TRIBUNA
LA STAMPA
SCIOPERA. ELKANN TACE. ORSINI FA LA COLLETTA
TORINO - I
giornalisti de La Stampa, dopo una lunga e tempestosa
assemblea, lunedì 23 febbraio hanno deciso di scioperare il 25 per impedire
l’uscita in edicola il 26 e bloccare il sito. La redazione e gli altri
dipendenti - riferisce Professione Reporter - chiedono all’azienda “di
rispondere, una volta e per tutte, alle indiscrezioni che hanno alimentato e
continuano ad alimentare confusione e incertezza sul futuro del nostro
giornale. Da mesi lavoratrici e lavoratori vivono una condizione di profonda preoccupazione
e chiedono informazioni chiare e ufficiali sul processo di vendita. Un timore
che non riguarda soltanto il nostro futuro occupazionale, ma investe la qualità
e la pluralità dell’informazione nel Paese”.
I lavoratori
della Stampa parteciperanno il 25 a un presidio a Torino, in piazza Palazzo di
Città, davanti al Municipio, dalle 11 alle 13.
Il comunicato sindacale è firmato dal Comitato di redazione e dalle Rsu a nome
di tutti i lavoratori e collaboratori dell’editrice. Si ricorda “di aver
vissuto una prima fase di svendita al buio, durante la quale si è lasciato
intendere che mancassero offerte, “ma le proposte ricevute confermano invece il
valore di questo giornale, nonostante sia ormai chiara a tutti la volontà di
Exor e del nostro editore, John Elkann, di disfarsene”.
Attualmente
Elkann sta svolgendo una trattativa esclusiva con il Gruppo Sae di Alberto
Leonardis che possiede (sempre venduti dalla Gedi di Elkann) Il Tirreno, La
Nuova Sardegna, Gazzetta di Reggio, Gazzetta di ModenaNuova
Ferrara, Provincia Pavese.
Giornalisti e poligrafici ritengono “sia doveroso che la proprietà confermi o
smentisca con chiarezza le informazioni in nostro possesso, ovvero che alcuni
importanti imprenditori abbiano manifestato interesse per l’acquisizione de La Stampa”.
Giornalisti e
poligrafici ritengono “che chi vende non possa e non debba sottrarsi
dall’assicurare garanzie sui livelli occupazionali e salariali, sulla conferma
dei contratti in essere, su un perimetro ben definito della cessione del ramo
d’azienda e su tempi certi: chiediamo di avere una data precisa di conclusione
della due diligence in corso con il gruppo Sae e ancor prima la composizione
della cordata acquirente”.
Ci sono anche
domande per la politica, del territorio e nazionale: “Che fine hanno fatto le
promesse di sostegno e attenzione alle vicende della nostra testata? A oggi,
per esempio, restiamo in attesa della data delle audizioni dei vertici del
gruppo Gedi in Commissione Cultura della Camera. Giorni fa il presidente della
Repubblica Sergio Mattarella in visita alla nostra redazione a Torino ha
ricordato che ‘i giornali sono un pilastro della democrazia’. La Stampa non è
una merce qualunque: è un bene pubblico, presidio di pluralismo e libera
informazione, costruito ogni giorno da oltre 150 anni, e come tale va
tutelato”.
Mattarella ha
pronunciato quella frase lunedì 16 febbraio, quando ha visitato la
redazione di via Lugaro
per esprimere solidarietà dopo l’assalto degli
antagonisti.
Sono passati
due mesi e mezzo da quando John Elkann, editore delle testate del gruppo Gedi
(La Repubblica, La Sentinella del Canavese, Huffington Post, le radio Deejay,
Capital e m2o) tramite la cassaforte di famiglia Exor, ha annunciato di volersi liberare del gruppo nel minor tempo possibile.
Per la
Repubblica Elkann sta trattando con l’armatore greco Theodore Kyriakou, che
però non è interessato a La Stampa. Da metà dicembre,
sullo storico quotidiano piemontese, si rincorrono voci su trattative in corso
e fallite. Intanto, la Sentinella del Canavese è già stata ceduta ha annunciato
nuovi progetti editoriali, da realizzare con il nuovo editore.
