Allarme della Bce: il deficit dell'Italia fra i più alti dell'Eurozona. Il sostegno va mantenuto sino al marzo 2022

di Andrea Colombo

 

FRANCOFORTE - L'Italia insieme a Spagna, Francia e Slovacchia, registrerà nel 2021 uno dei disavanzi "più elevati" nell'Eurozona, con percentuali superiori al 7,5% del Pil. Lo afferma la Banca Centrale Europea nel bollettino economico. "Finché l'emergenza sanitaria persiste - sottolinea la Bce - sarà importante prorogare le misure temporanee di sostegno al fine di scongiurare la possibilità di variazioni brusche e significative". Tuttavia, si legge nel bollettino economico, "in ragione della brusca contrazione dell'economia dell'area dell'euro, un orientamento di bilancio ambizioso e coordinato rimarrà essenziale fino a quando non si registrerà una ripresa duratura".

 

Pronti ad adeguare misure dopo rilancio dicembre Il Consiglio direttivo della Bce, si legge ancora, "rimane pronto ad adeguare, ove opportuno, tutti gli strumenti a sua disposizione per assicurare che l'inflazione continui ad avvicinarsi stabilmente all'obiettivo". La Bce ribadisce quindi il rilancio delle misure prese a dicembre per sostenere l'attività economica e l'inflazione dell'area euro: in particolare il rilancio a 1.850 miliardi di euro del piano di acquisti di debito per l'emergenza pandemica, esteso "almeno sino alla fine di marzo 2022", e il potenziamento dei maxi-finanziamento Tltro-III per il credito all'economia.

 

Rischi gravi economia, Pil IV trimestre in forte calo La pandemia di coronavirus, nonostante le prospettive "incoraggianti" date dall'avvio delle vaccinazioni, "continua a ingenerare gravi rischi per la salute pubblica e per le economie dell'area dell'euro e del resto del mondo. La pandemia "continua a offuscare le prospettive economiche mondiali". Nell'area euro la seconda ondata e l'intensificarsi delle misure di contenimento a partire da metà ottobre "dovrebbero determinare un nuovo calo significativo dell'attività nel quarto trimestre, sebbene in misura molto inferiore rispetto a quanto osservato nel secondo trimestre di quest'anno". 

 

Sostegno al lavoro record in Ue, limitarlo nel tempo Le misure adottate nell'area euro per mantenere i posti di lavoro durante la pandemia "hanno raggiunto livelli senza precedenti nei primi mesi dopo l'inizio della pandemia di COVID-19", con oltre il 33% di tutti i lavoratori dipendenti in Francia interessati da una riduzione dell'orario di lavoro, il 30% in Italia, il 21% in Spagna e il 15% in Germania: livelli che, dopo una discesa temporanea, sarebbero tornati ad aumentare nel quarto trimestre. Tali misure "contribuiscono a mantenere stabile l'occupazione nel breve periodo" ma "comportano anche un determinato livello di perdite secche (quando sovvenzionano posti di lavoro che non sarebbero stati persi) e di effetti di esubero (quando sovvenzionano posti di lavoro improduttivi)" e "potrebbero ridurre l'efficienza allocativa dell'economia se utilizzati su larga scala per un periodo di tempo prolungato. Per tali motivi la loro durata dovrebbe essere limitata nel tempo, al fine di non ostacolare la necessaria ristrutturazione economica".

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Andrea Del Mastro

 

 

 

 

Costituita Kairos Air la compagnia delle Marche. Partner è Air Nostrum. 4 i soci

di Gianni Dragoni - Il Sole 24 Ore

 

ROMA - È stata costituita ad Ancona la nuova compagnia aerea delle Marche, si
chiama Kairos Air. Il decollo è previsto il prossimo giugno con due aerei Atr-72-600 forniti in leasing dalla spagnola Air Nostrum, che diventerà azionista con il 15 per cento. Gli altri soci sono in prevalenza imprenditori marchigiani a fianco di Luisa Davanzali, figlia dell’ex proprietario dell’Itavia, la compagnia fallita dopo l’incidente al Dc-9 a Ustica nel 1980.

Capitale iniziale 500mila euro

La compagnia è stata costituita oggi (giovedì 7 gennaio) da un notaio, con un capitale iniziale di 500mila euro versato da quattro soci: Francesco Merloni, Luisa Davanzali, la famiglia Guzzini, Massimo Ottaviani. Secondo una fonte vicina alla società è previsto un aumento di capitale per salire a 5 milioni di euro, da completare entro 20 giorni. Con l’operazione è previsto l’ingresso di altri 20 soci. Non sono ancora state decise le cariche sociali. Il presidente potrebbe Mauro Guzzini, ingegnere, nato nel 1961.

Roma e Milano i primi collegamenti

Il piano industriale della nuova compagnia è basato sul ripristino di una connettività per la Regione Marche con Roma, Milano Linate, Napoli. Successivamente sono previsti collegamenti con Brindisi, Alghero, Olbia, Croazia (Spalato), Grecia (Corfù). Alitalia non vola più ad Ancona dal 2017, gli ultimi voli erano fatti con un accordo commerciale da Mistral Air, compagnia controllata da Poste Italiane. Le Marche sono mal collegate con le grandi città italiane per via sia stradale, sia ferroviaria, sia aerea. Ci sarebbe una forte domanda di trasporto aereo. Secondo uno studio fatto dai promotori, nel 2019 nella regione sono stati venduti 1,1 milioni di biglietti per voli in partenza da aeroporti fuori dalla regione, come Bologna, Milano, Roma.

Lufthansa e Ryanair

Fino a prima di Natale dallo scalo di Falconara i principali vettori erano Lufthansa, con tre voli al giorno per Monaco di Baviera, e Ryanair con voli per Stansted e Charleroi. C’erano anche Volotea con voli per Palermo e Catania, Blue Panorama con un collegamento per Tirana. Adesso il traffico è azzerato dopo il varo delle ultime restrizioni ai viaggi del governo. C’è solo qualche volo sporadico di Ryanair.

Il ruolo di Air Nostrum

La compagnia spagnola Air Nostrum, che ha sede a Valencia, sarà partner tecnico per mettere a disposizione gli aerei, in «dry lease». Pertanto gli equipaggi saranno della nuova compagnia, piloti e assistenti di volo saranno marchigiani, secondo fonti vicine alla società. Sono previste 55 assunzioni. All’inizio la nuova compagnia prevede di volare con il certificato di operatore aeronautico (Coa) del vettore spagnolo. Air Nostrum acquisirà il 15 per cento nell’aumento di capitale.

