Dopo Pasqua parte il treno «Covid-free» sulla Roma-Milano. Ecco come funzionerà

di Gianni Dragoni - Il Sole 24 Ore

 

 

ROMA - Partono i treni Covid-free. Si può salire solo dopo aver fatto un tampone negativo, o un test molecolare sempre con esito negativo. L’iniziativa è delle Ferrovie dello Stato. I primi treni sperimentali partiranno nei giorni dopo Pasqua, quindi dopo il 4 aprile, saranno Frecciarossa sulla tratta Roma Termini-Milano Centrale, senza fermate. Per l’estate il servizio dovrebbe essere esteso ad altre destinazioni, ha detto l’amministratore delegato di Fs, Gianfranco Battisti.

Una coppia di treni al giorno

Si comincerà - intorno a metà aprile, la data non è ancora fissata - con una coppia di treni al giorno. Cioè uno la mattina da Roma Termini a Milano e uno da Milano Centrale a Roma nel tardo pomeriggio. La procedura è simile a quella dei voli Covid tested, detti anche Covid free, sperimentati a partire dal 16 settembre 2020 su iniziativa di Aeroporti di Roma, sulla rotta Roma-Milano, quindi estesi, da dicembre, ai voli intercontinentali sulle rotte da Roma Fiumicino a New York (con Alitalia) e Atlanta (con Delta). Di recente sono stati estesi anche ai voli da New York per Malpensa (Delta). Attualmente tra Roma e Milano ci sono 22 coppie di treni al giorno.

Si sale solo con certificato di negatività al Covid

Può salire su questi treni solo chi presenta un certificato di negatività a un test Covid fatto entro 48 ore prima della partenza. Il passeggero può aver fatto un test molecolare o un tampone antigenico rapido in una struttura di sua scelta, altrimenti può fare un tampone rapido alla stazione, a Termini o Milano Centrale. In ogni caso deve presentarsi 50 minuti prima della partenza del treno. Nelle due stazioni verranno allestiti «screening hub», in base a un accordo tra le Ferrovie e la Croce rossa italiana. Anche chi è stato vaccinato deve fare il test.

Il tampone si fa davanti alla stazione

 

I centri per lo screening verranno allestiti con tendoni. A Roma in piazza dei Cinquecento sarà all’angolo con i resti delle Mura Serviane. I resti delle mura sono nella piazza sul versante settentrionale, di fronte all’ex Palazzo delle Poste della Stazione Termini, oggi Hotel NH Collection.A Milano sarà al piano stradale di piazza Duca d’Aosta, vicino all’ingresso della metropolitana. Questi centri serviranno anche per fare tamponi a tutta la popolazione, ma ci sarà una corsia preferenziale per chi deve prendere il treno.

Andata e ritorno con lo stesso certificato

L’orario dei treni nella prima fase sperimentale consente di andare da Roma e Milano e rientrare in giornata con il treno Covid-free. Invece chi va da Milano a Roma, se vuole viaggiare solo su treni Covid-free anche per il ritorno, deve pernottare nella capitale. Non è necessario ripetere il tampone, prima del ritorno, se si è fatto il test alla stazione di partenza o se si ha un certificato ancora valido, perché il test è stato fatto 48 ore prima dell’orario di partenza del treno di ritorno.

Distanziamento dei posti

Sul treno Covid-free rimane il distanziamento dei posti previsto da Trenitalia, solo il 50% possono essere occupati, secondo la disposizione detta “a scacchiera” che evita di avere un passeggero di fronte.

Rimborso per i passeggeri positivi

Se un passeggero risulta positivo al test fatto in stazione non può salire sul treno. Trenitalia prevede un rimborso al 100% del prezzo del biglietto, basta esibire il certificato del test. Il passegegro in queste situazioni può optare tra un voucher valido per 12 mesi o il rimborso monetario della somma spesa.

Lo screening in 11 stazioni

Il gruppo Fs ha in programma, successivamente, di mettere a disposizione della Croce rossa ulteriori spazi in cui allestire tensostrutture per attività di screening alla popolazione fin a in 11 stazioni: oltre a Roma Termini e Milano Centrale, Bari, Bologna, Cagliari, Firenze Santa Maria Novella, Napoli Centrale, Palermo, Reggio Calabria, Torino Porta Nuova e Venezia Mestre.

L’estensione a destinazioni turistiche

Gianfranco Battisti, amministratore delegato delle Fs, ha annunciato l’intenzione di estendere i treni Covid-free con la tarda primavera e l’estate, per consentire «viaggi in totale sicurezza verso destinazioni turistiche come Firenze, Venezia, Napoli e tante altre».

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(Gianni Dragoni - inviato di www.ilsole24ore.com)

 

 

 

Draghi delega Tabacci alla guida dell'aerospazio. Sul suo tavolo i progetti da finanziare

di Edoardo Borriello

 

ROMA - Negli ultimi anni l'aerospazio ha assunto un ruolo sempre più importante per l'Italia e le sue aziende del settore, che ormai collaborano attivamente ai progetti internazionali, soprattutto europei.

Nei giorni scorsi il presidente del Consiglio, Mario Draghi ha deciso di affidare la delega alle Politiche Aerospaziali a Bruno Tabacci (Centro Democratico) sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con delega alla programmazione e al coordinamento economico. Tabacci ricoprirà quindi il ruolo che nel primo governo Conte era stato assegnato a Giancarlo Giorgetti e con il governo giallorosso era passato a Riccardo Fraccaro (M5S).

 

E' un incarico di primo piano quello conferito aTabacci, che affiancherà Draghi nella politica aerospaziale italiana, un settore certamente strategico sul piano economico  (l’Italia ha raddoppiato i fondi stanziati per i programmi dell’Agenzia spaziale europea) e su quello geopolitico.

Tra i dossier da gestire c’è infatti il Recovery Plan, nell'ambito del quale una decina di miliardi in arrivo dall’Europa saranno destinati proprio alla Difesa e all'Aerospazio. Il ruolo di Tabacci sarà centrale per l’individuazione dei progetti da finanziare. Inoltre c’è il programma lunare statunitense Artemis e l’Italia ha interessi in quasi tutte le fasi del progetto, dalla stazione in orbita ai vari moduli del satellite. Le aziende italiane del settore godono di grande reputazione e proprio di recente la società Avio ha firmato un accordo con Arianespace per la realizzazione di 10 razzi Vega-C destinati all'Esa, l'agenzia spaziale europea.

 

Proprio l’Esa sarà al centro delle mosse di Tabacci. Alla guida della direzione generale dell'Esa è stato posto, poche settimane fa, Josef Aschbacher, austriaco, che ha dovuto lasciare la guida del Centro Esrin di Frascati, vicino Roma, che gestisce le attività di "osservazione della Terra". Al posto lasciato libero da Aschbacher aspirano in molti. E Tabacci potrbbe portare avanti la candidatura di uno scienziato italiano, contando pure sull'autorevolezza di Draghi in ambito europeo.

 

 

 

Corriere e Repubblica: 110 pagine di pubblicità, "come se fosse giornalismo"

Acuta Analisi di Professione Reporter

 

ROMA - Uno si chiama Beauty. Sottotitolo: Tendenze Protagonisti Consigli. L’altro si chiama Fashion. Sottotitolo: Moda Beauty Moda Beauty. Sono i due supplementi del Corriere della Sera e di Repubblica, usciti il 19 marzo e il 24 marzo.

Il problema è che si presentano in tutto e per tutto come prodotti giornalistici, con gerenza guidata dai direttori, Luciano Fontana e Maurizio Molinari, con firme (nella gran parte mai viste prima sulle pagine dei due quotidiani più venduti e più importanti d’Italia), con titoli e impaginazione accurati. Sono, in realtà, solo due enormi - 72 pagine il Corriere e 40 Repubblica - vetrine pubblicitarie con marchi nominati e in bella vista.

 

ANIMA E RINASCITA

 

Entrambi gli inserti cominciano suggerendo al lettore che qui si sta parlando di cultura. Il fondo di Beauty del Corriere dice: “Barthes e Calvino. La via saggia per una rinascita”. Quello di Repubblica, un po’ più sul tema: “La moda ci guarirà l’anima”.

 

Poi, però, si comincia, una lunga cavalcata. Il Corriere parla di farfalle, ma segnala (nei titoli) “l’hair stylist de L’Oreal professional” e parla di farfalle ballerine “sostenute da Bionike, brand leader della termocosmesi in farmacia”. A pagina 12, “Dritti al cuore della pelle. L’eleganza del naturale”. Vale a dire, sottotitolo: “La filosofia di Clinique: un’epidermide perfetta non è un dono innato, è una conquista”. Poco più avanti, pagina 17, c’è una vera pagina di pubblicità Clinique. Questo meccanismo si ripete lungo tutto l’inserto. La casa Roc è celebrata in un pezzo a pagina 15 (“Roc ha sempre puntato sul patto con le sue clienti”) e a pagina 41 ha la sua pagina di pubblicità, sullo stesso prodotto, Retinol Correxion Line Smoothing Night Serum Capsules. Vichy è raccontata “giornalisticamente” a pagina 16 e poi -stesso prodotto, Liftactiv- rilanciato dalla pubblicità a pagina 24. Armani ha la pubblicità a pagina 8 e un pezzo sulla sua make up Artist a pagina 21. Moschino due pagine di pubblicità sul profumo Toy Boy 2 nelle pagine 2 e 3 e un pezzo a pagina 31 sul profumo Boy Boy 2.

 

FRAGRANZA SENSUALE

 

Ogni pezzo è accompagnato, comunque, da un riquadro, con il prodotto spiegato e fotografato, affinché non restino dubbi. A fine fascicolo si fa ancora un po’ di assemblaggio fra cultura, natura e marketing. A pagina 46 c’è “Il mix di note muschiate dell’ultimo dei surrealisti”, ma si parla della “fragranza sensuale “ del profumo Musk di Alyssa Ashley. Le ultime quattro pagine ribadiscono tutti i prodotti lanciati nell’inserto, con foto e breve descrizione e, nella fascia superiore, dipinti illustri, da Caravaggio, a Picasso, ad Annibale Carracci, che ritraggono donne con specchi, rossetti, profumi.

 

L’allegato di Repubblica (grande poco meno di metà di quello del Corriere) ha una prima parte meno spinta sul marketing, anche se già a pagina 8 c’è un pezzo sulle collaborazioni di Valentino, Moschino e Balenciaga con il mondo dei videogiochi. Poi diventa ancor più esplicito. A pagina 18-19 si parla di Stampe d’artista con 16 foto di altrettanti marchi di moda. Pagina 22, Tinte delicate, con sedici foto e sedici marchi. Week end con dodici foto e dodici marchi, L’Accessorio, 8 marchi, Blue jeans, undici marchi, Occhiali, sei marchi, Nuovo Classico, sedici marchi, Sneakers, 6 marchi.

 

Alla fine, due pagine di “News”, vale a dire notizie (la parola chiave del giornalismo, in teoria) che sono dodici brevi con foto su altrettanti prodotti, il nome della ditta nell’occhiello. Il lettore, a questo punto, è disorientato quanto basta.

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(www.professionereporter.eu)

 

 

 

Cosa nasconde l'incidente del cargo arenato nel canale di Suez. Problemi geostrategici ed economici

di Lorenzo Vita - InsideOver

 

Un incidente che mette in allarme il mondo. Quanto accaduto al chilometro 151 del Canale di Suez non è un episodio da sottovalutare. Il canale – che attraversa l’Egitto e collega Mediterraneo e Mar Rosso – è uno dei choke point più importanti del mondo, dove si intersecano non solo enormi rotte commerciali ma anche le sfere di influenza delle varie potenze.

La nave incagliata era la Ever Given, un cargo da 224mila tonnellate registrato a Panama. Partito dalla Cina e diretto a Rotterdam, il cargo è della taiwanese Evergreen Marine.

 

Secondo il portavoce dell’Autorità del canale, l’incagliamento della nave container è avvenuto “per assenza di visibilità” dovuta a una forte tempesta di sabbia con venti che hanno soffiato a 40 nodi. La tempesta, unita a un blackout della strumentazione di bordo, ha così disorientato la nave, lasciando che si arenasse in diagonale. E proprio nel punto più stretto del canale. Una circostanza che ha reso ancora più complicate le operazioni per disincagliare la nave – sono serviti otto rimorchiatori – ma che ha soprattutto provocato l’interruzione del traffico navale per ore. Paralizzando in questo modo il traffico di container tra Oceano Indiano e Mediterraneo. E quindi tra Europa e Oriente.

I problemi strategici

In attesa che le indagini chiariscano come sia stato possibile un incidente di questo tipo, è chiaro che l’allarme è risuonato in tutto il mondo. E subentrano questioni di natura strategica. Soprattutto perché il controllo di Suez, come di qualsiasi altro “collo di bottiglia”, è la cartina di tornasole del vero dominio marittimo. E quindi mondiale, trovandoci in un’epoca come quella di oggi dove è il commercio via mare ad aver preso il sopravvento nel mondo globalizzato.

 

Suez è da tempo nel mirino per diverse ragioni. L’Egitto sa perfettamente che il canale è oggi il vero punto di forza del Paese, ed è per questo che il Cairo ha puntato tutto sul suo raddoppio. Una scommessa che per adesso sta dando i suoi frutti. Come spiega Marco Valle, in Suez, Il Canale, l’Egitto e l’Italia, grazie all’aumento del tonnellaggio allo sviluppo della Suez Economic Zone, il governo egiziano sta cercando di sfidare le principali regioni logistiche europee e mediorientale, da Amburgo fino a Jabel Ali.

 

Un hub commerciale di portata internazionale su cui da tempo ha messo gli occhi la Cina, che sa perfettamente come, per consolidare un impero, il controllo dei passaggi obbligati è essenziale. Uno di questo è appunto il collo di bottiglia egiziano, crocevia di interessi e conflitti da quando il genio italiano ha pensato per la prima volta a come realizzarlo. E non a caso il Mar Rosso è sempre più al centro di una corsa verso la militarizzazione. Le basi si moltiplicano (l’ultima, a Port Sudan, gestita dalla Russia). E si rafforzano anche le flotte, preoccupate dalla possibilità che quella rotta cada sotto la minaccia di blocchi o attacchi che renderebbero il transito sempre meno sicuro.

I rischi per l’Egitto

L’apertura del canale diventa quindi un problema geostrategico e non solo meramente economico. Il controllo di quella via d’acqua permette un flusso continuo di merci, navi civili e militari tra Europa e Asia. E la sua sicurezza rappresenta un pilastro per tutte le forze coinvolte nell’area.

L’Egitto, se non garantisce che quel passaggio sia libero e privo di rischi, corre il pericolo di vedersi “scippato” il traffico da altre rotte. La circumnavigazione africana, per le navi più grandi che puntano ai porti del Nord Europa, non è troppo più dispendiosa rispetto a Suez. E al Cairo guardano con estrema attenzione alla possibilità di una nuova rotta artica. Realtà naturalmente molto futuribile, ma la Cina ci punta. E non è da sottovalutare. Tanto è vero che anche per questo gli egiziani hanno raddoppiato la larghezza del tracciato.

 

All’interesse egiziano, si aggiunge quello delle potenze commerciali orientali, preoccupate dalla possibilità che quella rotta per il Mediterraneo e i ricchi porti del Nord Europa sia messa a repentaglio. Questo farebbe lievitare i costi di assicurazione e trasporto. Ma soprattutto aumenterebbe le difficoltà di un progetto che non si è mai arrestato: la Nuova Via della Seta. Che ha proprio a Suez una delle sue ancore.

Gli interessi di Israele

Un’altra delle nazioni più interessate a Suez è Israele. Lo Stato ebraico ha da tempo fatto intendere che il passaggio del Mar Rosso è centrale nella sua nuova strategia. E in tempi recenti, l’attenzione si è spostata sullo scontro navale (sotterraneo) tra Iran e Israele proprio intorno a quelle acque: i media hanno parlato di una serie di attacchi rivolti da Israele contro navi iraniane dirette in Siria. E nel gioco tra superpotenze, rientra anche quello di Stati Uniti e Russia, molto interessate a evitare che il meccanismo di controllo di Suez sfugga completamente dalle loro mani. Anche perché è ancora quello il principale snodo che collega Atlantico e Oceano Indiano.

 

Sistema in cui è coinvolta direttamente anche l’Europa, in particolare quella mediterranea. Il passaggio di Suez è fondamentale non solo per i porti del Levante, ma anche per quelli greci e italiani. Finché il canale è libero e utilizzabile, questo permette di non rimanere esclusi dalle più importanti rotte mondiali. Se chiude o diventa insicuro, il pericolo si riversa tutto su di loro.

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(www.insideover.com - Lorenzo Vita @LorenzoVita8 - Romano, master in geopolitica dopo la laurea, corsi sul terrorismo internazionale. Lavora per ilGiornale.it dal 2017 e segue in particolare InsideOver)

 

 

 

La storia del Canale di Suez, segnata da competizioni tra stati, crisi politiche e guerre

Servizio "Il Post"

 

La nave portacontainer Ever Given si è incagliata di traverso nel Canale di Suez e ne ha ostruito il passaggio. È la nave più grande che abbia mai ostruito il Canale, e per ora i tentativi di smuoverla non hanno dato risultati: secondo alcuni esperti, potrebbero volerci giorni o addirittura settimane.

 

Il blocco del Canale di Suez è un grave problema per l’Egitto, che lo controlla, e per cui il Canale è un’importante fonte di reddito nazionale, ma anche per l’economia mondiale: inaugurato nel 1869 e lungo 193 chilometri, il Canale garantisce ancora oggi quasi il 7 per cento del traffico mercantile mondiale, e per le sue acque passa il 12 per cento di tutte le merci del mondo. È una delle più importanti rotte per il commercio di petrolio e ha un valore strategico anche dal punto di vista militare.

 

Il Canale ha una storia lunghissima: la storiografia antica fa risalire i primi scavi per collegare il mar Mediterraneo con il mar Rosso intorno al 1800 avanti Cristo, quando, secondo alcuni autori antichi tra cui Aristotele, il faraone Senusret III avrebbe creato un primo canale per l’irrigazione, che poteva diventare navigabile nei periodi di piena, in seguito chiamato Canale dei Faraoni. Le prime testimonianze certe della sua realizzazione però risalgono a molto dopo, al tempo del faraone Necao II, che regnò attorno al 600 a.C, e del re persiano Dario I, che si trovò a governare l’Egitto dopo che suo padre l’aveva conquistato.

 

Il Canale dei Faraoni era molto diverso dal Canale di Suez. Quello attuale si estende da nord a sud, e collega direttamente Mediterraneo e mar Rosso: parte da Port Said, a nord, e arriva a Suez, a sud. Quello antico si estendeva da ovest a est, e collegava un ramo della foce del fiume Nilo con il mar Rosso. Questo canale fu poi espanso da vari membri della dinastia tolemaica, che governò l’Egitto dal 305 a.C e la cui ultima esponente fu Cleopatra. Fu usato e allargato anche in epoca romana, tanto che a un certo punto divenne noto come il Canale di Traiano, dal nome dell’imperatore.

 

Dopo la caduta dell’Impero romano, i successivi governanti dell’Egitto continuarono a fasi alterne a servirsi del canale, finché nel 676 d.C. il califfo della dinastia abbaside non lo fece chiudere definitivamente per ragioni militari.

 

I resti del Canale dei Faraoni, descritto in numerose opere storiche, furono rinvenuti nel 1799 dalla celebre spedizione in Egitto di Napoleone, che per diversi anni nutrì la speranza di poter aprire una via verso il mar Rosso. Il suo intento era mettere in difficoltà la Gran Bretagna, rivale della Francia, che al tempo dominava i mari e i commerci anche grazie al suo controllo della rotta del Capo di Buona Speranza, che circumnaviga l’Africa per collegare Europa e Asia.

 

Napoleone rinunciò alla costruzione di un canale perché i suoi scienziati gli dissero che il livello del mar Rosso era di circa 9 metri più alto di quello del mar Mediterraneo: per costruire un canale navigabile per collegare i due mari sarebbe stato necessario creare un complesso e dispendioso sistema di chiuse — un po’ come quello che è in uso ai giorni nostri nel canale di Panama.

 

Gli scienziati di Napoleone però si sbagliavano: la differenza d’altezza tra i livelli dei due mari è in realtà trascurabile, ma dovettero passare una cinquantina d’anni prima che nuovi studi se ne accorgessero, e che il diplomatico francese Ferdinand de Lesseps ottenesse da Muhammad Said Pascià, allora sovrano dell’Egitto e del Sudan, una concessione per cominciare la costruzione del canale, nel 1854. Lesseps fondò la Compagnia del Canale di Suez, che avrebbe avuto in gestione l’opera per 99 anni, e ne vendette il 49 per cento delle quote per finanziarsi; il restante 51 per cento rimase in mano francese.

 

La costruzione cominciò nel 1859, durò dieci anni e si svolse in condizioni terribili: morirono migliaia di lavoratori, in gran parte egiziani costretti al lavoro forzato, soprattutto a causa delle epidemie di colera e altre malattie che si diffusero nei cantieri. L’inaugurazione, il 17 novembre del 1869, fu un grande evento a cui partecipò un’ampia rappresentanza dell’aristocrazia europea, tra cui l’imperatore austriaco Francesco Giuseppe.

 

La Gran Bretagna, inizialmente contraria alla costruzione del canale, perché avrebbe messo in pericolo le sue rotte commerciali tradizionali, ne ottenne poi il controllo alla fine del 1800, quando conquistò di fatto l’Egitto e comprò il 44 per cento delle quote della Compagnia del Canale di Suez. Nel 1888, la Convenzione di Costantinopoli dichiarò il canale un territorio neutrale sotto la protezione britannica.

 

Il Canale di Suez, al momento dell’apertura, era un’opera imponente ma relativamente semplice: consentiva il transito di una nave per volta, e per garantire un passaggio più rapido lungo il tragitto si trovavano degli slarghi, tra cui il Grande lago amaro, un lago naturale che connette due segmenti del canale, nei quali le navi si aspettavano a vicenda. Il tempo necessario per attraversarlo tutto, all’inizio, era di circa 40 ore, che però si erano già ridotte a 13 alla fine degli anni Trenta del Novecento. Soltanto nel 1947 fu introdotto un sistema a carovane: ogni giorno erano organizzate tre partenze di grandi gruppi di navi tutte in fila, due dirette verso sud e una diretta verso nord, che procedevano in senso unico alternato. Questo sistema è rimasto in vigore fino all’allargamento del Canale, avvenuto nel 2015.

 

Fin dalla sua apertura, il Canale cambiò in maniera eccezionale le dinamiche commerciali, i trasporti e le strategie militari. Nel 1870, il primo anno pieno di attività, i transiti attraverso il Canale furono 486, circa uno e mezzo al giorno, ma crebbero in maniera consistente fino a superare i 20 mila negli anni Sessanta del Novecento (ai giorni nostri sono calati leggermente: nel 2018 sono stati 18.174, ma il tonnellaggio totale delle navi è quasi triplicato rispetto agli anni Sessanta, per via delle gigantesche portacontainer e delle petroliere).

 

L’apertura del Canale rivoluzionò il commercio mondiale: rese in parte obsoleta la rotta del Capo, e nel corso del Novecento, dopo che i paesi del golfo Persico diventarono i più grandi esportatori di greggio al mondo, divenne essenziale per il rifornimento energetico dell’Europa.

 

Ebbe un valore strategico anche dal punto di vista militare. Durante la Prima e soprattutto la Seconda guerra mondiale divenne un obiettivo che i britannici difesero in tutti i modi e che usarono per bloccare le navi tedesche e italiane, provocando grave danno ai paesi dell’Asse.

 

Il Canale divenne centrale negli scontri geopolitici soprattutto dopo la Seconda guerra mondiale: nel 1956 il presidente dell’Egitto, Gamal Abdel Nasser, nazionalizzò la gestione del Canale, e in risposta il Regno Unito, la Francia e Israele invasero il paese.

 

La crisi di Suez, come fu nominata, durò otto giorni e fu un disastro per i paesi invasori: Regno Unito e Francia riuscirono a occupare il Canale abbastanza facilmente, mentre Israele aveva già preso possesso della penisola del Sinai, ma la pressione internazionale, sia da parte degli Stati Uniti sia da parte dell’Unione Sovietica, fu così forte che i tre paesi furono costretti a ritirarsi. A presidiare l’area furono mandate le forze di peacekeeping dell’ONU: l’organizzazione era nata da pochi anni, e quella fu la prima missione in assoluto dei Caschi blu.

 

Per Regno Unito e Francia fu una grave umiliazione, e oggi gli storici ricordano la crisi di Suez come il momento in cui divenne chiaro a tutto il mondo che le uniche superpotenze erano gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica, e che il declino militare dei paesi europei era ormai inarrestabile.

 

Il canale fu coinvolto anche nelle numerose guerre tra Israele e i paesi arabi della seconda metà del Novecento. Nel 1967, dopo la Guerra dei sei giorni, Israele occupò di nuovo la penisola del Sinai, ottenendo il controllo di una delle due sponde del Canale. A causa del conflitto, il Canale fu chiuso e rimase così per otto anni, fino al 1975.

 

Al momento della chiusura, stavano transitando nel Canale 15 navi commerciali, che rimasero bloccate per tutti gli otto anni: le 15 navi divennero famose come “flotta gialla”, per la sabbia che con il tempo si depositò sulle imbarcazioni. Nel corso degli anni sulle navi rimase sempre qualcuno a bordo, a turno, per la manutenzione e la sorveglianza delle imbarcazioni, e con il tempo sulla flotta gialla si formò una piccola comunità, con la sua chiesa e il suo campo da calcio, creato sulla nave più grande.

 

Nel corso dei decenni il Canale ha mantenuto la sua centralità nei commerci e nei trasporti mondiali, anche se con notevoli mutamenti dettati dalle evoluzioni tecnologiche e commerciali.

 

Fino agli anni Quaranta uno dei suoi utilizzi principali era il transito di passeggeri, che però si ridusse molto dopo l’introduzione del trasporto aereo di massa: il picco di passeggeri trasportati fu nel 1945, con quasi un milione di persone. Nella metà del Novecento divenne un’arteria fondamentale per il trasporto del greggio, anche se perse gradualmente d’importanza in concomitanza con la scoperta di giacimenti al di fuori dei paesi del Golfo, per esempio in Africa e in America del Nord.

 

Nel 2014 il presidente egiziano Abdel Fattah al Sisi annunciò un’imponente opera di allargamento del Canale, che portò l’anno successivo alla creazione di un secondo canale parallelo lungo 35 chilometri, situato più o meno al centro del tragitto, e all’allargamento di altre sezioni. Questo ha consentito di organizzare il transito a due corsie: tutti i giorni, un convoglio di navi parte alle 4 del mattino da Suez, diretto verso nord, mentre un altro convoglio parte alle 3.30 da Port Said, diretto verso sud: le partenze sono sincronizzate affinché i due convogli si incrocino nel punto in cui si trovano le due corsie, in modo da non doversi fermare (nel canale di Suez si tiene la destra: il convoglio che va verso nord usa il canale est, quello che va verso sud usa il canale ovest).

 

Per l’Egitto il canale di Suez è un’enorme fonte di reddito. Il costo per il transito di ogni singola nave varia moltissimo, dai 100 mila ai 500 mila dollari, e si stima che le entrate annuali del governo egiziano grazie al Canale ammontino in totale a circa 5 miliardi di dollari.

 

Nonostante l’enorme costo di transito, generalmente per le compagnie navali usare il Canale di Suez è piuttosto conveniente, perché riduce molto i giorni di viaggio e il consumo di carburante. Soltanto in rari periodi in cui il costo del carburante è bassissimo la rotta del Capo torna concorrenziale: è successo l’ultima volta nel corso del 2020, quando alcune compagnie decisero di fare il percorso più lungo.

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Le mosse dell'Italia per riprendere un suo ruolo in Libia. Maro Draghi a Tripoli

di Michele Valensise - Diplomatico

 

ROMA - Per avere successo la politica deve produrre fatti concreti, soddisfare aspettative, realizzare programmi, ma anche i simboli hanno la loro importanza. Dopo dieci anni di guerre, lutti e distruzioni, da poche settimane la Libia ha intrapreso una via promettente e in parte inattesa con la costituzione di un nuovo governo transitorio di unità nazionale. Il suo compito è di stabilizzare il Paese e traghettarlo fino alle elezioni nazionali del 24 dicembre.

 

Dai colloqui di Ginevra, svoltisi sotto l’egida delle Nazioni Unite, troppo spesso lapidate per burocratismo e inefficienza, è emerso un ticket di governo diverso da quello previsto o sperato dagli attori principali. In ogni caso, i negoziati ginevrini sono stati un successo. Il nuovo primo ministro, punto di forza del governo, Abdul Hamid Dbeibah, ricco imprenditore di Misurata con un passato americano e uno stretto rapporto con il figlio di Gheddafi, Saif al-Islam, ha scalzato il candidato favorito, il potente ex ministro dell’Interno, Fathi Bashaga, anche lui misuratino. Ora a Tripoli l’atmosfera è relativamente tranquilla, mentre in Cirenaica si avverte maggiore tensione tra le fazioni locali.

 

Anche l’ampia fiducia ottenuta in Parlamento da Dbeibah (132 deputati a favore su 178 presenti) induce a un cauto ottimismo. Per più d’uno, con il nuovo governo si apre una stagione nuova, nella quale le armi potrebbero cedere finalmente il passo agli argomenti della politica e della diplomazia. Il confronto sembra agevolato anche dal pragmatismo del neo-premier, lontano dal furore ideologico prevalso in passato, come è pragmatica e spregiudicata, anche attraverso la concessione di consistenti benefìci economici ai clan, l’acquisizione del consenso. Ma la fase politica si consoliderà ormai definitivamente? 

 

Bene ha fatto il governo italiano a segnare rapidamente un punto a suo favore con la visita a Tripoli del ministro Di Maio, la prima di un responsabile politico Ue, che è stata seguita da una sua ulteriore visita insieme ai colleghi francese Le Drian e tedesco Maas. Ancor più importante è l’annuncio della prossima missione del presidente Draghi in Libia il 6 o 7 aprile. Questa tempestiva serie di contatti dimostra una nostra rinnovata attenzione per gli sviluppi libici e una promettente disponibilità del nuovo governo di Tripoli a rialimentare il dialogo con Roma. In passato non sono mancate oscillazioni nella nostra linea, con una regia a volte incerta, tuttavia se questo è il momento dell’opzione politica condivisa, la voce italiana sarà ascoltata con attenzione.

 

Restano da chiarire due punti cruciali, disarmo delle milizie e ritiro dei combattenti stranieri. Sul primo, vedremo se l’approccio “transattivo” di Dbeibah sarà più efficace di quello securitario di Bashaga. Sull’altro punto, occorrerà far luce sulle intenzioni di Turchia e Russia. Le forze militari inviate da Ankara, in leggero ripiegamento, mantengono il vantaggio del partner (islamico) storico che nei mesi scorsi ha salvato Tripoli dall’attacco di Haftar. Il problema vero sono i mercenari russi della Wagner, schierati “a difesa” del perdente uomo forte di Bengasi. A che cosa puntano i russi, che ruolo avranno se il confronto diventa più politico e meno militare e alla fine con quale legittimazione?

 

Torna in primo piano l’attivismo degli sponsor stranieri dei diversi gruppi locali. Le attese sul fronte interno sono legate a doppio filo allo scenario internazionale. Biden ha già mostrato ben maggiore attenzione di Trump per l’area mediterranea, stringendo le maglie delle alleanze con Egitto, Emirati Arabi, Turchia e, nonostante le accuse, anche con l’Arabia Saudita. La pressione di Washington dovrebbe almeno scongiurare mosse avventate di quei Paesi in Libia.

 

Circa la Russia invece è lecito mantenere preoccupazioni più profonde. I miliziani della Wagner, dietro la cui natura “privata” le autorità russe cercano goffamente di nascondersi, continuano la costruzione di una lunga trincea da Sirte al sud, oggi dell’ordine di novanta chilometri. A che serve una nuova cesura fisica artificiale quando l’azione politica mira a consolidare l’unità nazionale? La dimensione dei lavori di scavo non sembra proprio preludere a un ritiro dei militari russi. La strategia del Cremlino, ammesso che sia ben definita, sembra quella più scontata, di piantare una bandiera in un’area nevralgica, a venti minuti di volo da Sigonella, riempiendo un vuoto prodotto da tante cause.

 

La assertività russa, per la quale la nuova amministrazione americana non è condiscendente come la precedente, nel Mediterraneo si tocca con mano. L’Ue purtroppo non è in grado di agire incisivamente. Nella partita in corso in Libia, pur senza stivali sul terreno l’Italia potrebbe ora contribuire non solo con i simboli alla stabilizzazione della Libia, prendendo l’iniziativa in raccordo con i maggiori alleati sui campi politico e diplomatico nei quali gioca meglio.

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(www.ilfattoquotidiano.it - Michele Valensise è stato ambasciatore d’Italia a Sarajevo, a Brasília e a Berlino. Dal 2012 al 2016 è stato segretario generale del Ministero degli Esteri. Collabora al Fatto Quotidiano)

 

 

 

Aria di guerra fredda tra la Cina e l’Europa. Rappresaglie di Pechino dopo le sanzioni

di Pierre Haski - France Inter

 

PARIGI - Anche se non siamo ancora arrivati alla guerra fredda la situazione attuale comincia a ricordarla seriamente. Il 22 marzo i rapporti tra la Cina e i paesi occidentali hanno vissuto un’escalation nello scontro sempre meno ovattato sulla sorte degli uiguri dell’ovest della Cina.

Con un’azione diplomatica coordinata, l’Unione europea, il Regno Unito, gli Stati Uniti e il Canada hanno annunciato sanzioni individuali nei confronti di funzionari cinesi coinvolti nella manovra repressiva contro gli uiguri.

 

Immediatamente sono arrivate le rappresaglie di Pechino contro l’Europa, con sanzioni imposte a dieci figure di spicco, tra cui cinque eurodeputati (compreso il francese Raphaël Glucksmann e il verde tedesco Reinhard Bütikofer, presidente della delegazione parlamentare per i rapporti con la Cina), oltre che a un istituto di ricerca e a un’associazione parlamentare.

 

Difficile tornare alla calma

 

Nella risposta cinese emerge un paradosso. Le sanzioni europee colpiscono persone direttamente legate alla repressione nello Xinjiang, all’apparato di sicurezza, alla macchina economica dello stato e al partito comunista cinese. La risposta cinese, invece, si concentra su persone critiche nei confronti politica cinese e di conseguenza sulla loro libertà di espressione come parlamentari, ricercatori o cittadini, senza riferimenti ad atti specifici.

 

Evidentemente c’è un valore simbolico nelle sanzioni individuali. Privare Raphaël Glucksmann o un altro deputato della possibilità di recarsi in Cina non gli impedirà di vivere. Il deputato del gruppo socialista al parlamento europeo, particolarmente eloquente nel difendere la causa degli uiguri, ne ha fatto addirittura un vanto su Twitter il 22 marzo.

 

È il primo segno dell’impegno di Joe Biden di rinvigorire la politica delle alleanze. Ed è utile sapere che si tratta delle prime sanzioni europee contro la Cina dopo l’embargo sulle armi imposto all’indomani del massacro di piazza Tiananmen del 1989, così come inedita è la risposta di Pechino. Imporre sanzioni è più facile che cancellarle, e questo significa che un ritorno ad acque più calme sarà difficile.

 

Nuova frattura ideologica

 

D’altra parte la Cina, colpendo specificamente il parlamento europeo, ha compromesso la ratifica (che già si annunciava problematica) del trattato sino-europeo sugli investimenti negoziato a dicembre. Numerosi deputati avevano criticato l’inconsistenza degli impegni cinesi sul tema dei lavori forzati imposti agli uiguri.

Non siamo ancora alla guerra fredda, perché non è possibile passare in un batter d’occhio da un mondo globalizzato in cui la Cina occupa un ruolo primario nella produzione economica a un mondo di guerra latente, dove i blocchi sono separati.

 

Ma non dobbiamo farci illusioni. Il 22 marzo abbiamo assistito a un coordinamento eccezionale tra gli occidentali per colpire Pechino. È il primo segno dell’impegno di Joe Biden a rinvigorire la politica delle alleanze. Nel frattempo i cinesi hanno messo in scena un incontro con il ministro degli esteri russo Sergei Lavrov nella cornice idilliaca di Guilin, nel sud della Cina, per mostrare un fronte unito dopo il burrascoso vertice sino-americano della settimana scorsa in Alaska. Uno dei temi dell’incontro? Come fare a meno del dollaro.

 

È in corso uno scivolamento verso una nuova frattura ideologica, e gli europei che speravano di evitarlo si trovano trascinati loro malgrado. La Cina, con la sua intransigenza e il nuovo radicalismo della propria diplomazia, spinge gli europei a schierarsi. A questo punto è difficile immaginare che qualcosa possa arrestare il degrado dei rapporti, almeno a breve termine.

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(Pierre Haski - France Inter - Traduzione di Andrea Sparacino per www.internazionale.it - Sostenete l'informazione di qualità abbonandovi a Internazionale)

 

 

 

 

La Cina verso il tetto del mondo. Tra pochi anni il Dragone dominerà il panorama economico

di Valeria Panigada - Wall Street Italia

 

Cina alla riscossa verso il tetto del mondo. Il gigante asiatico si è già lasciato alle spalle la pandemia da coronavirus, che invece preoccupa ancora Europa e Stati Uniti, e corre incontrastato verso nuovi traguardi che lo porteranno nel giro di qualche anno a dominare il panorama economico globale.
Lo dicono i numeri: la Cina è stato l’unico paese al mondo a chiudere il 2020, l’anno dello scoppio della crisi sanitaria, con segno positivo (Pil +2,3%) e per il 2021 il suo vantaggio aumenterà ulteriormente.
Il Congresso nazionale del Popolo, tenutosi il mese scorso per l’
approvazione del 14esimo Piano quinquennale 2021-25, ha fissato un target di crescita di oltre il 6% quest’anno, ma secondo molti esperti la stima è decisamente contenuta.

 

Nel suo ultimo World Economic Outlook, il Fondo Monetario Internazionale proietta il Paese verso un’espansione dell’8,1% quest’anno, contro un’Eurozona che, dopo il -7,2% del 2020, dovrebbe recuperare del 4,2% nel 2021, e gli Stati Uniti che, dopo la contrazione del 3,4%, dovrebbero assistere a un rimbalzo del Pil del 5,1%.

“Questi numeri – commenta Lorenzo Alfieri, country head di J.P. Morgan Asset Management – danno un quadro chiaro di come si stia uscendo da questa crisi sanitaria in maniera diversa e come ci siano delle regioni del mondo in cui questa pandemia sia transitata in maniera molto silenziosa. I dati prospettici che arrivano dal gigante asiatico parlano di tassi di crescita superiori all’8% nel 2021, sebbene gli interventi adottati dalle autorità siano stati in percentuale molto minore rispetto a quelli in Europa e negli Stati Uniti”.

Sta cambiando il filo conduttore del mondo?

Già da un primo sguardo si intuisce come la Cina stia muovendo i primi passi per giocare un ruolo di predominanza rispetto alle altre aree regionali di riferimento, ovvero Stati Uniti ed Europa. Ma al di là dei numeri sul Pil, ci sono alcuni aspetti che preannunciano l’avanzata del Dragone. La spinta della middle-class.
La corsa inarrestabile della Cina sarà sempre più sostenuta e spinta dai consumi di una popolazione giovane e dai bisogni di una classe media emergente. Basta guardare al Black Friday, che negli Usa ha registrato vendite per circa 9 miliardi di dollari, mentre in Cina la festività corrispondente ha generato ben 74 miliardi di dollari in un solo giorno, vale a dire otto volte di più.