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ORSINI LANCIA
LA COLLETTA
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"La
Stampa",
Orsini lancia la colletta
TORINO (Lo
Spiffero) - La partita per La Stampa assomiglia sempre più a una mano di
poker in cui molti bluffano e nessuno vuole vedere le carte per primo. Perché
nel risiko editoriale che ruota attorno a Gedi e alla dismissione delle
testate di casa Agnelli, il tempo ha smesso di essere una variabile
elastica: si è fatto clessidra. E la sabbia sta finendo.
La settimana
che si apre viene descritta come decisiva per i destini del giornale domestico
mentre quella per Repubblica procede – pur tra frizioni sul prezzo –
verso il miliardario greco Theodore Kyriakou. Ma se per il quotidiano
romano l’orizzonte appare ormai tracciato, via Lugaro è ancora immersa in una
nebbia fitta, dove si intravedono cordate, relazioni, smentite e soprattutto
soldi che non bastano mai. E al centro c’è lui: Alberto Leonardis, detto
il “Biondo” negli anni giovanili, l’umanista-deal maker con la valigetta piena
di relazioni e il portafoglio ancora troppo leggero. Per l’imprenditore
abruzzese è arrivato il redde rationem: o porta i soldi o la trattativa finisce nel
cassetto delle occasioni mancate. E a Torino, dove l’olfatto per le operazioni
incompiute è finissimo, più d’uno già annusa puzza di bruciato.
La Stampa
d’Abruzzo
Se l’operazione
dovesse riuscire, qualcuno ha già coniato la
definizione: “La Stampa d’Abruzzo” Perché attorno a Leonardis – aquilano, ex
lobbista, curriculum tra Telecom, EY, Microsoft, Siemens Medical
Solutions e Oracle – gravita una pattuglia di conterranei: il cfo Massimo Briolini, l’avvocato Marco Racano,
il direttore Luciano Tancredi. Una filiera di fedelissimi cresciuti
insieme tra scuola, amicizie e carriere parallele.
Leonardis –
aquilano, 59 anni, formazione pedagogica, ex lobbista – non è un imprenditore
classico. È un tessitore di capitali, uno che costruisce matrioske societarie
attorno a un’idea. Con il gruppo Sae ha già comprato dal gruppo Gedi diverse
testate locali: Il Tirreno, le Gazzette emiliane, La Nuova
Ferrara e La Nuova Sardegna. La visione è ambiziosa: creare un polo
di comunicazione integrata, tra giornali, eventi, audiovisivi e servizi
corporate, in una specie di Netflix dell’informazione territoriale.
Nel frattempo,
Leonardis avrebbe già messo a punto anche la struttura societaria
dell’operazione, modellata su quanto sperimentato in Sardegna: la creazione di
una newco – “Sae Piemonte” – controllata da una holding articolata in
partecipazioni, con l’assegnazione della testata a una fondazione. Una
architettura che consentirebbe di accedere ai contributi pubblici all’editoria
e di alleggerire il peso finanziario complessivo. L’ingegneria societaria,
insomma, c’è. Quello che continua a mancare sono i capitali necessari a farla
funzionare.
Il problema è
molto più prosaico: trovare i soldi per la Busiarda.
Il prezzo del quotidiano torinese con il centro stampa si è ormai assestato sui
25 milioni. Ma per garantire continuità servono tra i 40 e i 50. Leonardis ne
avrebbe finora trovati circa la metà, un paio con quote da 2,5 milioni, tra cui
un gruppo agroalimentare. Non abbastanza. Così è partito il pellegrinaggio:
fondazioni bancarie, cooperative, imprenditori. Risultato? Molti no grazie.