Il risarcimento per Itavia

La maggioranza del capitale però sarà di imprenditori o soggetti marchigiani. L’iniziativa è fortemente voluta da Luisa Davanzali, una delle due figlie dell’ex proprietario dell’Itavia, mancato nel 2005. La compagnia finì in insolvenza in seguito alla revoca della concessione dopo la strage di Ustica, quando cadde in mare l’aereo del volo Bologna-Palermo, con 81 vittime. Ma gli accertamenti giudiziari successivi hanno accertato che non era responsabilità della compagnia, si parla probabilmente di un missile, ma le cause non sono state ufficialmente chiarite. Nell’aprile 2020 la Corte d’appello di Roma ha condannato lo Stato a un risarcimento danni di 330 milioni di euro agli eredi di Aldo Davanzali.

Tra i soci il fondo Njord Partners

Nessun socio avrà più del 15 per cento. Questa è la soglia massima su cui si attesteranno, secondo le previsioni, gli azionisti più importanti, come Luisa Davanzali e Air Nostrum. Sarà consistente anche la quota della famiglia guidata da Adolfo Guzzini, fondatore del gruppo di prodotti per illuminazione. Tra gli imprenditori che dovrebbero aderire c’è Nardo Filippetti, ex proprietario di Eden Viaggi venduta ad Alpitour, l’armatore Alfredo Rossi. Potrebbe entrare anche Tiziana Davanzali, sorella di Luisa e forse una cugina. Una piccola partecipazione sarà detenuta dal fondo britannico Njord Partners, dal 2019 azionista di controllo (con il 91,5 per cento) di Aerdorica, la società che gestisce lo scalo di Falconara (la Regione ha l’8,5 per cento). Un sostegno importante al piano industriale della compagnia l’ha dato Carmine Bassetti, amministratore delegato di Aerdorica, ex dirigente di Aeroporti di Roma con esperienze in aeroporti anche all’estero, in particolare in Sudafrica. Se il traffico crescerà, l’ambizione è di arrivare a dieci velivoli Atr-72.

I soldi della Regione

La compagnia punterà anche ai collegamenti in continuità territoriale finanziati con fondi pubblici, in competizione con altri vettori. Lunedì 11 gennaio uscirà un bando della Regione con 12 milioni di euro in due anni per questo tipo di collegamenti, aperto a tutti i vettori. Kairos parteciperà come Air Nostrum.

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(Gianni Dragoni - inviato - www.ilsole24ore.it)

 

 

 

Saviano lascia Repubblica e va al Corriere. Via anche Balassone. Molinari al Cdr: "Sono sorpreso"

 

ROMA - Il Corriere della Sera ha reso noto l’arrivo di Roberto Saviano tra le grandi firme del quotidiano a partire dal 15 gennaio 2021. Così inizia una nota di via Solferino che annuncia l’arrivo dello scrittore e giornalista, dopo la sua uscita da Repubblica.

Saviano collaborerà con il Corriere della Sera con commenti e importanti inchieste che prenderanno vita sulle pagine del giornale e con esclusive video inchieste online su corriere.it. Arricchirà inoltre la già ampia proposta di podcast tematici del quotidiano che raccontano l’attualità attraverso la voce e le parole dei suoi giornalisti. Inoltre, curerà poi una nuova rubrica del settimanale 7.

“Al Corriere della Sera arriva un grande giornalista, un intellettuale, autore di inchieste coraggiose e di analisi di qualità sulla nostra società. Roberto Saviano darà un contributo rilevante all’ulteriore sviluppo del nostro sistema informativo, su carta e digitale, per un giornalismo sempre più serio, pluralista e indipendente”, ha dichiarato Luciano Fontana, direttore del Corriere.

“L’ingresso di Roberto Saviano tra le grandi firme di Corriere della Sera rafforza ulteriormente la già ampia offerta di approfondimento e di inchiesta del quotidiano e del settimanale 7. Un’informazione autorevole e di grande qualità riconosciuta dai nostri lettori che anche nel 2020 hanno confermato Corriere della Sera primo quotidiano in Italia in edicola e online, con oltre 29 milioni di utenti medi mensili e premiato l’intero sistema del quotidiano che ha registrato oltre 300 mila abbonamenti digitali” ha affermato Urbano Cairo, presidente e amministratore delegato di RCS MediaGroup – “A Roberto Saviano e a tutta la redazione i migliori auguri di buon lavoro.”

Roberto Saviano, 41 anni, napoletano, laureato in filosofia all’Università “Federico II” di Napoli, è scrittore, giornalista e sceneggiatore. Nei suoi scritti e articoli utilizza la letteratura e il reportage per raccontare la realtà economica, di territorio e d’impresa della Camorra e della criminalità organizzata in senso più generale.

Proprio in seguito alle minacce di morte ricevute per la pubblicazione del suo romanzo-inchiestaGomorra, divenuto anche film pluripremiato sotto la direzione di Matteo Garrone e serie tv, Saviano dal 2006 è sottoposto a un severo protocollo di protezione che prevede che viva sotto scorta.

Tra le opere successive: Il contrario della morte. Ritorno da Kabul; La bellezza e l’inferno; La parola contro la camorra; Vieni via con me; Supersantos; Zerozerozero; La paranza dei bambini; Bacio feroce; In mare non esistono taxi e, nel 2020, Gridalo. Oltre a collaborare con le principali testate in Italia e all’estero, Roberto Saviano con Fabio Fazio, ha condotto programmi televisivi su La7 e Rai Tre.

Anche Stefano Balassone lascia ‘la Repubblica’. L’ex vicedirettore di Rai3 ha spiegato all’Adnkronos: “Il 31 dicembre si è esaurito il contratto con ‘Repubblica’ e da oggi ho iniziato la collaborazione con il ‘Domani'”. Nessun commento sulle ragioni del divorzio dalla testata diretta da Maurizio Molinari: “Da collaboratore esterno non ho vissuto dentro la redazione”, ha precisato Balassone.

LA MAIL DEL CDR DI "REPUBBLICA" SUL CASO SAVIANO

Cari colleghi tutti, Maurizio Molinari ha risposto alle richieste di chiarimento del Cdr sulle indiscrezioni relative al passaggio di Roberto Saviano al Corriere della Sera. 

"Saviano — ha detto il direttore — ha condotto una trattativa con Repubblica per il rinnovo del contratto. Trattativa giunta praticamente alla fase conclusiva e in attesa della firma. Quindi sono sorpreso da queste indiscrezioni''. 