 

“È un aspetto significativo e dimostra come i consumi espressi soprattutto dai più giovani stiano scoppiando nel paese e continente asiatico”, sottolinea Alfieri.

Impressionante anche la previsione di crescita in termini di reddito individuale: si stima che nel 2030 il 72% della popolazione cinese apparterrà alla middle class e il 40% dei consumatori di beni di lusso nel mondo sarà cinese. E non è certo un caso che negli ultimi anni i nuovi extra-ricchi siano spuntati proprio nell’area asiatica, dimostrando come i paesi di questa regione abbiano intrapreso una traiettoria di crescita importante non solo in percentuale ma anche in termini di qualità.

Cina, un dominio assoluto nelle tecnologie

Il premier Li Keqiang ha annunciato che la Cina aumenterà la spesa per la ricerca e lo sviluppo di oltre il 7% all’anno tra il 2021 e il 2025, alla ricerca di “grandi scoperte” nella tecnologia, definendo in particolare sette aree su cui concentrarsi, tra cui l’intelligenza artificiale, il calcolo quantistico, i semiconduttori e lo spazio. Con questo programma Pechino si prepara a sorpassare le economie sviluppate, come Stati Uniti ed Europa, dopo averle raggiunte in termini di spesa nel giro di pochi anni.

“La Cina si è ormai immersa nel futuro e nelle nuove tecnologie a una velocità superiore di molti altri paesi occidentali”, commenta Alfieri, guardando ai tassi di crescita degli investimenti a doppia cifra sul settore dei semiconduttori.

 

Ma non solo. Il gigante asiatico punta a diventare leader mondiale nel settore delle auto elettriche, con vendite che nel giro di dieci anni si moltiplicheranno di oltre dieci volte: dalle attuali 2 milioni di auto all’anno a 25 milioni nel 2030, grazie anche ai modelli super economici, da poco più di 4.000 dollari, che possono soddisfare la crescente domanda del ceto medio. Non c’è da stupirsene, se si considera che già oggi la Cina è il più grande produttore di batterie al mondo e quindi i suoi produttori di auto elettriche beneficiano dell’accesso a una fornitura a basso costo della parte più costosa di un veicolo plug-in.

 

Senza dimenticare che Pechino detiene quasi un monopolio sulle cosiddette “terre rare”, ossia quegli elementi chimici non rinnovabili ma fortemente strategici per le nuove tecnologie. Da sola detiene oltre il 62% della produzione globale mineraria, circa il 90% della produzione e il 36,6% delle riserve mondiali. Si intuisce come in prospettiva la sua posizione rappresenterà un pericoloso concorrente soprattutto per gli Stati Uniti. Nel frattempo, la transizione energetica è lanciata.
Anche in questo campo la Cina sta giocando un ruolo di dominio, incidendo in maniera superiore rispetto a Europa e Stati Uniti, nonostante il ritardo. Le autorità cinesi hanno messo nero su bianco l’impegno di raggiungere la neutralità carbonica (zero emissioni inquinanti) nel 2060, ma già dal 2050 le rinnovabili arriveranno a coprire il 50% delle fonti energetiche utilizzate dal paese, dall’attuale 5% circa. Una rivoluzione che imporrà nei prossimi decenni un maxi-piano di investimenti tra opere strutturali e di infrastruttura.

 

“La Cina è diventata il vero antagonista per gli Usa e in questo scenario la rivalità tra le due super potenze è destinata a rimanere accesa soprattutto sui temi dell’innovazione tecnologica e della conquista di nuove frontiere, nonostante una politica più diplomatica da parte del presidente americano Joe Biden – prevede Alfieri –.  L’economia cinese si sta imponendo in modo strutturale su tutta una serie di settori in cui finora giocava un ruolo marginale e per questo è destinata a occupare in modo definitivo un ruolo primario nel mondo”.
In prospettiva, dunque, la Cina sta dimostrando non solo che uscirà dalla crisi pandemica più forte di prima, ma che si affermerà come superpotenza in tutti gli ambiti.

Mercati finanziari efficienti

Tra i tavoli in cui il suo dominio è già realtà c’è quello degli investimenti esteri diretti. Nell’anno del Covid, la Cina ha strappato il primato agli Stati Uniti, registrando 163 miliardi di dollari di flussi in entrata contro i 134 miliardi diretti Oltreoceano, secondo un’analisti stilata dalla United Nations Conference on Trade and Development.
Un risultato che riflette gli sforzi compiuti in questi ultimi anni dalle autorità centrali di Pechino per aprire i propri mercati agli investitori esteri. Basta pensare al più recente mercato A-Shares, dove oggi sono quotati oltre 3.500 titoli di società cinesi, permettendo un facile accesso al mondo impresa da parte degli investitori di tutto il mondo. Mentre i listini di Shanghai e Shenzhen oggi sono secondi al mondo dopo il Nasdaq di Wall Street.

“Oggi i mercati finanziari cinesi sono molto più efficienti, liquidi, affidabili e credibili – descrive Alfieri – compiendo passi da gigante che li hanno portati a rappresentare quasi il 40% degli attivi dei mercati emergenti (Msci Emerging Markets), mentre solo l’A-shares, che è ancora una nicchia, pesa per il 7%”.

 

I numeri, ancora una volta, confermano quanto le porte della finanza in Cina siano ormai aperte in maniera definitiva agli investitori. Ma non solo azionario, perché anche il mercato obbligazionario cinese si è evoluto in maniera impressionante diventando il secondo al mondo. E la sua crescita non si è certo esaurita. Seppure vi sia ancora una prevalenza di bond governativi, con un forte controllo da parte dello Stato centrale, è un mercato che si sta diversificando, con sempre più emissioni societarie che potrebbero rappresentare interessanti opportunità di investimento. E se una potenza economica che si rispetti deve avere anche una valuta forte, di certo il renminbi è all’altezza.

 

“È ancora una riserva di valore secondaria rispetto al dollaro e all’euro, ma sta assumendo un ruolo importante soprattutto negli interscambi da e verso la Cina – illustra Alfieri –. Si deve riconoscere anche che l’atteggiamento della banca centrale cinese (la People’s Bank of China, PBOC) è stata estremamente rigorosa acquistando crescente credibilità tra i grandi investitori”.

La Cina in sintesi

Intuita la grandezza della Cina e soprattutto la sua evoluzione nel panorama economico mondiale, come tradurre tutto questo in attività di investimento? Certamente i mercati finanziari offrono interessanti opportunità, tra società quotate, fondi specializzati, Etf dedicati, ma servono due occhi in più (e forse anche quattro) per orientarsi al meglio.

 

“Nonostante i miglioramenti in termini di trasparenza, oggi è ancora difficile poter avere una visione obiettiva ed equilibrata dell’andamento di un’azienda in Cina – avverte Alfieri –. A differenza dell’Europa e degli Stati Uniti, dove si possono acquistare azioni di società quotate sul listino a prescindere dal proprio grado di conoscenza, in Cina è sempre bene passare attraverso professionisti competenti, che possono avere informazioni più accurate e immediate della situazione. È fondamentale affidarsi a gestori presenti nei paesi di riferimento, così da assicurarsi i rapporti e le indicazioni il più corrette e approfondite possibile e ricevere magari anche quelle dritte sui cambiamenti in atto che possono rivelarsi strategiche”.

 

Nella costruzione di un portafoglio diversificato, secondo Alfieri, la Cina dovrebbe avere ormai un peso tra il 3 e il 5%, con una importante quota impiegata nell’azionario. Non dimentichiamo, infatti, che il gigante asiatico è destinato a diventare nel 2027, quindi nel giro di qualche anno, la maggiore economia al mondo. “Non si può non avere un investimento di un certo rilievo (raccomando di passare attraverso fondi specializzati) in un paese che avrà una rilevanza così importante, se si vuole puntare sul futuro e sulla crescita globale”, conclude Alfieri.

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(Valeria Panigada - www.wallstreetitalia.com - Questo articolo fa parte di un dossier sulla Cina pubblicato sul numero di marzo del magazine Wall Street Italia)

 

 

 

OBS MAGAZINE

 

 

L’EVENTO

 

Premio Strega, ecco i dodici libri candidati. La cinquina il 10 giugno e il vincitore l'8 luglio

di Leo Coen

 

ROMA - La corsa all'ambitissimo Premio Strega è a una svolta. E' avvenuta infatti la difficile selezione dei dodici libri che parteciperanno alla LXXV edizione. Il Comitato direttivo del premio ha scelto tra sessantadue titoli di narrativa proposti quest’anno dagli Amici della Domenica. Ecco i libri selezionati:

 

1) Andrea Bajani, Il libro delle case (Feltrinelli) – proposto da Concita De Gregorio;

2) Edith Bruck, Il pane perduto (La nave di Teseo) – proposto da Furio Colombo;

3) Maria Grazia Calandrone, Splendi come vita (Ponte alle Grazie) – proposto da Franco Buffoni;

4) Giulia Caminito, L’acqua del lago non è mai dolce (Bompiani) – proposto da Giuseppe Montesano;

5) Teresa Ciabatti, Sembrava bellezza (Mondadori) – proposto da Sandro Veronesi;

6) Donatella Di Pietrantonio, Borgo Sud (Einaudi) – proposto da Nadia Fusini;

7) Lisa Ginzburg, Cara pace (Ponte alle Grazie) – proposto da Nadia Terranova;

8) Giulio Mozzi, Le ripetizioni (Marsilio) – proposto da Pietro Gibellini;

9) Daniele Petruccioli, La casa delle madri (TerraRossa) – proposto da Elena Stancanelli;

10) Emanuele Trevi, Due vite (Neri Pozza) – proposto da Francesco Piccolo;

11) Alice Urciuolo, Adorazione (66thand2nd) – proposto da Daniele Mencarelli;

12) Roberto Venturini, L’anno che a Roma fu due volte Natale (SEM) – proposto da Maria Pia Ammirati.

 

A giugno gli autori candidati e finalisti alla LXXV edizione del premio saranno ospiti di festival e manifestazioni culturali in tutta Italia. La prima votazione, che selezionerà la cinquina dei finalisti, si terrà giovedì 10 giugno, mentre l’elezione del vincitore si svolgerà giovedì 8 luglio.

L’immagine che accompagna la nuova edizione è stata realizzata da Lorenzo Mattotti, uno dei disegnatori italiani più apprezzati a livello internazionale. “Una danza selvaggia” la descrive l’autore “un rituale augurale, un sabba moderno fatto da Streghe contemporanee che si battono per i loro diritti e per la loro condizione. Un manifesto dinamico e colorato che vuol celebrare con una ventata d’aria fresca i 75 anni del Premio Strega”.

 

Melania G. Mazzucco, presidente del Comitato direttivo, descrive così i libri candidati: “Fra i sessantadue titoli proposti abbiamo notato il ricorrere della distopia e dell’autobiografia, e una generale diffidenza nel romanzo di intreccio e di genere. Le autrici e gli autori prescelti rappresentano più generazioni, con un’escursione anagrafica agli estremi di ben sessantatré anni. Nella maggioranza però sono nati negli anni Sessanta, Settanta e Ottanta".

"I titoli selezionati nel 2021 - prosegue - raccontano per la maggior parte storie legate al vissuto personale dell’autrice o dell’autore, al suo mondo privato e prossimo (amici, parenti, conoscenti), e alla geografia locale, provinciale, talvolta rionale. In qualche caso questo vissuto incrocia la grande storia, più spesso si tratta invece di microstorie intime".

"Sono storie di famiglie - precisa - in cui dominano le figure delle madri – spesso anaffettive, furiosamente antagoniste – e delle sorelle, mentre i padri sono quasi assenti, sgraditi, superflui o silenziati. Sono storie di bambine senza infanzia, adolescenti solitarie o emarginate. Il sentimento dell’esclusione sociale e del rancore incendia alcuni di questi libri. Sono storie di testimonianza, di vita vissuta o prossima. Sono storie domestiche, nelle quali la casa – abitata, posseduta, perduta, occupata, infestata di oggetti – diventa personaggio. Nell’anno del confinamento nelle mura domestiche o nelle mura metaforiche dei nostri confini nazionali, è certo una coincidenza non casuale”.

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IL MANUALE

 

Le pennette "chez Silvio" e il cavallo di Macron. L'arte di negoziare secondo Tufarelli e Zagari

di Federica Fantozzi - Huffington Post

 

ROMA - La cena di gala nella caserma di Coppito durante il G8 dell’Aquila, quando Silvio Berlusconi stravolse il protocollo facendo sedere ai suoi lati i due “nemici” Obama e Gheddafi che finirono per stringersi pubblicamente la mano. L’importanza della “diplomazia calcistica” per Franco Frattini che da ministro degli Esteri propose che il Comitato Internazionale Olimpico sedesse al tavolo dell’Onu come osservatore permanente. Ma anche la simbologia del regalo con cui la Francia contraccambiò la coppia di panda ricevuta dalla Cina: un cavallo, perché Xi Jinping li alleva e perché “Ma” - sillaba iniziale di Macron – significa appunto “cavallo” in mandarino. Fino alla “pizza diplomacy” dell’ambasciatore americano a Roma, che costruì un forno a legna nel parco di Villa Taverna per offrire margherite agli ospiti di riguardo.

 

Il negoziato è un’arte. Politico, economico, strategico, sportivo: non si improvvisa. Mitterrand lo intendeva come “nuovo stile di vita collettivo”, Pier Luigi Celli invitava i dirigenti a studiare Leopardi oltre che Machiavelli, Greta Thurnberg con l’aiuto dei social media ne ha stravolto le regole. A inventarlo sono stati gli Antichi Greci, ma il bluff è farina del sacco dei Bizantini: pur avendo un esercito esiguo, allestivano impressionanti parate facendo cambiare più volte uniformi ai pochi soldati.

A rivelarne storia, segreti, aneddotica e soprattutto architettura è il manuale “Negoziando. Cassetta per gli attrezzi per classi dirigenti” scritto da Francesco Tufarelli, direttore generale della presidenza del consiglio ed ex capo di gabinetto di Buttiglione e Moavero, e Cristiano Zagari, esperto di tematiche negoziali europee (appena pubblicato per The Skill Press).

 

La premessa riabilita il negoziatore, storicamente afflitto da reputazione ambigua: bugiardo, subdolo, spietato, opportunista. Da Richelieu l’”uomo in rosso” che “servì la monarchia, il Direttorio, il Consolato, l’Impero” al “diavolo zoppo” Talleyrand, fino a Metternich, Cavour, Churchill. L’ambasciatore Sergio Romano ci mette De Gaulle, Nixon e Deng Xiaoping. Categoria di ipocriti o semplicemente di realisti? Già nel Seicento un trattato li disciplinava: calmi, pazienti, devono guardarsi dalle donne e saper cucinare bene. Già: bene le “domande a specchio” e la tattica del “compromesso accettabile” e vincere senza umiliare. Ma la strada per convincere l’interlocutore spesso passa attraverso il suo stomaco. Lo sapeva l’ambasciatore italiano di Bush, Ronald Spogli, quando esibì alla stampa estera il “pizza hut” installato nel parco della sua residenza, con degustazione di focaccia al gorgonzola. Ma lo stesso Berlusconi, per interposto cuoco Michele, utilizzava le “cene a margine” come arma di conquista degli invitati, a partire da Umberto Bossi: pennette tricolori, risotti padani (vietati aglio e cipolla), bufala campana, arrosto, gelato alla crema.

 

Il manuale per negoziatori, mediatori e facilitatori (segnarsi le differenze) non tralascia nulla. La tattica della sedia vuota: non presentarsi e fare una conferenza stampa altrove. Non arroccarsi sulle posizioni senza capire gli interessi alla base: lo stallo negoziale di Camp David tra egiziani e israeliani era dovuto all’errata percezione dell’importanza del Sinai. Preferire obiettivi specifici a quelli generici: non “rafforziamo l’istruzione” bensì “aumentiamo le ore di matematica”. Per rilassarsi passare i polsi sotto l’acqua fredda. Cruciale la scelta del luogo: tenere il vertice Apec nella poverissima Papua Nuova Guinea creò un impatto mediatico. A tavola ci si siede protocolli alla mano, ma con un insegnamento antico: i più temibili a sinistra, dove per un destrorso era più facile colpirli.

 

Il tempo “flessibile” degli arabi e quello “ciclico” dei cinesi

 

Paese che vai, etichetta che trovi. Non insultare, non adulare, non usare il condizionale, sono i primi comandamenti. Ma il negoziato internazionale più che un manuale richiederebbe un’enciclopedia. Con gli arabi il tempo è “flessibile”, mai mettere fretta, in pubblico si usa solo la mano destra, si rimane alla distanza di un braccio teso, si parla di famiglia e di calcio ma non di religione o politica. Con i cinesi il tempo è “ciclico”, finisce e ricomincia, ci si veste di giallo (prosperità) ma non di bianco (morte), se si è in 6 nella delegazione “tutto andrà per il meglio”, esibire esperti negli argomenti da trattare è il più gradito dei doni, e infine occhio ai traduttori “imboscati” per captare i conciliaboli riservati. Le trattative con i giapponesi sono un puzzle da comporre: l’arte della digressione è in grande spolvero e “l’elogio dell’ombra” segna l’importanza del silenzio. Con gli inglesi si può negoziare al pub, purché puntuali: chi ritarda è come “a hair in the soup”, un capello nella minestra. I russi, invece, se tardano è per manifestare superiorità: con loro si gioca a scacchi, tra pazienza e autocontrollo. Mai stringergli la mano davanti a una porta: presagio di sventura. Mai metterli all’angolo, come avvisò Putin: se incateni l’orso russo, gli spuntano zanne e artigli. E mai lasciarsi ingannare, invece, dagli americani: un po’ di “small talk”, birra a fiumi, pacche sulle spalle, ma sono decisionisti e puntano a vincere a ogni costo.

 

Da Kohl al dentista Arnaldo

 

I dettagli sono importanti, spiegano gli autori. Mappare le parti, setacciare i social, fare brainstorming, non confondersi tra concessioni e contropartite. A Bruxelles si deve l’espressione “tagliare la pera in due” per dividere profitti e perdite: quando l’Europa negoziò il budget comune con Tony Blair. Alla fine, però, collegiale o leaderistica, puntuale o differita, temporanea o strutturale, la decisione va presa.

 

Quando Rocco Buttiglione, segretario dei Cristiano-Democratici Uniti (Cdu), andò con la sua delegazione da Helmut Kohl per opporsi all’ingresso di Forza Italia nel Ppe in quanto partito troppo leaderistico, il Cancelliere tedesco dopo averli ascoltati domandò: “Quanti deputati avete?” “Due”, “E Silvio?” “Ventisette”. ”Bene, la discussione è finita”. Poi aggiunse a sigillo valido tuttora: “Tutto quello che non è socialista nel Parlamento Europeo deve diventare Popolare”. Citofonare Orban.

 

Ma sbaglierebbe chi pensasse che i negoziati sono l’arma esclusiva dell’alta politica. Come dimostra la vicenda di Arnaldo, un dentista milanese che aveva speso i suoi risparmi per avviare lo studio in un quartiere diventato all’improvviso la Chinatown sotto la Madonnina. Così ha applicato la tecnica del jiu-jitsu: non resistere alla pressione avversaria ma canalizzala per trovare interessi comuni. Ha viaggiato in Cina, scritto per il loro giornale, incontrato le istituzioni, e oggi Arnaldo è uno dei dentisti di riferimento della popolosa comunità cinese di Milano.

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(www.huffingtonpost.it - Federica Fantozzi è cronista parlamentare, ha lavorato all’Unità fino alla sua chiusura. E' autrice di romanzi gialli per Marsilio Editori)

 

 

PROTAGONISTI

 

“Bud. Un gigante per papà”: parla Cristiana Pedersoli, autrice del libro sul padre Carlo, in arte Bud Spencer

di Lisa Bernardini - La Voce di New York

 

Cristiana Pedersoli è la figlia di Carlo Pedersoli, conosciuto da tutti come Bud Spencer. Cristiana ha preso il sacro fuoco dell’arte non solo dal papà, amatissimo in tutto il mondo, ma anche da suo nonno: quel Peppino Amato che ha prodotto film indimenticabili che hanno fatto la storia del cinema italiano. Uno per tutti, “La Dolce Vita” di Federico Fellini.

Apprezzata e rinomata pittrice e scultrice, dedita a cause solidali, Cristiana vive a Roma, e il suo libro uscito qualche mese fa, Bud. Un gigante per papà (Giunti) è un autentico successo.

Cri Cri, come la chiamava suo padre Bud, è mamma di Sofia e Nicolo’, ma continua a lavorare e coltivare l’arte, la creatività e i viaggi per conoscere le culture altre del mondo.

 

Bud Spencer era tuo padre. Per tutti, un attore indimenticabile, un protagonista dei nostri tempi. Per te, soprattutto “Papà Carlo”. Quando hai deciso, e perché, di scrivere un libro su di lui?

 

“Ho cominciato a scrivere un diario di ricordi, dopo qualche mese che papà non c’era più. Ho sentito il bisogno di mettere per iscritto ricordi e momenti felici passati insieme, forse anche per far conoscere ai miei figli alcuni aspetti della vita del nonno che non conoscevano, e che valeva la pena approfondire. Poi, inaspettatamente,i miei appunti sono piaciuti all’editore tedesco dei libri di papà,che ha deciso di pubblicarlo perchè l’interesse su Bud Spencer era ancora molto forte da parte dei lettori”.

 

Quali sono i ricordi professionali più importanti che ti hanno legata a papà?

 

“Papà era un uomo curioso e dalle grandi passioni;un uomo entusiasta della vita. Avevamo una grande sintonia e ci capivamo subito; non ho mai discusso con lui; non ci piaceva litigare. Mi diceva sempre che io e lui eravamo uguali, con lo stesso carattere, e questo mi inorgogliva. I ricordi professionali più belli sono quelli legati al cinema, ad esempio quelli legati alla serie dei Piedone. Molti sono gli aneddoti divertenti vissuti in quei set. Piedone è un personaggio che lo rappresenta totalmente con tutta la sua napoletaneità: un portatore sano di valori positivi e di generosità. Da buon napoletano, papàsi immergeva nella sua Napoli e si ricaricava”.

 

Nel libro Bud. Un gigante per papà (Giunti) che hai scritto qualche mese fa, quali episodi privati di tuo padre non erano mai stati raccontati al pubblico?

 

“Sicuramente il suo pubblico non conosceva tutte le vicissitudini vissute nell’infanzia e nell’adolescenza a Napoli,con il bombardamento della fabbrica di famiglia, la forza di rinascere nel dopoguerra ed i viaggi insieme alla famiglia verso il Sud America come migranti, alla ricerca di una nuova vita. Era una novità anche l’esperienza da lui vissuta con gli Indios in Amazzonia, che hanno sicuramente influenzato poi il suo percorso interiore, rendendolo in tarda età un uomo molto spirituale”.

 

Tuo padre e Napoli: un rapporto intenso. La filosofia di vita di papà quanto rispecchiava la sua napoletaneità?

 

“Moltissimo. Napoli era un punto fermo della sua vita, l’ha sempre portata con sé, nel cuore, in tutto il mondo. Diceva spesso che se non fosse nato a Napoli, non avrebbe potuto fare tutto quello che ha fatto. Il napoletano ha un modo di vedere il mondo unico: gioioso e malinconico allo stesso tempo, con una grande energia e accettazione del reale,e papà la incarnava perfettamente. La sua filosofia di vita era il Futtetenne”.

 

Cristiana, tu sei una pittrice e scultrice; in passato, hai coinvolto tuo padre in operazioni artistiche con te? Quando?

 

“Sì. La mia occupazione principale è dipingere e fare sculture in pietra e ferro. L’esperienza più bella vissuta insieme a lui in ambito artistico è stata quella della realizzazione di un’ asta di salvadanai organizzata insieme anche ad altri artisti, il cui ricavato è stato devoluto poiad una associazione che si occupava di minori in grave disagio. Dopo pochi giorni, papà ci avrebbe lasciato,ma il suo entusiasmo in questa esperienza è stato grande fino all’ultimo”.

 

Il rapporto di tuo padre con mamma Maria; il loro, è stato un matrimonio lungo e felice.Quali sono stati, visti da te,i loro segreti di coppia?

 

“Il legame tra mia madre e mio padre è stato molto importante, costruito con sacrificio, rispetto e un grande amore. Anche nello scegliere la compagna della sua vita, papà non ha sbagliato, perchè mia madre è stato il pilastro della famiglia. Erano completamente diversi: lui la cicala e lei la formica; i classici opposti che si attraggono. I loro battibecchi erano divertenti ed ironici, e anche noi figli ci divertivamo ad ascoltarli. Papà era un uomo buono e divertente, quindi alla fine lei gli perdonava tutto”.

 

Parliamo adesso del rapporto di tuo padre con Giuseppe e Diamante, i tuoi fratelli. Ed anche del tuo personale rapporto con loro.

 

“Il rapporto che papà aveva con noi tre figli era sicuramente differente ; con Giuseppe aveva un legame anche lavorativo e quindi con maggiori discussioni legate alle problematiche del set,; caratterialmente erano diversi, perché Giuseppe è molto più simile a nostra madre, meno artista e più con i piedi per terra. Diamante ha vissuto molti anni negli Stati Uniti, quindi il loro rapporto è stato un pò a intermittenza, ma in ogni caso era la più piccola della famiglia e tra loro c’era tanta tenerezza. Per quanto riguarda me, abitando nello stesso palazzo dei miei, avevo una frequentazione giornaliera con lui, e c’era uno scambio e un confronto continuo. Tra noi tre fratelli, infine, c’è sempre stato un legame forte ed importante, trasmesso sicuramente anche dai nostri genitori”.

 

Questo tuo libro su papà è stato un grande successo: circa 18.000 copie vendute. È stato tradotto anche in tedesco, vero?

 

“Sì, il libro è stato tradotto in tedesco e anche in ungherese. Ho ricevuto ultimamente una proposta dalla Spagna, quindi mi auguro che a breve sia pubblicato anche lì. Promuoverlo è stata una bella esperienza; girando per le varie presentazioni,non mi aspettavo tutto questo amore ancora così vivo da parte dei fans e anche tanta curiosità nel conoscere gli aspetti più intimi della vita di papà”.

 

Il successo di tuo padre ha forse molto più eco all’estero che in Italia, anche se pure in patria, come abbiamo evidenziato, tutti lo ricordano e continuano ad amarlo. Ci parli di questo amore internazionale per la sua figura di attore e di uomo?

 

“E’ vero, all’estero, specie in Germania ed in Ungheria, Bud Spencerè diventato un vero e proprio personaggio di culto. A Giugno prossimo, covid permettendo, dovremmo inaugurare una mostra su di lui a Berlino. Anche in Italia, comunque,la schiera dei suoi fans è infinita. Lo hanno amato per la sua generosità d’animo, la sua umiltà anche nel successo. Inoltre, papàaveva un istinto empatico, riunito le famiglie con i suoi sorrisi e ha sempre rappresentato la difesa dei più deboli. Era un uomo autentico, sul set come nella vita privata”.

 

Siamo verso la fine di questa chiacchierata: inevitabile chiederti anche del rapporto di papà con Terence Hill. Ed il rapporto che avete voi figli ancora oggi con Terence.

 

“Papà e Terence hanno avuto una carriera straordinaria, che li ha portati in giro per il mondo a vivere esperienze uniche e irripetibili, e questo li ha legati molto. Erano molto diversi, ma li univa una grande fede e un grande rispetto reciproco; insieme si divertivano anche sul set e quando giravano delle scene insieme si creava tra loro sempre una magia, ed ognuno dava il meglio di sè. Siamo molto affezionati noi figli a Terence e alla sua famiglia, anche se purtroppo ultimamente non ci è possibile vederli; ci sentiamo telefonicamente per ogni ricorrenza”.

 

Se avessi la possibilità di dire qualcosa oggi a tuo padre, a distanza di quasi 5 anni dalla sua morte, che cosa gli diresti? Cosa è accaduto nella tua vita che ti piacerebbe tanto lui sapesse? E… C’è qualcosa che rimpiangi di non aver fatto in tempo a dirgli prima che se ne andasse ?

 

“Fortunatamente, nell’ultimo periodo, io e lui abbiamo parlato molto, e papà mi ha espresso spesso il suo amore e la sua stima, quindi non ho rimpianti. Mi dispiace soltanto che non abbia partecipato a molti miei successi artistici,e non abbia visto gli sviluppi lavorativi e di vita dei miei figli: ne sarebbe stato molto orgoglioso. Vorrei dirgli che mi manca fisicamente,ma che lo sento vicino a me spessissimo, e questo mi dà molta forza. Sicuramente, vorrei dirgli anche che il mondo è molto più brutto da quando lui non è più qui”.

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UOMINI E CINEMA

 

Da Cinecittà alle Ardeatine. Storie parallele dei registi Caracciolo e  De Angelis. Un tragico finale 

di Paolo Speranza

 

Chissà se quel tragico 24 marzo del 1944 Emanuele Caracciolo e Gerardo De Angelis ebbero modo di incrociare gli sguardi, nella cava delle Ardeatine, prima di essere giustiziati insieme ad altri 332 cittadini romani dalla Gestapo agli ordini di Kappler.

Per entrambi fu l’ultima tappa di una “via crucis” che da mesi stavano condividendo in quella “città aperta” dove si erano trasferiti anni prima, dal Sud, per vivere un sogno: fare il cinema, da protagonisti. E ci stavano riuscendo, prima di diventare gli unici due martiri di Cinecittà della furia nazista.

Due storie parallele, un solo finale tragico. Sia Caracciolo che De Angelis pagarono con la vita la coraggiosa scelta antifascista, militando nella Resistenza clandestina. Scoperti dalla Gestapo, in luoghi diversi ma con modalità analoghe (una delazione), passarono entrambi per Regina Coeli e per la famigerata casa degli orrori di via Tasso, la stessa dove Luchino Visconti si era salvato in maniera fortunosa (per intercessione dell’attrice Maria Denis sul capo dei torturatori Pietro Koch) e che avrebbe ispirato una sequenza memorabile di Roma città aperta di Roberto Rossellini. Come Manfredi, l’ingegnere comunista del film, anche i due giovani cineasti si rifiutarono di rivelare i nomi dei compagni: la conseguenza del loro eroismo fu la condanna a morte.

Per un paradosso crudele, Gerardo De Angelis di Rossellini era stato collaboratore per L’invasore, un film in costume interrotto per la guerra e che della guerra civile portava le stimmate: l’antifascista Rossellini sceneggiatore, e fra i protagonisti Miria di San Servolo, nome d’arte della sorella di Claretta Petacci, e Osvaldo Valenti, attore di fama, poi fucilato dai partigiani insieme all’attrice Luisa Ferida per la loro militanza nella Repubblica di Salò e nella X Mas del “principe nero” Junio Valerio Borghese.

A Gerardo De Angelis, venuto a Roma nel ’35 dalla nativa Taurasi, in Irpinia, mancava davvero poco per l’esordio da regista e la consacrazione come autore, dopo una lunga gavetta al doppiaggio (con lo pseudonimo Dino Santelige) e nella produzione con la Gedea Film. Nel 1940 aveva collaborato con uno dei più noti registi italiani, Goffredo Alessandrini, in due film: l’ambizioso Caravaggio, interpretato dal divo nazionale, Amedeo Nazzari; e Il ponte di vetro, di cui scrisse il soggetto e la sceneggiatura, con Isa Pola, Rossano Brazzi e una giovanissima Regina Bianchi (futura, straordinaria interprete del teatro eduardiano), della quale si invaghì Alessandrini, lasciando per lei la consorte Anna Magnani. Sull’onda del successo, De Angelis realizzò in pochi anni diverse sceneggiature: Le due porte, Rapsodia azzurra, La figlia del fabbro, La valanga, ma solo quest’ultima, venduta dalla produzione Scalera agli americani, divenne un film, dodici anni dopo la morte dello sceneggiatore irpino, realizzato a Hollywood con il titolo La montagna, protagonista Spencer Tracy.

Nello stesso 1940, intanto, Emanuele Caracciolo, già aiuto regista di Carmine Gallone, era riuscito a dirigere il suo primo film, Troppo tardi t’ho conosciuta, che incuriosì la critica per lo stile sperimentale e la vena grottesca con cui rappresentava il mondo della lirica. Fra gli interpreti, accanto al protagonista, il tenore Franco Lo Giudice, spicca in una parte minore un giovane e vivace Dino De Laurentiis, conosciuto ai corsi del Centro Sperimentale di Cinematografia, che il futuro produttore e Caracciolo avevano frequentato con Alida Valli, Pietro Germi, Luigi Zampa.

In quel suo unico lungometraggio confluivano gli apporti della vasta e impetuosa formazione culturale di Caracciolo, definito da Filippo Tommaso Marinetti “il futurista veloce”, che è anche il titolo dell’unica monografia sul regista, edita da CinemaSud, in cui lo storico del cinema Salvatore Iorio ricostruisce con documenti inediti la vasta attività di cineasta, artista e giornalista e la biografia dalla nativa Gallipoli a Napoli, dove studiò e visse a lungo, diventando un protagonisti della vita culturale.

Fu Caracciolo, nel 1932, a fondare con il pittore Carlo Cocchia il primo “Gruppo Futurista Napoletano” e a dirigerne la rivista, “Elettroni”.  A Napoli militò anche nel Cineguf e strinse amicizia con due futuri protagonisti della cultura italiana: il pittore Paolo Ricci, fondatore dell’Unione Distruttivisti Attivisti, e lo scrittore Carlo Bernari.

Trasferitosi nel ‘37 a Roma, Caracciolo prese parte come figurante e poi sceneggiatore e assistente alla regia a diversi film importanti, tra i quali Il fu Mattia Pascal diretto da Pierre Chenal. Quando nell’aprile del ’42 si sposa con Lidia Pratesi, e nel dicembre nasce Teresa, per Caracciolo sembra aprirsi un futuro radioso sul piano artistico e umano, come per Gerardo De Angelis, più grande di lui e già padre di quattro figli.

L’epilogo di queste due vite da film sembra scritto dalla stessa mano. Solo un mese dopo l’eccidio, con una fredda comunicazione del comando tedesco (un biglietto che, accanto ai nomi, aggiungeva semplicemente “Gestorben”: morto), i familiari ritroveranno i corpi, sfigurati, dei due cineasti, uccisi entrambi con un colpo alla nuca.

Ma dopo i titoli di coda ecco un secondo finale, a sorpresa: in quella stessa casa di via Tasso si vede in primo piano un altro De Angelis, Modesto (sì, l’ultimogenito di Gerardo, che nel ’44 aveva appena 13 anni), che il 25 aprile guida i visitatori nel Museo della Liberazione. Sotto il volto segnato e i capelli bianchi conserva la vitalità e il coraggio del padre, facendo rivivere ogni anno ai giovani i drammi e le speranze di chi si è battuto, a costo della vita, per un’Italia libera e democratica. Nemmeno uno screenwriter brillante come suo padre avrebbe immaginato un finale così.

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(Paolo Steranza è uno storico, saggista e docente)

 

 

 

 

 

LA GRANDE ARTE

 

Al Moma di New York il 'Giardino dei Tarocchi' che Niki de Saint Phalle ha realizzato a Capalbio

di Luca Gasperoni - Agenzia Italia

 

ROMA - Ci sono voluti 17 anni per realizzare, pezzo su pezzo, il suo capolavoro, il ‘Giardino dei Tarocchi’ in Toscana, e altrettanti dalla sua scomparsa per ottenere la definitiva consacrazione artistica sul palco internazionale.

Ma alla fine la poliedrica artista franco-statunitense Niki de Saint Phalle ce l'ha fatta, riuscendo a portare anche un pezzetto di Italia in uno dei musei più importanti al mondo. Oggi la sua produzione artistica è al centro di una retrospettiva al Moma di New York dal titolo ‘Niki de Saint Phalle: Structures of Life’.

 

Una riscoperta dell'eredità artistica che passa attraverso lo studio della sua opera principe a Capalbio, nel cuore della Maremma Grossetana, dove per più di un ventennio de Saint Phalle ha lavorato e vissuto. Un parco nel verde di oltre due ettari con 22 strutture ispirate alle carte dei Tarocchi di Marsiglia, alte fino a 15 metri e ricoperte di mosaici, in grado di rivaleggiare con Parc Guell di Gaudì a Barcellona.  

 

“Un oasi segreta rimasta di nicchia – spiega Lucia Pesapane, critica d’arte di stanza a Parigi, tra le maggiori conoscitrici dell’artista – un po’ come lei, salita alle luci della ribalta solo negli ultimi anni. La sua forza è essere popolare ma con messaggi impegnati”.

Tanto che anche il Comune di Capalbio, che ha conferito a Saint Phalle la cittadinanza onoraria nel 2006, insieme alla fondazione del territorio ha deciso di rendere omaggio all’artista con una grande esposizione, dal luglio a novembre, dedicata alla storia del parco e al suo rapporto  con la Toscana. La mostra è curata proprio da Pesapane che era stata invitata anche al Moma per il lancio della retrospettiva. 

“Nell’arte ci sono sempre andate e ritorni, questo è il suo momento – commenta Maria Concetta Monaci, presidente della Fondazione Capalbio  - siamo orgogliosi di ospitare una delle sue opere più famose e poterle dedicare una grande esposizione”.  

 

A unire con un filo rosso la retrospettiva a New York e la mostra in Toscana con più di 100 opere tra sculture, disegni e pitture anche inedite, c’è infatti il ‘Giardino dei Tarocchi’, frutto di un lavoro ventennale e di una storia leggendaria. Nel 1979 all’apice del successo, la cinquantenne Saint Phalle, ispirata da Parc Guell a Barcellona e dal giardino di Bomarzo, si trasferisce a Garavicchio dove inizia da zero la costruzione del parco insieme al marito. I lavori, interamente autofinanziati con 10 miliardi di lire, terminano nel 1996.

 

“Frequentava  la Factory di Andy Warhol ed era protagonista della scena americana, poi per un ventennio è scomparsa dai radar – racconta Pesapane - La mostra di Capalbio ripercorre la lunga realizzazione del parco, un lavoro immenso e costoso, sviluppato in piena libertà e con tanta passione perché era il suo sogno. Basti pensare che ha dormito e mangiato 4 anni dentro la prima struttura costruita, l’Imperatrice, senza porte né riscaldamento”.

 

Il parco, inaugurato nel 1998 ma rimasto sempre di nicchia per volere della creatrice che non lo ha mai pubblicizzato, è una miniera di storie e dettagli curiosi. A partire dall’assenza di regole: nel parco si può fare tutto, non ci sono barriere, descrizioni o percorsi. Ognuno può perdersi tra il verde e le rappresentazioni dei Tarocchi, per trovare una sua interpretazione. Il giardino è ricco di colori e curve, disegni e sculture, in grado di riunire tutte le fasi artistiche attraversate da Saint Phalle.

 

“La sua arte è vitale e i messaggi ancora attuali – spiega la critica d’arte Pesapane – emerge il tema dell’emancipazione femminile,  il superamento delle differenze razziali, l’attenzione verso l’ambiente e il sogno di una società inclusiva”.

E la mostra a Capalbio, assicura Maria Concetta Monaci, cercherà di rilanciare tutti gli spunti: “Costruiremo una serie di eventi collaterali: spettacoli con il teatro di Roma, esposizioni nelle cantine vinicole con giovani artisti, talk su femminismo e discussioni sull'ambiente, sarà variegato e vivo, come la vita di Niki Saint Phalle.

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(Luca Gasperoni - www.agi.it)

 

 

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Astrazeneca: 29 milioni di dosi nascoste nello stabilimento di Anagni”. Ispezione dei Nas

 

ROMA - Nello stabilimento della Catalent, ad Anagni, ci sono “29 milioni di dosi del vaccino Astrazeneca pronte a partire per il Regno Unito“. La rivelazione de La Stampa, rilanciata da Bloomberg, se confermata rischia di provocare un ulteriore scossone nei rapporti tra la casa farmaceutica e l’Unione europea, già deteriorati dopo il mancato rispetto delle consegne previsto nei primi sei mesi dell’anno.