Le fondazioni
piemontesi hanno declinato. E anche sul fronte cooperativo la musica non è
stata diversa: negli ambienti della cooperazione sono letteralmente caduti
dalle nuvole quando è circolata la voce di un possibile investimento da 10
milioni di Coop Alleanza 3.0. Leonardis, in effetti, qualche relazione
ce l’ha – in particolare con il presidente Livio Trombone, maturata ai
tempi dell’acquisto delle testate emiliane – ma da lì a trasformare i rapporti
in un assegno milionario ce ne corre. E parecchio. Negli ambienti finanziari
qualcuno parla apertamente di capitali “dati per certi” quando erano solo
contatti preliminari. Inoltre, Leonardis paga anche uno stile che non sempre ha
fatto breccia nei salotti della città, dove il pedigree conta quasi
quanto il conto corrente. Eppure il tempo stringe: John
Elkann non vuole tirare per le lunghe ed è disposto a concedere dilazioni e
facilitazioni pur di chiudere.
La diffidenza
nasce anche dal precedente clamoroso: la trattativa con Enrico Marchi e
la sua Nem. Sembrava fatta: accordi definiti, closing imminente, stretta
di mano, che per un galantuomo come Marchi vale quanto un atto notarile. Al
punto che lo stesso Elkann in un colloquio informale con il sindaco Stefano
Lo Russo aveva confermato. Poi il patatrac. Trattativa saltata, amarezza
enorme e comprensibili reazioni amareggiate, con giudizi pubblici poco
lusinghieri sui giannizzeri di corte. Marchi oggi osserva da lontano. E se
Leonardis facesse un buco nell’acqua, qualcuno scommette che potrebbe tornare
in pista.
L’asso nella
manica: Orsini
Negli ultimi
giorni, nella corsa affannosa a caccia di capitali, sarebbe entrato in campo un
“supporter di peso”: Emanuele Orsini, dal maggio 2024 presidente di Confindustria.
Non come investitore diretto – l’attuale numero uno di viale dell’Astronomia,
infatti, non è esattamente alla testa di un impero industriale (un
prosciuttificio e costruzioni in legno) – ma come facilitatore: attivare
imprenditori, soprattutto piemontesi.
Il compito
sarebbe stato affidato a Marco Gay, presidente dell’Unione Industriali
di Torino, con l’invito a trovare colleghi disposti a mettere mano al
portafoglio. Qui la faccenda diventa quasi grottesca. Perché Gay – al di là dei
titoli – non è il classico capitano d’industria: guida un raggruppamento di
startup “innovative”, un ecosistema più abituato ai pitch deck che ai bonifici.
E, dettaglio non secondario, sarebbe lui stesso alla ricerca di capitali per
dare solidità alla propria attività, se non addirittura per passare la mano
(per informazioni chiedere a Francesco Canzonieri di Nextalia,
già in affari con Advent su Tinexta). Insomma, il cercatore di soldi incaricato
di trovare soldi per altri. Una scena che a Torino definiscono, con elegante
understatement, “non ideale”.
C’è poi il
contesto: via Fanti è in disarmo da anni, travolta dalla crisi del vecchio
sistema Fiat. L’Unione Industriali non è più il luogo dove si decide il destino
economico della città, ma piuttosto il salotto di una borghesia che conta
sempre meno e se ne accorge sempre di più. E come se non bastasse, la platea
industriale piemontese non sostenne Orsini quando si candidò alla guida di
Confindustria. Non il miglior biglietto da visita per presentarsi a chiedere
soldi. Ma Gay che punta alla successione di Orsini si sta agitando o almeno è
questa l’impressione che vuole dare.
«Mi sono
limitato a dare il numero di telefono di Gay», dice allo Spiffero Orsini,
attento a non farsi attribuire alcun ruolo di sponsor nella partita: sia
Leonardis sia Marchi, del resto, sono imprenditori associati al sistema
Confindustria e il presidente non vuole apparire schierato con uno o con
l’altro essendo peraltro editore in proprio del Sole 24 Ore.
Il risultato è
che l’operazione Leonardis rischia di trasformarsi in un paradosso torinese
perfetto: un presidente nazionale che prova a mobilitare imprenditori locali
poco entusiasti, attraverso un leader territoriale che non ha capitali propri e
ne cerca per sé. Più che una cordata, una colletta condominiale. E a questo
punto, la domanda diventa inevitabile: se davvero La Stampa interessa
così tanto alla Torino industriale, perché nessuno mette mano al patrimonio
famigliare? Oppure – ed è il sospetto più cattivo – semplicemente non interessa
granché.