Il Cdr aggiornerà ovviamente la Redazione su ogni sviluppo della questione. Buon lavoro. Il Cdr"

 

 

 

 

"Ritirate i soldi e chiudete il conto". Out-out delle banche inglesi ai clienti che vivono in Italia

di Edoardo Borriello

 

ROMA - Tra i tanti problemi sorti con l'uscita della Gran Bretagna dall'Unione Europea c'è anche quello dei rapporti con le banche inglesi dei cittadini britannici che vivono all'estero, in particolare nei paesi europei. Agli inglesi titolari di tali rapporti è stato improvvisamente chiesto di chiudere i loro conti bancari in Inghilterra. Quasi un out-out.

Gli inglesi che vivono in Italia e che sinora hanno mantenuto i propri conti oltre Manica sono tanti e tutti hanno ricevuto dalle loro banche una lettera che li invita, senza giri di parole, a ritirare i soldi e chiudere il conto il prima possibile. E' questo un effetto sottovalutato dai negoziatori dell'accordo Brexit, che rischia di creare tantissimi problemi e imprevisti.

Per la maggior parte dei britannici che vivono nel resto dell'Europa continuare a usare il conto nella loro banca di Londra, Exeter o Manchhester è una necessità. C'è chi sul proprio conto riceve la pensione o l'affitto di una casa e chi utilizza quel conto per fare regali ai nipoti che vivono in Inghilterra. C'è anche chi investe in quel paese i propri risparmi attraverso il conto che ha in banca.

Il problema - spiegano fonti bancarie inglesi - nasce da una divergenza regolatoria tralasciata nell’accordo commerciale tra Londra e Bruxelles. A causa della Brexit, le banche britanniche non potranno più operare automaticamente nello spazio economico europeo, di cui fanno parte i 27 stati membri dell’Ue. Un fenomeno noto come "passporting". Le banche inglesi dovranno chiedere l’autorizzazione per entrare in ogni mercato europeo e adeguarsi alle regole di ciascun paese, quindi anche dell'Italia. Si tratta di una procedura molto complessa. Per cui le banche d'oltre Manica preferiscono chiudere i conti dei clienti britannici che vivono in altri paesi europei.

Gli inglesi che vivono in Italia si sentono abbandonati dal loro paese di origine e sono amareggiati per la mancata collaborazione delle autorità britanniche, che ignorano i problemi di chi abita all'estero in quanto li ritengono dei privilegiati. Per queste persone l'unica soluzione sarebbe convertire i risparmi in euro e versarli sul conto aperto presso una banca italiana. Inevitabilmente questa soluzione comporterebbe una grossa perdita, dato che il cambio attuale euro-sterlina è poco vantaggioso.

 

 

 

Il 20 gennaio l'America cambia presidente. La cerimonia di insediamento di Joe Biden avrà pochi spettatori, distanziati e con la mascherina

 

WASHINGTON - Il 20 gennaio Biden presterà giuramento come presidente e Harris come vice presidente. Ma l'afflusso di pubblico sarà limitato a causa delle misure anti-contagio: sarà insomma il primo insediamento nella storia degli Stati Uniti celebrato davanti a un numero limitato di spettatori distanziati e con la mascherina

 

Il 20 gennaio segnerà l'inizio del mandato di Joe Biden come 46mo presidente degli Stati Uniti e di Kamala Harris come vice presidente. Ma, a causa delle misure anti-Covid e della scarsa disponibilità dello sconfitto Donald Trump ad accogliere il presidente eletto alla Casa Bianca il giorno del passaggio di consegne, l'insediamento sarà molto diverso da quelli del passato.

 

La cerimonia al Campidoglio

La cerimonia pubblica si terrà a Washington davanti del Campidoglio, sede del Congresso Usa. Biden presterà giuramento come presidente e Harris presterà giuramento come vice presidente. Ma l'afflusso di pubblico sarà limitato a causa delle misure anti-contagio: sarà insomma il primo insediamento nella storia degli Stati Uniti celebrato davanti a un numero limitato di spettatori distanziati e con la mascherina.

 

Il presidente più anziano e la prima vicepresidente donna

Al momento del suo insediamento, Biden diventerà il presidente Usa più anziano con i suoi 78 anni. Diventerà anche il secondo presidente cattolico dopo John Fitzgerald Kennedy. Primato anche per Kamala Harris, che diventerà la prima vicepresidente donna, di discendenza mista afroamericana e asiatica.

 

Il giuramento

Nel corso della cerimonia, Joe Biden presterà, come tutti i suoi predecessori, il seguente giuramento: "Giuro solennemente che eseguirò fedelmente l'Ufficio di Presidente degli Stati Uniti, e lo farò al meglio delle mie capacità, conserverò, proteggerò e difenderò la Costituzione degli Stati Uniti. Che Dio mi aiuti". A quel punto, il suo mandato di quattro anni alla Casa Bianca sarà ufficialmente cominciato e l'era Trump verrà archiviata.

 

 

 

Iran sempre più isolato, va al contrattacco e porta al 20% l'arricchimento dell'uranio

di Marta Allevato - Agenzia Italia

 

L'Iran, sempre più isolato nella regione dopo la revoca dell'embargo al Qatar da parte dei Paesi del Golfo, va al contrattacco politico-diplomatico per posizionarsi in vista dei negoziati con la nuova amministrazione Biden negli Usa, prossima all'insediamento.

Il portavoce dell'Organizzazione per l'energia atomica iraniana, Behrouz Kamalvandi, ha annunciato che l'impianto sotterraneo di Fordow è arrivato all'obiettivo di produrre uranio arricchito al 20%, come previsto dalla recente legge approvata dal Parlamento che obbliga il governo del presidente, Hassan Rohani, a far tornare di fatto il programma nucleare ai livelli "pre-Jcpoa", l'intesa sul nucleare siglata nel 2015 dalla Repubblica islamica con Usa, Francia, Russia, Cina, Germania, Gran Bretagna e Ue.

I limiti dell'accordo sul nucleare

La legge prevede che l'Aeoi aumentai fino a 120 kg entro fine anno le riserve di uranio arricchito al 20%; si tratta di un tasso ben al di sotto della soglia del 90%, necessaria per produrre armi atomiche, ma comunque al di sopra del limite del 3,67% fissato dall'accordo. Kamalvandi ha tenuto a sottolineare che si potrà "facilmente" arrivare a tassi di arricchimento più elevati. 
L'Ue ha subito espresso "viva inquietudine" per l'annuncio dell'Iran, ma ha assicurato anche che "raddoppierà gli sforzi" per salvare l'accordo sul nucleare, da cui Teheran ha iniziato un graduale disimpegno dopo che gli Usa di Donald Trump si sono ritirati unilateralmente nel 2018, reimponendo sanzioni alla vendita di petrolio e al settore bancario della Repubblica islamica. Teheran chiede a Joe Biden di tornare all'accordo senza precondizioni, ma il presidente eletto mira ad aprire negoziati che leghino l'accordo anche al programma missilistico del regime.