Le autorità italiane hanno scoperto l’esistenza di questo stock di fiale in seguito a un’indagine scattata su segnalazione della Commissione europea. Un passaggio confermato in queste ore da fonti citate dall’Ansa: tra sabato e domenica i Nas dei carabinieri hanno ispezionato lo stabilimento su mandato del ministero della Salute. I lotti che Bruxelles ha chiesto al presidente del Consiglio italiano di verificare sono risultati con destinazione Belgio (dove c’è l’ultimo passaggio della filiera del vaccino). Interpellato sulla questione, il vicepresidente esecutivo della Commissione Ue, Valdis Dombrovskis, ha dichiarato che “sta alla compagnia chiarire quali intenzioni ha. Da parte nostra, possiamo solo dire che AstraZeneca è molto lontana dal rispettare gli impegni previsti nel contratto” dato che dovrebbero consegnare 30 mln di dosi nel primo trimestre e oggi “non sono affatto vicini a quella cifra“.

 

La vicenda, scrive La Stampa, sarebbe emersa a inizio marzo, quando il commissario Thierry Breton ha visitato lo stabilimento di Leida, nei Paesi Bassi, gestito dalla Halix, che insieme a quello belga di Seneffe produce il farmaco sul territorio Ue per conto di Astrazeneca, mentre ad Anagni avviene l’infialamento. Il punto è che, scrive La Stampa, l’impianto olandese non ha ancora ottenuto l’autorizzazione da parte dell’Agenzia europea del farmaco. Le dosi che produce, quindi, non possono essere consegnate ai Paesi Ue, tanto che “è molto probabile che in una prima fase siano state spedite nel Regno Unito”. Poi, con l’introduzione a fine gennaio del meccanismo di controllo dell’export da parte della Commissione Ue, tutto si sarebbe fermato.

 

Nel frattempo, però, la catena produttiva – avviata a settembre e capace di sfornare 5-6 milioni di dosi al mese – non si sarebbe mai interrotta. Il risultato è che le fiale si sono accumulate nei magazzini: il primo rapporto spedito a Bruxelles – scrive ancora il quotidiano torinese – dice che nei frigoriferi dei capannoni del sito laziale ci sono 29 milioni di dosi del vaccino. Fonti Ue fanno sapere che non tutte sono state prodotte a Leida, ma si tratta comunque di fiale già pronte per essere iniettate e destinate a diversi Paesi extra-Ue (oltre a Gran Bretagna, anche a chi rientra nel piano Covax).

 

Perché lo stabilimento che le ha prodotte non è ancora stato autorizzato dall’Ema? La Stampa riferisce che le istituzione Ue sospettano che il ritardo da parte dell’azienda nel fornire dati e documenti necessari derivi da una tattica per poter garantire al Regno Unito una corsia preferenziale nella consegna delle dosi. La vicenda sarebbe quindi al centro della contesa tra Londra e Bruxelles che va avanti da settimane. 29 milioni di dosi sono uno stock enorme, pari al doppio di quelle che la casa anglo-svedese ha consegnato finora all’Unione europea, capace quindi di colmare i ritardi accumulati nella campagna di vaccinazione. Per i britannici, invece, si tratta di fiale indispensabili per mantenere la velocità raggiunta finora nelle iniezioni e per garantire a tutti la seconda dose del vaccino.

 

La prima reazione alla notizia – durissima – arriva da Manfred Weber, presidente del gruppo del Ppe (popolari) all’Eurocamera: Servono “spiegazioni necessarie e con urgenza! AstraZeneca sta immagazzinando decine di milioni di dosi pur non rispettando il contratto europeo”, ha scritto su Twitter, rilanciando un articolo della radioemittente francese Europe1. Questo è inaccettabile. L’urgenza è enorme. Dovremmo rifiutare categoricamente qualsiasi esportazione di Astra Zeneca prodotta in Europa“. Sullo sfondo c’è infatti la decisione della Commissione Ue di rafforzare ulteriormente il meccanismo di controllo dell’export, introducendo i criteri di “reciprocità” e “proporzionalità” con i Paesi destinatari. Un sistema spiegato nei dettagli in conferenza stampa e pensato proprio per evitare che le dosi dei vaccini Covid prodotte sul suolo europeo finiscano in Regno Unito senza ottenere nulla in cambio.

 

Dalla sua introduzione sono state accolte in totale 380 richieste di esportazione verso 33 Paesi per un totale di circa 43 milioni di dosi. Una sola richiesta di esportazione non è stata accolta, riferisce la Commissione. Le principali destinazioni di esportazione includono Regno Unito (con circa 10,9 milioni di dosi), Canada (6,6 milioni), Giappone (5,4 milioni), Messico (4,4 milioni), Arabia Saudita (1,5 milioni), Singapore (1,5 milioni), Cile (1,5 milioni ), Hong Kong (1,3 milioni), Corea (1,0 milioni) e Australia (1,0 milioni). Il problema, ha ricordato Dombrovskis, è che “l’Unione europea ha esportato nel Regno Unito 10,9 milioni di dosi” di vaccini da fine febbraio, ma dal Regno Unito all’Ue “ne sono arrivate zero”. La presidente Ursula Von der Leyen ha aggiunto che “le strade devono correre a doppio senso. Questo è il motivo per cui la Commissione europea introdurrà i principi di reciprocità e proporzionalità nel meccanismo di autorizzazione esistente dell’Unione. Dobbiamo garantire consegne tempestive e sufficienti di vaccini ai cittadini dell’Unione. Ogni giorno conta”.

 

 

 

 

Il Papa taglia gli stipendi in Vaticano, anche ai cardinali. Sospesi gli scatti di anzianità

 

ROMA - Gli effetti economici della pandemia Covid-19 hanno colpito anche il Vaticano e il Papa ha deciso di tagliare gloi stipendi dei dipendenti e persino quelli dei cardinali.

Con una Lettera Apostolica in forma di “Motu proprio” dedicata al contenimento della spesa per il personale della Santa Sede, del Governatorato dello Stato della Città del Vaticano e di altri Enti collegati - scrive Paolo Rodari su "la Repubblica" - Papa Francesco ha deciso un taglio agli stipendi dei dipendenti vaticani. La decisione, che sarà più gravosa anzitutto per i cardinali e poi, a scendere, per tutti gli altri, è stata presa in seguito alla crisi economica che, aggravata dalla pandemia, costringe anche il Vaticano a ridurre le spese. Da tempo la principale fonte di entrata della Santa Sede, i Musei Vaticani, sono chiusi o, se aperti, vedono un flusso di visitatori quasi nullo rispetto al pre Covid.

 

Nel Motu Proprio si legge che "ritenuto di dover procedere a riguardo secondo criteri di proporzionalità e progressività” e “con la finalità di salvaguardare gli attuali posti di lavoro” è stato deciso un taglio delle retribuzioni che toccherà i cardinali per il 10 per cento e a scendere per gli altri superiori, ecclesiastici e religiosi. Per queste figure apicali - precisa "la Repubblica" - vengono sospesi anche gli scatti di anzianità. Un cardinale che guida un dicastero della curia romana guadagna oggi anche oltre cinque mila euro, per tutti gli altri gli stipendi sono notevolmente più bassi.

 

“Un futuro sostenibile economicamente richiede oggi, fra altre decisioni, di adottare anche misure riguardanti le retribuzioni del personale” del Vaticano, spiega Papa Francesco. “Considerato il disavanzo che da diversi anni caratterizza la gestione economica della Santa Sede" e "considerato l'aggravamento di tale situazione a seguito dell'emergenza sanitaria determinata dalla diffusione del Covid-19, che ha inciso negativamente su tutte le fonti di ricavo della Santa Sede e dello Stato della Città del Vaticano", il Papa assume una decisione drastica, ma proporzionale e progressiva, sui costi per il personale che "costituiscono una rilevante voce di spesa nel bilancio della Santa Sede e dello Stato della Città del Vaticano".

 

A decorrere dal primo aprile di quest’anno - scrive Rodari - la retribuzione, comunque denominata, corrisposta dalla Santa Sede ai cardinali è ridotta del 10 per cento. La retribuzione degli altri superiori, inquadrati nei livelli retributivi C e C1, è ridotta dell'8 per cento. I salari di ecclesiastici e religiosi, inquadrati nei livelli retributivi C2 e C3 e nei dieci livelli funzionali non dirigenziali, sono ridotte del 3 per cento. Questi tagli non sono applicati "qualora l'interessato documenti che gli sia impossibile far fronte a spese fisse connesse allo stato di salute proprio o di parenti entro il secondo grado".

 

Vengono poi sospesi per tutti fino ad aprile 2023 gli scatti di anzianità: oltre ai cardinali, ai superiori, agli ecclesiastici e ai religiosi, interessati dal taglio dello stipendio, la norma si applica anche al "personale con contratto di livello funzionale dal 4 al 10, entrambi inclusi, della Santa Sede, del Governatorato dello Stato della Città del Vaticano e degli Enti le cui retribuzioni siano corrisposte dalla Santa Sede o dallo Stato della Città del Vaticano".

Le disposizioni "si applicano anche al Vicariato di Roma, ai Capitoli delle Basiliche Papali Vaticana, Lateranense e Liberiana, alla Fabbrica di San Pietro e alla Basilica di San Paolo fuori le mura".

 

 

 

 

 

"LaPresse" sbarca negli Stati Uniti. Marco Durante vuole farne un colosso dell’informazione

 

ROMA - Dalla fine del 2020 è operativa LaPresse Usa Inc, con sede legale a New  York e altri due uffici dislocati negli Stati Uniti. Parallelamente è  online il nuovo sito americano di LaPresse: www.lapresse.us. “Un sito di nuova concezione, al passo coi tempi" dice Marco Durante, presidente e fondatore di LaPresse.

 

Il nuovo sito web americano è realizzato da redattori di LaPresse che operano a New York. Propone notizie, video, foto di attualità internazionale, dalla politica, all’economia, allo sport, allo spettacolo con un focus sui continui aggiornamenti sul Covid.

 

Il sito www.lapresse.us si avvale del supporto di Ap, partner di LaPresse. E’ uno strumento che consolida il ruolo internazionale dell’agenzia fondata da Durante nel sistema mondiale dell’informazione, seguendo i nuovi trend del settore della comunicazione e anticipando gli scenari dello sviluppo di questo mercato globale.

 

“Ancora una volta l’alleanza con AP ha reso possibile un risultato maiuscolo, e di questo supporto io ringrazio AP. Abbiamo assunto nuove risorse negli Stati Uniti e in Marocco, altra promessa mantenuta”, sottolinea Durante.

 

Marco Durante parla anche di prospettive e strategie aziendali e del lavoro della squadra di LaPresse. “Da oltre un anno e mezzo promettiamo e manteniamo. – dice – vedremo i prossimi passi nell’immediato futuro: nuovi siti, nuove sedi non soltanto distributive, ma pienamente operative. Anche se non posso dire che questo Covid sia di aiuto, grazie al vostro supporto mi sento fiducioso per me, per LaPresse, per tutti noi. Il vostro impegno mi stimola verso serietà e rispetto nel mantenere le promesse. È solo questione di tempo: 15 mesi fa non avevamo 25 nuove sedi, 43 nuove risorse assunte e non avevamo aperto nuovi siti”.

“Io rappresento questa azienda, ma so che le promesse le stiamo mantenendo tutti perché questa azienda diventi un colosso dell’informazione”, conclude Durante.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Dassault e la Francia hanno un "piano B" per il nuovo caccia trinazionale di sesta generazione

di Edoardo Borriello

 

Prime, grosse difficoltà per la realizzazione del nuovo caccia trinazionale New Generation Fighter che dovrebbe sostituire i Rafale francesi, i Typhoon tedeschi e gli EF-18 Hornet spagnoli. Eric Trappier, capo esecutivo della Dassault Aviation, principale partner del consorzio franco-tedesco-spagnolo che dovrà costruire il nuovo aereo, ha recentemente ammesso che ci sono dei problemi con l'implementazione della Fase 1B del programma FCAS, relativo appunto alla realizzazione del New Generation Fighter.

 

La fase 1B prevede il coinvolgimento della Spagna e quiindi di altri fornitori nello sviluppo del progetto. Il coinvolgimento dell’industria spagnola significa che la quota di lavoro prevista per la Dassault e per Airbus, invece di essere divisa in due al 50%, dovrà ora essere divisa in tre parti, con Airbus che però detiene il 66%, in quanto rappresenta sia la Germania che la Spagna.

Nella recente presentazione dei risultati finanziari 2020 di Dassault Aviation, Eric Trappier ha detto di avere accettato questa situazione. Sottolineando però il fatto che la condivisione del lavoro in tutti i pacchetti, compresi quelli strategici, è divenuta più complicata.

 

Il programma del nuovo caccia NGF fa parte del progetto Future Combat Air System (FCAS), che prevede un certo numero di droni collegati in rete che accompagnano il caccia con equipaggio, nonchè un'architettura conh Cloud da combattimento che riunisce tutti gli elmenti per la gestione e la condivisione dei dati. Trappier ha detto di credere ancora in questo programma, che rappresenta una soluzione efficiente per i tre paesi interessati - Francia, Germania e Spagna - di sviluppare un velivolo di sesta generazione a un costo ragionevole.

 

Tuttavia - e qui scatta l'allarme - Trappier ha affermato che "qualsiasi amministratore delegato responsabile fa del suo meglio per far funzionare il piano A, ma ha sempre un piano B.

In questo caso sembrerebbe che il piano B di Trappier, e quindi della Francia, sia di procedere da soli su questo programma. Trappier ha sottolineato che “in termini di tecnologia, Dassault sa come costruire da sola gli aerei. Safran sa come costruire motori per aerei da combattimento. Thales conosce l’elettronica e i missili MBDA”. L’industria francese avrebbe quindi tutto il know-how necessario per procedere in autonomia sul programma FCAS.

Biosgnerà però vedere che cosa ne pensa il premier Macron, le cui strategie di politica europea puntano sempre più al coinvolgimento degli altri paesi importanti.

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Germania: doppia debacle per il partito di Angela Merkel, a soli 6 mesi dalle elezioni federali

di Roberto Brunelli - Agenzia Italia

 

BERLINO - "Oggi è un buon giorno, anche perchè dimostra che in Germania è possibile formare un governo senza la Cdu". La frase è di Olaf Scholz, candidato cancelliere della Spd nonché ministro alle Finanze tedesco, ma fotografa alla perfezione l'atmosfera che regna a Berlino ad urne ancora calde dopo il doppio voto nel Baden Wuerttemberg e in Renania Palatinato.

 

Il partito di Angela Merkel ha subito una cocente sconfitta, mettendo a segno il peggior risultato nella storia dei rispettivi Laender. E questo a soli sei mesi dalle elezioni federali del 26 settembre. Sia a Stoccarda che a Magonza possono profilarsi coalizioni che escludono i cristiano-democratici, ossia formate esclusivamente da Verdi, Spd e liberali.

 

Nel Baden Wuerttemberg il partito ambientalista (qui già al governo con Winfried Kretschmann) ottiene un risultato intorno al 32%, con ciò conquistando il risultato migliore dei Verdi sia a livello regionale che a livello nazionale.

Di contro la Cdu, portata alle urne dalla candidata Susanne Eisenmann, si ferma ad un risultato intorno al 23,5% (nel 2016 era stato il 27%), il che risulta particolarmente doloroso per un Land che un tempo era una sua solida roccaforte.

 

La Spd supera di poco l'11%, un soffio sopra i liberali dell'Fdp all'10,7, mentre l'Afd con il 10,5% comunque appare reggere l'urto del fatto di esser stata messa sotto indagine a livello nazionale dai servizi segreti interni dell'Ufficio federale per la difesa della Costituzione

Non va meglio per il partito che fu di Adenauer e di Kohl in Renania Palatinato, dove gli elettori hanno voluto premiare con decisione l'esperienza di governo della socialdemocratica Malu Dreyer, con questo dando un "segnale di vita" (come scrive lo Spiegel) per la Spd anche a livello nazionale. 

Qui gli eredi di Brandt e di Schmidt riescono ad ottenere, secondo le ultime proiezioni dell'Ard, il 35,7% dei consensi contro il 26,8% della Cdu: anche qui, per la formazione che fu guidata per 18 anni da Frau Merkel, un tonfo "storico" con un'emorragia netta rispetto al 31,8% di cinque anni fa.

 

In Renania il risultato dei Verdi è molto più contenuto, con l'8% dei consensi che comunque rappresenta un balzo notevole rispetto alle elezioni del 2016. Mentre i liberali ottengono il 5,9%, entrano per la prima volta nel Landtag renano i Liberi elettori (Freie Waehler), con il 6% dei voti. Rimane fuori da ambedue i Landtag la Linke, il partito della sinistra, con rispettivamente il 3,2% e il 2,3%.

 

Sin dall'inizio questo doppio appuntamento elettorale era considerato un banco di prova in vista delle elezioni federali del 26 settembre: un voto che si preannuncia comunque storico, dato che è il primo senza Angela Merkel a correre come cancelliera dopo ben 16 anni passati al governo e che arriva in epoca Covid, con i colpi e contraccolpi che questo porta con sè.

E per la Cdu le prospettive non paiono certo rosee: con un nuovo leader, Armin Laschet, che incassa una pesante doppia sconfitta ed è obbligato ad affrontare le conseguenze dello scandalo delle mascherine su cui avrebbero lucrato propri parlamentari, mentre ancora, a meno di sei mesi dal voto, non c'è un nome per la corsa alla cancelleria.

 

Non a caso, il segretario generale della Cdu, Paul Ziemiak, ha provato a mettere le mani avanti: davanti alle telecamere si affretta a dichiarare che il risultato in Baden Wuerttemberg e Renania Palatinato "non avrà conseguenze sulla decisione in merito alla candidatura per la cancelleria", rimane il programma originario, ossia "che Cdu e Csu prenderanno la loro decisione tra Pasqua e Pentecoste".

 

Pochi gli credono, a cominciare dai Verdi, che nei sondaggi nazionali viaggiano intorno al 20% dei consensi, con cio' confermandosi stabilmente come seconda forza politica del Paese. "Per noi è una partenza super in un anno elettorale super" si entusiasmano i leader del partito ambientalista, Robert Habeck e Annalena Baerbock, che vedono avvicinarsi ancora di più la possibilità di essere determinanti nella formazione di un futuro governo nazionale.

 

Intanto gli occhi sono puntati sui prossimi appuntamenti elettorali: quello per il rinnovo del Landtag in Sassonia-Anhalt è fissato per inizio giugno, a seguire l'election day del 26 settembre, quando si apriranno contemporaneamente le urne per le elezioni nazionali e quelle nei Laender di Berlino, Meclemburgo e Turingi

Ovviamente le grandi manovre per la formazione dei governi dei due Laender sono già in pieno corso, ed attualmente nessuno dei sismografi politici sembra favorevole alla Cdu. Anche se in Baden Wuerttemberg i cristiano-democratici hanno fatto sapere di essere disposti a continuare l'alleanza con i Verdi di Kretschmann, quest'ultimo si è guardato bene a mostrare evidenti aperture, limitandosi a dire che inizieranno colloqui "con tutte le forze politiche".

 

In pratica, in ambedue i Laender crescono le quotazioni per un'alleanza tra Verdi, Spd e liberali, la cosiddetta "coalizione semaforo", dal colore dei tre partiti.

Per la Cdu le prospettive appaiono pessime in vista dell'appuntamento con le urne nazionali del 26 nazionale: stretti tra quello che appare essere "l'inizio della fine" del bonus Merkel, la dolorosa lentezza nella campagna di vaccinazione anti-Covid, l'imbarazzante scandalo del traffico delle mascherine che coinvolge propri esponenti, gli orgogliosi cristiano-democratici tedeschi non hanno ancora un convincente candidato alla cancelleria. Ed il tempo corre.

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(Roberto Brunelli - www.agi.it)

 

 

 

 

Cina e Stati Uniti litigano prima ancora di cominciare a parlarsi. L'incontro di Anchorage

Servizio "Il Post"

 

Durante il primo incontro, giovedì scorso, di alto livello tra diplomatici della Cina e della nuova amministrazione statunitense di Joe Biden, quello che avrebbe dovuto essere un rapido giro di convenevoli davanti ai giornalisti si è trasformato in un lungo scambio di accuse pubbliche durato più di un’ora, dopo che i diplomatici cinesi avevano violato il protocollo per accusare gli Stati Uniti di intromissione negli affari interni del paese.

 

L’incontro si è tenuto ad Anchorage, in Alaska. Vi hanno partecipato, per la parte americana, Anthony Blinken, il segretario di Stato, e Jake Sullivan, il consigliere per la Sicurezza nazionale; per parte cinese, Yang Jiechi, un membro del Politburo e diplomatico veterano, e Wang Yi, il ministro degli Esteri. La riunione tra le due delegazioni era molto attesa perché doveva essere il primo momento di confronto tra i due paesi dopo le elezioni americane, e avrebbe potuto aiutare a comprendere l’andamento dei rapporti dopo quattro anni di guerra commerciale e di relazioni tese tra la Cina e l’amministrazione Trump.

L’inizio dell’incontro, quello a cui assistevano anche i giornalisti, è andato, almeno per gli standard della diplomazia, molto male: i diplomatici cinesi si sono mostrati inaspettatamente aggressivi, e quelli americani, dopo un’iniziale sorpresa, hanno risposto a tono. In alcuni momenti le due delegazioni hanno finito per interrompersi a vicenda, pur mantenendo sempre un certo contegno, cosa molto inusuale per questo tipo di incontri.

 

Secondo il protocollo concordato tra le parti, prima dell’inizio della riunione a porte chiuse i quattro membri più importanti delle due delegazioni avrebbero dovuto tenere ciascuno un breve discorso introduttivo di due minuti davanti ai giornalisti, che poi sarebbero stati accompagnati fuori per consentire la discussione vera e propria. Hanno cominciato Blinken e Sullivan, che si sono attenuti ai tempi. Blinken, in particolare, ha tenuto un discorso disteso ma al tempo stesso duro, in cui ha difeso il mantenimento di un «ordine mondiale basato sulle regole» e ha espresso le «profonde preoccupazioni» degli Stati Uniti su Xinjiang, Hong Kong e Taiwan, oltre che sugli attacchi hacker compiuti da gruppi cinesi e sulla coercizione economica usata contro paesi alleati degli Stati Uniti.

 

Pochi giorni fa l’amministrazione americana aveva approvato sanzioni economiche contro 24 funzionari cinesi per il loro intervento nella riduzione delle libertà democratiche a Hong Kong, cosa che ha contribuito a rendere il clima dell’incontro ostile.

 

Yang Jiechi ha risposto con un discorso lungo quasi 20 minuti, in parte in cinese e in parte in inglese, in cui ha accusato gli Stati Uniti di avere un tono condiscendente nei confronti della Cina e di volersi immischiare negli affari interni del paese. Ha detto che gli Stati Uniti non hanno il diritto di accusare la Cina di violazione dei diritti umani e che dovrebbero piuttosto guardare ai propri problemi interni, come il razzismo sistemico reso evidente dal movimento Black Lives Matter. Ha criticato il modello americano di democrazia e ha detto che «la stragrande maggioranza dei paesi del mondo» non si riconosce nei valori universali difesi dagli Stati Uniti. «Riteniamo che sia importante che gli Stati Uniti cambino la loro immagine e la smettano di promuovere la loro democrazia nel resto del mondo. Molte persone negli Stati Uniti hanno poca fiducia nella democrazia degli Stati Uniti», ha detto Yang, aggiungendo che «Secondo i sondaggi d’opinione, i leader della Cina hanno l’ampio sostegno del popolo cinese». La Cina è una dittatura, dove né i sondaggi né la stampa sono liberi.

 

Terminati i discorsi introduttivi, gli assistenti sul posto hanno cominciato a chiedere ai giornalisti presenti di uscire dalla sala, ma Blinken ha chiesto loro di rimanere: «Aspettate un attimo, per favore», ha detto, e, rivolgendosi alla controparte cinese: «Considerati i vostri lunghi discorsi, permettetemi di aggiungere due parole prima di cominciare i lavori».

 

Blinken, appena tornato da un viaggio in Giappone e in Corea del Sud, ha risposto dicendo che tra gli alleati ci sarebbe «forte soddisfazione per il fatto che gli Stati Uniti sono tornati» dopo i quattro anni di isolazionismo dell’amministrazione Trump; poi ha risposto alle accuse di Yang: «Facciamo errori. Abbiamo rovesciamenti e facciamo passi indietro. Ma nel corso della nostra storia abbiamo affrontato queste sfide in maniera aperta, pubblica, trasparente, non abbiamo cercato di ignorarle o di fingere che non esistano. A volte è doloroso. A volte è terribile, ma ogni volta ne usciamo più forti, migliori, più uniti come paese».

 

Blinken ha poi citato il presidente Joe Biden, il quale, quando ancora era vicepresidente, disse durante un incontro con Xi Jinping, che al tempo era suo pari grado: «Non è mai un bene scommettere contro l’America».

A quel punto, dopo che quattro discorsi da due minuti ciascuno si erano trasformati in una discussione lunga oltre un’ora, i giornalisti sono stati fatti uscire dalla sala, ma le proteste dei diplomatici cinesi su chi dovesse avere l’ultima parola nel dibattito pubblico sono proseguite, e le due delegazioni hanno finito per parlarsi sopra, contravvenendo ai protocolli.

 

Dopo la discussione pubblica, i diplomatici degli Stati Uniti hanno accusato i colleghi cinesi di aver voluto «dare spettacolo» e di aver violato i protocolli. I cinesi hanno accusato gli americani della stessa violazione. I lavori sono comunque proseguiti a porte chiuse, in un clima che gli americani hanno definito più serio e produttivo. Continueranno anche venerdì.

 

Non è ancora chiaro perché i diplomatici cinesi abbiano deciso di essere così aggressivi fin dal primo incontro. Secondo le anticipazioni, questo meeting avrebbe dovuto avere un importante valore strategico: il giorno prima del suo inizio il Wall Street Journal aveva scritto che i diplomatici cinesi ne avrebbero approfittato per chiedere all’amministrazione Biden di ritirare tutti i provvedimenti più duri contro la Cina messi in atto dal suo predecessore. Il New York Times, sempre prima dell’incontro, aveva definito la relazione tra Biden e Xi come una «cauta danza».

 

Tra le ipotesi che giustificano la poca cautela dei diplomatici cinesi c’è anzitutto la necessità di ingraziarsi l’opinione pubblica interna con una dimostrazione di forza: come ha scritto Reuters, in effetti, il pubblico cinese ha piuttosto apprezzato i discorsi dei suoi diplomatici. Bill Bishop, celebre analista esperto di Cina, ha inoltre scritto su Twitter che Yang avrebbe avuto bisogno di mostrare la sua risolutezza a Xi Jinping, perché negli ultimi tempi era stato accusato di essere troppo morbido con gli Stati Uniti.

 

È probabile inoltre che la Cina abbia voluto mettere in chiaro che le relazioni non potranno più tornare a com’erano prima di Trump, e che la competizione tra le due potenze dovrà trovare un nuovo equilibrio. Poco prima dell’inizio dell’incontro tra le due delegazioni, il ministero degli Esteri cinese aveva annunciato la visita a Pechino del ministro degli Esteri russo, Sergei Lavrov, la settimana prossima.

 

Su questo tema strategico anche gli Stati Uniti sono piuttosto decisi, e la maggior parte degli analisti è convinta che l’amministrazione Biden non cambierà di molto la politica di scontro e concorrenza con la Cina adottata da Trump, anche se cercherà di collaborare in maniera selettiva su alcune questioni di interesse comune.

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L’Iran verso la bomba atomica. Rapporto riservato dell'Aiea svelato dalla Reuters

di Maurizia De Groot Vos

 

Un rapporto della AIEA (Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica), tenuto sinora riservato, rivela che l’Iran ha messo in opera nuovissime e velocissime centrifughe per arricchire l’uranio. Si tratta di 174 centrifughe IR-4 altamente avanzate di ultimissima generazione, installate nel sottosuolo della centrale nucleare di Natanz.

 

A renderlo noto è stata l'agenzia Reuters, che è venuta in possesso del rapporto stilato dagli ispettori della AIEA dopo la loro ultima visita in Iran. Questa sarebbe l’ennesima violazione degli accordi sul nucleare iraniano perpetrata da Teheran, dopo che gli Stati Uniti si sono ritirati dal JCPOA.

 

Secondo uno storytelling molto diffuso tra coloro che vorrebbero riaprire i colloqui con l’Iran, si tratterebbe “solo” di un metodo usato da Teheran per fare pressione sulle grandi potenze affinché vengano tolte tutte le sanzioni e ripristinato il JCPOA originale.

 

In realtà l’Iran sta letteralmente volando verso la bomba atomica e lo sta facendo a tale velocità da spiazzare pure gli ispettori dell’Agenzia per l’Energia Nucleare. Natanz è il principale sito iraniano per l’arricchimento dell’uranio. Lo scorso anno una esplosione attribuita (ma non confermata) a Israele distrusse buona parte della centrale.

 

Tuttavia, nel giro di pochi mesi i tcnici iraniani sono tornati ad arricchire l’uranio e adesso con le nuove centrifughe lo faranno ad una velocità molto superiore di quanto non facessero prima dell’esplosione.

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(Maurizia De Groot Vos - www.rightsreporter.org)

 

 

 

 

Lotta tra egocentrici alla corte dei Windsor. Fragilità e risentimento di Harry e Meghan

di David Randall

 

LONDRA - Immaginate per un momento che sia la vostra famiglia: a guidarla sono i vostri nonni novantenni. I loro quattro figli sono vostra madre divorziata e tre zii. Uno degli zii ha sposato una donna di 13 anni più giovane di lui che era adorata da tutti ma che lui trascurava per portare avanti una relazione con una vecchia fiamma. Un altro zio è accusato di aver molestato delle ragazze minorenni. Netflix ha realizzato una serie tv che descrive vostra nonna come una donna anaffettiva, il figlio maggiore come un eccentrico debole e lamentoso e la sua seconda moglie come una stronza. Un cugino ha sposato una divorziata di origini miste che, a seconda dei punti di vista, è la vittima dello snobismo razzista della famiglia o una diva ipocrita ossessionata da se stessa. E poi, come se non bastasse, questa coppia rilascia un’intervista televisiva in cui afferma che la vostra famiglia gli ha reso insopportabile la vita.

 

Per fortuna, questa non è la vostra famiglia. È la famiglia reale britannica, una tribù di disadattati circondata da persone che eseguono ogni loro ordine, ridono di tutte le loro battute e s’inchinano sempre. Ma non è solo nei palazzi che viene coltivato questo egocentrismo. Anche l’industria televisiva statunitense incoraggia i personaggi famosi a ostentare questi comportamenti, insieme al disprezzo per la “gente comune” e a far sapere continuamente a tutti come si sentono sui social network. Quello che abbiamo visto in tv il 7 marzo, per gentile concessione della Oprah Winfrey Spa, è la dimostrazione di quello che succede quando queste due culture – apparentemente diverse, ma in qualche modo simili – si scontrano.

 

Accuse e segreti

 

L’intervista di Winfrey al principe Harry e a sua moglie Meghan Markle è stata un video blog di due persone fragili che hanno sfogato il loro risentimento. Sembrava più una seduta di psicoterapia che un’intervista. Non si è parlato del modo in cui trattano le persone che lavorano per loro, della loro ricchezza (39,7 milioni di euro), della loro casa (che vale 12,3 milioni di euro), del loro uso di jet privati mentre predicano la necessità di salvare il pianeta. Winfrey non ha chiesto a Markle della sua famiglia, con la quale non ha più rapporti tranne che con una persona. Invece abbiamo sentito una serie di frasi vaghe sul fatto che lei non si è sentita sostenuta dai reali (non ne dubito, l’empatia non è una caratteristica tipica dei Windsor); che le è stato tolto il passaporto (come faceva ad andare a New York a trovare gli amici resta un mistero); e che la sua vita, a causa della pressione che sentiva, era così insopportabile che ha pensato di suicidarsi.

 

Due momenti sono stati molto interessanti. Il primo, quando hanno detto che qualcuno della famiglia reale, facendo riferimento alle origini miste di Meghan, ha chiesto “quanto sarebbe stato scuro il bambino”. Harry si è rifiutato di dire chi ha fatto quest’osservazione, rendendo impossibile contestarla. Ha anche detto che la “stampa scandalistica britannica razzista” è stata “uno dei motivi” per cui hanno lasciato il paese, ancora una volta senza dare dettagli e facendo pensare al pubblico che qualsiasi critica a sua moglie fosse, per definizione, razzista. Tutto questo detto da un giovane che una volta ha pensato fosse divertente partecipare a una festa con al braccio una fascia nazista. Un altro momento significativo è stato quando Harry ha detto di sentirsi intrappolato. Si aveva l’impressione che da tempo, probabilmente da prima d’incontrare Meghan, Harry volesse rinunciare al suo titolo.

 

 

La cosa che dobbiamo ricordare è che fino al matrimonio, e anche dopo, i mezzi d’informazione sono stati ben disposti nei confronti della coppia: Harry, il bambino costretto a seguire la bara di sua madre a 12 anni, che poi si è arruolato nell’esercito e ha combattuto in Afghanistan ed era considerato l’adorabile ragazzaccio della famiglia, si è innamorato di una donna che, per portamento e bellezza, sembrava la potenziale erede di sua madre. Il matrimonio (costato 37 milioni di euro) è stato un trionfo. Per i tabloid le cose sono cambiate dopo le prediche alla gente comune su come deve vivere, l’uso di jet privati, i tre milioni di euro spesi per sistemare la casa vicino al castello di Windsor, le voci su come Meghan trattava il personale (sulle quali adesso si sta formalmente indagando), e di una presunta lite tra lei e la moglie del principe William, Kate Middleton.

 

Messo a confronto con quello di Meghan Markle, il comportamento di Middleton è interessante. Ora la stampa britannica la considera quasi una santa, ma non è stato sempre così. Quando era la ragazza di William, ma non ancora la fidanzata ufficiale, veniva derisa per il suo modo di vestire e le sue origini borghesi, e a sua madre (un’ex assistente di volo) era stato dato il soprannome di “Doors to manual” (Pronti al decollo). Kate avrebbe potuto rilasciare un’intervista su quanto era turbata da tutto questo, ma non l’ha fatto. Voleva partecipare al gioco dei reali. Ho il sospetto che Meghan non abbia mai voluto farlo.

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(David Randall è senior editor del settimanale Independent on Sunday di Londra - Traduzione di Bruna Tortorella per "Internazionale" - Sostieni www.internazionale.it per garantire un’informazione di qualità)

 

 

 

 

 

 

 

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PROTAGONISTI

 

Francesco De Sanctis e quei 40 giorni da governatore del Principato Ulteriore per volere di Garibaldi

di Paolo Speranza

 

È all’indomani dell’ingresso vittorioso di Giuseppe Garibaldi a Napoli, dopo la Spedizione dei Mille, il 9 settembre del 1860, che Francesco De Sanctis assume, per volere dello stesso Garibaldi, la carica di governatore del Principato Ulteriore.

Partito per l’esilio, nel 1848, come giovane professore, e rientrato a Napoli dopo l’amnistia, il 6 agosto 1860, De Sanctis torna nella sua terra dopo dodici anni, “con l’aureola del martirio, del patriottismo e della scienza”, come scriverà alcuni anni dopo nel suo capolavoro narrativo, Un viaggio elettorale, ma pure con una scarsa conoscenza dello stato in cui versa la sua Irpinia.

Il nuovo governatore deve subito fare i conti con l’ingovernabilità di una provincia insanguinata dagli eccidi e dalle ruberie, lacerata dalle lotte di fazione, prostrata dal vuoto di potere e dall’anarchia.

Memorabile è la descrizione dello “stato delle cose” che il De Sanctis consegna in una lettera all’amico Camillo De Meis: “Fare il governatore, caro Camillo, è cosa facile per tutto ciò che i miei predecessori facevano, cose da pedanti che si apprendono in tre giorni... Ciò che è difficile è organizzare, ed a questo mi son messo. Se sapessi in che babilonia ho trovato la provincia! Che contraddizione di poteri! Che barriera burocratica! Che oscitanza e mala fede d’impiegati! Fo tutto da me, veggo tutto io, ho una memoria a tutta prova, e sbigottisco gl’impiegati, ricordando affari minutissimi, che credevano da me dimenticati, e che si apparecchiavano a seppellire, come per il passato. Immagina affari seppelliti da anni, e per le cose più urgenti. Ci è un deficit in un comune; si propone il rimedio, e da sei mesi non si risponde. Ci sono incartamenti d’anni per restaurare una chiesa, una fontana ecc. Dappertutto un odore di ladri, che spaventa. Se ho tempo, farò un articolo intitolato: “Quindici giorni di governo”. Fra tre giorni, avrò organizzata una forza pubblica, oltre la guardia nazionale, ed allora non temerò più né reazione, né briganti, nè queste bande insurrezionali, la cui indisciplina aumenta la reazione e il disordine, che divorano il pubblico erario. Ho già preparato lavori importanti, sulla Beneficenza, sul Personale, sulla Pubblica Istruzione, sulle Finanze, su’ Preti. Se avrò tempo, farò qui qualche bene. E bada, Camillo: tutto questo senza usar punto de’ miei poteri illimitati, a’ quali ho posto per limite il buon senso”. (Dall’Epistolario (1859-1860), a cura di F. Talamo, lettera a Camillo De Meis 113-114.

È un vero peccato che il progetto di quell’articolo “Quindici giorni di governo” non si sia potuto concretizzare: ne avremmo ricavato non soltanto una prova narrativa brillante a firma dell’illustre critico letterario, ma anche un “memento” vibrante e tuttora di estrema utilità per analizzare i problemi e le carenze (politiche, morali, organizzative) di molte amministrazioni locali, nonché per consolidare il valore di una testimonianza così autorevole sulle condizioni in cui la monarchia borbonica - ormai decrepita, inadeguata, corrotta fino al midollo – aveva lasciato il Principato Ulteriore e l’intero Regno delle Due Sicilie.

Nella nuova carica di governatore della provincia, come confida nella lettera citata, De Sanctis può contare esclusivamente sulle proprie capacità e sulla fiducia illimitata di Garibaldi; è la caratteristica dei governatori nominati dal Generale dopo la vittoria sui Borboni: essi hanno poteri indefiniti, più che illimitati, in una situazione di grave emergenza e privi di un apparato politico-amministrativo al loro fianco. Sono gli uomini che Garibaldi ha scelto nel giro di pochi giorni, affidandosi al loro nome, al passato di patrioti e di esuli, all’onestà e alla capacità dei singoli, in nome di un semplice rapporto di fiducia che garantisce loro ampia discrezionalità. Il personale politico scelto da Garibaldi non può che limitarsi a gestire l’emergenza, con mezzi di fortuna e in tempi limitati, con un occhio rivolto alle diatribe locali e l’altro agli sviluppi dello scontro politico, sul piano nazionale, fra Cavour e Garibaldi.

È in questo ambito storico-politico che si svolge l’attività del De Sanctis governatore. Il suo primo obiettivo è quello di chiudere la fase dell’emergenza, per favorire il ripristino della legalità e la pacificazione della provincia.

Vanno in questa direzione la revoca dello stato d’assedio a Montemiletto ed Ariano, seguito all’energico intervento della divisione Türr, guidata dal luogotenente ungherese di Garibaldi, e dei poteri straordinari a tutti i commissari civili e al comandante militare, il maggiore Salomone, decretata il 23 settembre. Contemporaneamente, il governatore emana una serie di provvedimenti per l’ordine pubblico ed il ripristino (o meglio, la creazione ex novo) di una regolare amministrazione.

