TRIBUNA
COSÌ IL CDR VUOLE SALVARE LA LIBERTÀ DI REPUBBLICA
ROMA - Un’Associazione culturale/Fondazione che garantisca a la Repubblica una gestione indipendente e libera da
condizionamenti. Che offra ai giornalisti e ai lettori alcuni poterinei passaggi di proprietà, nella nomina del
Direttore, nelle scelte sul perimetro aziendale e sull’occupazione.
E’
la strada intrapresa dal Comitato di redazione e per realizzarla saranno
coinvolti tutti gli attori: la redazione, i lettori ed Exor che possiede Gedi
che possiede Repubblica e che sta vendendo al Gruppo greco Antenna. Il Cdr ha
studiato gli esempi europei di le Monde, The Guardian,
Agenzia Reuters, The Economist, che pure fa capo a Exor.
Ecco i passaggi che il Cdr ha identificato “per costruire la
Repubblica del futuro”.
1) Suddividere il capitale sociale di Gedi tra azioni A
(riservate a investitori privati), dotate di tutti i diritti economici), e le
azioni B (riservate all’Associazione culturale-Fondazione), sostanzialmente
prive di diritti economici ma dotate di rappresentanza nel cda di Gedi e di
altri diritti di governance.
2) Offrire un potere di veto alla Associazione
culturale/Fondazione (gli azionisti B) sulla nomina del Direttore, che sarebbe
proposto dagli azionisti A ma la cui nomina diventerebbe effettiva solo se
almeno il 60% degli azionisti B la approva.
3) Coinvolgere la Fondazione su alcune scelte strategiche,
ad esempio le decisioni che riguardino l’occupazione e il perimetro aziendale
(acquisizioni, cessioni, fusioni, operazioni straordinarie).
4) In caso di trattativa per la vendita del gruppo Gedi,
opzione per gli azionisti B di trovare entro 6/12 mesi un altro investitore, a
patto sia disposto a offrire almeno lo stesso prezzo.
Il Cdr invita tutta la comunità di Repubblica e l’editore
Exor a confrontarsi per integrare queste norme nella governance di Repubblica.
Il Cdr ha reso noto il progetto -a cui stava lavorando con
l’ausilio di esperti da molti giorni- perché sul fronte della trattativa fra
Exor e Kyriakou, titolare di Antenna, tutto tace: “Passano le settimane -si
legge nel comunicato sul giornale del 20 gennaio- ma la trattativa continua a
non fornire certezze a lavoratrici e lavoratori del gruppo Gedi su tutele
occupazionali, rispetto del perimetro aziendale e linea politico-editoriale,
chieste a suo tempo dall’assemblea dei giornalisti. Né abbiamo alcuna contezza
che queste richieste siano state effettivamente poste sul tavolo”.
Il Cdr non vuole aspettare gli eventi: “Lo smantellamento
del nostro giornalismo, un modello di successo per gran parte degli ultimi 50
anni, non avverrà in nostro nome né con il nostro consenso”. L’idea della
Associazione culturale/Fondazione era già prevista da un accordo sindacale
interno del dicembre 2021, rimasto però finora disatteso: “Si tratta di un
processo ambizioso e da realizzare passo dopo passo, che intendiamo costruire
nel confronto dialettico tra la redazione e gli altri stakeholder: i nostri
lettori, la comunità giornalistica e ovviamente Exor, azionista unico del
gruppo Gedi che consideriamo il nostro principale interlocutore in questo
percorso. Ma lo stesso sarà con ogni eventuale futuro azionista del gruppo”.
Il coinvolgimento dei giornalisti nella governance di un
editore -ricorda il Cdr- è una pratica inedita in Italia, ma è piuttosto
diffusa tra importanti testate internazionali, dai quotidiani Le Monde e The
Guardian al mensile The Economist, fino all’agenzia Reuters: “Tutti media che
negli ultimi anni hanno saputo modernizzarsi e innovare, con prodotti e servizi
che ne alimentano il conto economico ma preservando il rigore giornalistico,
l’autonomia e la reputazione tra i lettori. Dall’analisi dei loro modelli di
governo societario stiamo avviando un dibattito che porti a una serie di norme
e regole societarie che diventino i paletti di Repubblica nei prossimi 50 anni,
al riparo da rumori e pressioni di fondo, quale che sia la loro origine e
chiunque ne sia l’editore”.
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