La protesta di Israele

Le attività a Fordow hanno fatto scattare la dura reazione di Israele, da dove il premier Benjamin Netanyahu ha avvertito che non permetterà all'Iran di dotarsi dell'atomica, a suo dire il vero scopo del programma nucleare, che le autorità iraniane hanno sempre dichiarato indirizzato a scopi puramente civili.

E mentre nei giorni scorsi, gli Usa hanno fatto mosse di deterrenza contro eventuali iniziative militari in coincidenza col primo anniversario dell'uccisione del comandante delle Forze Qods, Qassem Soleimani, per mano americana a Baghdad, Teheran continua il braccio di ferro avviato con la Corea del Sud  sulla nave cisterna MT Hankuk Chemi, sequestrata dalle Guardie della rivoluzione nei pressi dello Stretto di Hormuz. Seul ne chiede l'immediato rilascio insieme all'equipaggio, trattenuti nel porto di Bandar Abbas, e invierà a breve una delegazione per condurre negoziati in questo senso.

La convinzione è che dietro il sequestro ci sia il mancato sblocco di asset iraniani per oltre 7 miliardi di dollari, congelati dalla Corea del Sud, nel rispetto delle sanzioni Usa. Per Seul, l'imbarcazione è ostaggio di questo contenzioso; accuse rimandate al mittente dal governo della Repubblica islamica, secondo il cui portavoce a essere "in ostaggio" sono i beni iraniani in Corea del Sud e la nave è stata fermata solo per rischi di danni ambientali legati al suo carico di sostanze chimiche.

La sfida agli Usa

Intanto, mentre in Arabia Saudita era in cirso il summit del Consiglio di cooperazione del Golfo a cui ha partecipato anche l'emiro del Qatar, Tamim ben Hamad Al Thani - che ha firmato un accordo per mettere fine a tre anni di embargo da parte dei vicini regionali - l'Iran ha fatto scattare la sua prima maxi esercitazione di droni militari. E ha chiesto per la seconda volta all'Interpol un mandato di arresto internazionale per Trump per il suo ruolo nell'omicidio di Soleimani e ha visto il Parlamento presentare un disegno di legge con cui si vuole obbligare i successivi governi ad eliminare Israele entro il 2041.

All'insediamento di Biden non manca molto e l'Iran - dove il 2021 sarà anche un anno elettorale, con il rinnovo del presidente - ricorda così al futuro inquilino della Casa Bianca, qualora ce ne fosse stato bisogno, che sul dossier nucleare non c'è tempo da perdere.

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(Marta Allevato - www.agi.it)

 

 

 

 

 

Chi fermerà Erdogan? Con l'Europa gioca al gatto e il topo e sfrutta le sue divisioni

di Pierre Haski - France Inter

 

PARIGI - Se volessimo scegliere una potenza simbolo del 2020 la scelta cadrebbe inevitabilmente sulla Turchia di Recep Tayyip Erdoğan, e non certo per il suo contributo alla pacificazione delle tensioni nel mondo. La Turchia, al contrario, si è distinta per la sua audacia strategica, che l’ha resa una potenza capace di operare su più fronti simultaneamente.

Il presidente turco ha dimostrato di non aver paura di provocare quegli alleati – o rivali, ormai non possiamo più dirlo con certezza che in linea di principio dovrebbero essere più potenti della Turchia, che si tratti dell’Europa, della Russia e in una certa misura anche degli Stati Uniti. Nel frattempo Erdoğan ha continuato a rafforzare il suo controllo politico e autoritario sulla società turca, che ogni giorno si allontana un po’ di più dalla democrazia e dallo stato di diritto.

 

Il 27 dicembre il parlamento turco, controllato a maggioranza dal partito di Erdoğan (il Partito della giustizia e dello sviluppo, Akp), ha votato una legge che in teoria dovrebbe servire a combattere il terrorismo, ma che all’atto pratico limita ulteriormente la libertà delle ong e della società civile. Secondo il direttore della sezione turca di Amnesty international il governo si concede il diritto di vita e di morte sulle ong turche o internazionali che lavorano nel paese.

 

Il presidente turco gioca al gatto e il topo con l’Europa, che ritiene incapace di imporsi a causa delle sue divisioni

Erdoğan, definito da molti un islamo-conservatore, ha individuato nel caos degli ultimi anni un’occasione strategica per accrescere l’influenza della Turchia, una manovra che a molti sembra un tentativo di tornare alla grandezza dell’impero ottomano, scomparso un secolo fa.

 

Ankara ha messo in atto operazioni militari nel nord della Siria, in Libia, nel Mediterraneo orientale e nel conflitto tra l’Azerbaigian e l’Armenia per il controllo del Nagorno Karabakh. In quest’ultimo caso a fare la differenza sono stati i droni armati e le cosiddette “munizioni vaganti” di provenienza turca, che hanno permesso all’Azerbaigian di ottenere una vittoria decisiva. Di recente il presidente turco ha visitato Baku per una parata celebrativa.

 

Recentemente il ministro della difesa turco si è recato in Libia per raccogliere la sfida lanciata dal maresciallo Khalifa Haftar, il capo militare che controlla l’area orientale del paese e che aveva invitato i suoi sostenitori a imbracciare le armi per opporsi “all’occupazione turca”. L’emissario di Erdoğan ha definito Haftar un “criminale di guerra” e gli ha raccomandato di non sfidare l’esercito turco.

 

Chi potrà fermare la Turchia? Erdoğan rispetta i rapporti di forza. Quando la Russia ha deciso di mettere fine alla guerra nel Caucaso, per esempio, Ankara e Baku sono rientrate nei ranghi. Al contempo il presidente turco gioca al gatto e il topo con l’Europa, che ritiene incapace di imporsi a causa delle sue divisioni, della paura dell’immigrazione e di quello che Erdoğan considera un declino generale del vecchio continente.

L’unica potenza a cui la Turchia si piega è la Cina. Qualche anno fa Erdoğan aveva denunciato il trattamento riservato agli uiguri turcofoni nell’ovest del paese definendolo un “genocidio”. Oggi però tace, in cambio di vantaggi economici.

 

Restano gli Stati Uniti. In passato Erdoğan ha saputo ingraziarsi Donald Trump, anche se alla fine l’acquisto di armi russe gli è valso una serie di sanzioni da parte degli Stati Uniti. Una delle incognite del 2021 riguarda l’orientamento dell’amministrazione Biden rispetto a un alleato turco diventato un elettrone libero deciso a fare i propri interessi. Per Erdoğan potrebbe essere vicina l’ora della verità in cui verificare le ambizioni della Turchia come potenza emergente.