Se avrò tempo, farò qui qualche bene”, scrive De Sanctis all’amico Camillo De Meis.

Di tempo ne avrà pochissimo. Nominato il 9 settembre, il governatore si vede ridurre i poteri straordinari con un decreto dell’8 ottobre, ed esaurisce in pratica il suo mandato con la gestione del Plebiscito, il 21 ottobre.

Nei primi giorni di governo, il De Sanctis è impegnato soprattutto a evitare nuovi rigurgiti reazionari, e al tempo stesso a dissipare quel clima di confusione che aveva favorito, dopo la caduta dei Borboni, il proliferare di abusi, violenze, raccomandazioni, vendette private, epurazioni, ed eccessi di potere da parte di settori liberali che, in nome del nuovo corso, ritenevano di potere spadroneggiare senza controlli, suscitando proteste spesso giustificate di contadini, impiegati e uomini di chiesa ancora fedeli ai Borboni.

L’argomento degli “opposti estremismi” è ribadito più volte da De Sanctis, sia ad Avellino che nelle riunioni dei collaboratori di Garibaldi, provocando a Napoli le risentite reazioni dei mazziniani più estremisti, che ne fanno bersaglio di polemica dalle colonne del “Popolo d’Italia”, soprattutto nell’articolo pubblicato sul numero del 10 ottobre 1860.

Una gestione equilibrata della difficile transizione politica; la riforma dell’amministrazione; la stabilità dell’ordine pubblico; l’attenzione al problema del clero: sono questi i cardini dell’attività del De Sanctis governatore.

Manca invece all’uomo politico irpino una chiara visione dei problemi sociali della provincia: di fronte alle rivolte più eclatanti, come quella di Montemiletto, il governatore mostra grande sensibilità al problema della giustizia (critica con durezza gli arresti indiscriminati, i processi troppo lunghi, le condizioni inumane dei detenuti) ma non avverte compiutamente l’esigenza di profonde riforme economiche e sociali.

Nelle lettere e nei suoi scritti, De Sanctis comprende che la repressione troppo dura nelle campagne alimenta la reazione e il brigantaggio; e nel ‘Proclama al popolo irpino’ del 16 ottobre mette l’accento sull’educazione e l’emancipazione dei ceti più umili: ma la sudditanza civile e culturale dei “cafoni” verso il clero e i reazionari non era la causa principale dei conflitti sociali, bensì l’effetto di un sistema economico e di produzione ancora semifeudale, che il nuovo Stato si guardò bene dal modificare.

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(Paolo Speranza storico, saggista e docente)

 

 

 

 

UOMINI E LIBRI

 

"Il mistero del cinema" autobiografia inedita di Bernardo Bertolucci. Pagine ritrovate dalla moglie Clare Peploe e da Michele Guerra

di Leo Coen

 

"E' in libreria questo libro straordinario. Straordinario perché di una persona straordinaria, di un regista che ci ha incantato e destabilizzato, e di un amico, che ho avuto la fortuna di conoscere e frequentare grazie a Enrico Ghezzi, che ci ha regalato uno dei suoi smaglianti giudizi per la quarta di copertina di questo volume. Bernardo Bertolucci, Il mistero del cinema, un testo autobiografico inedito che La nave di Teseo pubblica grazie alla compagna di Bernardo, Clare Peploe e all’Università di Parma. A loro, a Bernardo, a Enrico Ghezzi va il mio grazie sincero. A voi l’invito a rendere omaggio, leggendolo, a Bernardo Bertolucci che il 16 marzo avrebbe compiuto 80 anni".

E' con questo messaggio pubblicato su Facebook che Elisabetta Sgarbi ha annunciato l'uscita del libro-autobiografia di Bernardo Bertolucci, Il mistero del cinema.

 

In questo testo inedito, scritto in occasione della laurea honoris causa ricevuta dall’Università di Parma nel 2014, Bernardo Bertolucci ricostruisce la sua autobiografia artistica, tra cinema e memorie private. Pagine di sfolgorante e semplice grazia, ritrovate dalla moglie Clare Peploe e da Michele Guerra, in cui il regista premio Oscar, autore di capolavori acclamati in tutto il mondo, fa luce su se stesso, sulla propria personalità, sulla propria arte.

 

A partire dall’infanzia in un’Emilia di provincia che non sarà mai dimenticata, educato alla bellezza e alla poesia dal padre poeta Attilio. Poi l’incontro da predestinato con la macchina da presa: i primi esperimenti da ragazzo, la vicinanza con Pasolini e Moravia, la scoperta di Godard e della Nouvelle Vague francese. E ancora i ricordi intimi di famiglia, nelle valli sperdute di Casarola, i luoghi vicini da cui partire per esplorazioni esotiche, la fatica di emergere convincendo i produttori, l’orgoglio di essere invitato e premiato dai festival più importanti: al centro, come uno specchio attraverso cui guardare il mondo, la seduzione e il mistero del suo cinema. 

 

(1941-2018), figlio del poeta Attilio, nasce a Parma e nel 1952 si trasferisce a Roma con la famiglia. Si iscrive alla facoltà di Lettere alla Sapienza di Roma, ma non termina l’università per iniziare l’attività cinematografica come aiuto regista di Pasolini in Accattone. Nel 1962 gira il suo primo lungometraggio, La commare secca, su soggetto e sceneggiatura dello stesso Pasolini.

 

Nel 1964 presenta al Festival di Cannes Prima della rivoluzione, che riscuote un grande successo in Francia e lo afferma come il seguace italiano della Nouvelle Vague. Nel 1967 firma il documentario La via del petrolio. Nel 1968 esce Partner, seguito da Strategia del ragno (1970), Il conformista (1970, dall’omonimo romanzo di Moravia) e Ultimo tango a Parigi (1972), che gli varrà un lungo processo per “offesa al comune senso del pudore”.

 

È la consacrazione mondiale di una carriera che proseguirà con grandi successi di critica e pubblico, come Novecento (1976), La luna (1979), La tragedia di un uomo ridicolo (1981), L’ultimo Imperatore (1987, vincitore di 9 premi Oscar e 4 Golden Globe), Il tè nel deserto (1990), Piccolo Buddha (1993), Io ballo da sola (1996), L’assedio (1998), The Dreamers – I sognatori (2003), Io e te (2012). Nel 1997 ha ricevuto il Pardo d’onore al Festival di Locarno, nel 2007 il Leone d’oro speciale alla Mostra del Cinema di Venezia, nel 2011 la Palma d’oro alla carriera al Festival di Cannes e nel 2012 il premio EFA alla carriera

 

 

IL FESTIVAL

 

“I Luoghi dell’Anima”. Tributo al poeta e sceneggiatore Tonino Guerra tra memoria e bellezza

di Giuseppe Sacchi - La Voce di New York

 

Presentata il 16 marzo, nel giorno del compleanno di Tonino Guerra, la prima edizione di I Luoghi dell’Anima – Italian Film Festival, una manifestazione ideata e presieduta da Andrea Guerra, con la direzione artistica di Steve Della Casa e Paola Poli, che vuole celebrare il centenario della nascita (a Piccabilli, frazione di Santacangelo di Romagna) del grande poeta, scrittore e sceneggiatore italiano deceduto nel marzo 2012.

 

Tonino Guerra fu deportato in Germania durante la Seconda Guerra mondiale e rinchiuso in un campo d’internamento a Troisdorf, dove per alleviare le sofferenze dei romagnoli presenti recitava le tante sue apprezzate poesie in dialetto, poi divenute, dopo la liberazione, un libro e tema della sua tesi di laurea. Trasferitosi a Roma continuò a scrivere e durante la sua lunga attività collaborò con alcuni fra i più importanti registi italiani del tempo (Michelangelo AntonioniFrancesco RosiFederico Fellini, i fratelli Taviani, ecc.). Dalla collaborazione con il Antonioni gli arrivò la candidatura all’Oscar nel 1967 per Blow-Up.

 

“Mio padre è stato sceneggiatore, poeta, artista, pittore, insomma tutto – ha ricordato il figlio Andrea Guerra, apprezzato musicista – ma non si era mai dedicato alla musica. E io mi ci sono tuffato in questo unico spazio libero in cui lui non si era cimentato. Tonino Guerra aveva questa mentalità di attivista Zen e Pennabilli rappresentava per lui una ‘metropoli del verde’, un luogo per trovare nuova ispirazione, un luogo dove voleva riportare tutta la bellezza che aveva visto nel mondo”.

 

E’ con questo spirito che è nata l’Associazione Culturale Tonino Guerra e il Festival I luoghi dell’anima con cui Andrea Guerra ha voluto raccogliere l’eredità spirituale, culturale, sociale di suo padre, mettendo al centro della manifestazione la memoria, le tradizioni e il rispetto per la bellezza della natura e delle sue risorse non infinite.

 

“Con la nostra associazione – ha aggiunto Andrea Guerra – parliamo di una sorta di ecologia dell’anima per creare un Museo diffuso che si muova verso e per il pubblico: da qui anche il titolo del festival I luoghi dell’anima. La manifestazione vuole diventare occasione di condivisione di questi valori e di riunione di quei registi, cronisti di territori e umanità varie che rinunciano all’intrattenimento puro. E che hanno una missione verso un creato pacifico e sostenibile”.

 

Da quanto appena detto, ne deriva che il festival è dedicato a opere cinematografiche e televisive in cui ad essere protagonista è l’ambientazione, in un’osmosi tra territorio, memoria, immaginazione e racconto: film e documentari che sperimentano nuovi linguaggi per narrare al grande pubblico le memorie e le vicende di luoghi e persone.

 

Tema della prima edizione è “Il cinema e la televisione illuminano i territori”, con lo scopo di contribuire alla valorizzazione delle peculiarità di un contesto locale attraverso un linguaggio innovativo e alla riflessione in ambito sociale e antropologico, culturale ed artistico, in una sorta di scoperta ed illuminazione di aspetti poco noti al grande pubblico.

 

Le sezioni di cui il festival si compone sono:

 

UTOPIA Oltre la realtà, sognando un nuovo immaginario

 

con Notturno di Gianfranco Rosi (Documentario);

 

L’incredibile storia dell’isola delle rose di Sidney Sibilla;

 

Guida romantica a posti perduti di Giorgia Farina (Lungometraggio)

 

MADRE TERRA La natura, l’essere umano e la spiritualità nei cicli dell’esistenza

 

con Antropocene di Jennifer Baichwal, Nicholas de Pencier e Edward Burtynsky;

 

Molecole di Andrea Segre (Documentario);

 

Semina il vento di Danilo Caputo (Lungometraggio)

 

MEMORIA Nel richiamo delle radici il valore della nostra identità

 

con The Rossellini’s di Alessandro Rossellini;

 

2 scatole dimenticate – Un viaggio in Vietnam di Paolo Pisanelli e Cecilia Mangini;

 

Il suono della voce di Emanuela Giordano (Concorso Documentari);

 

Tornare di Cristina Comencini;

 

Assandira di Salvatore Mereu (Lungometraggio).

 

Prevista anche a retrospettiva Il cinema luminoso-Omaggio a Tonino Guerra, con la riproposta di:

 

Matrimonio all’italiana di Vittorio De Sica;

 

La sorgente del fiume di Theodoros Angelopoulos;

 

Tre fratelli di Francesco Rosi;

 

Tempo di Viaggio di Tarkovskij e Tonino Guerra.

 

Evento speciale la proiezione di: Torino 20venti-Storie da un altro mondo di Alessandro Bignami.

 

Vista la perdurante pandemia, il festival si terrà su MyMovies e sarà gratuito su prenotazione: https://www.mymovies.it/ondemand/luoghi-dell-anima/

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(www.lavocedinewyork)

GIUSEPPE SACCHI, marchigiano, è vissuto a New York 16 anni lavorando per "America Oggi", "Paese Sera" e riviste varie. In Rai ho condotto per 7 anni il programma "La Notte dei Misteri" e poi il giornale radio notturno.

 

 

 

 

 

UOMINI E LIBRI

 

Ambientato nel Regno di Napoli "Il Mangianomi" di Giovanni De Feo, alfiere della fantasy mediterranea

di Nicola Laurenza

 

C’era una volta una mappa dei luoghi fiabeschi a noi vicina. Non le vaghe ricostruzioni della Disney che, bene o male, hanno modellato il nostro immaginario: quelle capitali con castelli dai pinnacoli aguzzi, o le città medievaleggianti che potrebbero essere sperdute nell’Europa dell’est. Lontane, troppo lontane da noi.
C’era una volta una mappa dei luoghi fiabeschi con posti dove ci siamo ritrovati davvero fisicamente – e non solo con l’immaginazione: ci siamo passati in macchina dando un’occhiata di sfuggita o li abbiamo visitati, siamo stati lì per incontrare qualche amico, un parente, per acquistare qualcosa, fare una passeggiata: Chiaia a Napoli, o il Vomero, ma anche Pascarola, Marigliano…

C’era una volta una mappa del magico: quella del Cunto de li Cunti di Giambattista Basile, ovvero la famosissima raccolta di 50 fiabe in lingua napoletana del XVII secolo che è anche un complesso montaggio di canzoni, letteratura, proverbi e teatro. Nella topografia magica de Lo cunto solo una soglia sottilissima separava Marcianise o Benevento da boschi profondi dove gli animali parlavano, volpi dovevano essere battute in astuzia, principesse si trasformano in orse e fate dai capelli d’oro filato donavano alle ragazze che andavano a trovarle una castagna, una nocciola e una noce: gli oggetti magici necessari per svegliare il principe e coronare la storia d’amore. In prossimità di grotte o di montagne altissime trovavamo dimore spaventose di Orchi costruite con ossa di uomini spolpati (ma solo dopo averli fatti ingrassare a puntino: il piacere della buona cucina sconfina spesso col sadismo anche sulle nostre tavole, no?); abitazioni d’inferno degne di Hannibal Lecter, ma non così lontane da rioni napoletani ben conosciuti come Materdei, se dobbiamo fidarci di alcune locuzioni verbali più terra terra e situare la fantomatica Altomonte del celebre racconto La pulce in qualche posto della nostra mappa: che è una mappa vaga e allo stesso tempo precisa come il linguaggio del sogno.

Vaga e precisa: l’ambiente cortigiano in cui Basile si trovò a sistematizzare questo meccanismo di meraviglie esigeva proprio questo delicato contrappeso. Dire abbastanza ma non dire troppo. La corte voleva intrattenimento, voleva ridere, affascinarsi al racconto ma non esserne urtata – come noi vogliamo sospendere l’incredulità di fronte a una serie Netflix ambientata in anni ’80 mai esistiti e che però ci convinciamo essere stati davvero così. La logica di questi racconti è scandita da regole precise e non così lontane dalla concezione che può avere una moderna industria dell’intrattenimento sulle regole dello storytelling. A corte la logica del racconto esigeva da Basile un equilibrismo sul filo del detto/non detto: la società fuori dalla corte, con le sue problematiche concrete, non doveva entrare nel mondo cortigiano se non con i giusti filtri. Se uno status quo è rotto, e la rottura è sempre il modo in cui le vicende trovano il loro innesco, sarà attraverso le difficili prove di un viaggio e un matrimonio finale che il povero diventerà ricco, la figliastra principessa – e l’ordine del mondo verrà ristabilito, tutto tornerà al suo posto. Ma quando leggiamo un racconto de Lo cunto, o ne vediamo la trasposizione cinematografica di Garrone, non è a un mondo di asfittiche dame e cortigiani che pensiamo ma alla materialità dei borghi, dei mercati rionali, di paesi come Casoria, o altri che non possiamo che sentire vicini per l’espressionismo anche volgare delle loro definizioni (il Pertuso, il Pisciaturo).

 

 

A volte questa mappa dei luoghi fiabeschi la riconosciamo anche in modo doloroso.

Un esempio su tutti: il quinto trattenimiento della terza giornata, intitolato Lo scarafone, lo sorece e lo grillo. Il figlio scapestrato di un ricchissimo massaro, di nome Nardiello, viene spedito dal padre a fare affari alla famosa fiera di Salerno con cento denari; invece di acquistare giovenche come aveva promesso incontra però una fata che gioca con uno scarafone: animale per cui spenderà tutti i cento ducati. La incontra vicino alle rive del Sarno, “a pede na preta che pe remmedio de no rettorio perpetuo d’acqua fresca s’era ‘ntorneiata de frunne d’ellera” (“ai piedi di una pietra che per curare una piaga perpetua d’acqua fresca si era circondata di fronde d’edera”). Il Sarno era stato citato spesso da Plinio, Strabone e Svetonio per le sue proprietà e gli avvenimenti mitologici lì avvenuti. Nella fiaba di Basile diventa una delimitazione geografica, luogo fiabesco di meraviglie dove Nardiello incontra tre fate con animali straordinari. Oggi invece il Sarno è uno dei corsi d’acqua perenne più inquinati d’Europa.
Eppure nella memoria fantastica condivisa il bacino di luoghi a cui attingere resta intatto… Sarebbe possibile rievocare ancora quei luoghi, dandogli una connotazione sia vaga che precisa, così come faceva Basile, in letteratura?

 

Per lo scrittore e sceneggiatore Giovanni De Feo a quanto pare sì. Alfiere non ancora abbastanza riconosciuto di quello che altrove è stato definito fantasy mediterranea, il suo romanzo Il mangianomi (Salani Editore) è stato considerato come uno dei primi esempi di fantasy di matrice italiana.
Capire il motivo è semplice: leggendo la storia ambientata in un Regno di Napoli vagamente seicentesco, tra feudi dai nomi affascinanti come Acquaviva o Torrespacca, e riferimenti a un folklore popolare come quello del Gatto Mammone, ai briganti o a vicerè della corte, il rimescolarsi di un immaginario collettivo e storicamente più vicino si fa strada con grande naturalezza. Come se questi luoghi li avessimo già visitati in precedenza, come se la Volpaia o Ondastretta, lungi dall’essere solo dei nomi tradotti da un altro linguaggio, fossero ri-tradotti dal nostro passato fiabesco arcaico, anch’essi in fondo filtrati per un nuovo pubblico di lettori magari poco disposti ad accettare qualcosa di rimosso dal loro sentire, così come lo erano gli ascoltatori cortigiani: i nomi di questi filtri si chiamano Michael Ende, Italo Calvino, Dino Buzzati…

La vicenda ha come protagonista il grande cacciatore Magubalik che si trova suo malgrado ad affrontare viaggi e peripezie mortali. In effetti ciò che differenzia la rigida funzione dei racconti de Lo cunto da Il mangianomi è il modo in cui al viaggio dell’eroe in quegli stessi luoghi precisi/vaghi, di una Campania che sembra davvero esserci stata (ma lo è solo sulle cartine letterarie), al racconto di formazione del giovane diseredato che affrontando varie prove difficilissime perviene all’amore a alla ricchezza, De Feo oppone un disincanto che non cozza con l’idea che stiamo pur sempre leggendo una storia di incantamenti, meraviglie, animali magici e luoghi oscuri o giocosi.

 

Questa storia non dà facili consolazioni né lieti fini a tutti i costi. I “cattivi” non sono mai del tutto cattivi, gli eroi hanno delle pecche che risaltano più del previsto. L’idea di un mostro/orco come il Mangianomi, che divora i ricordi, è un simbolismo spalancato sull’ignoto molto più delle mostruosità che si pensavano lontane dalle civiltà in Basile, laddove un solo rigo separava la Sardegna da una grotta di mostruosità orchesche, Napoli e i suoi mercati dai luoghi inesplorati con vecchie streghe decrepite; per Basile l’eventuale pericolo nel viaggio era una grande metafora degli ostacoli che i nobili europei dovevano affrontare con il Grand Tour attraverso il continente per istruirsi; ma il Grand Tour doveva pur finire; l’obiettivo del viaggio non era l’avventura fine a sé stessa ma il ritorno alla roccaforte della civiltà (ovvero la corte) dopo essere diventati uomini di mondo (lo scrive bene Michele Rak in Logica della fiaba). Era la staticità di un mondo dalle gerarchie definite e immutabili, dove dei contadini si rideva, i poveri erano visti con scherno o pietà, l’aspirazione era la grande stasi di un mondo considerato perfetto così com’era. Con il Mangianomi di De Feo l’attacco procede dall’interno, l’avventura dell’eroe è simbolo di una deriva dell’uomo contemporaneo (o forse della letteratura di genere contemporanea) che ha perso i suoi obiettivi diventando pura funzione, conformismo, copia di copia di storie già viste.

Il Mangianomi è pericoloso e spaventoso perché divora i ricordi e rende gli uomini larve e ombra di sé stesse. Perdere i nomi delle cose significa spegnersi, non trovare più una ragione per andare avanti perché non si sa più qual è il nostro percorso. Magubalik si muove nel bosco, la soglia per eccellenza del magico in Basile: è lì che i banditi trovano dimora, ed è il territorio dove Magubalik si trova più a suo agio rispetto allo sfarzo dei castelli o alla città con le sue forme e riti senza senso. Questi boschi, questi ducati, noi li riconosciamo infine: ci siamo stati, sono quella mappa dei luoghi fiabeschi che avevamo appallottolata in tasca e ci eravamo scordati fosse lì. Come se un Mangianomi avesse divorato anche i nostri, di ricordi, facendoci scordare dove siamo stati, dove potremmo andare, con un piccolo sforzo della memoria – e della fantasia.

 

 

 

 

 

GRANDI MOSTRE

 

L'America ha ritrovato Schifano. A New York una retrospettiva delle opere dal 1960 al 1965 del grande arista italiano

di Mario Vinciguerra

 

NEW YORK - Inaugurata a gennaio a New York, nella sede del Center for Italian Modern Art – CIMA- la mostra “Facing America: Mario Schifano, 1960-1965” a cura di Francesco Guzzetti Ph.D. e aperta al pubblico fino al 5 giugno, è la prima mostra istituzionale dedicata a Mario Schifano e alla sua attività dei primi anni Sessanta. Realizzata con il patrocinio dell’Archivio Schifano a Roma, del Ministero per i Beni e le attività culturali ed il turismo e dell’Ambasciata italiana a Washington l’esposizione, che vanta una trentina di opere di assoluta importanza storica e qualità, mira a presentare Mario Schifano come figura centrale nella transizione tra gli anni dell’immediato dopoguerra e l’arte contemporanea in Italia e a livello internazionale.

L’esposizione è incentrata sul rapporto dell’artista italiano con l’ambiente artistico di New York partendo dai monocromi dei primi anni ’60 alla pratica figurativa sviluppata tra il 1962 e il 1965, quando incorporò riferimenti “Pop” e ridefinì i generi tradizionali della pittura nei suoi dipinti.

 

Le opere create tra il 1960 e il 1962 furono subito apprezzate dalla gallerista Ileana Sonnabend, la cui galleria parigina sarebbe stata la porta di accesso all’Europa per la nuova avanguardia statunitense, gallerista che metterà sotto contratto Mario Schifano e a cui sarà dedicata una mostra personale nel 1963. Grazie alla collaborazione con The Sonnabend Collection Foundation alcuni capolavori di Schifano già della collezione di Ileana Sonnabend sono esposti in mostra insieme ad altri celeberrimi artisti della galleria come Jime Dine, Jasper Johns e Robert Rauschenberg, il cui lavoro offre una prospettiva di confronto con l’opera di Schifano di quel periodo.

 

Prima della mostra nella sua galleria Ileana Sonnabend riuscì a far partecipare Mario Schifano alla mostra “The New Realists” presso la Sidney Janis Gallery a New York nel 1962, questa fu la prima esposizione di Schifano negli Stati Uniti alla quale partecipò spedendo un dipinto della serie Propaganda, la serie di dipinti  in cui iniziò ad integrare riferimenti della realtà all’interno del quadro, inserendo i loghi delle grandi compagnie americane come Coca Cola ed Esso. I primi quadri di Propaganda risalgono all’inizio del 1962, pochi mesi dopo che Warhol aveva iniziato ad inserire la forma della bottiglia e il logo di Coca Cola per la prima volta nel 1961. Propaganda attesta l’assoluta originalità della visione di Mario Schifano rispetto alle tendenze dell’arte internazionale degli anni Sessanta, lo stesso titolo allude al sentimento di disillusione che Mario Schifano iniziò a percepire nei confronti del modello americano, via via che familiarizzava con la cultura statunitense.

 

Dopo la transizione alla figurazione e alla conclusione del contratto con Ileana Sonnabend, Mario Schifano visitò New York insieme alla sua compagna, la modella Anita Pallenberg, la coppia rimase nella Grande mela dal dicembre del 1963 fino al giugno 1964. In quel periodo ebbe la sua prima mostra personale alla Odyssa Gallery che venne recensita positivamente dal New York Times. La lunga permanenza permise una conoscenza più approfondita della complessa realtà culturale e contribuì al senso di disillusione verso il mito postbellico degli Stati Uniti come si evince dagli scatti fotografici dell’artista che sono esposti al pubblico  per la prima volta.

 

Particolarmente importante fu il rapporto di amicizia con Frank O’Hara che lo introdusse nella cerchia culturale di scrittori, artisti, musicisti, critici dell’avanguardia culturale e figure della controcultura emergente come Allen Ginsberg, Bill Berkson, Thelonius Monk, Charles Mingus.

 

I dipinti realizzati al suo rientro in Italia riflettono la consapevolezza della complessità di quello scenario artistico-culturale. Se da una parte Mario Schifano manterrà i contatti con le nuove correnti del mondo anglosassone come la collaborazione con i Rolling Stones che porterà alla realizzazione del film Round Trip che verrà presentato al CIMA per la prima volta negli Stati Uniti, dall’altra parte, i suoi dipinti, al rientro in Italia,  esprimeranno il desiderio di riaffermare i legami culturali con l’Italia come reazione ai miti americani. Connotate spesso da riferimenti politici le opere prodotte negli anni dopo il 1965 costituiscono un repertorio di immagini particolari e complesse, la cui forza si deve alle molteplici esperienze e alle evoluzioni artistiche del suo percorso tra il 1960 e il 1965.

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Enrico Letta nuovo segretario del PD. Eletto con 860 "si" e 2 "no". Torna a Roma dopo 7 anni a Parigi

 

ROMA - Enrico Letta è stato eletto nuovo segretario del Pd con 860 sì, 2 no e 4 astenuti nel corso dell'assemblea del partito al Nazareno. Lo ha annunciato la presidente Valentina Cuppi. Presenti alla votazione erano 874 delegati su 1021 aventi diritto.

"Grazie di cuore a tutti per questa giornata e per la fiducia, lo vivo come un momento di grandissimo onore", ha detto Letta dopo la proclamazione a segretario del Pd. "Questa giornata mi lascia una grandissima voglia di fare, ce la metteremo tutta, io ce la metterò tutta", ha aggiunto.

Letta torna nel Pd dopo sette anni di insegnamento a Parigi, ricorda l'AdnKronos, che fornisce anche un attento resoconto del suo intervento.

 

Prendendo la parola in Assemblea prima del voto, il nuovo leader del partito ha iniziato il suo intervento ringraziando l'ormai ex segretario Zingaretti "al quale mi lega un rapporto di lunga e grande amicizia e di sintonia, un rapporto importante. Abbiamo fatto tante cose insieme e tante ne faremo, ti ringrazio per avermi cercato. Lavoreremo insieme sapendo che se avessi dovuto scegliere una persona alla quale succedere con onore e piacere quello sei tu. Abbiamo anche un carattere simile, ci capiamo al volo". Subito dopo la sua elezione, è stato Zingaretti a elogiarlo su Twitter: "Bene Letta. Forza Pd! Ora lealtà e passione per il bene dell'Italia".

 

Nell'intervento Letta ha rivolto un pensiero "al mezzo milione di italiani che hanno perso il lavoro" durante la pandemia di Coronavirus. "A loro guardiamo in questo momento pensando a migliore soluzioni", ha evidenziato Letta, prima di riconoscere che "noi del Pd abbiamo un problema" sul tema della rappresentanza femminile, "lo stesso modo in cui si è delineata la rappresentanza al governo dimostra che lo abbiamo e il fatto che io sia qui, e non una donna, dimostra che c'è un problema e io mi assumerò fino in fondo la responsabilità di questo e lo metterò al centro della mia azione". Poi, ha sottolineato: "Io oggi mi candido a segretario del Pd ma so che non vi serve un nuovo segretario, ma un nuovo Pd. Noi dobbiamo fare un partito che abbia le porte aperte. Noi non dobbiamo essere quelli che sono la 'protezione civile', nel senso di considerare che devono per forza andare al governo perché sennò l'Italia sbanda".

 

Altrimenti, ha rimarcato, "diventiamo il partito del potere e se diventiamo il partito del potere, noi moriamo. Questo è il passaggio più importante di tutti. Noi dobbiamo avere le nostre idee in testa, andare al governo se si vincono le elezioni ma sapendo che si vincono le elezioni se non si ha paura di andare all'opposizione. Noi non dobbiamo essere il partito del potere. Apertura è il mio motto. Spalanchiamo le porte del partito".

 

"Io scelgo il Pd, perché stavo facendo altre cose. E sono stupito dal fatto che tante persone mi hanno incoraggiato ma qualcuno mi ha detto: 'ma come, lasci quello che stai facendo per un impegno di partito? Lo potevi fare per andare al governo'. Quando me lo hanno chiesto, ho detto: sì lo faccio davvero. E mi sono reso conto dell'assurdità di questa frase. E' sbagliata perché abbiamo davanti una fase di rinascita del Paese che partirà dalla società e quindi dalla politica e dai partiti. E sono qui con questo hashtag 'iocisonoPd' perché ritengo che questa sia una sfida essenziale per l'Italia e l'Europa".

 

Riguardo gli obiettivi futuri del Pd, Letta ha detto: "Ho vissuto con una nuova generazione, mi hanno insegnato tanto e parafrasando don Mazzolari mi sento di dire che questo non deve essere il partito che parla dei giovani ma che fa parlare i giovani, saranno al centro della mia azione a tutto campo e su tutti i temi".

 

"Io - ha continuato - sarei molto felice se il governo di Mario Draghi, tutti insieme, senza polemiche, fosse quello in cui dar vita alla normativa dello Ius soli che voglio qui rilanciare". Un'altra battaglia che Letta ha subito rilanciato è quella "per l'abbassamento dell'età di voto, il voto ai 16enni. So che è una battaglia divisiva e complicata ma dobbiamo allargare la fascia di peso dei giovani nella nostra società".

Non è mancata una stoccata agli avversari politici: "Il governo di Mario Draghi è il nostro governo. E' la Lega che deve spiegare perché lo appoggia, non noi".

Le reazioni

"Buon lavoro al nuovo segretario del Pd Enrico Letta. Superiamo questa fase così dura e guardiamo avanti, al 2050, puntando sulla Transizione Ecologica del Paese. Insieme possiamo raggiungere obiettivi importanti per l’Italia", scrive su twitter il ministro degli Esteri Luigi Di Maio, M5s.

 

"Complimenti Enrico Letta nuovo segretario del Pd. Ottimo dialogare tra socialdemocratici, libdem e popolari. Noi ci siamo. Ma una linea andrà scelta. Confrontarsi con tutti va bene, ma 5S, LeU e Azione non hanno la stessa idea di società. E anche il PD dovrà scegliere la sua", è il messaggio postato su Twitter da Carlo Calenda, leader di Azione.

 

"Congratulazioni al neosegretario del Pd" da Renato Brunetta, ministro per la Pubblica amministrazione. "Bene le sue parole sull'esigenza di rinnovamento dello Stato per la ricostruzione del Paese. Insieme al lavoro per una Pubblica amministrazione moderna ed efficiente", si legge in una nota dell'esponente di Forza Italia.

 

Il primo commento critico è quello di Matteo Salvini: "Letta e il Pd vogliono rilanciare lo Ius Soli, la cittadinanza facile per gli immigrati? Eh, buonanotte... Se torna da Parigi e parte così, parte male. Risolviamo i mille problemi che hanno gli italiani e gli stranieri regolari in questo momento, non perdiamo tempo in cavolate", scrive su Twitter il leader della Lega.

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(www.adnkronos.com)

 

 

 

 

John Elkann incassa un milione dalla società immobiliare di lusso Merope

di Matteo Spaziante - "Calcio e Finanza"

 

MILANO - Non solo Stellantis, Ferrari e Juventus. John Elkann investe anche nell’immobiliare di lusso. Il numero uno di Exor ha infatti investito in Merope Asset Management, società fondata nel 2015 che opera nel settore degli immobili di lusso sul mercato milanese, in cui il presidente di Fca è presente nell’azionariato a fianco del country head di Credit Suisse per l’Italia Federico Imbert (uno dei più noti e apprezzati investment banker del Paese) e di Pietro Croce, ex banker di Jp Morgan e Ubs che materialmente gestisce la società.

 

Una società di cui Elkann è presente tra i soci con il 10,34% attraverso la fiduciaria Nomen, mentre la maggioranza è di Merope Holdco (68,98%), controllata da Croce, con la restante quota divisa tra Imbert (10,34%) e Spafid (10,34%), fiduciaria storica del Gruppo Mediobanca.

 

Tra gli asset immobiliari su cui Merope ha lavorato spiccano il palazzo al numero 5 di via della Spiga a Milano (una delle quattro vie del quadrilatero della moda) o quello all’angolo tra le centralissime via Torino e via della Lupetta sempre nel capoluogo meneghino. Mentre un terzo asset è un progetto di ristrutturazione a Praga. Infine c’è un mandato a parte che riguarda la storica Villa Spinola, edificio storico sulla collina di Albaro a Genova, uno degli angoli più prestigiosi del capoluogo ligure.

 

Nel corso del 2020, come emerge dal bilancio, la società ha tuttavia ceduto la partecipazione nel veicolo di investimento Atlante, garantendosi una plusvalenza da 9,18 milioni di euro, che ha permesso a Merope di chiudere il bilancio al 15 ottobre 2020 con un utile pari a 9,4 milioni di euro (contro il +115mila euro del 2019) grazie anche a ricavi per 1,4 milioni.

 

Il Consiglio di amministrazione di Merope, approvando il bilancio d’esercizio, ha così deciso di destinare 9,2 milioni relativi all’utili a dividendi da distribuire tra i soci: Elkann e la sua Nomen, grazie al 10,34% delle quote, incasseranno così circa 950 mila euro come dividendo.

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(Matteo Spaziante - www.calcioefinanza.it)

 

 

 

 

"La Stampa" in rivolta contro Giannini. 11 spostamenti comunicati al Cdr un'ora prima

 

TORINO - La redazione della Stampa è in rivolta contro il direttore Massimo Giannini. Il rapporto di quest'ultimo con il nuovo Comitato di Redazione, eletto poche settimane fa, è cominciato male. Una parte significativa dello storico giornale di Torino, fondato nel 1867, mal digerisce i metodi "rapidi" del direttore, ritenuto "molto romano” (Giannini in effetti ha sempre lavorato a Roma, soprattutto a Repubblica).

 

Tanto per cominciare - scrive Professione Reporter - il 10 marzo scorso Giannini ha fatto undici spostamenti e li ha comunicati al Cdr appena un’ora prima di comunicarli a tutta la redazione (il contratto prevede invece 72 ore prima). Il Cdr, avendo il tempo, avrebbe avuto da ridire su parecchi degli undici spostamenti.

Prendiamo Marianna Bruschi, nominata responsabile digital della Stampa. Si tratta di un “distacco” da Gedi Digital, la sezione aziendale che comprende Stampa, Repubblica, Espresso, Radio Capital, Secolo XIX, Huffington Post e otto giornali locali. Secondo il Cdr, per ricoprire un ruolo così rilevante avrebbe dovuto essere scelta una dipendente della Stampa.

Ecco cosa ha risposto Giannini: “Le cose sono cambiate, dobbiamo abituarci ai nuovi perimetri aziendali”. Vale a dire: siamo tutti nella stessa barca, cioè la Gedi, e si passa senza troppe cerimonie da una testata all’altra.

 

elemosina e dignita’

 

Poi c’è il caso di Giorgio Ballario, trasferito dalla cronaca di Torino alla redazione Glocal e promosso redattore esperto. Ballario ha scritto una lettera a tutta la redazione per dire che "rinuncia alla promozione", perché il trasferimento avviene senza il suo assenso. E lo ha spiegato anche al direttore, che glielo ha annunciato al telefono poco prima di renderlo ufficiale.

Durissime le parole di Ballario: “Di fronte a decisioni che mi ricordano i vecchi tempi del servizio militare, la mia DIGNITA' mi impone di rifiutare un’ELEMOSINA da parte di chi CALPESTA la mia volontà senza il minimo rispetto per 27 ANNI di professionismo e quasi 22 ANNI di lavoro alla Stampa”.

 

I casi sono tanti e il Cdr li elenca puntigliosamente, precisa Professione Reporter. I rappresentanti sindacali riconoscono che Giannini ha il potere di spostare i colleghi, ma ne contestano il metodo: al telefono, con preavviso di due ore e senza alternative. Ricordano inoltre che Giannini ripete di essere il primo ad arrivare al giornale e l’ultimo ad andare via. E quindi come mai non ha avuto tempo di mostrare rispetto per i colleghi, incontrandoli?

In redazione qualcuno ipotizza ironicamente che forse era troppo impegnato a seguire il Festival di Sanremo.

 

chiusure fuori controllo

 

Il Comitato di Redazione riferisce alla redazione di aver fatto con Giannini il punto su una serie di difficoltà denunciate da mesi: settori e redazioni sguarnite, gravi lacune organizzative, straordinari, chiusure fuori controllo e nuove iniziative che hanno ulteriormente accresciuto i carichi di lavoro, già appesantiti dall’emergenza Covid. La redazione - dice il Cdr – “è sempre più stanca, demotivata, fiaccata dai tagli stipendiali e sostanzialmente inascoltata dalla direzione”.

 

Al centro della nuova organizzazione Giannini ha già annunciato il lancio dal 15 aprile del nuovo digitale Gedi nel settore Food. L’iniziativa sarà radicata a Torino, proprio alla Stampa. E ha spiegato che il giornale sarà sempre più proiettato verso l’innovazione e l’ibridazione delle piattaforme. Il Cdr ha ribattuto di non aver ben compreso il senso di “innovazione e IBRIDAZIONE delle piattaforme”. Ma si attende comunque dal direttore “un concreto e rapido segnale di riorganizzazione, a partire dai carichi di lavoro che da ora in avanti la redazione potrebbe non essere più in grado di sostenere”.

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(www.professionereporter.eu)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Tutto quello che volevate sapere sul "passaporto vaccinale". Sei domande e sei risposte

di Gary Dagorn e Mathilde Damgé - Le Monde

 

PARIGI - Tedeschi in Spagna, olandesi in Grecia e francesi in Italia? Una cartolina del “mondo di prima” che potrebbe tornare d’attualità quest’estate se la vaccinazione dovesse accelerare e se, al contrario delle divisioni del 2020, i paesi europei dovessero mettersi d’accordo sulle condizioni di entrata nei loro territori.

È in quest’ottica che la Commissione Europea ha annunciato la presentazione di un progetto di “passaporto vaccinale” entro questo mese di marzo. La Francia e la Germania, che inizialmente consideravano prematuro un dispositivo del genere, ora sembrano interessate, mentre altri paesi dell’Ue stanno già sperimentando certificati sanitari di vario tipo.

Il progetto però solleva diverse questioni, sia dal punto di vista della sua fattibilità al livello europeo, sia sulla sua efficacia da un punto di vista sanitario. Cerchiamo di fare il punto.

 

1. A cosa potrebbe somigliare un passaporto vaccinale?

 

Tradizionalmente un passaporto è un documento rilasciato dalla pubblica amministrazione di uno stato, che attesta l’identità e la nazionalità di una persona. Nel quadro di una pandemia potrebbero essere uno o più documenti che attestano che una persona non rischia di essere contagiata o di contagiare le altre.

