha fatto schiantare al decollo il suo
aereo all’aeroporto di Mosca Šeremet’evo.
È morto
anche il secondo giornalista recatosi in Georgia per raccogliere lo stesso
materiale, l’italiano Antonio Russo: viene trovato trucidato nell’ottobre dello
stesso anno sul margine di una strada dell’ex repubblica sovietica, lo zaino
svuotato, in quella che le autorità di Tblisi hanno definito l’azione «di un
servizio segreto straniero». Ucciso infine tre anni dopo a colpi di arma da
fuoco, in un agguato che è parso subito eseguito su commissione, l’attivista
ceceno Vakha Ibragimov; aveva pubblicato un pamphlet sull’infanzia segreta di
Vladimir Putin e intervistato a lungo Vera Putina.
A lei
si sarebbero presentati alcuni uomini per farle un esame del Dna, ma non le
comunicarono mai i risultati. Altri uomini entrarono nella sua casa di Metekhi e ritirarono tutte le foto di Vova da piccolo. Ma
la verità del passato remoto ormai conta meno del risultato finale di tutto ciò
che rende un uomo anziano quello che è
***
(Estratto
dal libro "Imperi allo specchio" di Federico Fubini edito da
Mondadori)