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(Pierre Haski - France Inter -Traduzione di Andrea Sparacino per "Internazionale")

 

 

 

 

 

Lavorare in Danimarca: niente straordinari e tutti a casa alle 16, chi lavora di più preoccupa

di Stefan Lupberger - Business Insider  

 

COPENHAGEN - I danesi si confermano al primo posto nella classifica dei popoli più felici. Ma perché? Cos’ha di speciale la Danimarca?

Una cosa molto importante, per la quale ogni tanto guardiamo a nord con invidia, è la Work-Life-Balance. Ufficialmente l’orario di lavoro settimanale è di 37 ore, ma una nuova indagine dell’OCSE mostra che il danese medio lavora appena 33 ore circa alla settimana. Che corrispondono più o meno alla tipica giornata lavorativa danese dalle otto del mattino fino alle quattro del pomeriggio; e al venerdì si torna a casa ancora prima.

 

Quasi nessuno fa gli straordinari, che in Danimarca praticamente non esistono. A nessuno verrebbe in mente di restare sul posto di lavoro più a lungo del necessario solo per fare bella figura. Se si andasse negli uffici al pomeriggio tardi, li si troverebbe deserti: ad eccezione del personale in portineria e dell’amministratore delegato, tutti si sono lasciati il lavoro alle spalle. I datori di lavoro si fidano dei dipendenti. Finché eseguono bene i propri incarichi e svolgono il proprio lavoro in maniera efficiente, possono anche andare a casa in orario.

 

Restare più a lungo solo per fare buona impressione ha un effetto abbastanza negativo e mette in discussione l’efficienza come anche la capacità di gestire il proprio tempo da parte dei dipendenti. Dall’esterno ci si potrebbe chiedere come ci riescano i danesi.

Continuano semplicemente a lavorare da casa? Altrimenti, come si spiega il fatto che la Danimarca sia comunque uno degli stati più produttivi dell’UE? In realtà, praticamente nessun danese continua a lavorare dopo la chiusura. Una volta spento il portatile, resta anche lui spento. Piuttosto, i danesi godono anche di una vita al di là del lavoro.

 

Dopo il lavoro, si dedicano ai propri hobby, fanno sport o escursioni nella natura scandinava. Ad esempio, è molto diffuso lo stand-up paddle (una variante del surf in cui si sta in piedi sulla tavola e si usa una pagaia per muoversi). E poi cucinano o trascorrono il tempo con la loro famiglia e gli amici.

Alcune attività sono persino incluse nel calendario degli impegni lavorativi e vengono rispettate dai colleghi — se il collega deve andare a prendere i figli alle 16, a quell’ora non verrà più fissato alcuna  riunione.

Il giorno dopo, sono tutti di nuovo riposati e rilassati, e la stessa riunione, fatta da persone riposate, sarà probabilmente più veloce. E si sarà più produttivi; infatti, come ha scoperto un’indagine, le persone felici sono più efficienti del 12%.

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(Stefan Lupberger - Business Insider)

 

 

 

 

 

 

 

OBS MAGAZINE

 

 

 

 

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Da "Mad Max" a "Mad Mel": i 65 anni di Mel Gibson tra successi e polemiche

di Piero Barendson

 

Successo, polemiche, violenza, alcol, accuse di antisemitismo e ricerca di redenzione. Non c'è che dire, una vita piena ed intensa per Mel Gibson che il 3 gennaio ha compiuto 65 anni.

Prima attore perfetto per gli action movie e poi regista a tutto tondo, con tanto di Oscar all'attivo (per "Braveheart"), a un certo punto folgorato sulla via di Damasco dall'integralismo cattolico. Nel 1979 il primo ruolo da protagonista nel film "Interceptor" lo lancia verso la celebrità. Intanto, nonostante l'età, non rinuncia ancora a ruoli da action-hero: lo attendiamo per il quinto capitolo della saga "Arma Letale"...

 

Nei suoi 44 anni di carriera Mel Gibson ha interpretato 50 film e ne ha diretti 8. Oltre alla più famosa statuetta, ha vinto un Golden Globe, un Hollywood Film Awards, un Satellite Award e un MTV Movie Award.

Nato negli Stati Uniti, a 12 anni si trasferisce con la famiglia a Sidney. In Australia inizia a studiare recitazione, conservando però la cittadinanza Usa. Il suo esordio è del 1976 con la serie tv australiana "The Sullivans" (1976-1983), e, l'anno dopo, nel film di Anthony Page "I Never Promised You a Rose Garden". Arriva poi il ruolo che lo rende famoso: Rockatansky in "Interceptor - Il guerriero della strada" (1979) di George Miller, per la trilogia di Mad Max. Ma lo ricordiamo anche nella parte del giornalista in “Un anno vissuto pericolosamente” (1982) di Peter Weir, spacciatore di droga in "Tequila Connection" (1988) di Robert Towne. 

 

A metà anni 80 Gibson è già una celebrità e People lo incorona uomo più sexy del pianeta. E la saga“Arma letale”lo consacra star globale. A inizio anni Novanta, decide di passare dietro la macchina da presa. Così fonda una sua casa di produzione, la Icon Productions, e con la sua seconda prova dietro la macchina da presa,“Braveheart”(1995). porta a casa 5 Oscar tra cui quelli per miglior film e miglior regia.

 

Ma è con il controverso “La passione di Cristo” (2004), racconto fin troppo crudo sulle ultime ore di Gesù, che l'attore-regista si ritrova sulle pagine dei giornali di tutto il mondo. Mentre il film vola ovunque al box office prendono quota anche le polemiche (su tutte le accuse di integralismo cattolico e presunto antisemitismo).

Il successo artistico, scandito anche da film come “Il Patriota", "What women want", "Signs”, viene però compromesso da una vita privata che offusca la sua immagine. Viene arrestato nel 2006 per guida in stato di ebbrezza e accusato di dichiarazioni antisemite e di razzismo. Aggredisce infatti l'agente che gli sta mettendo le manette chiedendogli: "Sei un ebreo?".

 

Teste mozzate, sgozzamenti, stupri, torture, massacri di donne e bambini inermi, cuori pulsanti strappati dal petto sono la nuova provocazione di Mel Gibson nel 2007 con il suo film da regista “Apocalypto”.

 

Sul fronte della vita privata, Gibson è stato sposato per un quarto di secolo con Robyn Moore, dalla quale ha avuto sette figli. Dopo un divorzio milionario, segue una tempestosa relazione (denunciato per maltrattamenti, insulti a sfondo razzista e minacce di morte) con la musicista russa Oksana Grigorieva, da cui ha avuto una figlia. Ha anche un erede dalla sceneggiatrice Rosalind Ross, con la quale fa coppia fissa dal 2014.