 

La presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, ha avanzato l’idea di una piattaforma in grado di “collegare le diverse soluzioni nazionali”. Non si parla quindi un unico documento valido in tutta l’Ue. Potrebbero essere presi in considerazione diversi criteri: una vaccinazione; un test recente con un esito negativo nel caso in cui non ci possa vaccinare; un test per la presenza di anticorpi in una persona che è già stata infettata dal virus.

 

Un’iniziativa del genere non è una novità. L’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) per esempio ha già creato un “libretto giallo”, un certificato di vaccinazione richiesto per entrare in alcuni paesi africani. “Questo tipo di certificato è stato usato in passato – nel caso della febbre gialla – e si può pensare di usarlo in futuro per altre malattie contagiose, compreso il covid-19”, dice François Baylis, specialista di etica scientifica e medica, e professore di filosofia all’università Dalhousie di Halifax, in Canada.

 

Nella corsa alla soluzione migliore per ritrovare la libertà di movimento, alcune organizzazioni hanno anticipato gli stati e le istituzioni internazionali. A novembre l’Associazione internazionale del trasporto aereo (Iata) ha lanciato il Travel pass, che permette di avere una sorta di passaporto sanitario riunendo tutti i documenti richiesti in base al luogo di destinazione. Un’iniziativa simile, l’Aok pass, sarà testata da Air France dall’11 marzo per i tamponi molecolari necessari per viaggiare nelle Antille.

 

2. Qual è la posizione della Francia?

 

In un primo tempo le autorità francesi si erano mostrate contrarie al progetto. Il 22 gennaio il sottosegretario agli affari europei, Clément Beaune, aveva detto che la discussione era prematura: “Non si possono dare più diritti a chi è stato vaccinato rispetto a chi ancora non lo è, perché non tutti hanno accesso alla campagna vaccinale. Sarebbe ingiusto e paradossale”.

 

Ma poi, con l’avvicinarsi della stagione estiva e con la circolazione delle varianti del covid-19, il governo francese si è mostrato disposto a riconsiderare la questione. “Per ora seguiamo la discussione a distanza. Ci mancano le risposte: il vaccino permetterà di evitare i contagi? E quanto durerà l’immunità? Inoltre il dibattito dev’essere accompagnato dalla possibilità per tutti di avere accesso al vaccino. Ma l’idea alla fine si imporrà”, si dice oggi nel governo.

 

A dimostrazione che l’idea comincia a farsi strada a Parigi, il 25 febbraio il presidente Emmanuel Macron ha parlato di una tessera sanitaria con cui ci si potrebbe registrare per entrare in un luogo pubblico, ma anche per attestare in modo digitale un recente risultato negativo a un tampone o una vaccinazione.

 

3. Quali paesi sostengono il progetto?

 

La Grecia è stata la prima in Europa a pronunciarsi in favore di un sistema del genere. In attesa che il progetto si concretizzi al livello internazionale, Atene sta negoziando degli accordi bilaterali con altri paesi non europei – per esempio gli israeliani vaccinati potranno andare liberamente in Grecia. “Anche se non imporremo la vaccinazione obbligatoria o necessaria per un eventuale spostamento, le persone vaccinate dovrebbero essere libere di viaggiare”, ha scritto in gennaio il primo ministro greco Kyriakos Mitsotakis a Ursula von der Leyen.

 

Anche altri paesi dell’Europa meridionale, come la Spagna, Malta o il Portogallo che dipendono molto dal turismo, sostengono l’iniziativa. A questi paesi si sono aggiunti il Belgio e l’Ungheria, favorevoli al progetto, e la Polonia, la Danimarca, la Svezia e l’Estonia, che stanno sperimentando vari sistemi. Copenaghen e Stoccolma, per esempio, hanno annunciato la creazione di certificati elettronici per i viaggi all’estero dei loro cittadini.

 

La Germania e la Francia, a causa della lentezza delle loro campagne vaccinali, hanno mantenuto un atteggiamento prudente. Ma il Consiglio europeo del 25 febbraio ha mostrato un cambiamento di posizione dei due paesi, che hanno incaricato la Commissione di lavorare su un documento comune per gli stati membri dell’Ue. “Tutti sono d’accordo nel dire che abbiamo bisogno di un passaporto digitale di vaccinazione”, ha detto la cancelliera tedesca Angela Merkel.

 

4. Il passaporto vaccinale è giuridicamente possibile?

 

Un certificato di immunizzazione potrebbe essere un ostacolo alla libera circolazione delle persone nell’Unione. “In realtà in un contesto di crisi sanitaria permetterebbe di facilitare la circolazione di chi è stato vaccinato, di chi è immune e di chi è risultato negativo al tampone (quindi conforme all’obiettivo dell’articolo 26 del trattato sul funzionamento dell’Unione europea, cioè assicurare le libertà di circolazione), e permetterebbe di migliorare o di preservare la salute umana (articolo 168 )”, osserva Vincent Couronne, autore di una tesi di dottorato sulle competenze dei paesi dell’Ue e interno al collettivo di ricercatori in diritto Les Surligneurs. Tuttavia la Commissione non può imporre nulla in questo campo – ragione per cui la richiesta è arrivata dal Consiglio europeo, spiega il giurista.

 

L’altro problema, che riconosce la stessa Commissione, è la difficoltà di accesso al vaccino, che crea un effetto di esclusione e quindi di disuguaglianza tra i cittadini dell’Unione. In attesa che il vaccino diventi accessibile su vasta scala, una soluzione temporanea è, come ha proposto Bruxelles, quella di permettere la libertà di circolazione attraverso altri elementi come i test dall’esito negativo o la presenza di anticorpi, riducendo così l’aspetto discriminatorio, aggiunge Jean-Paul Markus, docente di diritto pubblico.

 

Per quanto riguarda l’obbligo vaccinale che di fatto deriverebbe da questo dispositivo europeo, una legge nazionale potrebbe opporsi solo se ne riconoscesse il carattere lesivo per le libertà del cittadino. “Facendo un esempio simile, gli asili sono vietati ai bambini che non hanno fatto i vaccini obbligatori e nessun giudice lo considera discriminatorio, perché da un lato è una misura che tutela la salute pubblica e dall’altro (…) il genitore che rifiuta il vaccino si mette in una situazione diversa dagli altri, che deve accettare”, osserva Markus.

 

5. Il passaporto vaccinale sarebbe efficace da un punto di vista sanitario?

 

Il passaporto vaccinale si basa sull’ipotesi che le persone che si vaccinano non siano più contagiose se vengono a contatto con il sars-cov-2 e si propone di certificare questa situazione. Ma finora non ci sono certezze sulla capacità dei vaccini in commercio di far sì che le persone vaccinate non siano in nessun modo un pericolo per gli altri.

 

“I dati scientifici disponibili suggeriscono che i vaccini contro il covid-19, anche se bloccano i sintomi della malattia, non impediscono completamente la trasmissione del virus. Si limitano a rallentarlo. Di conseguenza la giustificazione scientifica che è alla base la proposta sembra discutibile”, scrivono su Le Monde Alberto Alemanno e Luiza Bialasiewicz, specialisti in studi europei.

 

In effetti i test clinici condotti dai laboratori sui loro vaccini non sono stati espressamente concepiti per sapere se questi vaccini bloccano la trasmissione del sars-cov-2 nel caso in cui le persone vaccinate ci entrino in contatto. Da alcuni mesi sempre più dati scientifici suggeriscono che i vaccini riducono di molto la contagiosità dei portatori del virus, ma senza eliminarla completamente. Già nel novembre 2020 il test clinico per la terza fase del vaccino statunitense Moderna mostrava una riduzione di due terzi delle infezioni asintomatiche dopo la prima dose di vaccino. Il test condotto da AstraZeneca e Oxford sul loro vaccino ha portato a una riduzione del 49,3 per cento delle infezioni senza sintomi.

 

Un gruppo scientifico israeliano ha evidenziato una forte riduzione (del 75 per cento) della carica virale tra le persone vaccinate da almeno due settimane, suggerendo che la loro contagiosità è molto diminuita. Di fatto una ridotta carica virale significa che il virus si è replicato meno nel naso infettando il suo portatore, e quindi quest’ultimo ne espellerà una quantità minore nell’aria, riducendo il rischio di contagiare gli altri.

 

 

Ci sono già dati significativi e fondate ragioni biologiche per ritenere che i vaccini riducano la contagiosità di chi si è vaccinato. Ma è certo che questo non riguarderà il 100 per cento delle persone vaccinate. Una parte di loro (tra il 5 e il 15 per cento) sviluppa ancora dei sintomi leggeri se è infettata dopo la vaccinazione, e potrebbe trasmettere il virus. Un certificato di vaccinazione quindi non può dare una garanzia sanitaria assoluta. Solo delle ricerche più approfondite permetteranno di stimare la percentuale reale di persone vaccinate in grado di trasmettere il virus. Sapere se questo livello di protezione è accettabile o meno dovrà poi essere discusso dai leader dei paesi dell’Unione.

 

6. Quali sono i rischi legati a un dispositivo del genere?

 

Quando si discute del passaporto vaccinale si presenta il problema della privacy dei dati: “Anche se oggi in Francia c’è un elenco (chiamato Vac-Si) delle persone vaccinate, le finalità definite dal testo non prevedono che sia usato per limitare gli spostamenti degli individui”, ricorda Yoann Nabat, dottorando in diritto privato e scienze criminali presso l’università di Bordeaux.

 

Teoricamente si potrebbe tornare al tradizionale libretto sanitario individuale, ma in questo caso ci si esporrebbe a problemi di sicurezza e alla possibile presenza di falsi, com’è già successo nel caso dei tamponi molecolari, se non a un vero e proprio mercato nero dei certificati.

 

Visto che la capacità di limitare l’epidemia non è dimostrata, il passaporto vaccinale rischierebbe di mettere i suoi ideatori di fronte alle disuguaglianze nella campagna di vaccinazione tra i vari paesi e all’interno degli stessi paesi. “Infatti oltre alla ‘selezione’ degli europei in funzione del luogo in cui vivono, ci sono differenze importanti tra gli stati membri sulla strategia di vaccinazione”, affermano Alemanno e Luiza Bialasiewicz. Senza contare le diverse definizioni di “categorie prioritarie”.

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(Gary Dagorn e Mathilde Damgé - www.lemonde.fr - Traduzione di Andrea De Ritis per "Internazionale")

 

 

 

 

 

Si combatte a Wall Street la guerra tra Washington e Pechino. "Delisting" l'arma segreta

di Massimo Jaus - La Voce di New York

 

NEW YORK - C’è una guerra in corso tra Stati Uniti e Cina che è poco visibile alle masse. E’ una guerra spietata che con un colpo di penna, come se fosse una bomba atomica, annienta immediatamente l’avversario. L’arma segreta usata dagli Stati Uniti si chiama delisting, ed è stato già attivato nella guerra che stanno combattendo i due giganti dell’economia mondiale.

Lunedì 8 marzo al New York Stock Exchange è stato l’ultimo giorno in cui la compagnia cinese di prospezioni petrolifere CNOOC ha potuto essere quotata alla Borsa di New York, prima vittima di uno degli ultimi ordini dell’ex presidente Donald Trump. E nel delisting ci sono molte altre aziende di Pechino,

 

E’ una storia lunga e controversa nella quale con molta ipocrisia le scuse di base da parte degli Stati Uniti sono la mancanza del rispetto dei diritti umani in Cina e i legami tra le aziende cinesi e l’apparato militare di Pechino. Argomenti usati come una clava per espellere le aziende cinesi dai mercati americani o per impedirne l’ingresso.

 

Da parte della Cina invece c’è l’uso del sistema capitalista negli Stati Uniti e nello stesso tempo il blocco delle aziende occidentali per essere quotate alle borse cinesi, salvo una rara eccezione per alcune aziende inglesi.La Cina è sempre un Paese comunista e lo Stato ha il controllo del settore privato gestendo totalmente quello pubblico. Gli investitori occidentali hanno trovato un escamotage comprando azioni delle società cinesi versando un fiume di dollari soprattutto in quelle di telecomunicazioni cinesi quotate nella borsa di Shangai, il quarto Stock and Exchange dopo New York, Londra e Parigi, che a quella di Hong Kong. Non ne saranno proprietari, ma il ritorno sugli investimenti fatti è di gran lunga superiore a quello di altri mercati. In Cina gli investitori stranieri devono essere approvati dal governo per poter investire nelle aziende locali e sono circa 500 quelle approvate di cui solo una ventina degli Stati Uniti e quasi tutte nel “Capital Market”.

 

Il delisting imposto da Washington non riguarda solo società sotto il controllo diretto dello Stato. Ci sono anche la Huawei, China Mobile e Hangzhou Hikvision.Nella stessa lista della CNOOC pure la Xiaomi, il colosso dei cellulari che recentemente ha festeggiato il sorpasso su Apple (diventando il terzo produttore di smartphone al mondo, dopo Samsung e Huawei). E per le aziende nell’elenco del delisting sono scattate alcune restrizioni, tra le quali il divieto – per le società americane – di investire in queste società. Huawei è stata accusata di essere una minaccia alla sicurezza nazionale americana e per questo motivo sono stati bloccati tutti i rapportifra l’azienda cinese e le aziende americane. Ma non solo. La Huawai è stata inclusa in una blacklist commerciale che le impedisce l’accesso a software e componenti prodotti negli Stati Uniti.

 

Un pesantissimo colpo per l’azienda cinese, che da due anni continua a produrre i suoi smartphone senza poter contare sulle licenze di Android (soprattutto di Google), e che è alle prese con difficoltà crescenti con molti Paesi per le le infrastrutture 5G. Tra le tante accuse che le sono state mosse dall’amministrazione Trump anche quella di aver sviluppato un sistema di riconoscimento facciale usato contro l’etnia degli uiguri utilizzato dalla polizia cinese.

I leader cinesi ora sperano che con la presidenza di Joe Biden le cose possano cambiare, una cosa difficile se Pechino non allenterà le restrizioni per le aziende americane di investire, ma di sicuro non ci saranno i toni ostili della precedente amministrazione.

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(www.lavocedinewyork.com)

MASSIMO JAUS, romano, negli Stati Uniti dal 1972. Vicedirettore del quotidiano America Oggi dal 1989 al 2014. Direttore di Radio ICN dal 2008 al 2014. E’ stato corrispondente da New York del Mattino di Napoli e dell’agenzia Aga. Sposato, 4 figli. Studia antropologia della musica alla Adelphi University.

 

 

 

 

 

Biden blocca la vendita di 30 elicotteri turchi al Pakistan. Duro colpo per Erdogan

 

WASHINGTON - Diventano sempre più tese le relazioni tra Stati Uniti e Turchia dopo che Erdogan lo scorso anno aveva acquistato missili S-400 dalla Russia e che per questo si era visto bloccare la consegna di F-35 dagli USA. Nei giorni scorsi l’Amministrazione Biden ha bloccato la vendita da parte della Turchia di 30 elicotteri d’attacco ATAK-12 (T 129) al Pakistan.

 

L’ATAK-12 è un elicottero bimotore, biposto, multiruolo, basato sulla piattaforma Agusta A129 Mangusta ed è equipaggiato con motori americani. Gli Stati Uniti stanno bloccando l’autorizzazione all’esportazione per il motore LHTEC.

Turchia e Pakistan hanno firmato un accordo da 1,5 miliardi di dollari per gli elicotteri da combattimento di fabbricazione turca nel luglio 2018. Ma la data di consegna è stata posticipata dopo che il Pentagono si è rifiutato di rilasciare alla compagnia turca una licenza di esportazione per i motori.

 

Questo ultimo blocco sembra essere quello definitivo. Una decisione, quella di Washington, che in pratica farà cadere il contratto tra Ankara e Islamabad. Il governo pakistano, stando a quanto riferito dalla intelligence israeliana, si sarebbe già rivolto alla Cina per l’acquisto di elicotteri da combattimento Z-10.

Con il blocco della vendita di elicotteri turchi al Pakistan - osserva Rights Reporter - sembra delinearsi la linea politica che l’Amministrazione Biden intende tenere con Erdogan, una linea dura per quanto riguarda sia l’acquisto che l’esportazione di armi.

 

 

 

Il regno del terrore del "gran riformatore" Mohammed Bin Salman, erede al trono saudita

di Alberto Stabile

 

Anche se la gran parte delle prove raccolte dall'intelligence americana contro l'erede al trono saudita, Mohammed Bin Salman, o MbS, come viene chiamato sui giornali, restano coperte dal segreto, bastano le conclusioni tratte dalla National Intelligence, così come appaiono nel rapporto sull' efferata uccisione del giornalista e dissidente saudita Jamal Khashogi reso pubblico dall'Amministrazione Biden, per vedere ampiamente confermato il sospetto che la fama di innovatore illuminato che ha incantato politici, giornalisti e finanzieri e di cui ha cercato di circondarsi MbS, cela in realtà i tratti violenti e sanguinari di un despota arrampicato al vertice di una piramide di terrore dove i diritti umani e persino il diritto fondamentale alla vita possono essere in qualsiasi momento calpestati a suo insindacabile giudizio.

 

Così è successo che il povero Khashogi, il cui torto, irreparabile agli occhi del principe, è stato quello di sognare un' Arabia Saudita finalmente aperta alle libertà e soggetta alle regole della democrazia, anziché distratta da riforme illusorie ma nella sostanza costretta in una gabbia di controlli e di divieti, è stato preso in una trappola per lui preparata da tempo e barbaramente ucciso. Un delitto, conclude il rapporto, compiuto per ordine, o comunque, con il consenso dell'erede al trono saudita, il giovane rampante principe che a breve sarà a capo di una delle maggiori potenze economiche del mondo.

 

Ma quali sono gli argomenti che permettono agli agenti americani di arrivare a questa conclusione?

 

1) Mohammed bin Salman, scrivono gli estensori del rapporto, come ministro della Difesa e responsabile ultimo degli apparati di sicurezza (da lui stesso riformati pochi mesi prima) aveva creato un clima di terrore tra i suoi sottoposti, i quali temevano che il fallimento di un compito loro assegnato potesse implicare il loro licenziamento o, peggio, il loro arresto. Se ne deduce che la squadra della morte composta da 15 persone inviata da Ryad ad Istambul per mettere a tacere Khashogi, non avrebbe potuto prendere nessuna iniziativa senza il consenso del principe o disobbedendo ai suoi ordini;

 

2) I 15 assassini giunta a Istambul nella notte tra l'1 e il 2 Ottobre con tre aerei diversi, tra cui anche il jet di una compagnia privata di proprietà dello stesso erede al trono, lavoravano tutti o erano in qualche modo associati al Saudi Center for Strategic and Media Affairs, che altro non era che il nome di copertura della struttura costruita e impegnata nello spionaggio mediatico, attraverso la manipolazione dei social e non solo, diretta da Saud al Qahtani, una specie di Stranamore dei social, strettissimo collaboratore di Mbs, che sull'onda dello scandalo suscitato dalla morte di Khashogi ha rivendicato di essere sempre stato un fedele servitore della corona e di non aver mai preso nessuna decisione senza l'approvazione dell'erede al trono;
(secondo le registrazioni eseguite dal controspionaggio turco all'interno del consolato saudita dove Khashogi viene ucciso e il suo corpo smembrato, il capo del commando, Maher Mutreb, compiuta l'operazione, avrebbe chiamato al telefono proprio Qahatani dicendogli: "Dì al tuo capo che il lavoro stato fatto".);

 

3) del gruppo di 15 sicari, oltre al medico legale esperto in autopsie, Salah al Tubaygi, munito di sega elettrica portatile, e al sosia di Khashogi, mandato in giro per Istambul con ai piedi un paio di sneaker simili a quelle che indossava il giornalista, mentre l'ineffabile console dichiarava d'aver visto Khashogi lasciare il consolato con le sue gambe, facevano parte ben 7 appartenenti al reparto d'elite Rapid Intervention Force (RIF) che fornisce la scorta personale al principe ereditario in patria e all'estero, come si vede in una serie di fotografie scattate in occasione delle visite ufficiali nelle quali acccanto a MbS si intravede Maher Mutreb il capo dei killer. Quegli agenti non avrebbero potuto partecipare all'operazione Khashogi, dice il rapporto, distraendosi dai propri compiti istituzionali senza l'approvazione del principe;

 

4) Mohammed bin Salman considerava Jamal Khashogi una minaccia per il regno petrolifero ed aveva ampiamente condiviso la possibilità di adottare metodi violenti nei suoi confronti pur di metterlo a tacere. Anche se, ammettono gli inquirenti americani, "non sappiamo quanto in anticipo i dirigenti sauditi abbiano pianificato un'operazione contro il giornalista".

 

Tutto questo, e molto altro che non viene rivelato, spinge l'Intelligence americana a concludere che " i seguenti ufficiali hanno partecipato, ordinato, o sono stati complici o responsabili dell'uccisione di Jamal Khashogi per conto di Mohamed Bin Salman". Seguono ventuno nominativi.
Sappiamo già che l'erede al trono Saudita ha negato ogni responsabilità diretta nel delitto. Delitto che, secondo la versione ufficiale diramata dopo una serie di vergognose ricostruzioni di comodo, puntualmente smentite, sarebbe stato il risultato di un'operazione finita male per arrestare e riportare in patria Khashogi.

 

Sulla base di quest'anemia fandonia, soltanto otto degli uomini coinvolti sono stati processati in un giudizio svoltosi a Ryad, in gran parte a porta chiuse, salvo la presenza di una rappresentanza di diplomatici vincolati al silenzio sotto giuramento. Cinque imputati, chiaramente appartenenti alla bassa forza, sono stati condannati a morte, ma, dal momento che uno dei figli di Khashogi, che vive a Ryad aveva dichiarato, anche a nome dei fratelli, di aver perdonato gli assassini del padre, le pene capitali sono state commutate in 20 anni di carcerere. Un buon affare per i presunti esecutori materiali. Mentre nessuno ha osato chiamare in causa il principe per quello che è apparso sin dall'inizio il suo ruolo di mandante.

 

Tutto quanto scritto sopra, era noto a Trump e al di lui genero, Jared Kushner, consigliere, plenipotenziario del presciente per il Medio Oriente, molto vicino a MbS e, naturalmente, al Segretario di Stato MIke Pompeo che, in pieno scandalo esploso dopo il delitto,, si è precipitato a Ryad per dettare agli alleati sauditi lle regole di comportamento per cavarsi dagli impicci. Poco dopo Trump si sarebbe vantato di aver salvato il c...al principe pur di mantenere le laute forniture d'armi americane con cui glI Stati Uniti hanno permesso a MbS di scatenare la sua guerra nello Yemen e, naturalmente, poter continuare a contare su un solido alleato nella strategia di contenimento dell'Iran. L'intenzione di Biden, nel decidere di pubblicare il rapporto dell'Intelligence su Khashogi è di isolare il principe che per gli apparati di sicurezza americani è il mandante di un omicidio ributtante. Ma, il presidente succeduto a Trump ha già fatto sapere che non saranno adottate misure in grado di pregiudicare i rapporti di alleanza tra Washington e Ryad. E' possibile, dunque, che tutto si risolva in quella che il New York Times ha definito un "powerful rebuke", un potente rimprovero al principe.

 

Resta da capire se, leggendo il rapporto dell'Intelligence, Matteo Renzi vorrà formulare un giudizio meno propenso a celebrare il talento riformatore dell'erede al trono saudita, "my friend", come ha fatto in occasione del loro recente incontro a Ryad, o non vorrà soffermarsi sui suoi metodi come dire, un po' troppo sbrigativi nel trattare con gli avversari.

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(Alberto Stabile blog su www.repubblica.it - Dopo aver seguito la politica per Repubblica a Roma, Stabile è stato per molti anni corrispondente da Israele)

 

 

 

 

 

Il mestiere dell’ambasciatore. Tutti sanno cos'è, ma quasi nessuno sa cosa faccia per davvero

di Eugenio Cau - "Il Post"

 

ROMA - Quando si parla di diplomazia e del ruolo degli ambasciatori, in Italia una parola che salta fuori molto spesso è “Ferrero Rocher”. Nel 1988 la Ferrero mandò in onda una pubblicità televisiva per i suoi cioccolatini che nell’ambiente diplomatico è rimasta impressa, e ha plasmato il cliché sugli ambasciatori negli anni a venire.

 

La pubblicità è ambientata a una festa organizzata all’ambasciata italiana di un paese non precisato: la residenza dell’ambasciatore è estremamente lussuosa, e l’ambasciatore, elegantissimo e «persona veramente raffinata», come dice uno degli invitati, ha organizzato un ricevimento sfarzoso per l’alta società — in cui sono serviti cioccolatini Ferrero.

Molti membri del corpo diplomatico sono ancora piuttosto risentiti per questa rappresentazione, soprattutto perché riflette un giudizio sprezzante sul ruolo degli ambasciatori che, dicono gli ambasciatori stessi, è radicato e difficile da smentire. La Ferrero diffuse pubblicità simili anche sui mercati internazionali, rendendo così il concetto di “diplomazia da Ferrero Rocher” celebre un po’ in tutto il mondo.

 

In realtà, benché sia abbastanza facile dire cos’è un ambasciatore (“il rappresentante di uno stato presso un altro stato” potrebbe essere una buona definizione di massima), è più difficile dire con precisione cosa un ambasciatore faccia davvero e cosa significhi, nel concreto, rappresentare il proprio paese.

 

La difficoltà di definire cosa fa un ambasciatore dipende anche dalla variabilità estrema del lavoro diplomatico, che cambia in maniera molto decisa soprattutto a seconda del luogo in cui l’ambasciatore si trova a operare. A seconda di dove si trova e delle condizioni in cui opera, l’ambasciatore può avere un ruolo di agente politico, di facilitatore commerciale, di promotore culturale o di cooperante per lo sviluppo internazionale, e in alcuni casi tutti questi mischiati tra loro. E il cliché dell’ambasciatore Ferrero Rocher non è quasi mai è appropriato.

 

Chi sono gli ambasciatori oggi

 

Gli ambasciatori sono funzionari pubblici che hanno raggiunto l’ultimo gradino della carriera diplomatica, un percorso piuttosto arduo a cui si accede tramite un concorso pubblico che si svolge ogni anno. Dopo il concorso, la carriera diplomatica è composta di cinque livelli: segretario di legazione, consigliere di legazione, consigliere d’ambasciata, ministro plenipotenziario e infine ambasciatore. Ai primi tre livelli si accede per anzianità: dopo dieci anni e sei mesi, per esempio, il segretario di legazione è promosso a consigliere di legazione, e così via. Si possono ottenere anche promozioni più rapide, in base al merito. Gli ultimi due gradi invece dipendono da una designazione del ministro degli Esteri, approvata dal Consiglio dei ministri.

 

Ciascun grado della carriera diplomatica prevede alternativamente periodi all’estero, nelle sedi diplomatiche italiane, e periodi in Italia, tendenzialmente al ministero degli Esteri, da cui dipende tutto il corpo diplomatico. Dei circa mille diplomatici italiani, di norma metà si trova all’estero e metà al ministero.

 

Bisogna considerare inoltre che gli ambasciatori che riescono a scalare tutti i gradi della carriera diplomatica sono pochissimi, attualmente circa una ventina. Sono chiamati «ambasciatori di grado» e a loro sono destinate le sedi diplomatiche più importanti e delicate. Le altre ambasciate sono guidate da ministri plenipotenziari o da consiglieri d’ambasciata, che non hanno il grado formale di ambasciatore ma una volta accreditati lo sono a tutti gli effetti: vengono chiamati «ambasciatori di rango» e sono più di cento.

 

Si può diventare ambasciatori anche senza aver fatto carriera diplomatica, grazie a una nomina politica. In Italia e in Europa succede molto raramente (l’ultimo caso italiano risale al 2016, quando il governo Renzi nominò per un paio di mesi Carlo Calenda come rappresentante permanente dell’Italia presso l’Unione Europea, cioè l’ambasciatore italiano presso l’Unione) ma in altri paesi, come per esempio gli Stati Uniti, è pratica comune.

 

Le ambasciatrici

 

Le donne italiane ai vertici del ministero degli Esteri e della rete diplomatica sono pochissime. Le ambasciatrici di grado sono soltanto quattro, mentre le donne compongono il 23 per cento del corpo diplomatico. Se paragonati con il resto del mondo, questi dati in buona parte sfigurano, anche se praticamente nessun paese ha raggiunto la piena parità di genere nella diplomazia. Uno dei risultati migliori è quello degli Stati Uniti, dove le donne compongono tra il 30 e il 40 per cento dei capomissione, a seconda della presidenza.

 

In Italia le cose vanno migliorando, e da qualche tempo ci sono molte donne anche in ruoli importanti della gerarchia diplomatica, ma nonostante questo «siamo ancora troppo poche, sia in termini generali sia ai livelli apicali», dice Giuliana Del Papa, consigliera d’ambasciata e presidente dell’associazione Donne Italiane Diplomatiche (DID), di cui fa parte il 70 per cento circa delle donne italiane che lavora in diplomazia. «I numeri sono più positivi in altre carriere dell’alta amministrazione dello stato, come la magistratura o la carriera prefettizia. C’è qualcosa nel mestiere che fa sì che le donne non si avvicinino, ma questo è un pregiudizio che vogliamo sfatare».

 

Una delle possibili ipotesi, spiega Del Papa, è il timore per lo stile di vita: la necessità di trasferirsi ogni pochi anni e le difficoltà nella vita quotidiana potrebbero rendere la carriera diplomatica meno appetibile per le donne. Anche all’interno del percorso diplomatico, che è comunque fortemente meritocratico, bisogna lavorare per promuovere pratiche e meccanismi che garantiscano una maggiore uguaglianza di genere: «È necessario consolidare una cultura della parità che richiede il pieno sostegno della componente maschile», dice Del Papa.

 

Cosa fa un ambasciatore

 

Fino a qualche decennio fa l’ambasciatore era uno degli artefici principali della politica estera del proprio paese. Il suo ruolo era decisamente politico e la sua influenza era sentita tanto in patria quanto nel paese in cui si trovava a operare. Gli ambasciatori informavano il proprio governo di sviluppi pubblici e politici dei paesi in cui si trovavano, trasmettevano messaggi tra ministri e capi di stato, negoziavano accordi e trattati commerciali, consigliavano il proprio governo su come operare all’estero. «Prima della seconda guerra mondiale l’ambasciatore era di fatto l’unico interlocutore che rappresentava il suo paese», dice Ferdinando Nelli Feroci, ambasciatore a riposo, fino al 2013 rappresentante permanente dell’Italia presso l’Unione Europea e per breve tempo commissario europeo per l’Industria. Oggi Nelli Feroci è presidente dello IAI, Istituto Affari Internazionali.

 

Questa funzione politica di ambasciatori e diplomatici è decisamente la più nota, quella di cui si legge sui libri di storia e che rappresenta un certo cliché ottocentesco e primo novecentesco. È una funzione che senz’altro è rimasta, ma che si è ridimensionata nel corso dei decenni, fino a diventare una delle tante. «Il ruolo dell’ambasciatore si è spostato: da rappresentante del proprio paese e negoziatore di accordi diplomatici, a un erogatore di servizi a vantaggio della collettività nazionale e a vantaggio del paese in cui si trova», dice Paolo Guido Spinelli, ex ambasciatore in Senegal e in Ungheria e collaboratore dell’Istituto per gli Studi di Politica Internazionale (ISPI) per i corsi di orientamento alla carriera diplomatica.

 

Oggi le attività di un ambasciatore e più in generale del diplomatico sono numerose e svariate: quella di gestione della politica estera rimane importante ma ha perso la centralità di un tempo; le ambasciate inoltre si occupano sempre di più di sostenere le imprese del proprio paese all’estero e di favorire gli scambi commerciali; di promuovere la cultura del proprio paese all’estero e di coordinare le attività di cooperazione allo sviluppo.

 

Non bisogna poi dimenticare i cosiddetti servizi consolari, cioè i servizi di sostegno ai concittadini all’estero: il più classico è il rinnovo dei documenti (che viene fatto dai consolati ma, dove questi non siano presenti, anche dalle ambasciate), ma in realtà si tratta di una serie di attività anche complesse, come per esempio il rimpatrio dei cittadini molto malati o deceduti, il sostegno nel caso in cui siano vittime di un reato o accusati di averlo commesso, e così via.

 

Cosa fanno nella pratica gli ambasciatori dipende moltissimo dal paese in cui si trovano e dal contesto in cui è loro richiesto di operare. Un’ambasciata italiana in un paese del Golfo Persico, per esempio, si occuperà soprattutto di favorire gli scambi commerciali e di aiutare le aziende italiane a stabilirsi in un nuovo mercato e a stringere accordi convenienti. Un’ambasciata in un paese dell’Africa subsahariana, invece, si occuperà come prima cosa di cooperazione allo sviluppo, attività in cui la diplomazia italiana eccelle. Era una delle attività principali di Luca Attanasio, ambasciatore nella Repubblica Democratica del Congo, ucciso lo scorso mese in un attacco armato assieme alla sua guardia del corpo e al suo autista.

 

Molto dipende anche dalla dimensione delle missioni: nelle ambasciate più grandi il personale è numeroso, le attività sono molto diversificate e l’ambasciatore si occupa esclusivamente delle funzioni più formali e strategiche. Nelle ambasciate più piccole tutti fanno un po’ tutto. «Possono capitare giornate in cui ci si occupa di analisi della situazione politica del paese in cui ci si trova, di gestione del personale e di assistenza ai connazionali, tutto nel giro di poche ore», dice Alessandro Neto, consigliere d’ambasciata all’ambasciata italiana negli Emirati Arabi Uniti.

 

Le ragioni per cui il lavoro diplomatico è diventato così variegato e complesso, e per cui la componente politica è sempre meno rilevante dipende da una quantità di fattori, in parte storici e in parte tecnologici.

 

La diplomazia come una volta

 

L’attività politica di un ambasciatore ha perso di importanza nel tempo, ma rimane comunque la principale e più sensibile: l’ambasciatore deve mantenere i rapporti tra il proprio paese e quello in cui è accreditato, promuovendo allo stesso tempo gli interessi politici del proprio stato.

 

Nel concreto, significa che l’ambasciatore e i funzionari dell’ambasciata devono mantenere sempre aperti contatti con i funzionari del governo del paese in cui sono accreditati, mantenere regolarmente aggiornato il ministero degli Esteri sulle questioni più rilevanti e sensibili per l’interesse nazionale, organizzare consultazioni regolari, preparare gli incontri tra i rappresentanti e le visite bilaterali.

 

Quasi sempre questi compiti sono delicati e importanti, ma ci sono alcuni casi in cui il controllo della politica estera, sempre più decisa da ministeri e cancellerie, sfugge dalle mani dell’ambasciatore: nell’organizzazione delle visite bilaterali, per esempio, ci sono casi in cui l’ambasciata ha un ruolo centrale nella gestione dei negoziati, ma anche altri in cui è relegata all’organizzazione della logistica e alla gestione di protocollo e cerimoniale, senza poter intervenire sui contenuti.

 

Una delle principali attività politiche della diplomazia, inoltre, l’ambasciatore la subisce: quando i rapporti tra due paesi sono piuttosto bruschi, infatti, uno dei due governi, o entrambi, richiamano in patria i propri ambasciatori, per segnalare in maniera simbolica un’interruzione del dialogo. Anche se si tratta di un atto piuttosto drastico, il suo valore è soprattuto simbolico (le ambasciate rimangono aperte), e quasi sempre poi l’ambasciatore ritorna. Gli ambasciatori spesso considerano il richiamo come problematico anche a livello personale: sono costretti a rimanere in Italia ad aspettare senza poter far niente anche per mesi, e a volte capita che le loro famiglie rimangano invece all’estero, magari perché i figli frequentano le scuole locali.

 

Molto dipende comunque da dove si trova l’ambasciata. L’Italia, per esempio, oltre agli alleati e agli ovvi partner commerciali, ha interessi politici e un’agenda propria in alcune aree particolari, come i Balcani, il Medio Oriente, e in generale il cosiddetto “Mediterraneo allargato”, termine con cui nella diplomazia e nella difesa italiane si intende gran parte dell’Europa, del Nord Africa e del Medio Oriente, compresa la penisola araba: le ambasciate italiane in questi luoghi devono prestare più attenzione all’aspetto politico rispetto a quelle che, per esempio, si trovano in Sud America o in Oceania.

 

Tutti fanno diplomazia

 

Se spesso la diplomazia sfugge di mano agli ambasciatori è anche perché il numero di soggetti che all’interno di un paese si occupa di politica estera e di rapporti con gli altri stati è aumentato di decennio in decennio. Uno-due secoli fa gestire i rapporti con gli altri stati era compito del sovrano, che per ogni necessità si appoggiava al suo ambasciatore. «Oggi i soggetti di politica internazionale si sono moltiplicati: grandi imprese, enti locali, associazioni di categoria, e molti altri», dice Nelli Feroci. Ciascuno di questi soggetti ha una propria agenda, cioè i propri obiettivi di tipo economico, politico o promozionale, e una propria struttura para-diplomatica.

 

Per rimanere in Italia, alcune grandi aziende come FIAT (oggi Stellantis) ed ENI hanno sempre mantenuto rapporti che possono essere definiti di politica estera con i paesi nei quali avevano interessi economici: si pensi per esempio al rapporto diretto che Sergio Marchionne, amministratore delegato di Fiat, aveva un decennio fa con l’ex presidente degli Stati Uniti Barack Obama. Oppure si pensi al fatto che molte Regioni italiane negli ultimi anni hanno aperto uffici di rappresentanza all’estero, per ragioni soprattutto di promozione del turismo e delle imprese locali.

 

«L’ambasciatore è diventato uno dei tanti interlocutori che dovrebbe cercare di coordinare tutte queste voci», continua Nelli Feroci. «In questo modo, le attività e le responsabilità di un ambasciatore si sono modificate in maniera sensibile». Adesso l’ambasciatore deve occuparsi di politica economica, finanza, attività sociali e molto altro. Alcuni diplomatici che hanno parlato con il Post spiegano inoltre che molto dipende dalla personalità dell’ambasciatore: in un contesto frammentato e poco formale, in cui bisogna passare dall’analisi politica alla promozione economica e culturale, è essenziale essere apprezzati e riconosciuti nel proprio paese, ed essere riusciti a ottenere autorevolezza e influenza nel paese in cui si è accreditati.

 

Il dominio dell’economia

 

Negli ultimi tempi la maggior parte dei paesi soprattutto dell’Occidente, per ottenere obiettivi in politica estera, ha cominciato ad affidarsi a strumenti che sono in parte estranei alla diplomazia: le sanzioni economiche e i dazi commerciali. Per gli Stati Uniti e per l’Unione Europea, le sanzioni sono diventate lo strumento principale da usare in caso di rapporti conflittuali con altri paesi. Gli Stati Uniti, inoltre, specie sotto l’amministrazione di Donald Trump, hanno cominciato a servirsi di sanzioni commerciali contro i propri rivali. In questi contesti, la diplomazia è stata spesso scavalcata dall’economia.

 

Si pensi per esempio alla guerra commerciale tra Stati Uniti e Cina, cominciata dall’amministrazione Trump negli anni scorsi. Da parte americana, i principali attori di questo scontro sono stati tutti economici: l’ex segretario al Tesoro Steven Mnuchin, l’ex segretario al Commercio Wilbur Ross e l’ex rappresentante per il Commercio Robert Lighthizer, tra gli altri. Non soltanto l’ambasciatore degli Stati Uniti in Cina non è mai stato un fattore nello scontro tra i due paesi (anzi, nel settembre del 2020 si dimise), ma anche l’allora segretario di stato, Mike Pompeo, ha avuto un ruolo di secondo piano rispetto agli alti funzionari che si occupavano di economia.

 

Dal punto di vista storico il dominio dell’economia può essere considerato un miglioramento, perché significa che dispute che un tempo avrebbero potuto concludersi con uno scontro armato adesso si risolvono tramite sanzioni. Dal punto di vista della diplomazia, però, è una perdita di centralità.