Il notaio
Gianduia e mamma Margherita
Nel “giro delle
sette chiese”, Leonardis non poteva non finire anche in corso Galileo Ferraris,
uno degli indirizzi della Torino che conta (o pensa di contare). Allo studio
del notaio Andrea Ganelli, in quella bella palazzina della Crocetta,
dove certe operazioni non si annunciano: si lasciano filtrare, come profumo in
ascensore. È lì, infatti, che sarebbe spuntato fuori il nome di Margherita
Agnelli come potenziale investitrice. Un nome che ha fatto balzare sulla
sedia Elkann visto lo scontro giudiziario che da anni contrappone il presidente
di Exor e Stellantis alla madre.
Smentiscono
tutti. E quindi, formalmente, non ci sarebbe motivo per dubitare. Eppure – qui
sta la malizia torinese che non muore mai – l’operazione non sarebbe affatto
una boutade, sarebbe solo dilazionata: l’ingresso di Margherita dovrebbe
avvenire dopo la chiusura della trattativa, per evitare che, dati i rapporti
pessimi tra madre e figlio, salti tutto. Nella ricostruzione che circola in
città, c’è anche un dettaglio che pesa come un’ombra lunga: Ganelli
avrebbe intrattenuto rapporti con Dario Trevisa, l’avvocato che
patrocina la figlia di Gianni Agnelli. Addirittura, secondo rumors, il notaio Gianduia avrebbe fornito pareri
professionali, in particolare sulle conseguenze che il procedimento giudiziario
potrebbe avere sugli assetti delle holding di famiglia. Chissà.
De Angelis, Di
Rosa e il rebus della direzione
Se i soldi sono
il motore dell’operazione, il piano editoriale del giornale è la carrozzeria:
quella che tutti vedono e su cui si misura la credibilità dell’intero progetto.
Per questo Leonardis si è affidato a Antonio Di
Rosa, decano del giornalismo italiano con trascorsi importanti tra Corriere
della Sera e proprio La Stampa, uomo di redazioni e di potere,
profondo conoscitore degli equilibri torinesi. È lui che sta tessendo la tela
per trovare un direttore di alto standing, nome indispensabile per rassicurare
ambiente, politica e inserzionisti dopo il tramonto – ammesso sia mai stato
davvero concreto –dell’ipotesi Ferruccio De Bortoli.
Dentro via
Lugaro, però, Leonardis un presidio ce l’ha già. Si chiama Alessandro De
Angelis, aquilano come lui, qualche anno più giovane, volto televisivo del
giornale e soprattutto firma politica di peso. De Angelis, sentimentalmente
legato alla ministra Anna Maria Bernini, rappresenta un punto di
contatto naturale tra il futuro editore e la redazione. Non sembra destinato
alla poltrona di direttore – prospettiva a cui lui stesso pare per nulla
interessato – quanto piuttosto a un ruolo chiave nell’eventuale nuova governance
editoriale: si parla di una vicedirezione con delega alla politica, posizione
che gli consentirebbe di mantenere centralità e influenza.
Il combinato
disposto è interessante: da un lato Di Rosa che cerca un direttore “di
richiamo”, capace di dare autorevolezza immediata; dall’altro De Angelis nel
ruolo di cerniera tra editore, politica e vertice editoriale nella fase di
riassetto. Più che un semplice raccordo, qualcuno ipotizza che possa toccare a
lui contribuire a ridisegnare la prima linea di comando, con un ruolo forte –
formalmente vicedirettore con delega politica – ma sostanzialmente centrale
negli equilibri futuri.
Una cosa invece
appare già scritta: l’attuale direttore Andrea Malaguti resterebbe solo
il tempo necessario alla transizione e al passaggio di consegne. Leonardis è
consapevole che Malaguti aveva in mente prospettive diverse e, nei mesi scorsi,
avrebbe coltivato relazioni con altri potenziali compratori.
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