 

Negli ultimi tempi lo abbiamo visto in coppia con Sean Penn in "Il professore e il pazzo" (2019) e da poco in streaming nei panni di un Babbo Natale "irregolare" e in crisi in "Fatman". Gibson non sta con le mani in mani e sarà ben presto ancora sotto i riflettori. Intanto è in fase di pre-produzione "La Resurrezione", il sequel de "La passione di Cristo" senza dimenticare che dopo tante chiacchiere si concretizzerà il capitolo 5 della saga di "Arma Letale". Il buddy movie che ha fatto la storia del cinema tornerà con la coppia storica Mel Gibson-Danny Glover nei panni degli agenti di polizia Martin Riggs e Roger Murtaugh e sarà diretto dal 90enne Richard Donner, già dietro la macchina da presa di tutti e quattro gli altri episodi, l’ultimo dei quali risale a ben 22 anni fa.

 

 

LA DIASPORA

 

Alfredo Bascetta e la sua canzone per Sacco e Vanzetti. Un long-seller fra gli italiani d'America

di Paolo Speranza

 

La sua canzone su Sacco e Vanzetti, i due anarchici italo-americani ingiustamente condannati a morte nel 1927, non è celebre oggi nel mondo come il motivo di Joan Baez - che fece da colonna sonora al film di Giuliano Montaldo del 1972 - ma resta la più famosa fra quelle scritte in dialetto napoletano, e fu per decenni un long seller tra gli italiani d’America. Tant’è che un cantautore attento e impegnato come Daniele Sepe ha ripreso e interpretato Lacrime ‘e cundannate nell’album Fondali notturni, e nel 2002 (a vent’anni dalla morte del suo autore) hanno condiviso un’analoga scelta artistica sia la Contrabbanda di Luciano Russo sia Les Anarchistes, insieme al cantante Raiz, nell’album Figli di origine oscura. Grazie a loro l’Italia ha potuto riscoprire un interessante figura di cantautore ed artista poliedrico, emigrato negli Usa dall’irpina Pietrastornina: Alfredo Bascetta.

La sua canzone più celebre fu composta il 5 maggio del 1927, alla vigilia della definitiva condanna a morte di Sacco e Vanzetti, ingiustamente accusati di una rapina finita nel sangue, a favore dei quali si era mobilitata l’opinione pubblica progressista di tutto il mondo. Secondo lo studioso Antonio Sciotti, Lacreme 'e cundannate (Lacrime di condannati) è “la canzone più completa, descrivendo minuziosamente l'episodio. È una vera e propria denuncia: accusa chi ha vigliaccamente infamato Sacco e Vanzetti, dai giurati ai magistrati che non ascoltando le ragioni di chi è innocente, non hanno fatto giustizia, ma solo vendetta. La canzone si conclude con una preghiera al governatore Fuller, poiché è l'unica persona ancora in grado di abolire la sentenza di morte per i due immigrati”.

Il brano entrò subito nel repertorio della vedette più famosa tra gli italoamericani, Gilda Mignonette, che tuttavia, sottolinea Sciotti, “per evitare persecuzioni, evita di portare su supporto a 78 giri la canzone. Coraggiosamente, invece, Lacreme 'e cundannate è incisa da Alfredo Bascetta che può essere considerato, senza dubbio, il poeta più coraggioso, l'artista che più d'ogni altro prende a cuore il caso”.

All’epoca del celebre processo, il cantautore irpino era già un artista affermato negli Stati Uniti, dove era sbarcato, all’età di 22 anni, nel 1911, per poi stabilirsi definitivamente a New York nel 1923. Nonostante la giovane età, Bascetta prima della partenza per il Nuovo Mondo aveva già alle spalle un breve ma importante apprendistato, compiuto nello storico teatro Trianon di Napoli nella compagnia della più celebre soubrette del primo Novecento, Elvira Donnarumma.

Non gli fu pertanto difficile essere scritturato negli Usa, dove si esibì con un’altra cantante di successo, Ria Rosa, e con diversi gruppi musicali, fino a diventare ben presto un artista versatile e a cimentarsi con successo anche in quello che oggi definiremmo il management culturale, come si evince dal profilo che ne traccia il citato Sciotti: "... Cantante, attore comico, compositore ed impresario teatrale, ad Hollywood si dedicò al cinema collaborando con molti registi. Incise dischi per la Columbia, La Voce del Padrone e la Odeon e nel 1925 a New York fondò anche una casa editrice".

Un “versatile tenore” e “prolifico compositore” è definito Bascetta da un altro autorevole studioso, l’italoamericano Joseph Sciorra, che lo inserisce nel “pantheon” dei cantanti di origine italiana, citando fra le sue canzoni di maggiore successo Le ragazze di New York, O squarcione e un titolo di rinnovata attualità: Se n’e’ fuiuto o banchiere.

Da un altro singolo di straordinario successo, Mamma luntana!, l’Italo American Corporation produsse nel 1922 l’omonimo film musicale (oggi perduto), girato a Napoli con lo stesso Bascetta nel ruolo di protagonista.

Nella sua eclettica e lunga attività artistica (si spense in Florida all’età di 93 anni), il tenore e scrittore di Pietrastornina si segnalò tuttavia soprattutto per l’impegno politico e sociale, di segno progressista e democratico (in un periodo storico caratterizzato anche tra gli emigrati negli Usa da una diffusa simpatia per il regime di Mussolini), espresso in importanti saggi giornalistici e testi teatrali e in molte canzoni popolari legate all’attualità. Fra le più celebri e significative si ricordano Signor console, O bolscevismo, L’Italia ’e mò, Lettera a Sacco: titoli che, di per sé, giustificano un rinnovato interesse per questo cantante italiano della diaspora transoceanica e sollecitano uno studio più approfondito sullo spessore e l’originalità del suo multiforme impegno artistico e civile.

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(Paolo Speranza storico, saggista e docente)

 

 

UOMINI E LIBRI

 

Beppe Fenoglio “scrittore civile”. Un pamphlet di ricordi di Piero Chiodi

di Mauro De Vincentiis

 

Il 22 settembre 1970, cinquant’anni fa, moriva Pietro Chiodi, docente di Filosofia della Storia all'Università di Torino. Nel 1939 aveva ottenuto la cattedra di Storia e Filosofia del liceo classico “Giuseppe Govone" di Alba, nel quale insegnò per 18 anni (tra i suoi allievi il futuro scrittore Beppe Fenoglio). La sua visione filosofica è in “Esitenzialismo e filosofia contemporanea” (2007). Tra i suoi scritti importanti, i tre riproposti in “Beppe Fenoglio e la Resistenza” (Edizioni dell’Asino): su Fenoglio, su Leonardo Cocito (suo amico e collega di lettere) e sul suo “orgoglio” per aver partecipato alla Resistenza. “Forse - scrisse Chiodi - per vivere bisogna dimenticare, ma certamente per capire bisogna ricordare”.