 

La novità ha comportato un adattamento: il lavoro delle ambasciate e degli ambasciatori è sempre più legato alla sfera economico-finanziaria, e i servizi offerti dalle ambasciate sono spesso rivolti alle imprese, soprattutto quelle piccole e medie, visto che le grandi, come già detto, hanno “servizi diplomatici” propri. Ormai tutte le ambasciate, anche le più piccole, hanno uffici commerciali e personale deputato ad aiutare le imprese all’estero e a favorire l’insediamento di nuove, magari contribuendo a decifrare le differenze di legislazione e di pratiche di business. «Pensiamo per esempio a quando un’azienda all’estero si trova in difficoltà e deve ricorrere a un avvocato: chi consiglia l’avvocato? Chi fa da intermediario? Chi trova un interprete? Di tutte queste cose spesso si occupa l’ambasciata», dice Spinelli.

 

Anche la promozione economica è importante: le ambasciate favoriscono i contatti e gli scambi, invitano delegazioni di imprenditori nel paese estero in cui sono insediate, contribuiscono a creare le condizioni per accordi economici, partnership e investimenti.

 

Il telefonino della Merkel

 

Uno dei più grandi cambiamenti del mestiere dell’ambasciatore dipende dai mezzi di comunicazione: con la loro evoluzione, evolve anche la diplomazia. Questo perché fin dal principio l’ambasciatore è sempre stato un «fornitore di notizie», dice Spinelli, e perché, sotto molti punti di vista, la diplomazia è comunicazione.

 

Il fatto che con il cambiamento dei mezzi di comunicazione cambi anche il ruolo della diplomazia è noto e antico: un aneddoto che circola nell’ambiente narra che la regina Vittoria d’Inghilterra, a metà dell’Ottocento, quando le fu annunciata l’invenzione del telegrafo avrebbe commentato con un certo sollievo che finalmente, grazie alle comunicazioni a distanza, avrebbe potuto fare a meno degli ambasciatori. Le cose non sono andate così, e gli ambasciatori sono rimasti importanti anche con l’avvento delle comunicazioni di massa, ma il loro ruolo è senz’altro mutato.

 

Il cambiamento più importante degli ultimi anni è ovviamente internet, che ha reso più facile fare in modo che «le relazioni internazionali tra leader politici diventino relazioni personali», dice Alessandro Neto. «Fino a qualche decennio fa era l’ambasciatore italiano in Germania che raccoglieva le comunicazioni del cancelliere tedesco al governo. Adesso è possibile che Angela Merkel comunichi con Mario Draghi su WhatsApp» (questo è ovviamente un esempio, non sappiamo se Merkel e Draghi usino davvero WhatsApp tra loro). In queste nuove comunicazioni personali, gli ambasciatori sono a volte scavalcati e, come dicono alcuni diplomatici, può capitare che vengano a conoscenza di importanti decisioni di politica estera che riguardano il paese in cui si trovano solo a fatti già compiuti o a negoziati già avanzati.

 

Anche in questo caso, alla diplomazia è richiesto un adattamento. Se un tempo gli ambasciatori dovevano portare informazioni ai loro governi, oggi devono portare soprattutto analisi: «In una società aperta, in cui circola un’enorme quantità di notizie e informazioni, l’ambasciatore e il diplomatico aiutano a interpretarle sulla base dell’interesse nazionale», aggiunge Neto.

 

È anche cambiato il modo in cui ambasciatori e ambasciate comunicano: un tempo i messaggi degli ambasciatori viaggiavano, su carta, all’interno di una valigia diplomatica, trasportata da un “corriere diplomatico”, che secondo la Convenzione di Vienna del 1961 (il trattato internazionale che regola gran parte delle regole della diplomazia) gode dell’immunità diplomatica durante il suo viaggio. Contestualmente, nei decenni passati era molto usato il telegrafo.

 

Oggi l’utilizzo di corrieri diplomatici è diventato più raro. Nelle ambasciate, le comunicazioni ordinarie si fanno via telefono e via mail, come in tutti gli uffici, mentre quelle riservate e sensibili «alla casa», che è il modo in cui in gergo si definisce il ministero degli Esteri. Si fanno tramite un sistema di comunicazione scritta e digitale creato apposta: ciascun ministero degli Esteri ha il proprio, ormai, e questo ha portato anche una rinnovata attenzione alla cybersicurezza.

 

I social network sono diventati anche il principale strumento di “public diplomacy”, cioè di quell’attività diplomatica che mira a comunicare direttamente con i cittadini. Tutte le ambasciate italiane (e ovviamente anche quelle del resto del mondo) hanno account social istituzionali, la cui creazione è raccomandata dal ministero degli Esteri, a cui si vanno ad aggiungere gli account personali dei diplomatici.

 

Questo sembra una novità rispetto al ruolo tradizionale dell’ambasciatore, la cui cifra è sempre stata la discrezione, e in parte lo è ancora, anche se, come ricorda Giuliana Del Papa, «naturalmente una parte del lavoro rimane dietro le quinte».

 

I diplomatici lupo

 

Una delle innovazioni più recenti nel modo di fare diplomazia viene dai regimi dittatoriali e dai governi populisti, dove ambasciatori, diplomatici, e ministri degli Esteri hanno cominciato a usare i social network come strumenti di propaganda e intimidazione. Il fenomeno più noto riguarda la Cina, dove dall’anno scorso si è cominciato a parlare di “Wolf Warrior diplomacy”, diplomazia del guerriero lupo, un termine che riprende il titolo del film Wolf Warrior 2, in cui un soldato cinese combatte vittoriosamente contro mercenari americani corrotti (è il film non di lingua inglese con maggiori incassi nella storia).

 

Zhao Lijian, portavoce del ministero degli Esteri cinese, è probabilmente il più famoso dei diplomatici guerriero lupo: nel corso dell’ultimo anno ha diffuso innumerevoli teorie del complotto sulla diffusione del coronavirus, durante una disputa internazionale con l’Australia ha postato su Twitter una foto falsa di un soldato australiano che taglia la gola a un bambino afghano, e le sue dichiarazioni sono quasi sempre durissime e offensive nei confronti dei presunti rivali della Cina. Tra i diplomatici famosi per questo stile di comunicazione ci sono anche l’ex ambasciatore nel Regno Unito Lui Xiaoming e un altro portavoce del ministero degli Esteri, Wang Wenbin, anche lui ex ambasciatore.

 

Strategie simili sono usate anche dal regime russo: gli account Twitter delle ambasciate della Russia sono famose per il loro stile di comunicazione aggressivo, in particolare quella nel Regno Unito.

 

Anche l’amministrazione statunitense di Donald Trump ha usato la diplomazia in maniera non convenzionale: l’esempio più noto è Richard Grenell, l’ex ambasciatore degli Stati Uniti in Germania, che contravvenendo al decoro diplomatico tradizionale nei suoi anni in servizio ha attaccato con costanza il governo tedesco, spesso inviso da Trump, intervenendo con forza e senza troppi convenevoli su questioni politiche da cui gli ambasciatori, specie quelli di paesi alleati, di solito si tengono lontani.

 

Per alcuni diplomatici italiani questa aggressività da parte dei rappresentanti di certi paesi è una novità consistente, che discredita la professione; altri invece ricordano come gli ambasciatori anche in passato fossero espliciti e assertivi, e che comunque l’ambasciatore agisce sempre con l’approvazione del suo governo: «Il diplomatico è soprattutto un esecutore», dice Spinelli.

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(Eugenio Cau - www.ilpost.it)

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OBS MAGAZINE

 

 

LUXURY & FASHION

 

Agnelli, Rosso e Ruffini: il lusso Made in Italy va alla riscossa. Inizia la partita di M&A

di Federica Mochi - AdnKronos

 

MILANO - Louboutin, Stone Island, Jil Sander: il 2021 per alcuni gruppi italiani si prepara a essere un anno di shopping intenso in Italia e all’estero. Un’inversione di rotta rispetto alla fuga di marchi del Made in Italy cui negli anni siamo stati abituati e una riscossa, parrebbe, dei gruppi nostrani, che stanno agendo per assicurare la permanenza in Italia di alcuni dei nomi del fashion internazionale e allungare nel contempo le mani sul mercato cinese, tra quelli che stanno correndo maggiormente. Sono almeno quattro le operazioni finite in una manciata di settimane nella galassia delle acquisizioni tricolori: oltre al 'soulier' degli stiletto dalle inconfondibili suole rosse, sul quale Exor ha puntato mezzo miliardo, la stessa holding quattro mesi fa è entrata nel gruppo cinese Shang Xia con un aumento di capitale riservato di Hermès International e un investimento di 80 milioni di euro.

 

Gli Agnelli non sono i soli italiani a far leva sulla moda. Prendiamo Renzo Rosso, patron di Otb (che nel suo portafoglio annovera già brand come Maison Margiela, Diesel, Viktor&Rolf, Marni, Staff International e Amiri). Venerdì scorso l’imprenditore veneto ha acquistato dai giapponesi di Onward il brand Jil Sander. E ancora, la Moncler del comasco Remo Ruffini, a dicembre si è regalata, per 1,15 miliardi, Stone Island. Poi c’è Missoni, che da anni ha avviato una partership con il Fondo strategico italiano e Stefano Beraldo di Ovs, che ha messo in salvo Stefanel, marchio da danni in crisi, puntandoci sopra tutte le sue fiches. L’impressione è che, vista l’accelerazione degli investimenti nel lusso e il clima post-Covid, la campagna acquisti per molte altre realtà del settore possa riservare presto simili sorprese.

 

"Si tratta di imprese con le spalle robuste, forti di liquidità e di capacità industriali e commerciali - spiega all’Adnkronos Armando Branchini, strategic advisor, Fashion & Luxury di EY -. Il 2020 infatti ha visto le aziende più forti performare meglio della media settoriale, perché hanno saputo reagire alla diminuzione dei fatturati con l’abbassamento del punto di pareggio, e con disciplina nel controllo dei costi fissi. Ci aspettiamo che altri brand saranno oggetto di acquisizione e fusione nell’anno in corso, ed ancora a medio termine. Prevediamo che il consolidamento del settore sia destinato ad avere una impennata nei prossimi 36/48 mesi”.

 

Le acquisizioni da poco realizzate, fa notare Branchini, "hanno viste protagoniste grandi aziende italiane che probabilmente stanno esaminando ulteriori possibilità. A queste potrebbero affiancarsi presto altri rilevanti gruppi italiani. Avremmo così non solo aziende o fondi d’investimento francesi, americani e mediorientali ad essere protagonisti delle acquisizioni nel settore moda e lusso, ma anche, e di fatto per la prima volta, aziende italiane. Resta però il fatto che per fare acquisizioni di marche importanti è necessario avere liquidità e capacità di indebitamento, per poter pagare prezzi di acquisto elevati”.

 

In questo, aggiunge, i conglomerati francesi hanno forti vantaggi. “Ma c’è un altro possibile ambito del settore moda e lusso in cui le acquisizioni stanno iniziando - osserva Branchini - ed è quello delle strutture produttive specializzate, a livello sia orizzontale che verticale, nella filiera. Per la forte tradizione e cultura manifatturiera che le imprese italiane hanno alimentato negli ultimi cinquant’anni, prevediamo che un numero rilevante di queste acquisizioni sarà realizzato nel medio periodo. In questo modo molte imprese italiane si rafforzeranno nelle loro capacità distintive e verrà aumentato il loro potere di mercato. E certamente ne uscirà rafforzato il vantaggio competitivo del sistema italiano della moda e del lusso”.

 

Per Branchini i consumi cresceranno nel 2022 e tra l’anno prossimo ed il 2023 si possa ritornare ai livelli del 2019. "Con questo in mente - dice - chi intenda fare acquisizioni deve farle ora, per poter trarre vantaggio della fase di crescita dei consumi attesa per l’anno prossimo e quelli immediatamente successivi". Il settore delle scarpe, in questo senso potrebbe essere tra quelli più appetibili. Basti pensare che di recente c’è stata la quotazione di Dr. Martens nel Regno Unito e poi l'acquisizione di Birkenstock da parte del fondo L Catterton, sostenuto da Lvmh. “Già a partire dagli anni '70 l’oggetto di moda più rappresentativo, la vera 'metafora del lusso' è stata la borsa femminile, e lo è tutt’ora - spiega ancora Branchini -. Ma al suo fianco le calzature hanno conquistato una rilevanza psicologica sempre maggiore. Anche la serie televisiva Sex and the City, iniziata nel 1998, è stata, insieme, effetto e causa di questo fenomeno”.

 

La pensa diversamente Antonio Di Pasquale, partner del dipartimento di Corporate di Hogan Lovells. “Le scarpe di lusso in senso tecnico soffriranno ancora un po’ - rimarca - ci sarà una selezione sempre più aggressiva su quel mercato, tra pochi marchi iconici che si affermeranno e dei prodotti di una nicchia molto ristretta. Tutto l'abbigliamento formale sta soffrendo perché non ci sono gli eventi e se consideriamo i canali e i mercati di riferimento vediamo che l’informale ha più spazio. Comprare online una scarpa di lusso, di qualità, continua a essere difficile, considerando il tipo di clientela esigente che si approccia a quel prodotto".

 

Tuttavia, l'ondata di M&A nel settore del lusso, per Di Pasquale, rappresenta sicuramente "un segnale di cambiamento di orizzonte”. La partita del mercato internazionale "si gioca sempre di più, e a maggior ragione ora in epoca Covid, sui mercati asiatici - sostiene - quello cinese è il primo ad essersi ripreso e sarà quello che funzionerà meglio. Il mercato europeo e italiano sono sempre più difficili e saturi e la competizione nei mercati asiatici richiede risorse e un'offerta articolata che si associano a dimensioni molto più grandi degli operatori italiani. Chi ha liquidità, comunque, approfitterà delle situazioni".

 

Parla invece di "polarizzazione del settore" Filippo Bianchi, managing director e partner di Bcg: "Il calo di fatturato del circa 30% vissuto dal comparto del lusso negli ultimi 12 mesi ha messo a dura prova la tenuta finanziaria dei marchi e di tutta la filiera - spiega -. Inoltre, ha accelerato il cambiamento già in atto in termini di distribuzione (con il canale online che acquisterà tra i 10-15pp di incidenza, passando da 11% in 2019 a 25% in 2022, soprattutto a discapito del canale wholesale da 45% nel 2019 a 35% nel 2022), allocazione delle risorse (peso affitti e personale di negozio vs. incidenza del marketing digitale) e preferenze di stile dei consumatori. Fattori che spingono nella direzione di un'ulteriore polarizzazione del settore, dove i gruppi saranno avvantaggiati per la loro capacità di 'scalare' gli investimenti fatti nelle nuove competenze su più marchi che presi singolarmente non avrebbero una capacità di spesa sufficiente a finanziare il cambiamento".

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(Federica Mochi - www.adnkronos.com)

 

 

UOMINI E LIBRI

 

“Finché il caffè è caldo”. Le cinque regole fondamentali di Toshikazu Kawaguchi. Un caso editoriale

di Michele Sabatini

 

ROMA - Edito in Italia da Garzanti, “Finché il caffè è caldo” è il romanzo d’esordio dello sceneggiatore e regista giapponese Toshikazu Kawaguchi. Un caso editoriale che, aggiornando in maniera intimistica l’epopea del viaggio nel tempo, sta conquistando lettori in tutto il mondo.

Una sedia, un tavolino, un caffè, una scelta. Basta solo questo per essere felici. Pochi elementi ed una promessa efficace nella sua semplicità, in grado di affascinare molti e premiare coloro che si atterranno a 5 regole fondamentali:

  1. Sei in una caffetteria speciale. C’è un unico tavolino e aspetta solo te.
  2. Siediti e attendi che il caffè ti venga servito.
  3. Tieniti pronto a rivivere un momento importante della tua vita.
  4. Mentre lo fai ricordati di gustare il caffè a piccoli sorsi.
  5. Non dimenticarti la regola fondamentale: non lasciare per alcuna ragione che il caffè si raffreddi.

Racconta infatti Kawaguchi che in Giappone ci sia una caffetteria singolare. È aperta da più di cento anni e, su di essa, circolano mille leggende. Si narra che dopo esserci entrati non si sia più gli stessi. Si narra che bevendo il caffè sia possibile rivivere il momento della propria vita in cui si è fatta la scelta sbagliata, si è detta l’unica parola che era meglio non pronunciare, si è lasciata andare via la persona che non bisognava perdere. Si narra che con un semplice gesto tutto possa cambiare. Ma c’è una regola da rispettare, una regola fondamentale: bisogna assolutamente finire il caffè prima che si sia raffreddato.

 

Non tutti hanno il coraggio di entrare nella caffetteria, ma qualcuno decide di sfidare il destino e scoprire che cosa può accadere. Qualcuno si siede su una sedia con davanti una tazza fumante. Fumiko, che non è riuscita a trattenere accanto a sé il ragazzo che amava. Kotake, che insieme ai ricordi di suo marito crede di aver perso anche sé stessa. Hirai, che non è mai stata sincera fino in fondo con la sorella. Infine Kei, che cerca di raccogliere tutta la forza che ha dentro per essere una buona madre. Ognuna di loro ha un rimpianto. Ognuna di loro sente riaffiorare un ricordo doloroso. Ma tutti scoprono che il passato non è importante, perché non si può cambiare. Quello che conta è il presente che abbiamo tra le mani. Quando si può ancora decidere ogni cosa e farla nel modo giusto. La vita, come il caffè, va gustata sorso dopo sorso, cogliendone ogni attimo.

 

Scritto in modo lineare, “Finchè il caffè è caldo” possiede una naturale teatralità che rivela in maniera indiretta il mestiere dell’autore, che è sceneggiatore e regista. Più che all’adattamento di una sceneggiatura, il pensiero corre però ad una pièce teatrale, con i diversi atti ad identificarsi nelle 4 storie messe in scena all’interno della caffetteria.

 

Storie comuni nella loro universalità, eppure capaci grazie alla loro semplicità di costruire un’atmosfera coerente all’ambientazione. In grado di trasmettere un’idea sociale, un immaginario del Giappone plausibile. Una riconoscibilità di fondo – forse anche un po’ benevolmente stereotipica - che permette però di identificarsi nelle vicende narrate e nei tipi umani rappresentati anche al lettore che non conosce questo paese.

 

“Finché il caffè è caldo”  è diventato un caso editoriale in Giappone, dove ha venduto oltre un milione di copie. Poi ha conquistato tutto il mondo e le classifiche europee a pochi giorni dall’uscita. Un romanzo pieno di fascino e mistero sulle occasioni perdute e sull’importanza di quelle ancora da vivere.

 

Fiction. Fantasy. Favola. Sono molte le etichette che si è cercato di affibbiare a questo libro. Credo però, che la ragione del suo successo consista principalmente nella immediatezza del suo plot narrativo e soprattutto nella sapienza con cui è stato costruito. C’è molto mestiere, molto sapere dietro il modo di raccontare di Toshikazu Kawaguchi. C’è un’arte affinata nel tempo attraverso la ripetizione, anche se si è iniziato con lo scrivere sceneggiature per fumetti. Una artigianalità - questa si idealmente molto giapponese - di cogliere il nocciolo della storia e saperlo valorizzare in modo innovativo.

 

Così l’epopea del viaggio nel tempo torna a rivivere in queste pagine, esulando dal pensiero tradizionale che riconosce al ritorno nel passato la possibilità di compiere azioni che possano modificare il presente. Qui non è così, il presente per come lo conosciamo,  fatto di eventi anche spiacevoli e dolorosi, purtroppo rimarrà lo stesso. Ed allora viaggiare nel tempo che senso ha?

 

Lontano da ricompense immediate,  dal mito consumistico e molto occidentale del tutto e subito, qualcosa eppure cambierà. A cambiare saranno le persone, coloro che avranno deciso di intraprendere questo viaggio e coltivare un’arte, quella dell’attesa, che come dice Dietrich Bohnoeffer:  “il nostro tempo impaziente ha dimenticato”.

 

Cambierà il loro modo di essere, la loro visione del mondo, il loro modo di vivere e affrontare il presente, con tutte le difficoltà e incognite che la vita propone. Così costruire il futuro. Trovando un senso, anche nel potere taumaturgico di un viaggio nel tempo di questo tipo, perché: “… se vuole, la gente troverà sempre la forza di superare tutte le difficoltà che si presenteranno. Serve solo cuore. E se quella sedia ha il potere di cambiare il cuore delle persone, di sicuro un senso deve averlo”.

 

Toshikazu Kawaguchi è nato a Osaka, in Giappone, nel 1971, dove lavora come sceneggiatore e regista. Con Finché il caffè è caldo (Garzanti, 2020), suo romanzo d’esordio, ha vinto il Suginami Drama Festival. A questo successo segue Basta un caffè per essere felici (Garzanti, 2021), il secondo volume sulla caffetteria speciale.

 

SCHEDA LIBRO

Titolo: Finché il caffè è caldo

Autore: Toshikazu Kawaguchi

Editore: Garzanti

Anno edizione: 2020

Pagine: 192 p.

ISBN: 9788811608769

Prezzo: € 16,00

 

 

UOMINI E LIBRI

 

UOMINI E LIBRI

 

Con "Corrado V", Lino Zaccaria racconta la storia dell'ultimo rampollo degli Svevi, l'imperatore fanciullo

di Damiano Leo - Affaritaliani

 

Fugace e bruciante si rivelò la vicenda umana e politica di Corrado V di Svevia, più comunemente conosciuto con il diminutivo di Corradino (1252 - 1268), una sorta di “Romolo Augustolo” degli anni tardo-medievali italiani, l'imperatorello diciassettenne, in pectore, che, spinto dai fanatici partigiani della germanica casa di Hohentaufen, interpretò, con malinconia e mestizia, un velleitario quanto esiziale tentativo di riappropriazione della corona della casata, del Regno meridionale d'Italia, conquistato da Carlo d'Angiò (1266-1285) su imput sobillatorio, prima del pontefice Urbano IV (1261–1264) – Jacques Pantaléon, e quindi, dal suo successore al Soglio di Pietro, Clemente IV – Guido Gros de Saint Gilles - (1265–1268), odiatori della famiglia imperiale germanica, per le jugulatorie diàtribe intercorse, a ritmo parossistico, particolarmente tra il pontefice Gregorio IX, (1227–1241), Ugolino di Anagni, e l'imperatore Federico II di Svevia al quale, per ben cinque volte, fulminò contro la scomunica.

 

Ora, la tragica avventura dell'imperiale fanciullo prende l'abbrivio dalle fitte pagine del saggio dello studioso e giornalista de IL Mattino di Napoli, la capitale del Reame del Sud. Nella quale si concluse la brevissima meteora dell'ultimo discendente maschile della potente stirpe tedesca i cui esponenti di punta rispondono ai nomi di Federico I (1121–1190), soprannominato il Barbarossa; Arrigo o Enrico VI (1190–1197); Federico II (1194–1250), nato a Jesi, nei pressi di Ancona: L'Aquilotto insanguinato. Vita, avventura e morte di Corradino, l'ultimo rampollo degli Svevi, prefazione di Pietro Gargano, Napoli, Grausedizioni, 2020.

 

Una vena di amara, nostalgica simpatia dell'autore, Lino Zaccaria, attraversa sottilmente ogni singola pagina della monografia, che avvince ed attrae per il periodare serrato e scorrevole. L'Autore confessa, chiararamente, di essere stato iniziato dal padre alla conoscenza della sorte tragica del rampollo degli Hohenstaufen, tanto che “si insinuò così nel mio animo il mito di Corradino. E a mano a mano che procedevo verso l'età adulta - chiarisce l'Autore nella Introduzione al saggio - si andava fortificando in me l'idea di scavare nella storia per approfondire la tragedia del nipote del grande Federico II, decapitato dopo il fallito tentativo di riconquistare la corona della sua casata” (p. 14).

 

Sebbene scritta da un non addetto ai lavori, ossia non da uno storico ex professo, ma da una persona che ha svolto la propria carriera professionale presso un quotidiano di informazione, per oltre un quarantennio, il giornalista Lino Zaccaria ha portato felicemente a termine l'indagine su di un brano essenziale della Storia d'Italia, e di quella Meridionale, in modo peculiare, con una scioltezza narrativa, frutto saporoso, germinato da una lunga, adusata confidenza con la penna. Ma, soprattutto, originato da un calibrato vaglio delle fonti e dalla valutazione attenta della letteratura storica connessa al “maldestro” tentativo del giovanissimo Corradino di tornare a dominare sul Regno del Sud, ormai ben saldo nelle rapaci mani di Carlo d'Angiò. Il quale era stato investito come sovrano del reame di Napoli, direttamente dal Pontefice Romano che, non lo si dimentichi, era l'alto Signore feudale della monarchia meridionale e, per di più, odiava profondamente la dinastia degli Svevi.

 

Essenziale, nel puntuale impianto dell'indagine, si rivela a questo proposito, il capitolo che l'Autore ha opportunamente intitolato La condanna nel quale all'articolata disamina della letteratura storica e giuridica, inerente il grave caso, si coniuga, con altrettale esame delle posizioni degli autori consultati, una onesta declinazione dell'itinerario politico che, in breve, condusse alla traumatica soppressione del povero Corradino. Vittima, non solamente della propra letale mancanza di una visione realistica della situazione del Regno, bensì anche, della gelida indifferenza del papa Clemente IV che, pur di togliersi di torno gli avversati svevi -lui già segretario di Luigi IX (1226 – 1270), o San Luigi, re di Francia, e fratello di Carlo d'Angiò-, non intervenne assolutamente per cercare di salvare una ancora acerba vita umana.

 

Si rivelò un gravissimo errore di valutazione quello commesso da Corradino e dai suoi consigliori: come si poteva pensare di poter conquistare la città di Napoli e, con essa, l'intero suo Regno ritrovandosi determinatamente contro la Chiesa di Roma ed il suo Papa? Era, a ben considerare, una pura follia. Folle, quindi, la decisione che si palesò fino al tragico compimento conclusivo sulla fatale piazza del Mercato a Napoli.

 

Era stato un esponente della antica casata dei Frangipane di Roma, Giovanni, ad essere, per così dire, decisivo nella soluzione del caso dell'inesperto adolescente svevo dopo la furente battaglia di Tagliacozzo (1268). Lo catturò, lo pose in stato di arresto, lo rinchiuse nella torre di Astura della quale il Frangipane era feudatario. Infine, lo consegnò all'Angiò perchè in seguito venisse giustiziato con la decapitazione, per ordine sovrano. “La torre pentagonale di Astura -spiega Lino Zaccaria-, poco a nord di Nettuno, faceva parte degli antichi possedimenti dei potenti Frangipane che appartenevano ad una nobile famiglia, [originata, a sua volta, come essi stessi pretendevano, dalla gens Anicia, di Roma], dalla quale, secondo il Tommaseo, ebbe origine la famiglia Alighieri” (p. 75). Sul palco, eretto al centro della trista piazza napoletana, l'avventuroso germoglio svevo venne così esposto al ludibrio ed alle ingiurie della feccia umana sbavazzante che sempre accorre, numerosa, per assistere a certi orridi spettacoli ed a compiacersi per avervi partecipato, solleticando la propria morbosità: meschina e disgraziata.

 

Certamente la Storia d'Italia e quella del Mezzogiorno in maniera decisiva, dopo quest'episodio luttuoso, ha conosciuto un abbrivio diverso; non possiamo però dire se più favorevole oppure negativo per le genti dell'Italia del Meridione. Anche perchè gli Svevi non erano stati da meno di quello che poi saranno gli Angioini. Anche con lo spoil-system da essi adottato, sostituendo le élites che avevano servito la casa di Svevia con il rapace baronaggio francese che ha angariato, salvo sparuti, sporadici casi, con sistematicità predace, le proprie sottoposte comunità. Il quale non aveva fatto altro che confermare come i sudditi del Mezzogiorno non potevano affatto sperare nella resipiscenza, sia pure rapsodica, del potente di turno. In particolare, l'Imperatore Federico II, che, per continuare e condurre la perenne lotta contro i liberi Comuni del Settentrione d'Italia, seviziò il popolo meridionale con una ininterrotta, spietata imposizione di tributi e balzelli che ebbero l'unica conseguenza di impoverire queste terre. Terre una volta felici e ritenute gli impareggiabili granai di Roma, ancora oggi prigioniere della sempiterna stritolatura della cosiddetta “Questione Meridionale”. Dalla quale non ci si riesce tuttora a risollevare, nonostante le spinte propositive poste in atto, lungo il corso dei decenni di cronaca e di storia meridionale che si sono snodati, pur fra traumi e profittevoli pause, seguendo un invisibile, logico filo che rifugge da ogni sfilacciatura e da ogni sorta di greve barocchismo: societario e politico.

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(Damiano Leo - www.affaritaliani.it)

 

 

 

 

 

CINEMA E GIORNALISMO

 

Dalla Bergman a Kirk Douglas e Clarck Gable, le citazioni cinematografiche più celebri nel libro “Suonala ancora Sam” 

di Mauro De Vincentiis

 

ROMA - Tra le note di un brano famoso, Ingrid Bergman sussurra al pianista di Casablanca: “Suona la nostra canzone, Sam, come a quel tempo...”. Dalla nascita del cinema sonoro, sono migliaia le battute che hanno fatto epoca, risuonate per la prima volta in un sala buia, entrate a far parte dei modi di dire più correnti.

“Suonala ancora,Sam” (Ed.Bompiani) di Roberto Casalini, che esce in una nuova edizione riveduta e arricchita, raccoglie le migliori battute di oltre 1500 film, ordinate per temi o argomenti, come in un dizionario delle citazioni. Per un florilegio di frasi celebri sul giornalismo, riprese da copioni, si può cominciare dal film “mito”, interpretato da Kirk Douglas L’asso nella manica (regia di Billy Wilder, 1951); la trama: un giornalista approfitta di un cercatore sepolto ln una miniera indiana per rilanciare la propria carriera. Ritarda gli aiuti e crea l'avvenimento, finché il posto diventa un gigantesco luna park. Ottiene il suo scoop, ma lo scavatore muore.

A Porter Hall, direttore di un giornale di provincia, al quale si presenta, Kirk Douglas dice: “Sappiate che ho avuto l'onore di essere buttato fuori da undici giornali con un totale di sette milioni di copie”. E ancora: “Figlio mio, da quando frequenti quella... scuola di giornalismo? - Da tre anni. - Tre anni gettati via. Io non ho fatto nessuna scuola ma so come dare una notizia, perchè prima di fare i giornali io li ho venduti agli angoli delle strade, e sai la prima cosa che ho imparato? Le brutte notizie vanno a ruba. Buona nuova, nessuna nuova” (Douglas al giovane apprendista Bob Arthur). .

Per come dare una notizia, c'è la “lezione” di Clark Gable che in Dieci in amore insegna il mestiere al giovane Nick Adams:

- “In primo luogo... Ah, hai sentito la notizia?

- Cosa?

- L'hanno trovato morto.

- Chi ?

- Il padrone.

- Sul serio? Quando?

- Pochi minuti fa.

- E dove l'hanno trovato?

 - Nel suo ufficio.

- E com'è successo?

- Gli ha sparato una donna.

- Gli ha sparato una donna. Perché?

- Bill, mi hai fatto sei domande assai importanti: chi, cosa, dove, quando, come e perché . E’ a esse che un buon cronista deve rispondere. Tu non l'hai fatto... Riscrivilo”.

In contrapposizione, Kirk Douglas, sempre in L'asso nella manica, afferma:

"Io conosco morte e miracoli di tutto nei giornali: so scriverlo, correggerlo, impaginarlo, stamparlo e venderlo... So manovrare notizie grosse e piccole, se notizie non ci sono so lavorare di fantasia”.

Da ricordare anche le battute di Orson Welles in Citizen Kane (Quarto potere, 1941): “Voglio che il New York Inquirer diventi per i newyorchesi importante come l’acqua, la luce e il gas”; “Dunque, signor Carter, c'è un titolo su tre colonne in prima pagina del Chronicle. Perché l'Inquirer non ha un titolo su tre colonne? - La notizia non era importante. - Signor Carter, se il titolo è grande la notizia diventa subito importante” (Orson Welles al capo redattore Erskine Sanford).

Infine una miscellanea:

"Il gran dio dei tempi moderni è il documento fotografico. Anche se l'articolo e inventato, la gente crede alle foto” (Eitaro Ozawa, cinico direttore di giornale, in Scandalo, film del 1950, per la regia di Akiro Kurosawa).

 “Per oggi è vero, sarà falso domani e allora noi lo smentiremo” (Glenn Close in Cronisti d’asssalto di Ron Howard, 1993);

“Non puoi sposarti, sei già sposato con la prima pagina” (Walter Matthau a Jack Lemmon in Prima pagina di Billy Wilder, 1974);

“Cosa? Vuoi che lo Herald ci batta? Deve morire per me in esclusiva, è mio! Lui muore per me, non per lo Herald! (il direttore Wade Boteler al cronista Chick Chandler, a proposito di un miliardario in fin di vita, interpretato da Charles Laughton, in La prima è stata Eva);

“Io so condensare una vita intera in trentadue periodi. Feci entrare tutto un gruppo rock in una paginetta, e avevano due batterie” (Jeff Goldblum in Il grande freddo, 1983);

“Signor Johnson, se ha qualche consiglio da darmi...

Certo, ragazzo: non finire mai una frase con una preposizione e non la cominciare mai con i due punti” (il giovane giornalista John Korkes e il veterano Jack Lemmon, Prima pagina).

 

 

 

 

 

GRANDI MOSTRE

 

L'America ha ritrovato Schifano. A New York una retrospettiva delle opere dal 1960 al 1965 del grande arista italiano

di Mario Vinciguerra

 

NEW YORK - Inaugurata a gennaio a New York, nella sede del Center for Italian Modern Art – CIMA- la mostra “Facing America: Mario Schifano, 1960-1965” a cura di Francesco Guzzetti Ph.D. e aperta al pubblico fino al 5 giugno, è la prima mostra istituzionale dedicata a Mario Schifano e alla sua attività dei primi anni Sessanta. Realizzata con il patrocinio dell’Archivio Schifano a Roma, del Ministero per i Beni e le attività culturali ed il turismo e dell’Ambasciata italiana a Washington l’esposizione, che vanta una trentina di opere di assoluta importanza storica e qualità, mira a presentare Mario Schifano come figura centrale nella transizione tra gli anni dell’immediato dopoguerra e l’arte contemporanea in Italia e a livello internazionale.

L’esposizione è incentrata sul rapporto dell’artista italiano con l’ambiente artistico di New York partendo dai monocromi dei primi anni ’60 alla pratica figurativa sviluppata tra il 1962 e il 1965, quando incorporò riferimenti “Pop” e ridefinì i generi tradizionali della pittura nei suoi dipinti.

 

Le opere create tra il 1960 e il 1962 furono subito apprezzate dalla gallerista Ileana Sonnabend, la cui galleria parigina sarebbe stata la porta di accesso all’Europa per la nuova avanguardia statunitense, gallerista che metterà sotto contratto Mario Schifano e a cui sarà dedicata una mostra personale nel 1963. Grazie alla collaborazione con The Sonnabend Collection Foundation alcuni capolavori di Schifano già della collezione di Ileana Sonnabend sono esposti in mostra insieme ad altri celeberrimi artisti della galleria come Jime Dine, Jasper Johns e Robert Rauschenberg, il cui lavoro offre una prospettiva di confronto con l’opera di Schifano di quel periodo.

 

Prima della mostra nella sua galleria Ileana Sonnabend riuscì a far partecipare Mario Schifano alla mostra “The New Realists” presso la Sidney Janis Gallery a New York nel 1962, questa fu la prima esposizione di Schifano negli Stati Uniti alla quale partecipò spedendo un dipinto della serie Propaganda, la serie di dipinti  in cui iniziò ad integrare riferimenti della realtà all’interno del quadro, inserendo i loghi delle grandi compagnie americane come Coca Cola ed Esso. I primi quadri di Propaganda risalgono all’inizio del 1962, pochi mesi dopo che Warhol aveva iniziato ad inserire la forma della bottiglia e il logo di Coca Cola per la prima volta nel 1961. Propaganda attesta l’assoluta originalità della visione di Mario Schifano rispetto alle tendenze dell’arte internazionale degli anni Sessanta, lo stesso titolo allude al sentimento di disillusione che Mario Schifano iniziò a percepire nei confronti del modello americano, via via che familiarizzava con la cultura statunitense.

 

Dopo la transizione alla figurazione e alla conclusione del contratto con Ileana Sonnabend, Mario Schifano visitò New York insieme alla sua compagna, la modella Anita Pallenberg, la coppia rimase nella Grande mela dal dicembre del 1963 fino al giugno 1964. In quel periodo ebbe la sua prima mostra personale alla Odyssa Gallery che venne recensita positivamente dal New York Times. La lunga permanenza permise una conoscenza più approfondita della complessa realtà culturale e contribuì al senso di disillusione verso il mito postbellico degli Stati Uniti come si evince dagli scatti fotografici dell’artista che sono esposti al pubblico  per la prima volta.

 

Particolarmente importante fu il rapporto di amicizia con Frank O’Hara che lo introdusse nella cerchia culturale di scrittori, artisti, musicisti, critici dell’avanguardia culturale e figure della controcultura emergente come Allen Ginsberg, Bill Berkson, Thelonius Monk, Charles Mingus.

 

I dipinti realizzati al suo rientro in Italia riflettono la consapevolezza della complessità di quello scenario artistico-culturale. Se da una parte Mario Schifano manterrà i contatti con le nuove correnti del mondo anglosassone come la collaborazione con i Rolling Stones che porterà alla realizzazione del film Round Trip che verrà presentato al CIMA per la prima volta negli Stati Uniti, dall’altra parte, i suoi dipinti, al rientro in Italia,  esprimeranno il desiderio di riaffermare i legami culturali con l’Italia come reazione ai miti americani. Connotate spesso da riferimenti politici le opere prodotte negli anni dopo il 1965 costituiscono un repertorio di immagini particolari e complesse, la cui forza si deve alle molteplici esperienze e alle evoluzioni artistiche del suo percorso tra il 1960 e il 1965.

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Johnson&Johnson non assicura all'Europa 55 milioni di dosi del suo vaccino anti-coronavirus

di Piero Barendson

 

La società statunitense Johnson&Johnson ha comunicato all'Unione Europea di avere problemi di approvvigionamento, che potrebbero complicare i piani per la fornitura di 55 milioni di dosi del suo vaccino contro il coronavirus nel secondo trimestre dell'anno.

La scorsa settimana J&J aveva dichiarato alla Ue di avere problemi nel reperimento dei componenti del vaccino, il che si traduce nella difficoltà di arrivare alle 55 milioni di dosi entro la fine di giugno, secondo quanto ha riferito alla REUTERS un funzionario europeo direttamente coinvolto in colloqui confidenziali con l'azienda statunitense.

Per J&J, l'obiettivo non è comunque "impossibile" ma serve cautela. Il portavoce responsabile della sanità della Commissione Ue ha indicato, senza smentire le indiscrezioni, che Bruxelles "è in contatto con tutti gli sviluppatori di vaccini per assicurare una consegna di sufficienti quantità nei tempi previsti in linea con gli impegni assunti dalle aziende". La Commissione comunque "non commenta sui calendari delle consegne delle singole società", conclude il portavoce.

Il vaccino di J&J, che richiede una sola dose, dovrebbe essere approvato l'11 marzo dall'Ema. L'azienda si è impegnata a fornire 200 milioni di dosi all'Unione europea per il 2021. J&J ha iniziato a lanciare il suo vaccino negli Stati Uniti questo mese, con l'obiettivo di fornire 100 milioni di dosi entro la fine di maggio, ma ha quasi dimezzato le sue previsioni di consegna per marzo a 20 milioni di dosi, mentre aumenta i nuovi impianti di produzione.