Per Chiodi la filosofia - scrive Cesare Pianciola nel suo intervento - ha il compito critico di chiarire gli ambiti di possibilità aperti all’esistenza, e di denunciare le situazioni di disumanizzazione perché si intervenga a rimuoverle con l'azione. La principale regola etica e politica che essa suggerisce è  “il massimo sviluppo e arricchimento delle possibilità umane in una determinata situazione storica, cioè il massimo allargamento delle possibilità di scelta e di autodeterminazione degli individui, tenendo insieme, quanto più possibile, giustizia sociale e libertà politica”.

Centrale, in questo pamphlet, è la parte dedicata a Beppe Fenoglio, scrittore e combattente partigiano. Per Chiodi, Fenoglio fu, in ultima analisi, “scrittore civile”; la denuncia prese in lui la forma ancestrale del far-vedere. Si tratta, precisa Chiodi, di un far-vedere che è un guardare con stupore, orrore e commiserazione.

Fenoglio, sottolinea poi Chiodi, fu uno “scrittore civile” perché evfidenziò il tragico come interiorizzazione della “necessitudo”, cioè come destino di una generazione che dovette assumere incolpevole una inesorabile eredità di colpa. Questa interiorizzazione tragica prese la forma del “ritorno” di Fenoglio alla Langa, cioè del ritorno, dopo l'educazione letteraria, al “fango antico delle colline”.

Commoventi le pagine di Chiodi su i suoi incontri quotidiani con Fenoglio nell’ospedale Molinette di Torino, dove Beppe era convinto di essere stato ricoverato per curare i postumi

di una polmonite: quando lo portarono nel reparto di cobaltoterapia, comprese la gravità del male.

Il volumetto è completato dalle riflessioni di Gabriele Pedullà sul sodalizio Chiodi-Fenoglio, durato quasi un quarto di secolo e interrotto dalla scomparsa dello scrittore. Le riflessioni prevedono quattro prospettive diverse: “L'uomo Chiodi”, “Il filosofo Chiodi”, “Chiodi il personaggio” e “Il lettore Chiodi”.

Beppe Fenoglio nacque ad Alba il l° marzo 1922. Aveva acquisito una profonda e appassionata cultura letteraria sui poeti e scrittori inglesi. Dopo le vicende della guerra e della Resistenza, ritornò ad Alba. Esordì nei “Gettoni” di Vittorini con i racconti de “I ventitrè giorni della città d’Alba” (1952), cui seguì “La malora” (1954); nel 1959 fu pubblicata “Primavera di bellezza”.

Nel 1962 fu colto dalla malattia che doveva spegnerlo (8 febbraio 1963).

Sue opere postume: “Un giorno di fuoco” (1963) e la versione della “Ballata del vecchio marinaio” di Coleridge (1964).

“Il partigiano Johnny”, trovato tra le sue carte, fu l'impegno più complesso che avesse affrontato, e resta la sua opera più riuscita e tra le più importanti della narrativa italiana del Novecento. E' un romanzo che tratteggia una dimensione epica e contemporaneamente umana. Johnny è un uomo, con tutte le sue contraddizioni e i dubbi che lo attanagliano; irremovibile, però, nelle sue convinzioni più profonde. E' un antieroe moderno, deciso a compiere le azioni che la guerra rende inevitabili, ma - nello stesso tempo - inquieto e con una certa fragilità. Lorenzo Mondo, nella nota introduttiva dell'edizione del 1968, ha scritto: “Quest'uomo costretto a una fuga senza fine per colline, macchioni, ritani, impegnato soprattutto a combattere contro se stesso - la stanchezza e la solitudine, la paura e la tenerezza -, a conquistare giorno per giorno, dentro di sé, le ragioni della sua rivolta ideale, sembra prefigurare, dal cuore di una Europa di perseguitati e fuggiaschi, i più puri ed attuali eroi del dissenso”.

 

 

 

 

 

UOMINI E LIBRI

 

Anche in "Divagazioni" Emil Cioran non smette di stupirci e scuoterci con i suoi aforismi  

di Romolo Paradiso

 

Incisivo, illuminante, stimolante, acuto, sferzante, impietoso, realista, questo è Emil Cioran, filosofo rumeno, aforista dei più fini, amante di Nietzsche, personaggio singolare e controcorrente, uno dei più importanti e amati pensatori del novecento.

Fuggito dalla Romania subito dopo l’invasione sovietica insieme a Eugène Jonesco, scrittore e drammaturgo e a Mircea Eliade, storico delle religioni, Cioran, si rifugia con loro a Parigi, dove i suoi scritti riscuoteranno apprezzamenti di pubblico e critica, tanto da essere tradotti e pubblicati in tutto il mondo. In Italia sarà Adelphi, alla fine degli anni sessanta, a farlo conoscere all’opinione pubblica con un immediato successo.

Colpisce in Cioran la capacità di analizzare l’uomo e la realtà con acuto realismo, ponendoci di fronte a delle illuminazioni che scuotono la mente e l’animo, frantumano sicurezze e dogmi, annientano visioni consolidate dell’esistenza, affondando lo sguardo sulla finitezza del tutto, stravolgendo le umane illusioni.

Qualcuno ha avvicinato la sua visione filosofica a quella di Giacomo Leopardi, definendola velata da un pessimismo eccessivo, ma come per Leopardi, anche per Cioran tale definizione pecca di un’analisi poco attenta sull’opera dello scrittore rumeno. Come Leopardi infatti, Cioran penetra con acuta introspezione nelle segrete dell’animo umano e nell’essenza della vita, mettendone a nudo i nuclei che più li caratterizzano e condizionano, accendendo un bagliore di luce sul come concepire e vivere al meglio l’esistenza.

Solo conoscendo con autenticità e realismo il tracciato sul quale si snoda e si definisce il percorso umano, ci si può rendere conto degli strumenti che si hanno per fare di questo un cammino di senso e di opportunità, dentro al quale stazionano, si scoprono e alimentano la meraviglia, la bellezza, il sacro.

Anche in “Divagazioni”, pubblicato recentemente dalla casa editrice Lindau (pag 110, € 14,00), Cioran non smette di stupirci, di intrigarci, di scuoterci con i suoi aforismi. Lo fa stimolandoci ad affrancarci da qualsiasi pre-concetto, per accedere a una visione che meglio e più si avvicini alla verità.