Un documento interno del ministero della salute tedesco e un programma pubblicato dal Ministero della Salute italiano il 3 marzo confermano che in base al contratto con l'Unione europea, J&J si era impegnata a erogare circa 55 milioni di dosi nel secondo trimestre, di cui circa 10 milioni alla Germania e 7,3 milioni all'Italia. Le forniture dovrebbero raddoppiare nel terzo trimestre, come dimostrano i due programmi, ma J&J non ha ancora fornito dati sulle consegne pianificate.

 

 

 

 

Dubai e Abu Dhabi offrono dosi Pfizer a ricchi e potenti di mezzo mondo

 

ROMA - Reali e alti funzionari dei Sette sceiccati arabi del Golfo offrono vaccini "su invito" a persone con relazioni di alto livello. E' la singolare e preoccupante "diplomazia del vaccino" avviata dagli Emiratio Arabi.

Il Financial Times ha dedicato un’inchiesta alla processione di miliardari, reali e politici che si stanno recando negli Emirati Arabi per vaccinarsi contro il Covid e “saltare la fila” nel paese di provenienza. Abu Dhabi e Dubai - sottolinea Il Fatto Quotidiano che ha ripreso l'inchiesta del quotidiano inglese - dispongono infatti dell’ambito vaccino Pfizer–BioNtech, il primo ad essere approvato negli Stati Uniti e in Europa e tra quelli con la maggiore efficacia.

 

Gli Emirati Arabi Uniti hanno fatto scorte del vaccino in vista dell’avvio di un programma finalizzato a favorire la ripresa del turismo. Ma al momento dispongono di dosi in eccesso che stanno somministrando a non residenti che il Financial Times definisce “well connected”, ossia con relazioni di alto livello. Anche perché solo gli alti funzionari e i membri della famiglia reale possono ottenere esenzioni per i non residenti. Nel paese questa pratica è nota come “vaccine wasta”, ossia l’uso della propria influenza per ottenere la dose di farmaco. E così, chi ha la fortuna di avere contatti di questo tipo sta arrivando sul golfo Perisco per chiudere la partita personale con la pandemia.

 

Tra i beneficiari del vaccino il Financial Times menziona il finanziare britannico Ben Goldsmith che si è recato nel paese insieme alla moglie prima di dicembre e su invito di un membro della famiglia reale di Abu Dhabi. “Non siamo venuti con l’intenzione di vaccinarci ma quando ci è stata offerta questa possibilità ne abbiamo approfittato volentieri”, ha affermato Goldsmith.

 

In gennaio si è recato negli Emirati per vaccinarsi un gruppo di alti dirigenti di SoftBank, gruppo giapponese che ha stretti legami d’affari con il principe ereditario saudita Mohammed Bin Salman. Gli Emirati Arabi hanno una lunga storia di relazioni con l’Arabia di cui sono considerati stretti alleati.

Mark Machin numero uno del più grande fondo pensione canadese è stato costretto a dimettersi dopo essere volato a vaccinarsi negli Emirati violando le regole del lockdown del Canada. Duramente criticate in patria sono anche due sorelle di re Felipe di Spagna, anch’esse vaccinate sul Golfo.

 

Abu Dhabi ha offerto il vaccino anche ad un gruppo di dirigenti dell’Eni, compreso l’amministratore delegato Claudio Descalzi. Eni ha confermato che i manager sono stati vaccinati ma per motivi di lavoro dovendo recarsi frequentemente nel paese, una versione confermata anche dalle autorità emiratensi. Un vicenda ricostruita già lo scorso 19 gennaio da Il Fatto Quotidiano.

 

Un gradino più sotto ci sono quelli che si sono recati nel paese non su invito di qualche sceicco ma pagando cliniche privati che somministrano il vaccino in quello che viene definito una sorta di mercato grigio delle fiale. Qui viene somministrato il vaccino cinese di Sinopharm. Il quotidiano da conto di un andirivieni di uomini d’affari libanesi, pakistani ed indiani.

 

 

 

La Gedi stamperà MicroMega per tutto il 2021. I particolari dell'accordo

 

ROMA - Torna "MicroMega", la rivista di cultura politica e filosofica diretta da Paolo Flores d'Arcais, che ne diventa anche l'editore. Flores d'Arcais ha costituito "MicroMega Edizioni Impresa Sociale srl", che pubblicherà il mensile: si tratta di una società non profit, che non potrà distribuire utili fra i soci, e tutto sarà reinvestito per allargare le attività di "MicroMega".

 

La precedente proprietà, Gedi, che ha come azionisti di riferimento la famiglia Agnelli-Elkann (proprietà di quello che fu in origine il Gruppo Caracciolo-Espresso-Repubblica, con cui la rivista nacque nella primavera del 1986), ha deciso di chiudere la pubblicazione di "MicroMega" con il 31 dicembre del 2020, in previsione della propria pianificazione industriale ed editoriale.

 

"Non potevo certo rassegnarmi che la storia più che trentennale di 'MicroMega' finisse qui - spiega Flores d'Arcais in una newsletter - non volevo accettare che il panorama culturale italiano perdesse una delle sue voci più autorevoli. Negli anni a venire ci sarà sempre più bisogno di un impegno intellettuale e politico per 'giustizia e libertà' e di pensiero critico, spirito illuminista, intransigenza laica"

 

La testata è stata rilevata da MicroMega Edizioni Impresa Sociale a diverse condizioni, precisa il suo fondatore, "tra le quali la proibizione di avere, per quattro anni, anche come soci di minoranza, 'società editrici, anche non italiane, ovvero soci di società editrici'. Perciò, dovremo farcela da soli, diventando editori a partire da zero, con enormi difficoltà che stiamo già sperimentando ogni giorno (anche per il venire meno di economie di scala)".

 

"Abbiamo comunque ottenuto - rivela Flores d'Qrcais - che la Gedi, a costi contenuti, per tutto il 2021 continui a essere il nostro fornitore tipografico, curando anche distribuzione e abbonamenti. Senza tali accordi avremmo dovuto interrompere la pubblicazione della rivista per almeno sei mesi".

 

Questa seconda vita di "MicroMega", scrive Flores d'Arcais, dipende soprattutto dagli amici lettori, dai compagni di passioni intellettuali e lotte civili, o anche cittadini non pienamente simpatizzanti con le idee della rivista, ma che la ritengono comunque una presenza irrinunciabile in un panorama di democrazia pluralistica. "Abbiamo bisogno di garantirci i prossimi quattro anni di vita attraverso il sostegno e la partecipazione" conclude Flores d'Arcais.

 

 

 

 

L'Italia sfida la Francia. Trattative in corso per vendere navi alla Grecia 

di Lorenzo Vita - InsideOver

 

ROMA - La Grecia sarebbe interessata all’acquisto di fregate Fremm dall’Italia. Secondo le informazioni rilasciate per primo dal quotidiano greco Kathimerini, il governo di Atene sarebbe interessato a un’offerta per quattro fregate multimissione costruite da Fincantieri Marine. Un’offerta che prevede, come alternativa, anche quella della vendita di due sole classe Maestrale.

La notizia della possibile vendita di navi alla Grecia è particolarmente interessante per diversi motivi. Fonti di alto livello a conoscenza del dossier hanno confermato a InsideOver che la trattiva esiste, anche se non è ancora possibile valutare quanto si sia vicini davvero un accordo. Quello che è certo è che il negoziato c’è, con Fincantieri che potrebbe a questo punto di piazzare un colpo di primissimo piano dal punto di vista strategico, oltre che economico.

 

La Grecia in questi ultimi mesi è diventata una dei principali clienti della Francia. Nell’ultimo incontro ad Atene tra il ministro francese della Difesa, Florence Parly, e il premier greco,  Kyriakos Mitsotakis, i due governi hanno confermato l’acquisto da parte della Grecia di 18 caccia Rafale per una cifra che si aggira intorno ai 2,5 miliardi. Una mossa annunciata subito dopo le tensioni con la Turchia di questa estate e che è servita a Parigi anche per rilanciare la possibilità di vendere fregate ad Atene in un momento in cui il governo ellenico ha varato un piano per il riarmo della flotta e la modernizzazione dei mezzi aerei e navali. L’esecutivo guidato da Mitskotakis ha varato un piano da 5,5 miliardi

 

Il fatto che Fincantieri, e quindi l’Italia, si inserisca in un percorso che sembrava già segnato dalla possibilità che la Francia vendesse mezzi in esclusiva alla Grecia, assume inevitabilmente connotati politici e strategici di primo piano.

Innanzitutto perché la Grecia si dimostrerebbe un cliente non solo di Parigi, quindi si andrebbe a minare un terreno che sembrava di competenza esclusiva francese. La scelta di Emmanuel Macron di difendere a spada tratta Atene dalle incursioni della flotta turca nell’Egeo e nel Mediterraneo orientale aveva anche il (non troppo celato) obiettivo di rafforzare la partnership militare tra Francia e Grecia. Piano che si è poi palesato con l’acquisto dei Rafale ma anche con l’annuncio di trattative proprio per la vendita di fregate.

 

L’idea dell’Eliseo è sempre stata quella di blindare il rapporto con la Grecia anche per sfruttare l’escalation militare al fine di riempire le proprie casse attraverso la vendita di navi e aerei all’ombra del Partenone. Cosa che è avvenuta con i Rafale, ma che dovrebbe avere poi il suo completamente proprio con l’acquisto delle navi. Il fatto che l’Italia sfidi questo potenziale monopolio francese in Grecia è quindi una mossa estremamente importante sia sotto il profilo economico che diplomatico e strategico. In primis perché si va a colpire un partner ma anche un diretto concorrente nella vendita di armi e sistemi ( lo dimostra il caso delle Fremm in Egitto ma anche l’accordo con gli Stati Uniti per le unità navali volute fortemente dal Pentagono). In secondo luogo, Fincantieri si inserisce in un mercato paradossalmente redditizio come quello greco, che nonostante la sua fragile condizione economica ha sempre investito molti miliardi nell’industria bellica e che, come detto in precedenza, ha ulteriormente ampliato gli stanziamento per la difesa proprio in virtù delle tensioni con Ankara.

 

Risultati che in questo momento fanno capire come l’Italia giochi una partita molto delicata anche sul fronte del Mediterraneo orientale. Una partita difficilissima dove ai rapporti con la Turchia, con cui l’Italia intrattiene relazioni anche sotto il profilo militare, si aggiungono anche quelli con la Grecia, sia come partner Nato che come Paese membro dell’Unione europea. L’Italia ha sempre tenuto a ribadire il suo sostegno ai diritti greci pur non chiudendo mai la porta ai negoziati con Ankara. una scelta diplomatica dovuta sicuramente a diverse situazioni contingenti, sia di natura economica che strategica, ma che è servita anche a evitare che Roma rimanesse intrappolata in un duello che rischiava di ledere i propri interessi nazionali.

Come confermato a InsideOver dal Cesmar, Centro Studi di Geopolitica e Strategia Marittima, il fatto che l’Italia sappia intrattenere rapporti diplomatici e commerciali con diversi partner mediterranei anche se in contrasto loro è indicativo di una strategia molto mirata, che serve a far capire anche la capacità delle aziende strategiche di svolgere una diplomazia parallela con la naval diplomacy in senso stretto.

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(Lorenzo Vita @LorenzoVita8)

Romano, laurea in giurisprudenza con tesi su diritto internazionale. Un master in geopolitica e corsi sul terrorismo internazionale. Lavora per ilGiornale.it e segue in particolare InsideOver.

 

 

Eurofighter Typhoon, fiore all'occhiello dell'industria aerospaziale europea. Come è fatto il guardiano dei cieli

di Manuele Cecconi - Gazzetta dello Sport

 

MILANO - “Dardo 02 qui Grosseto torre, allineati e attendi” gracchia in inglese la voce alla radio. Spostando avanti la manetta il pilota risveglia i due EJ200 dal sibilante torpore dell’idle – il “minimo”, come lo chiameremmo noi – preparandosi ad effettuare gli ultimi controlli di sicurezza. Tutto funziona a dovere: “Torre di controllo qui Dardo 02, pronto al decollo”. La risposta si fa attendere. Si tratta solo di una manciata di secondi, ma sembra interminabile: è la quiete prima della tempesta, una calma che ha l’odore pungente del kerosene bruciato. “Dardo 02, qui Grosseto torre” si sente finalmente dall’apparecchio “Vento 030-22. Sei autorizzato al decollo”. È il via libera. Un boato assordante squarcia l’aria mentre gli ugelli dei turbofan si accendono come due tizzoni ardenti, accompagnando il tutto con una scia arancione lunga dieci metri che sembra fatta di tanti coni infuocati. I cosidetti Diamanti di Mach, generati dal flusso di gas accelerato dal postbruciatore

March Diamonds

Li chiamano Mach Diamonds, perché sono generati dal flusso supersonico dei gas in uscita dai propulsori. Il nastro di asfalto viene divorato in un baleno: sono sufficienti sette-ottocento metri per raggiungere la velocità di 160 nodi, circa 300 km/h, per tirare su il muso e puntare verso il cielo. Mentre tutti, da terra, guardano quella freccia grigia arrampicarsi furiosamente nel blu. Una delle tante cose che riesce bene, splendidamente bene, all’Eurofighter Typhoon.

 

Primo della classe  

Non parliamo di un aereo qualsiasi, ma di uno dei caccia più prestazionali attualmente in servizio. Un velivolo che rappresenta una delle eccellenze della cosiddetta quarta generazione e mezza, inferiore in termini di capacità in combattimento solo ai più recenti, raffinati e costosi stealth di quinta generazione. Parliamo di un prodigio della tecnica che incorpora la migliore tecnologia europea nel campo dell’aviazione militare, apprezzato anche dalle forze armate di Paesi che non hanno partecipato sin dagli esordi al progetto Eurofighter. Nato come un multiruolo spiccatamente votato alle missioni aria-aria, il Typhoon si è in seguito evoluto per soddisfare anche altre esigenze operative, ma è rimasto prima di tutto un caccia da intercettazione e superiorità aerea. Un guardiano dei cieli che, assicurando 24 ore su 24 e 365 giorni l’anno il servizio di Qra (Quick Reaction Alert, il decollo su allarme), consente alla difesa aerea nazionale di reagire prontamente e in maniera adattiva ad ogni eventuale minaccia che possa arrivare dall’alto.

Nella tana dei Typhoon

Per scoprire questo straordinario guerriero alato siamo stati a Grosseto, sede del 4° Stormo Amedeo D’Aosta, una delle quattro basi che attualmente ospitano gli Eurofighter dell’Ami (le altre sono Goia del Colle, Trapani Birgi ed Istrana). Proprio all’Aeroporto Corrado Baccarini, che nei primi mesi del 2004 il Typhoon ha fatto il suo debutto con le mostrine dell’Arma Azzurra, per poi raggiungere a fine 2005 la capacità operativa iniziale (Ioc, Initial Operational Capability). Cominciando dunque a fare sul serio, al lavoro per raccogliere l’eredità di F-16 e Tornado Adv. Soprattutto, del mitico F-104 Starfighter, l’amatissimo spillone che dopo più di quarant’anni era chiamato a godersi una meritatissima pensione. Sotto le insegne della nostra Aeronautica Militare, l’Eurofighter ha avuto anche il suo battesimo del fuoco: nel 2011 i Typhoon italiani hanno infatti partecipato, assieme ai “colleghi” della Royal Air Force britannica, all’intervento in Libia, sfoggiando per la prima volta anche le proprie capacità air-to-ground.

Il programma Efa 

Le origini dell’Eurofighter Typhoon vanno fatte risalire alla fine degli Anni 70, quando la britannica British Aerospace e la tedesca Messerschmitt-Bölkow-Blohm presentarono ai rispettivi governi il programma congiunto European Collaborative Fighter, diventato poi trilaterale con l’ingresso della francese Dassault. Presto a Parigi decisero però di dare forfait a causa di divergenze progettuali e “politiche”, procedendo dopo qualche tira e molla sulla strada che avrebbe poi portato al Dassault Rafale (un aereo che, non a caso, presenta con l’Eurofighter numerose analogie). Il vuoto lasciato dai cugini transalpini fu presto colmato dall’Italia: nel 1982 Aeritalia, che aveva già collaborato alla realizzazione del cacciabombardiere Tornado in seno al consorzio Panavia, decise infatti di unirsi all’asse anglo-tedesco per la costruzione di quello che dopo qualche altro cambio di denominazione sarebbe diventato il programma Efa (European Fighter Aircraft). Nel 1986, poco dopo il travagliato ingresso della Spagna nel programma, eseguì il suo primo volo quello che si può considerare come il primo antenato dell’Eurofighter, il prototipo BAe Eap. Nello stesso anno furono fondati i consorzi Eurofighter ed Eurojet, quest’ultimo nato per lo sviluppo del propulsore dalla partnership di Rolls-Royce, Mtu, Fiat Avio ed Itp.

Prodotto in Europa. esportato nel mondo

Conosciuto dal 1992 anche con la sigla EF 2000, l’Eurofighter fu battezzato con il secondo nome Typhoon (Tifone), che oltre a richiamare l’omonimo caccia Hawker della Seconda Guerra Mondiale proseguiva sul filone “tempestoso” inaugurato dal Tornado. Il primo volo fu effettuato nel marzo 1994, mentre la sua entrata in servizio nelle aeronautiche dei Paesi coinvolti nel progetto risale alla prima metà degli anni 2000. Da allora l’intera flotta di Eurofighter ha accumulato oltre 500.000 ore di volo; i Typhoon italiani, conosciuti con il nominativo interno F-2000A, sono stati spesso rischierati anche all’estero o impiegati per proteggere lo spazio aereo di nazioni amiche, come Lituania, Albania e Slovenia. La gestazione del programma Eurofighter è stata, anche a causa degli stravolgimenti geopolitici che hanno accompagnato la fine della Guerra Fredda, lunga e per certi versi non facile; quasi trent’anni dopo questo prestante caccia è stato tuttavia prodotto in poco meno di 700 esemplari ordinati non solo da Italia, Regno Unito, Germania e Spagna, ma anche da Austria, Arabia Saudita, Kuwait e Oman (anche altri stati hanno espresso interesse al riguardo). La nostra Aeronautica ne adottati in tutto 96, di cui uno perso nel tragico incidente occorso al Maggiore Gabriele Orlandi nel 2017 durante l’Airshow di Terracina.

 

 

Parola d'ordine: condivisione

L’Eurofighter è l’unico aereo da combattimento attualmente costruito in quattro linee di montaggio diverse, una per Paese partecipante. Ognuno dei partner, pur occupandosi dell’assemblaggio finale degli aeroplani “nazionali”, produce i componenti assegnati anche per i velivoli destinati agli altri Paesi (in Italia, ad esempio, vengono costruite la parte posteriore della fusoliera e l’ala sinistra). Il programma Eurofighter ha infatti avuto fin dagli esordi la condivisione come chiave di volta, come requisito fondamentale di un progetto che puntava a massimizzare anche i benefici di lungo periodo – in termini di know-how e fiducia tra partner – di una cooperazione tecnologico-industriale aperta. Lo scopo era quello di fare un passo avanti ulteriore dopo la positiva esperienza del Tornado, guardando sia alla necessità di fornire alle proprie forze armate capacità operative adeguate ai tempi sia allo sviluppo di competenze avanzate, in grado di avere ricadute benefiche anche al di fuori del campo strettamente militare. Da qui il ruolo fondamentale che il programma Eurofighter ha avuto per l’intera intera industria europea, come volano di innovazione e paradigma da seguire per la futura integrazione.

L’industria italiana e l'Eurofighter  

Nel Vecchio Continente, almeno nel settore aeronautico, non si era mai prodotto qualcosa di così avanzato e raffinato. Per l’Italia e le aziende coinvolte – Aeritalia e le sue incarnazioni successive – il programma Efa ha significato la possibilità di collaborare con le principali controparti inglesi e tedesche, sviluppando e affinando così un formidabile expertise anche nel campo dell’elettronica, della lavorazione dei materiali compositi e in aeree tradizionalmente ricondotte al dominio dell’IT (Information Technology, categoria ombrello che raccoglie branche come sensoristica, informatica, computing ecc). La diretta emanazione tricolore del programma Eurofighter è Leonardo, azienda che in ultima istanza ha ereditato il testimone passato da Aeritalia ad Alenia-Aermacchi. Con circa 50 mila dipendenti e sedi anche in Usa e Regno Unito, quest’eccellenza italiana è diventata collettore dei più importanti nomi dell’industria del Bel Paese nel settore difesa-aerospazio, nonché uno dei principali player internazionali nel campo del procurement militare. Nello specifico del Typhoon la maggior parte del lavoro viene svolta tra Caselle (Torino) e Venegono (Varese), ma per quanto riguarda i sottosistemi un ruolo fondamentale è svolto anche dagli stabilimenti di Nerviano, Ronchi dei Legionari, Pomezia, Genova, L’Aquila, Montevarchi, Luton ed Edimburgo. Leonardo è attualmente impegnata nello sviluppo e nella produzione degli aerei consegnati al Kuwait: quella destinata al paese arabo è la versione più avanzata dell’Eurofighter, equipaggiata con il radar a scansione elettronica Captor-E il cui sviluppo nell’alveo del consorzio Euroradar è guidato proprio dall’azienda italiana.

Gli esemplari destinati a Kuwait sono assemblati in Italia: ad oggi si tratta dell'unica versione equipaggiata con il radar a scansione elettronica Captor-E. Leonardo

Super manovrabile e quasi invisibile

Alla stregua di molti suoi “colleghi” iper-manovrabili come il Dassault Rafale o il Saab Gripen, l’agilissimo Typhoon sfoggia una configurazione con ala a delta e canard, in pratica due piccole alette regolabili che sono uno dei segreti della sua proverbiale maneggevolezza. L’altro è la sua naturale instabilità: l’Eurofighter è progettato per essere il più reattivo possibile - e di conseguenza aerodinamicamente instabile - delegando all’elettronica del fly-by-wire il faticoso compito di correggere ad ogni frazione di secondo l’assetto dell’aeromobile per mantenerlo “in asse”. In quanto a dimensioni è piuttosto compatto, almeno per gli standard aeronautici: con un’apertura alare di circa 11 metri e una lunghezza di 16 l’Eurofighter fa segnare sulla bilancia circa 11.000 kg (il peso massimo al decollo è circa il doppio), un risultato ottenuto mediante il massiccio impiego di leghe leggere e materiali compositi. Pur non trattandosi di un aereo propriamente stealth, il Typhoon impiega numerose soluzioni atte a ridurre la rilevabilità ai radar, grazie alle quali la sua Rcs (Radar Cross Section) è di soli 0.5 metri quadrati: ciò significa che, in buona sostanza, quando viene “illuminato” dai radar nemici l’Eurofighter appare più piccolo di una… pizza margherita. Gli accorgimenti adottati per renderlo quasi invisibile (si parla a tal proposito di Low Observability) riguardano sia le forme – ad esempio la conformazione dei condotti di aspirazione dei propulsori – sia i materiali impiegati, con il ricorso ai cosiddetti radar-absorbent materials (Ram).

 

Eurojet, potenza in abbondanza

Se il Typhoon è considerato uno dei caccia più prestazionali sulla piazza è merito anche del suo impressionante comparto propulsivo. A spingere il potente Typhoon ci pensano due EJ200, turboventola a basso rapporto di diluizione prodotti dal consorzio Eurojet. Con otto stadi di compressore (tre a bassa pressione, cinque di alta pressione) e due di turbina, ognuno dei due EJ200 ha un diametro di circa 74 cm ed è lungo poco meno di quattro metri, per un peso di 990 chili a secco: i 60 kN di spinta diventano più di 90 con il postbruciatore inserito, ma esiste anche la possibilità di impiegare una sorta di “overboost” che in caso di emergenza consente di spingersi addirittura oltre. La grande riserva di potenza di questi due jet ne rende però sostanzialmente superfluo l’utilizzo, a tutto beneficio degli intervalli di manutenzione. L’EJ200 è predisposto anche all’implementazione degli ugelli a spinta vettoriale, ma a dispetto del lavoro svolto da Eurojet in tal senso il Typhoon non ha ancora beneficiato del thrust vectoring.

Prestazioni da urlo

In grado di raggiungere velocità superiore a Mach 2 fino all’equivalente di circa 2.500 km/h, l’Eurofighter può anche vantare la cosiddetta supercrociera, cioè la possibilità di volare in regime supersonico senza la necessità di accendere i postcombustori. Questo gli consente di limitare enormemente i consumi di carburante: se con afterburner inserito i due EJ200 richiedono circa 15.500 chilogrammi di kerosene l’ora ciascuno, senza postbruciatore sono molto meno assetati, dal momento che ci vogliono “solo” 4.500-5.000 chili/ora. Sale in questo modo anche l’autonomia, compresa tra i 3.500 i 4.000 km grazie ad un serbatoio interno di circa 5.000 litri (ma c’è la possibilità di impiegare anche quelli ausiliari). La quota massima raggiungibile dal Typhoon è invece di 20.000 metri, sebbene la sua tangenza operativa sia di circa 13.000 metri. A lasciare sbalorditi, però, è soprattutto il dato relativo alla velocità di salita: questo formidabile scalatore può infatti superare i 315 m/s, vale a dire che è in grado di arrampicarsi a 10.000 metri di altitudine in soli trenta secondi.

A caccia di zombie, ma non solo

Il fatto che lo scramble (il decollo rapido per intercettare gli zombie, cioè i velivoli non identificati) sia la sua specialità non impedisce all’Eurofighter di adattarsi ottimamente anche ad altri profili di missione. Pur rimanendo un multiruolo fortemente votato all’intercettazione e alla superiorità aerea il Typhoon ha gradualmente “imparato”, grazie a programmi di aggiornamento come il Long Term Evolution, a svolgere efficacemente anche compiti di interdizione (attacco su obbiettivi terrestri), ricognizione e Close Air Support, cioè il supporto alle forze amiche schierate a terra con munizionamento aria-superficie. L’armamento? Oltre al cannone Mauser da 27 mm, ormai un retaggio dell’epoca del cosiddetto dogfight, l’Eurofighter può imbarcare circa 6.500 kg di carichi esterni tra missili, bombe, serbatoi e pod, agganciabili su 13 piloni ventrali e sub-alari. Negli ultimi anni si è parlato anche di una eventuale abilitazione al ruolo di bombardiere nucleare, ventilata in particolare dalla Germania per sostituire i suoi Tornado Ids, e della possibilità di dotarlo di capacità Sead (Suppression of Enemy Air Defences): questo ulteriore step evolutivo consentirebbe ad Ami e Luftwaffe di rimpiazzare gli ormai datati Tornado Ecr.

Cockpit e avionica

Anche se esiste una variante biposto denominata TF-2000A dall’Aeronautica Militare, questa viene impiegata solamente per l’addestramento: l’Eurofighter è quindi essenzialmente un aereo monoposto. Ma come fa un solo pilota a gestire un velivolo così complesso, ad occuparsi al contempo di navigazione, sistemi di bordo ed armamenti, magari sopportando virate che possono arrivare a nove g positivi e tre g negativi? Ovviamente grazie ai computer del Flight Control System, ad una miriade di circuiti che lo aiutano a governare tutto dal piccolo abitacolo del Typhoon. A guardarlo ora, a poco meno di vent’anni dalla sua entrata in servizio, il cockpit dell’Eurofighter non appare particolarmente futuristico o tecnologico, soprattutto se comparato con i dispositivi smart che ormai utilizziamo quotidianamente. La plancia di comando include tre schermi a colori, un’infinità tra pulsanti e interruttori ed una cloche centrale per garantire la possibilità di manovrare con ambo le mani anche nelle condizioni più critiche. Le “manette”, invece, sono a sinistra. Se non fosse per la quantità enorme di strumenti (come faranno i piloti a ricordarsi tutto quanto?!) verrebbe quasi da dire che ad uno sguardo superficiale non c’è di che sbalordirsi: d’altra parte la tecnologia di consumo corre veloce, molto veloce, ed è improbabile che l’interfaccia del Typhoon possa visivamente sorprendere un nativo digitale. Il fatto è che qui la tecnologia vera – e talvolta anche segreta – è nascosta sotto la pelle.

Simbiosi uomo-macchina

Tutto l’apparato sensoristico dell’Eurofighter è progettato per massimizzare la simbiosi uomo-macchina, aumentando la cosiddetta situational awareness (consapevolezza situazionale) del pilota attraverso la fusione di una pantagruelica mole di dati. Come ormai avviene su molte automobili, che hanno a loro volta ereditato questo sistema dagli aerei militari, anche sul Typhoon troviamo l’Head Up Display (Hud), ma in questo caso c’è anche uno sistema ancora più raffinato integrato nel casco del pilota e denominato Hmss Mk2. Quest’ultimo, oltre a fornire informazioni di navigazione come velocità e altitudine, permette di agganciare eventuali bersagli solo spostando lo sguardo, nonché di localizzare velivoli amici e nemici anche quando essi sono al di fuori dal campo visivo. Il casco è collegato a Pirate (Passive Infrared-Airborne Track Equipment), suite di ricerca infrarossa attraverso cui si possono individuare, tracciare ed agganciare tracce di calore lasciate da un massimo di 200 bersagli contemporaneamente, ma anche a quello che è “l’occhio” principale del Typhoon. Parliamo di Captor-M, un radar a scansione meccanica che potrebbe essere presto sostituito sui velivoli italiani dalla sua evoluzione, la versione a scansione elettronica Captor-E (al momento è montata esclusivamente sugli esemplari più recenti in forze all’aviazione del Kuwait). Sono presenti, infine, anche comandi vocali, destinati a sopperire a varie esigenze di tipo esclusivamente tattico.

 

Come sopra accennato sono molti i sistemi avionici che possono venire in aiuto del pilota in caso di pericolo, sia esso provocato in combattimento eventuali avversari oppure dovuto ad inconvenienti nella navigazione. Ovviamente è impossibile dire che tutti questi controlli rendano “facile” il mestiere del pilota, ma se non altro contribuiscono a rendergli la vita un po’ meno stressante. Ad esempio la Disorientation Recovery Facility può, quando attivata mediante pressione di un pulsante di emergenza, rimettere automaticamente in assetto l’aereo in qualunque posizione si trovi, consentendo al pilota disorientato di riprendere il controllo del velivolo in tutta sicurezza. A loro volta sono presenti anche un dispositivo di atterraggio automatico (di cui sono ormai dotati anche moltissimi liner civili), e l’Automatic Low Speed Recovery System, che in condizioni prossime allo stallo interviene su assetto e potenza dei motori per riparare ad eventuali errori umani. Sfruttando l’interazione tra mappe digitali e un piccolo radar per il controllo del terreno, infine, il Ground Proximity Control System tiene sott’occhio la quota di navigazione ed eventuali ostacoli, allertando il pilota e scongiurando così possibili collisioni.

Combat ready

Quando il gioco si fa duro, cioè quando l’addestramento combat si trasforma in guerra vera, tutto è lasciato alla manovrabilità del Typhoon e all’abilità del pilota, che però ha anche in questo caso una sorta di asso nella manica: l’Euro-Dass. Il Defensive Aids Sub-System, in particolare dopo l’aggiornamento Praetorian guidato da Leonardo, può rispondere automaticamente a minacce provenienti dal cielo e da terra, facendo ricorso ad un ampio pacchetto avvisi e contromisure attivate secondo le varie necessità e stabilendo addirittura una scala di priorità tra le stesse. La reazione può concretizzarsi nella forma di chaff, vale a dire l’emissione di materiale radar-riflettente come allumino o fibra di vetro (utili contro missili a guida radar), flare (inganni per sfuggire ai missili a ricerca di calore) ed Ecm (Electronic Countermeasure). Se tutto ciò non funziona? Nel caso in cui la faccenda dovesse farsi davvero critica c’è sempre l’anello giallo e nero che spunta tra le gambe del pilota: serve per attivare l’Mk.16, il seggiolino eiettabile che con i suoi due motori a razzo cerca di limitare i danni quando proprio non è rimasta alternativa. Un’evenienza che, fortunatamente, non sussiste quasi mai: la preparazione dei piloti e la professionalità del personale a terra rende il salvifico Martin-Baker un accessorio molto poco utilizzato su velivoli così vicini alla perfezione aeronautica. Pilotato per altro da autentici assi dell’aria, che ad oltre cento anni dalle imprese di Francesco Baracca sono ancora tra i migliori del Mondo.

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(Manuele Cecconi - www.gazzetta.it)

 

 

 

 

 

Il regno del terrore del "gran riformatore" Mohammed Bin Salman, erede al trono saudita

di Alberto Stabile

 

Anche se la gran parte delle prove raccolte dall'intelligence americana contro l'erede al trono saudita, Mohammed Bin Salman, o MbS, come viene chiamato sui giornali, restano coperte dal segreto, bastano le conclusioni tratte dalla National Intelligence, così come appaiono nel rapporto sull' efferata uccisione del giornalista e dissidente saudita Jamal Khashogi reso pubblico dall'Amministrazione Biden, per vedere ampiamente confermato il sospetto che la fama di innovatore illuminato che ha incantato politici, giornalisti e finanzieri e di cui ha cercato di circondarsi MbS, cela in realtà i tratti violenti e sanguinari di un despota arrampicato al vertice di una piramide di terrore dove i diritti umani e persino il diritto fondamentale alla vita possono essere in qualsiasi momento calpestati a suo insindacabile giudizio.

 

Così è successo che il povero Khashogi, il cui torto, irreparabile agli occhi del principe, è stato quello di sognare un' Arabia Saudita finalmente aperta alle libertà e soggetta alle regole della democrazia, anziché distratta da riforme illusorie ma nella sostanza costretta in una gabbia di controlli e di divieti, è stato preso in una trappola per lui preparata da tempo e barbaramente ucciso. Un delitto, conclude il rapporto, compiuto per ordine, o comunque, con il consenso dell'erede al trono saudita, il giovane rampante principe che a breve sarà a capo di una delle maggiori potenze economiche del mondo.

 

Ma quali sono gli argomenti che permettono agli agenti americani di arrivare a questa conclusione?

 

1) Mohammed bin Salman, scrivono gli estensori del rapporto, come ministro della Difesa e responsabile ultimo degli apparati di sicurezza (da lui stesso riformati pochi mesi prima) aveva creato un clima di terrore tra i suoi sottoposti, i quali temevano che il fallimento di un compito loro assegnato potesse implicare il loro licenziamento o, peggio, il loro arresto. Se ne deduce che la squadra della morte composta da 15 persone inviata da Ryad ad Istambul per mettere a tacere Khashogi, non avrebbe potuto prendere nessuna iniziativa senza il consenso del principe o disobbedendo ai suoi ordini;

 

2) I 15 assassini giunta a Istambul nella notte tra l'1 e il 2 Ottobre con tre aerei diversi, tra cui anche il jet di una compagnia privata di proprietà dello stesso erede al trono, lavoravano tutti o erano in qualche modo associati al Saudi Center for Strategic and Media Affairs, che altro non era che il nome di copertura della struttura costruita e impegnata nello spionaggio mediatico, attraverso la manipolazione dei social e non solo, diretta da Saud al Qahtani, una specie di Stranamore dei social, strettissimo collaboratore di Mbs, che sull'onda dello scandalo suscitato dalla morte di Khashogi ha rivendicato di essere sempre stato un fedele servitore della corona e di non aver mai preso nessuna decisione senza l'approvazione dell'erede al trono;
(secondo le registrazioni eseguite dal controspionaggio turco all'interno del consolato saudita dove Khashogi viene ucciso e il suo corpo smembrato, il capo del commando, Maher Mutreb, compiuta l'operazione, avrebbe chiamato al telefono proprio Qahatani dicendogli: "Dì al tuo capo che il lavoro stato fatto".);

 

3) del gruppo di 15 sicari, oltre al medico legale esperto in autopsie, Salah al Tubaygi, munito di sega elettrica portatile, e al sosia di Khashogi, mandato in giro per Istambul con ai piedi un paio di sneaker simili a quelle che indossava il giornalista, mentre l'ineffabile console dichiarava d'aver visto Khashogi lasciare il consolato con le sue gambe, facevano parte ben 7 appartenenti al reparto d'elite Rapid Intervention Force (RIF) che fornisce la scorta personale al principe ereditario in patria e all'estero, come si vede in una serie di fotografie scattate in occasione delle visite ufficiali nelle quali acccanto a MbS si intravede Maher Mutreb il capo dei killer. Quegli agenti non avrebbero potuto partecipare all'operazione Khashogi, dice il rapporto, distraendosi dai propri compiti istituzionali senza l'approvazione del principe;

 

4) Mohammed bin Salman considerava Jamal Khashogi una minaccia per il regno petrolifero ed aveva ampiamente condiviso la possibilità di adottare metodi violenti nei suoi confronti pur di metterlo a tacere. Anche se, ammettono gli inquirenti americani, "non sappiamo quanto in anticipo i dirigenti sauditi abbiano pianificato un'operazione contro il giornalista".

 

Tutto questo, e molto altro che non viene rivelato, spinge l'Intelligence americana a concludere che " i seguenti ufficiali hanno partecipato, ordinato, o sono stati complici o responsabili dell'uccisione di Jamal Khashogi per conto di Mohamed Bin Salman". Seguono ventuno nominativi.
Sappiamo già che l'erede al trono Saudita ha negato ogni responsabilità diretta nel delitto. Delitto che, secondo la versione ufficiale diramata dopo una serie di vergognose ricostruzioni di comodo, puntualmente smentite, sarebbe stato il risultato di un'operazione finita male per arrestare e riportare in patria Khashogi.

 

Sulla base di quest'anemia fandonia, soltanto otto degli uomini coinvolti sono stati processati in un giudizio svoltosi a Ryad, in gran parte a porta chiuse, salvo la presenza di una rappresentanza di diplomatici vincolati al silenzio sotto giuramento. Cinque imputati, chiaramente appartenenti alla bassa forza, sono stati condannati a morte, ma, dal momento che uno dei figli di Khashogi, che vive a Ryad aveva dichiarato, anche a nome dei fratelli, di aver perdonato gli assassini del padre, le pene capitali sono state commutate in 20 anni di carcerere. Un buon affare per i presunti esecutori materiali. Mentre nessuno ha osato chiamare in causa il principe per quello che è apparso sin dall'inizio il suo ruolo di mandante.

 

Tutto quanto scritto sopra, era noto a Trump e al di lui genero, Jared Kushner, consigliere, plenipotenziario del presciente per il Medio Oriente, molto vicino a MbS e, naturalmente, al Segretario di Stato MIke Pompeo che, in pieno scandalo esploso dopo il delitto,, si è precipitato a Ryad per dettare agli alleati sauditi lle regole di comportamento per cavarsi dagli impicci. Poco dopo Trump si sarebbe vantato di aver salvato il c...al principe pur di mantenere le laute forniture d'armi americane con cui glI Stati Uniti hanno permesso a MbS di scatenare la sua guerra nello Yemen e, naturalmente, poter continuare a contare su un solido alleato nella strategia di contenimento dell'Iran. L'intenzione di Biden, nel decidere di pubblicare il rapporto dell'Intelligence su Khashogi è di isolare il principe che per gli apparati di sicurezza americani è il mandante di un omicidio ributtante. Ma, il presidente succeduto a Trump ha già fatto sapere che non saranno adottate misure in grado di pregiudicare i rapporti di alleanza tra Washington e Ryad. E' possibile, dunque, che tutto si risolva in quella che il New York Times ha definito un "powerful rebuke", un potente rimprovero al principe.

 

Resta da capire se, leggendo il rapporto dell'Intelligence, Matteo Renzi vorrà formulare un giudizio meno propenso a celebrare il talento riformatore dell'erede al trono saudita, "my friend", come ha fatto in occasione del loro recente incontro a Ryad, o non vorrà soffermarsi sui suoi metodi come dire, un po' troppo sbrigativi nel trattare con gli avversari.

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(Alberto Stabile blog su www.repubblica.it - Dopo aver seguito la politica per Repubblica a Roma, Stabile è stato per molti anni corrispondente da Israele)

 

 

 

Con Biden alla Casa Bianca, Washington cerca una strategia diversa in Medio Oriente

di Pierre Haski - France Inter

 

È la regione che da decenni assorbe le energie dei presidenti degli Stati Uniti, anche quando tentano di “svoltare” verso l’Asia. Joe Biden non fa eccezione, e si trova impegnato in una ridefinizione complessa della posizione degli Stati Uniti in Medio Oriente.

Il presidente ha lanciato due iniziative parallele, che non sono necessariamente legate: una in direzione dell’Arabia Saudita, con l’accusa rivolta al principe ereditario saudita Mohammed bin Salman di aver ordinato l’omicidio del giornalista Jamal Khashoggi, e l’altra sulla complessa vicenda del nucleare iraniano.

 

I due temi sono accomunati da due elementi. Prima di tutto, evidentemente, il fatto che tra l’Iran e l’Arabia Saudita serpeggi un’ostilità feroce, e che gli Stati Uniti abbiano una lunga storia di conflitti con Teheran e di alleanza con Riyadh. Il secondo legame è invece Donald Trump, che aveva attaccato senza sosta l’Iran e rafforzato un rapporto con la famiglia reale saudita e dunque con il regno.

 

In un contesto così complesso, Biden avanza con prudenza, forse troppa per poter incidere davvero. Il 26 febbraio la Casa Bianca ha compiuto un gesto di un’audacia rara, rendendo pubblica la nota dei servizi segreti americani sull’omicidio del giornalista saudita nel 2018. La nota accusa direttamente il principe ereditario dell’omicidio di Khashoggi.

Ma Biden non è andato fino in fondo nella logica secondo cui, una volta indicato il mandante dell’omicidio di un giornalista rifugiato negli Stati Uniti nonché collaboratore del Washington Post, si dovrebbero prendere provvedimenti contro di lui. Il presidente ha marcato il proprio territorio, ma non ha voluto destabilizzare ulteriormente l’Arabia Saudita, paese chiave del Medio Oriente. In questo modo ha deluso le persone che si attendevano di più da lui.

 

Senza dubbio Biden non poteva indebolire troppo l’Arabia Saudita in un momento in cui tenta un riavvicinamento con l’Iran, nemico giurato di Riyadh. Anche in questo caso i primi passi hanno permesso di riallacciare un dialogo aperto all’epoca di Obama, che Trump aveva tentato di sabotare con un certo successo. Il 1 marzo il presidente francese Emmanuel Macron ha telefonato al capo di stato iraniano Hassan Rohani per tentare una mediazione, senza grandi risultati.

 

In un mondo ideale il presidente americano amerebbe ricalibrare gli impegni degli Stati Uniti in Medio Oriente per potersi concentrare sulla rivalità “esistenziale” con la Cina.

Ma la situazione resta immutata da decenni: anche se gli interessi strategici americani sono meno forti di prima e la dipendenza dal petrolio del Golfo è stata largamente superata, questa regione ha il potere d attirare l’attenzione di Washington.

 

Biden non vuole essere un nuovo Obama, il cui bilancio in politica estera è macchiato dalla decisione fatidica di non agire in Siria dopo gli attacchi chimici del 2013. Simbolicamente, il nuovo presidente ha lanciato il suo primo attacco militare proprio in Siria, la settimana scorsa.

Restano da portare a termine le due iniziative diplomatiche, senza destabilizzare l’Arabia Saudita né fare troppe concessioni a un Iran molto impopolare negli Stati Uniti. Sarà il primo test di un mandato destinato in parte a riparare agli errori commessi dall’amministrazione precedente.

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(Pierre Haski - France Inter - Traduzione di Andrea Sparacino per "Internazionale")

 

 

 

 

Morto il Dalai Lama, se ne farà un altro? Quello attuale forse non avrà un successore

Servizio "Il Post"

 

Da anni il Dalai Lama, la massima autorità religiosa e politica del buddismo tibetano, una delle molte correnti di buddismo al mondo, dice che quando compirà 90 anni deciderà cosa succederà dopo la sua morte. La successione dell’attuale Dalai Lama, il cui vero nome è Tenzin Gyatso e che attualmente ha 85 anni, è infatti una questione molto complicata che riguarda tanto la sfera religiosa quanto quella politica. Nella scelta sarà infatti determinante il ruolo della Cina, che governa il Tibet dal 1950 e che considera Tenzin Gyatso come un pericoloso secessionista.

 

Nel buddismo tibetano il Dalai Lama è considerato la reincarnazione del Avalokiteshvara dell’Infinita Compassione – un essere semi-divino – e contemporaneamente la massima autorità politica del popolo tibetano. Alla morte di ogni Dalai Lama (quello attuale è il quattordicesimo in sei secoli) un consiglio di importanti monaci si riunisce per trovarne il successore, considerato a sua volta una reincarnazione.

 

Secondo il buddismo tibetano, il successore del Dalai Lama può essere individuato in uno o più bambini in vari modi: in seguito a indicazioni lasciate dal predecessore prima di morire o attraverso riti che individuino segni della presenza di particolari doti spirituali, come la visita al lago Lhamo Latso, considerato sacro e dotato di poteri divinatori.

 

Una volta individuato il prescelto, i monaci lo visitano e lo sottopongono a una serie di prove, tra cui il riconoscimento di alcuni oggetti personali appartenuti ai suoi predecessori. Così successe con Tenzin Gyatso, nato da una famiglia di agricoltori in un piccolo villaggio nel nord-est del Tibet, e scelto come Dalai Lama all’età di due anni. Tra i monaci a cui spetta il compito di riconoscere il nuovo Dalai Lama c’è il Panchen Lama, la seconda maggiore carica del buddismo tibetano, considerato la reincarnazione del Buddha Amitabha.

 

Il Panchen Lama è quindi una figura chiave nella scelta del prossimo Dalai Lama, ma qui entra la questione politica. L’attuale Dalai Lama, come tutti i membri del governo tibetano, è in esilio in India dal 1959, in seguito alla violenta repressione della rivolta di Lhasa da parte dell’esercito cinese, che aveva occupato il Tibet nel 1950: da allora il Tibet è diventato una regione autonoma della Cina a statuto speciale, i cui governatori sono scelti direttamente dal Partito Comunista cinese.

 

Tenzin Gyatso è da allora a capo del governo tibetano in esilio, nonostante nel 2011 abbia formalmente ceduto il comando a una carica chiamata Kalön Tripa, il cui nome l’anno successivo è stato cambiato in Sikyong. Sempre nel 2011, a proposito della sua successione, Tenzin Gyatso disse che il futuro della figura del Dalai Lama sarebbe stato deciso dal popolo tibetano, e specificò che «se io dovessi morire oggi, credo che i tibetani vorrebbero avere un altro Dalai Lama; in futuro, però, se la figura del Dalai Lama non sarà più utile o rilevante e la nostra condizione dovesse cambiare, allora il Dalai Lama cesserà di esistere».

 

Disse inoltre che quando avrebbe compiuto 90 anni si sarebbe consultato «con gli altri Lama [“maestri”] del buddismo tibetano, con il popolo tibetano e con i fedeli del buddismo tibetano» per prendere una decisione. Affidò il compito di cercare il suo successore alla fondazione Gaden Phodrang, istituita in India per preservare i valori del buddismo tibetano. Quando Tenzin Gyatso morirà, i monaci addetti alla ricerca del successore dovrebbero recarsi in Tibet, cosa che però è al momento impossibile. I rapporti tra i membri del governo tibetano in esilio e la Cina sono nulli, e il governo cinese non riconosce la figura del Dalai Lama come capo politico del Tibet.

 

C’è poi la questione del Panchen Lama, che come si è detto ha un ruolo fondamentale nella scelta del nuovo Dalai Lama.

In seguito alla morte del decimo Panchen Lama, avvenuta nel 1989, il 14 maggio del 1995 il Dalai Lama nominò come successore un bambino tibetano di sei anni di nome Gedhun Choekyi Nyima, individuato dal Lama Chadrel Rinpoche. Tre giorni dopo le autorità cinesi in Tibet arrestarono sia Chadrel Rinpoche che il Panchen Lama, e al suo posto misero un oppositore del Dalai Lama con il compito di creare una commissione che individuasse un nuovo Panchen Lama. L’11 novembre dello stesso anno la commissione assegnò il titolo di Panchen Lama a un bambino di cinque anni di nome Gyaltsen Norbu, noto con il nome di Qoigyijabu.

 

Quest’ultimo passò tutta l’infanzia in Cina e ancora oggi vive prevalentemente a Pechino e visita il Tibet solo in alcune occasioni. Di Gedhun Choekyi Nyima, il legittimo Panchen Lama, invece non ci sono mai più state notizie. Alcuni pensano sia stato ucciso, mentre le autorità cinesi ne hanno parlato in una sola occasione, nel 1996, rispondendo a un’inchiesta dell’ONU: in quell’occasione dissero che il bambino si trovava al sicuro in Cina, dove era stato portato per il rischio che venisse rapito dai “secessionisti tibetani”.

 

Nonostante le pressioni internazionali per liberare il legittimo Panchen Lama, il governo cinese ha ribadito che alla morte di Tenzin Gyatso sarà Qoigyijabu a scegliere il nuovo Dalai Lama, imponendo di fatto in Tibet un nuovo leader politico e spirituale filocinese. Esiste quindi la possibilità che alla morte dell’attuale Dalai Lama il buddismo tibetano si ritrovi con due nuovi Dalai Lama, uno scelto dal governo tibetano in esilio e uno dal governo cinese, a meno che tra cinque anni, al compimento dei 90 anni, Tenzin Gyatso non decida che non ci sarà nessun successore.

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OBS MAGAZINE

 

 

EVENTI

 

Al Pantheon di Parigi, "109 Marianne" celebrano i nuovi volti della République

di Jean Pierre Martin

 

PARIGI - Sono ben 109 le Marianne esposte alla rotonda del Panthéon di Parigi per la celebrazione della Giornata Internazionale dei Diritti delle Donne, aperta il 4 marzo e inaugurata dalla ministra responsabile per la Cittadinanza, Marlène Schiappa.

 

Figura simbolica della Repubblica francese, la Marianna incarna i valori della Francia sintetizzati nel celebre motto: "Liberté, égalité, fraternité". Oggi, sono queste libertà e questi valori repubblicani che l'amministrazione di Emmanuel Macron intende celebrare, nonostante le restrizioni legate al coronavirus.

Dai tempi della Terza repubblica, note donne francesi hanno incarnato i tratti della Marianna. Tra queste Brigitte Bardot, Inès de la Fressange, Laetitia Casta, Mireille Mathieu. E tutte hanno rappresentato l'immagine della Francia in patria e nel mondo.

 

Quest'anno il ministero dell'Interno promuove questo importante evento della Repubblica francese attraverso 109 ritratti di donne, che simboleggiano la Francia della diversità delle origini. Altrettanti volti di cittadine francesi, tra cui Amandine Petit (Miss France 2021) April Benayoum (Miss Provence),la virologa Karine Lacombe, la prima donna rabbino, Delphine Horvilleur, la militante per la Fraternità umana nonché madre del primo militare assassinato a Tolosa negli attentati perpetrati da Mohammed Merah, Latifa Ibn Ziaten, ma anche femministe, poliziotte, infermiere, donne delle pulizie, che sono state in prima linea nella lotta al nemico invisibile.

 

Organizzata interamente all'aria aperta, appunto sulla rotonda antistante il Pantheon, la mostra rimarrà aperta fino al 15 marzo e punta a promuovere la diversità delle cittadine e a mettere in luce i nuovi volti della Francia di oggi e di domani.

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(Jean Pierre Martin - Credits Afp e Ansa)

 

 

INNAMORAMENTI

 

La fidanzata del mare. L'isola di Procida secondo l'autore dell' Oro di Napoli, Giuseppe Marotta 

di Paolo Speranza

 

“Capri è l’isola che vi fa impazzire, diciamo un’amante: Procida è l’isola a cui si vuol bene”. E a Procida, la più piccola e nascosta delle tre perle del Tirreno campano, Giuseppe Marotta dimostra di voler bene sul serio, tanto da confessare ai lettori di “Vie d’Italia” il sogno ricorrente di andare a viverci, magari in una casetta sul mare, modesta e appartata, in sintonia con l’anima dell’isola, dove il tempo e il silenzio ti sembra di accarezzarli, tanto sono vicini ed amici a chi ha la fortuna di abitarci.

Intanto, mentre vagheggia il suo buen retiro ideale, lo scrittore consegna alle pagine del mensile del Touring Club un ritratto poetico dell’isola a lui così cara, anche per la vicinanza alla sua Napoli, che da giovanissimo ha dovuto lasciare, per la più ricca e moderna Milano, ma nei ricordi e nel cuore non ha mai abbandonato davvero: “Vecchissime canzonette vedono, nel fatto che la piccola città di Procida sorge proprio di fronte a Napoli, motivi sentimentali: dicono, cioè, che Procida e Napoli fanno l’amore. Per densità di popolazione, l’isola non ha rivali nel mondo: troppi testimoni, Procida e Napoli non possono baciarsi sotto gli occhi di tanta gente”, scrive Marotta nell’intenso reportage sentimentale che pubblica nel settembre del ’48 con un titolo che più poetico e affettuoso è difficile immaginare: “Procida fidanzata del mare”.

Di sicuro se ne è innamorato lui, che all’epoca è lo scrittore napoletano più celebre e vive la sua stagione più prolifica e felice: nel 1947 con L’oro di Napoli, uno dei rari best seller su scala mondiale della narrativa italiana del Novecento, l’anno successivo con San Gennaro non dice mai no e nel ’49 con A Milano non fa freddo, tre libri memorabili che grazie all’editore napoletano Alessandro Polidoro, che si è assicurato i diritti delle opere di Marotta, stanno finalmente tornando in libreria.

La descrizione di Procida, sul diffuso periodico del Touring, è quella di un artista in stato di grazia: “Vigneti, uliveti, agrumeti si fiancheggiano nell’isola che Dio fece col migliore verde e col migliore azzurro che gli vennero sotto i pennelli”, è una delle perle che regala Marotta ai lettori e all’intera comunità dell’isola, al pari di un’altra definizione di rara sintesi e potenza descrittiva: “Un paradiso sulla tomba di cinque inferni”, ricordando la natura vulcanica di Procida, testimoniata dalla presenza dei crateri Socciaro, Pizzaco, Chiaia, Terra Murata e Pozzovecchio.

Ma per lui Procida non è solo un’isola incantata, da cartolina turistica: è un’entità viva, corporea, e questa personificazione è la brillante chiave di lettura che percorre tutto il reportage, unitamente al confronto (appena accennato, ma sempre sotteso) con le due isole gemelle più conosciute e mondane.

La Procida descritta da Marotta è riservata, laboriosa, accogliente eppure discreta, rispettosa della privacy altrui, e dotata di una bellezza così genuina e luminosa (come la Graziella di Lamartine, citata da Marotta a illustre conferma della sua tesi) da non aver mai sentito la necessità di ostentarla. In altre parole, la sua donna ideale; e le eleganti foto in bianco e nero di Bruno Stefani ne concorrono ad esaltare il fascino discreto e l’operoso silenzio di una comunità che di giorno lavora, sottolinea Marotta, e la sera va a letto presto, dolcemente coccolata dal Tirreno: “Il mare la visita e l’accarezza appena; essa lo guarda da un’altezza massima di un centinaio di metri, ma solo in qualche punto: per tutto il resto della propria superficie preferisce andarsene con lui passo passo lungo le case e i vigneti. Non ha celebri grotte in cui riceverlo e abbandonarglisi; figuriamoci, sono soltanto fidanzati”.

(Paolo Speranza, storico, saggista e docente)

 

 

DONNE E LIBRI

 

"IL CIRCO DEL RING". ANTOLOGIA DEI RACCONTI SPORTIVI DELLA SCRITTRICE CATHERINE DUNN

di Mauro De Vincentiis

 

Si cade, ci si rialza, si assesta il colpo del KO, si è contati fino a 10, si viene messi all'angolo: tutte azioni che definiscono un incontro di boxe, così come, a volte, accade nel tempo di una vita. Joyce Carol Oates, nel libro tra i più letti sul pugilato (“Sulla boxe”), lo indica come l'unico sport le cui analogie con la vita sono reali, da apparire sconcertanti.

Alfredo Pigna, nel 1973, in “I re del ring”, storia dei più famosi pesi massimi della “nobile arte della boxe”, in apertura del primo capitolo riportava una ballata popolare americana: “Jim Corbett è il campione perché Jim Corbett ha battuto John Sullivan, il grande. /Jim Corbett è il campione ma John Sullivan resta John Lawrence Sullivan. /Il grande Sullivan, il più grande di tutti”. A proposito, Pigna commentava che John Sullivan ebbe il grande merito di eccitare la fantasia degli americani quanto e, forse, più degli eroi del West.

Nel 1980 Katherine Dunn assistette a un incontro di boxe in Tv. Ne rimase incantata e decise di andare col marito a una kermesse dal vivo, curiosa di scoprire da vicino la “natura di quella violenza”. In poco tempo cominciò a frequentare le palestre locali, veri santuari di quello sport. Iniziò poi una rubrica sul “Willamette Week”, un foglio di controcultura di Portland, che ospitò molti dei suoi ritratti - raccolti ora nel volume “Il circo del ring. Dispacci dal mondo della boxe” (Ed. 66thand2nd) - in cui Dunn intreccia storie di atleti illustri e di personaggi oscuri, pittoreschi, allenatori, preti boxeur. E, pagina dopo pagina, delinea i contorni di un ambiente che si nutre di rivalità e romanticismo; soprattutto di personaggi leggendari come Marvin Hagler, Roberto Durán e  Mike Tyson.

Un ambiente con figure, talvolta, controverse o con le protagoniste del pugilato femminile, tra cui l'olandese Lucia Rijker, campionessa anche di kickboxing, e le figlie d’arte Laila Ali e Jacqui Frazier-Lyde. Nell'articolo “Altrettanto feroci” Dunn ricorda Dallas Malloy, con questo incipit: “La ragazza voleva combattere. Era giovane e bionda, parlava bene l'inglese e all'inizio i maschi in palestra si erano messi a ridere”. La Malloy fece causa alla federazione per discriminazione di genere, conquistando la possibilità di competere. Fu così che avvenne il primo incontro femminile della storia.

Nella prefazione di “Il circo del ring”, Katherine Dunn scrive:”I boxeur si battono sotto il calore delle luci bianche mentre io me ne sto seduta comoda al buio a fare commenti. Da qui riesco a vedere intere galassie”. Per la critica “Il circo del ring” segna l'incontro felice dell'autrice con quella che da sempre è considerata la più letteraria fra tutte le discipline sportive.

Catherine Dunn (Garden City, 1945-Portland, 2016) è stata la prima giornalista americana specializzata in pugilato. E' autrice dei romanzi: “Attic” (1969), “Truck”(1970), "Geek Love” (1989).

 

 

 

 

 

UOMINI E LIBRI

 

Edito in Francia “L’Inganno dell’Ippocastano”. Intervista a Mariano Sabatini autore del noir italiano

di Oriana Maerini

 

I libri italiani si traducono poco all’estero bisogna, quindi, gioire dell’apprezzamento della nostra narrativa oltrealpe, come nel caso dell’Inganno dell’Ippocastano, il romanzo di Mariano Sabatini pubblicato in Italia da Salani (vincitore del premio Flaiano) e ora alla conquista dei lettori francesi per le edizioni Actes sud, con il titolo L’imposture du marronnier. Se ne parla come di una “splendida sorpresa” e di “un’inchiesta architettata alla perfezione”. Ciò vuol dire che l’inchiesta giornalistica del giornalista investigatore Leo Malinverno, sulle tracce dell’assassino del palazzinaro Ascanio Restelli candidato sindaco di Roma, sarà letta in paesi come il Belgio, il Canada, oltre che in terra di Francia. Per scoprire il successo di questo libro made in Italy  Affari ha intervistato l’autore.

 

Ha avuto dei riscontri dai lettori d’oltralpe?

 

Si, mi sono già arrivate e-mail entusiastiche dei lettori e segnali persino dall’Australia, una lettrice di nome Celine che mi ha contattato su Instagram. E mi hanno invitato anche in Svizzera, a Losanna, per un festival letterario francofono.

 

Che esperienza è per uno scrittore?

 

Entusiasmante, devo dire. È come stare in un appartamento da tanti anni e rendersi conto che abbattendo una parete, creando una finestra, ci si garantisce una più ampia visione del panorama. Entra nuova luce, godi dell’alba oltre che del lungo tramonto. Spero, in questo senso, che le mie storie possano avere sempre nuovi lettori in altre lingue. In questo caso devo ringraziare la traduttrice Marguerite Pozzoli che mi ha scelto e con la quale ho lavorato magnificamente, una persona molto sensibile, raffinata, di grande cultura e gusto.

 

Pensa che il suo Leo Malinverno potrà piacere ai francesi?

 

Me lo auguro. Cinque anni fa ho cercato di creare un personaggio che non ricalcasse gli esempi sovrabbondanti dei vari investigatori, commissari, marescialli e simili. Un giornalista che agisse collateralmente alle figure professionali citate. Sono partito dal cognome, Malinverno. Anche di quello sono molto orgoglioso. A tal proposito posso dire con una battuta di diffidare dalle imitazioni. Il mio Malinverno è uscito nel lontano 2016, lo ribadisco. Faccio molta attenzione, personalmente, a questo aspetto, non darei mai a un mio personaggio il citoria, in ognome di un altro personaggio letterario affermato. Mai, se non come omaggio dichiarato, potrei chiamare in scena un Carlo Montalbano, ad esempio. E Montalbano come Malinverno sono cognomi molto caratteristici, non parliamo di Rossi o Bianchi. Basta farsi un giro sul web per non incorrere in scopiazzature.  

 

A cosa sta lavorando ora?

 

A tante cose, come sempre. Sto terminando la nuova storia di Leo Malinverno e sono proprio in dirittura d’arrivo, dopo una inchiesta complessa. Spero non ci siano altri intoppi. Ogni storia ha i suoi tempi di lievitazione e bisogna assecondarli. Io so lavorare così. Uscirà a settembre un piccolo romanzo per ragazzi, con un editore attento, rispettoso del lavoro degli autori, che ha apprezzato questa mia nuova escursione narrativa e l’ha valorizzata. Conto di portarlo nelle scuole elementari. Di averlo scritto ringrazio l’amica Raffaella Spaziani, per avermi motivato, delle rassicurazioni sulla bontà del testo ringrazio un’altra amica, Claudia Rossetti. Lei è insegnante elementare e mi ha consentito, diciamo così, di testarlo sui suoi fantastici alunni. Le illustrazioni sono di Mastrobaldo, un vero artista. Ho partecipato inoltre a una bellissima antologia di racconti sull’indicibilità del sacro a cura di Caterina Falconi e Francesca Bonafini per Avagliano. Ci sono tanti scrittori di valore e sono sicuro che farà parlare.

 

Farà anche un libro per la rinata Vallecchi?

 

Sì, è in uscita a giugno, si tratta di una ricognizione del mondo narrativo e dei suoi protagonisti, dei loro riti, delle ossessioni e delle tecniche. Si intitolerà Scrivere è l’infinito, inteso come tempo verbale ma anche e soprattutto come infinitezza dell’atto creativo. Scrivendo si tende all’infinito. Sono molto felice di legare il mio nome a questo marchio prestigioso che, in un momento così difficile, di attrizione profonda, scommette sul futuro con Alessandro Bacci alla guida. Uno che di editoria, a partire dalla collaborazione con il mitico Valentino Bompiani, ne ha macinata davvero tanta. Un libro del genere potrà essere utile ai tanti che vogliono scrivere.  

 

Tanti o troppi?

 

Troppi incapaci. Se fossero tanti e tutti capaci sarebbe bellissimo. Ci sono tanti improvvisati, sia tra gli scrittori, anche affermati, purtroppo, sia tra gli editori che spesso sono poco più che stampatori. Mi chiedo se almeno, come me, si sentano sempre insufficienti.

 

Lei a chi sente di dovere la sua presenza nel panorama editoriale?

 

A due persone che non ci sono più, per la motivazione che mi hanno trasferito. Stare loro accanto mi ha dato la forza e la legittimazione. Il primo è Luciano Rispoli, con il quale dopo averlo ammirato in Tv ho lavorato quasi vent’anni, l’altra è Elda Lanza, dieci anni di amicizia intensiva, affetto, fascinazione. Solo dandosi riferimenti alti si può sperare di trattenere qualche brandello di esperienza significativa. Oggi imparo molto dall’amico Divier Nelli, che io chiamo il mio guru editoriale. Ho letto in anteprima il suo nuovo romanzo, Posso cambiarti la vita, e l’ho trovato scioccante per quanto è bello e originale.

 

Come mai  a un certo punto ha lasciato la Tv per l’editoria?

 

La televisione, dopo che Luciano Rispoli aveva lasciato, non mi divertiva più. Aver avuto come maestro il professionista per il quale si è parlato per la prima volta del talk show in Italia nel 1975 mi ha viziato. Eppure non ho mai smesso di frequentare gli studi televisivi e se mi chiamano a commentare qualcosa vado volentieri, ma sono sempre stato attratto da più media, anche in contemporanea. Mentre facevo la tv, collaboravo con la radio e scrivevo per i giornali. Comunque neppure i libri sono una novità, pubblico da vent’anni, ho solo intensificato. Tutto è talmente divertente e appassionante… perché non variare? Non voglio negarmi niente.

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(Oriana Maerini -
www.affaritaliani.it)

 

 

LA NOVITA’

 

Ralph Lauren entra nel business della moda a noleggio. Quattro abiti da 103 euro al mese

di Katy Swansea

 

NEW YORK - Anche Ralph Lauren ha ceduto al business del rental service lanciando "The Lauren Look", un servizio che permette di noleggiare quattro abiti o accessori alla volta pagando una cifra che parte da 125 dollari al mese (circa 103 euro).

Una volta terminato il periodo di noleggio si può scegliere se tenere gli abiti, pagandoli un prezzo di favore, o se restituirli e continuare col noleggio di altri capi. Per ora il servizio è disponibile solo in Nord America ma è allo studio la replicabilità del modello.

 

“The Lauren Look ci consente di esplorare un modello completamente nuovo, attingendo alla crescente attenzione per l’economia della condivisione e rivoluzionando il modo in cui guardiamo al consumo moda”, ha annunciato David Lauren, chief innovation and brand officer dell’azienda. “Siamo partiti con Lauren, il nostro marchio più ampiamente distribuito e accessibile”.

 

Ralph Lauren “aveva perso un po’ di trazione. Abbiamo pensato che fosse un modo per riaccendere l’interesse e la curiosità. È un marchio molto democratico, che è davvero un punto di ingresso in Ralph Lauren. La maggior parte dei clienti viene da noi una, due, tre volte l’anno. Se affittano tre mesi in un anno, la relazione diventa molto più intima”.

 

Ma il progetto di Ralph Lauren non si ferma qui: una volta che gli abiti saranno stati usati troppe volte per essere passati ancora di mano, saranno donati a Delivering Good, società senza scopo di lucro che li regalerà ai più bisognosi.

 

 

 

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Dai vaccini all'Alitalia, la mano di Draghi dossier per dossier. La regia a Palazzo Chigi

di Giuseppe Colombo - Huffington Post

 

ROMA - La portata della discontinuità di Mario Draghi si capirà dall’impatto delle prime mosse. A iniziare dall’assetto della macchina dei vaccini, tolta a Domenico Arcuri e data al generale Francesco Paolo Figliuolo. Ma a spingere in una direzione di rottura rispetto al governo Conte non è solo l’affidamento della struttura commissariale per l’emergenza a un profilo specifico, legato all’esperienza e al know how dell’Esercito e della sua logistica. Ci sono anche altri elementi. Tutti accomunati da un’impronta: la regia di palazzo Chigi. Articolata sostanzialmente su tre assi. Il primo è rappresentato da Draghi in persona: frontman con Bruxelles sulle questioni dei brevetti e della produzione dei vaccini, ma anche sul dossier Alitalia. Il secondo è la squadra dei tecnici di palazzo Chigi: passa da qui, ad esempio, il piano B per Autostrade. Il terzo, collegato al secondo, è l’asse con il sottosegretario Roberto Garofoli. 

 

Vaccini e Alitalia. Perché conta il brand Draghi

 

Gli elementi che mettono in evidenza il ruolo di frontman del premier sulla questione vaccini hanno a che fare con un piano nazionale e con uno europeo. Lato italiano: i due nuovi uomini della macchina. Non solo Figliuolo, ma anche Fabrizio Curcio, il nuovo capo della Protezione civile. La nomina di Curcio è arrivata alle quattro del pomeriggio del 26 febbraio. Annunciata da palazzo Chigi con un comunicato stampa. Un’ora prima, sempre a palazzo Chigi, si era tenuta una riunione del Consiglio dei ministri, ma i partecipanti erano all’oscuro della scelta che avrebbe comunicato Draghi un’ora dopo. E fonti di governo spiegano a Huffpost che anche la decisione di sostituire Arcuri con Figliuolo è stata una scelta che ha contemplato la consultazione di pochissimi tra gli uomini più fidati del premier. Tutti uomini di palazzo Chigi. In primis Garofoli. 

 

Il lato europeo della questione contempla il ruolo che Draghi sta esercitando negli incontri che contano. Come il Consiglio europeo della scorsa settimana, dove il premier ha chiesto conto del rallentamento della campagna di vaccinazione alla presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen. La riduzione e i rallentamenti delle consegne delle dosi, in particolare da parte di AstraZeneca, hanno portato Draghi ad affermare che “le aziende che non rispettano gli impegni non dovrebbero essere scusate”. E - qui il lato europeo e il lato italiano si collegano - Draghi è sempre il frontman diretto anche di un’altra questione: la produzione dei vaccini. Al ministro dello Sviluppo economico Giancarlo Giorgetti è stato affidato il lavoro sporco, cioè capire come e soprattutto quando le imprese italiane possono partecipare alla missione della riconversione. Ma la testa politica - quanto e come l’Italia sarà parte di questo progetto, che sarà necessariamente europeo - è sempre riconducibile a Draghi. Sarà lui a calibrare l’impegno italiano sulla base dell’impegno degli altri Paesi, dato che se si arriverà alla produzione locale bisognerà tenere conto che le fiale gireranno in tutta Europa. Non resteranno cioè solo nel Paese che le ha prodotte. Considerando che il gap dell’Italia è forte, la missione di cui è intestatario Draghi è cruciale per due motivi. Il primo è spingere il fronte della farmaceutica italiana verso tempi più veloci, il secondo è capire quanto l’Italia può usufruire del lavoro che faranno gli altri Paesi.

 

Altra questione su cui Draghi si sta esponendo in prima persona è Alitalia. Durante il governo Conte gli incontri si tenevano al ministero dello Sviluppo economico o a quello dei Trasporti. Il pallino politico era nelle mani dei ministri Stefano Patuanelli e Paola De Micheli. È in quei ministeri che è nata Ita, la nuova Alitalia. Il Tesoro è stato il dicastero centrale per le messa in campo dei tre miliardi con cui è stata finanziata la newco. Le interlocuzioni con Bruxelles sul passaggio dalla vecchia alla nuova compagnia aerea hanno toccato palazzo Chigi solo lateralmente. Ora gli incontri si svolgono a palazzo Chigi. Tutti presieduti da Draghi. Due in tre giorni (sabato e lunedì). E questo perché è Draghi che sta confezionando personalmente la strategia che toccherà poi ai ministri competenti in materia (il ministro dell’Economia Daniele Franco, quello dei Trasporti Enrico Giovannini e Giorgetti) illustrare alla commissaria europea Margrethe Vestager. Il premier sta spendendo tutto il suo peso europeo. L’Europa chiede discontinuità tra la vecchia e la nuova Alitalia: no a un travaso tout court. Il piano italiano punta ad ottenere il via libera da parte dell’Antitrust Ue al trasferimento della parte aviation (flotta, aerei e slot) a Ita attraverso un processo di vendita diretta e esclusiva. Così come a un trasferimento, seppure temporaneo, dei rami della manutenzione e dei servizi a terra (per poi metterli a gara). L’Europa deve dire sì. Così come deve dire pronunciarsi sui 55 milioni di ristori che servono alla vecchia Alitalia per tenersi in piedi. 

 

La regia del piano B su Autostrade a palazzo Chigi

 

Atlantia - la casa madre di Autostrade - ha mandato una lettera alla Cassa depositi e prestiti e ai fondi Blackstone e Macquarie per dire che l’offerta da 7,9 miliardi per cedere l′88% della società autostradale (9,1 miliardi per il 100%) non va bene. Il prezzo è troppo basso. Nella lettera di dieci righe, firmata dal presidente Fabio Cerchiai e dall’amministratore delegato Carlo Bertazzo, si apre a un’interlocuzione per migliorare l’offerta. Ma Cdp e i fondi non sono intenzionati a mettere più soldi sul piatto. I margini per una chiusura positiva sono al momento nulli. Ecco perché, come anticipato da Huffpost, il Governo ha già messo in conto un piano B: via lo schema che passa per l’acquisto di Cdp. Se l’offerta decade si passa a una stretta sulla concessione. A occuparsene, anche qui, tutti uomini di palazzo Chigi. Esperti e profondi conoscitori del lato giuridico-amministrativo della questione. Garofoli, ma anche il capo del Dipartimento per gli affari giuridici e legislativi Carlo Deodato e il segretario generale Roberto Chieppa (già firmatario delle lettere della trattativa con i Benetton quando al governo c’era Conte). 

 

L’asse Draghi-Garofoli. La cinghia di trasmissione con il Mef 

 

Appena il premier ha messo piedi a palazzo Chigi, la prima riunione, durata un intero pomeriggio, è stata quella con il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Roberto Garofoli. L’ha voluto Draghi in persona. Si fida di lui come di nessun altro. Hanno la stessa matrice, quella legata al ministero dell’Economia, dove Draghi è stato direttore generale per dieci anni (dal 1991 al 2001) e dove Garofoli è stato capo di gabinetto (con i governi Renzi, Gentiloni e Conte 1). Con Garofoli il ruolo di sottosegretario alla presidenza del Consiglio è tornato centrale. Chi ha avuto modo di sondare il lavoro quotidiano a palazzo Chigi racconta che Draghi e Garofoli si parlano spesso. E solo a lui il premier delega incontri che sono preparatori a vertici o decisioni importanti. Soprattutto Garofoli è l’uomo che suggella la cinghia di trasmissione tra palazzo Chigi e il Tesoro, quest’ultimo affidato all’altrettanto fidato Franco. Chi ha in mano le carte del Recovery plan sono loro. I tecnici. Quelli scelti da Draghi.

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(Giuseppe Colombo, Business Editor  www.huffingtonpost.it

 

 

 

 

 

Tentata corruzione sindacati Usa. Fiat-Chrysler colpevole. Pagherà 30 milioni di dollari

di Marco Sacchi - "Calcio e Finanza"

 

La divisione statunitense di Fiat Chrysler Automobiles si è dichiarata colpevole in riferimento alle accuse di cospirazione rivolte ad alcuni ex dirigenti nell’ambito dell’inchiesta aperta negli Stati Uniti sulla presunta corruzione di alcuni membri del sindacato United Auto Workers (UAW).

 

Corruzione portata avanti con l’obiettivo di ottenere condizioni più favorevoli riguardo gli accordi sui contratti collettivi dei lavoratori. Come riportato da Reuters, la divisione USA della casa automobilistica – parte del neonato gruppo Stellantis – ha dichiarato a gennaio di aver raggiunto un accordo sull’ammissione di colpevolezza e sul pagamento di una multa da 30 milioni di dollari.

 

Il giudice distrettuale degli Stati Uniti Paul Borman ha dichiarato in un’udienza in tribunale di aver accettato la dichiarazione di colpevolezza di FCA e di aver fissato una data per il pagamento della sanzione nel prossimo 21 giugno 2021.

 

FCA ha inoltre accettato di tre anni di supervisione da parte di un controllore di conformità indipendente per garantire che rispetti le leggi federali sul lavoro. Il Dipartimento di Giustizia ha affermato che l’azienda avrebbe cercato di pagare illegalmente oltre 3,5 milioni di dollari agli allora ufficiali della UAW dal 2009 al 2016.

 

Nel corso del 2020 il presunto caso di corruzione era stato argomento di un’aspra battaglia a distanza tra FCA e General Motors, con il colosso americano che aveva puntato il dito contro la società e addirittura contro la gestione di Sergio Marchionne, chiedendo ai giudici statunitensi di intervenire per le presunte violazioni perpetrate dalla dirigenza del colosso italo-americano.

 

Le accuse rivolte dal ceo di GM Mary Barra sono sempre state rigettate da FCA, che ha sostenuto a lungo la sua innocenza asserendo che la volontà di General Motors fosse soltanto quella di minare la stabilita dell’allora nascente accordo con PSA per la nascita del nuovo colosso delle quattro ruote Stellantis.

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(Marco Sacchi - www.calcioefinanza.it )

 

 

 

 

 

Corriere della Sera: scontro Cdr-Cairo-Fontana. La disfida dei pasti. Protesta degli inviati

 

MILANO - L’editore Urbano Cairo decide di abbassare la cifra che i giornalisti possono spendere in trasferta per pranzi o cene. Il Comitato di redazione del Corriere della Sera protesta e invia una lettera al direttore del giornale e all'azienda. Che non rispondono. Un inviato storico spiega le situazioni a cui si potrebbe andare incontro. Il tutto viene raccontato egregiamente da Professione Reporter (www.professionereporter.eu)

 

Fino ad alcuni anni fa il limite non esisteva, la regola era data dal buon senso e sicuramente pasti superiori ai 50 euro avrebbero dovuto essere motivati da particolari esigenze di servizio, come ad esempio necessità di andare in un determinato ristorante per incontrare una fonte. Anni ancora più addietro sicuramente le grandi firme del Corriere potevano permettersi agi che sono andati via via calando, in parallelo con le crisi dei bilanci.

 

Che accade? L’azienda fa sapere a un giornalista inviato su un servizio che il massimale per i pasti in Italia o all’estero passa da 50 a 35 euro. Il giornalista informa il Cdr. Il 25 febbraio il Cdr scrive una lettera al responsabile Risorse Umane della Rcs e al direttore del Corriere Luciano Fontana: “Gentile dottor Ribaudo, caro Direttore…”.

 

UNA PROPOSTA IRRICEVIBILE

 

I rappresentanti sindacali della redazione invitano l’azienda a riconsiderare al più presto la decisione di abbassare “unilateralmente” il massimale di spesa per i pasti in trasferta. “Quando avete avanzato questa proposta -ricordano al dottor Ribaudo- il Cdr l’ha rigettata, giudicandola irricevibile. Nonostante ciò avete deciso di andare avanti comunque e addirittura di applicarla retroattivamente e senza darne alcuna comunicazione né al Cdr, né alla redazione. Come lei sicuramente sa, quando si deve affrontare una trasferta in grandi città o all’estero con 35 euro si fa veramente fatica a non rimetterci di tasca propria. Un massimale di 50 euro ci sembra congruo e rispettoso del nostro lavoro. Tranne che non si voglia cambiare alla radice la policy e concordare, come avevamo proposto, una diaria giornaliera”.

 

Il Cdr afferma che tagliare 15 euro “finisce solo per avvilire chi in trasferta spesso riesce a mangiare, se va bene, una sola volta nell’arco della giornata. Dovendo per il resto pensare a lavorare, perché le trasferte sono giornate piene di lavoro, non giorni di vacanza”.

Infine: “Riteniamo che anche il direttore sia d’accordo con noi e gli chiediamo di intervenire e far sentire al più presto la sua voce con l’editore”.

 

NESSUNA RISPOSTA