Se parla dell’uomo, Cioran dice: “Nelle città ho incontrato la morte nel cuore degli uomini, in natura nel fremito delle foglie. E l’ho incontrata ancor più spesso nei silenzi del cuore”. Oppure: “Per orgoglio l’uomo ha voluto scardinare l’universo, ma è riuscito solo a perdere il senno, uccidendo, ammaliato dall’io, la conoscenza di sé”. Ancora: “L’ossessione di sé è il fatto fondamentale all’origine di tutti gli errori e delle possibilità della vita”. Sul non credere a nulla, Cioran è categorico: “Coloro che non credono, credono nel fatto di non credere. I dubbi nutrono esattamente come le certezze. L’uomo è l’essere dogmatico per eccellenza”. Sugli idoli dice: “Nell’istante in cui gli uomini non foggeranno più idoli, si uccideranno a vicenda, fino all’ultimo”.

E continua: “Finché restiamo al mondo dobbiamo tendere la mano al Diavolo, è la capitolazione senza la quale non si può respirare. Oltre il mondo, Dio, ci tenderà forse, le sue braccia, ma il respiro non avrà più senso e nemmeno posto. C’è vita vera e propria solo in assenza del Paradiso. Questo è l’unico assioma dell’esistenza. Il resto è libertà”. E poi: “Togliete all’uomo il dono del sudore e si decomporrà all’istante. Il tormento è l’impiego, il mestiere essenziale di tutti noi. Sopprimetelo e la storia è finita!”

Non meno efficace è l’aforisma: “Per Adamo, come per tutti noi, Eva è la visione più lunga verso la morte”. Se parla dei popoli Cioran afferma: “Le Nazioni contagiate dalla sciagura dell’operosità si sono esaurite ed estinte più rapidamente di quelle lente e pacifiche”. E per finire non poteva mancare una citazione sulla parola, l’arma con la quale colpisce e incide, ma che è anche il suo tormento, del quale vorrebbe affrancarsi e tornare a quando bastava il silenzio per capire e capirsi. “Che tutto ritorni al tempo in cui nessuna parola limitava nessuna creatura, che tutto ritorni all’indicibile generale in cui giacevo, quando non mi ero ancora incamminato verso la vana superbia delle parole”.

Ha detto di lui Marcello Veneziani nel suo “Imperdonabili” (Marsilio editore): “Cioran ti porta verso il nulla, ma sono così scintillanti le cime della sua disperazione, così brillante la sua vena apocalittica, così eccessiva, da provocare una specie d’euforia degli abissi”.

 

 

UOMINI E LIBRI

 

“L’ultimo amore non si scorda mai”, primo romanzo d'invenzione di Paolo Guzzanti

 

ROMA – Leggere Paolo Guzzanti è sempre un piacere. Ma stavolta il piacere è di quelli che ti fanno ridere a crepapelle di fronte ad una verve che non arretra di un passo e, subito dopo, ti inchiodano a pensare per quella stilettata che ti senti cucita addosso. Con la precisione del su misura.
Insomma, nel suo primo romanzo d’invenzione, “L’ultimo amore non si scorda mai” (Giunti editore, collana Terzo Tempo ideata e diretta da Lidia Ravera, 252 pagine, 13 euro, da acquistare in libreria oppure on line), Paolo Guzzanti dà, ancora una volta, prova che le lettere gli appartengono. La scrittura gli è congeniale.

 

Le parole danno corpo ai suoi pensieri, taglienti, ironiche e puntuali. Con una velocità che ti fa faticare a stargli appresso. Lui che, «è nato mentre scoppiava la guerra – recita la sua biografia acuta e concisa – e dunque fa parte del mondo che va in scadenza». Lui che «voleva fare l’attore e lo psichiatra ma per motivi di tempo ha fatto il giornalista, raccontando l’Italia e il mondo dal 1962 sul Punto, l’Avanti!, la Repubblica (tra i fondatori), Panorama, La Stampa, il Giornale, il Riformista, Cronache delle Calabrie e il Quotidiano del Sud».
Lui che «ha scritto molti libri di politica e giornalismo, una storia della sua storia in “Senza più sognare il padre”, per Aliberti, pamphlet odiosi come “Abbasso la dieta mediterranea”, il romanzo famigliare “I giorni contati”, per Baldini&Castoldi, “Mignottocrazia” e migliaia di articoli specialmente sugli Stati Uniti». Lui che «ha sei figli, ognuno dei quali è il suo preferito. E un nipote che si chiama Elio»».

 

Ora, il suo primo romanzo d’invenzione. Che è uno spasso sin dalle prime righe, buon viatico per le pagine che gli vanno appresso e che si fanno leggere con la curiosità contagiosa che si auspica ogni scrittore. E allora ti lasci prendere la mano e inizi a voler sapere dove intenda portarti il protagonista che Guzzanti sostiene sia uscito di sana pianta dalla sua fantasia.
Tello Marchioni, «il guru della psiche, il divo della comunicazione e analista delle malattie d’amore e psicosomatiche», «il coach dei traditi, delle tradite, delle adolescenti anoressiche, delle depresse per il declino della menopausa e degli uomini, inferociti tutti in blocco per l’altro umiliante declino». Che, in quella che dovrebbe essere la sua ultima conferenza, avendo «superato i settantacinque», si blocca all’arrivo di una sconosciuta in sala. «Per la prima volta nella sua lunga leadership da microfono, sentì la paralisi». Prima reazione, «dividere il tempo in nano secondi, alla maniera degli antichi greci», immobilizzarsi e «capire perché sono andati in blocco tutti gli strumenti».
Il resto, a cominciare dalla via d’uscita, va scoperto e gustato. Pagina dopo pagina di un libro che sa fare buona compagnia e ci mantiene agili e reattivi in un tempo sospeso, pieno di inevitabili clausure.

 

 

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Milioni di euro sequestrati al Vaticano a Malta. La Borsa di Budapest. Chi è il finanziere Alberto Matta

Reportage dell'AdnKronos

 

ROMA - Chi è Alberto Matta, l’uomo che ha “costretto” il tribunale di Malta a pignorare i conti del Vaticano in ogni angolo del mondo alla ricerca di 29 milioni di euro? Torinese di nascita, 52 anni all’anagrafe, Matta è un finanziere molto conosciuto che opera su svariate piazze finanziarie nazionali e internazionali, e il suo nome e i fondi che fanno riferimento alla sua persona spuntano a vario titolo in alcune note vicende giudiziarie, dalla Popolare di Vicenza alla Popolare di Bari per giungere alla Methorios.

Con riferimento alla giurisdizione vaticana il nome di Matta ricorre nelle carte dei promotori di giustizia per una operazione immobiliare conosciuta come “l’investimento nel Palazzo della Borsa di Budapest”, operazione non andata a buon fine, che lo vede da anni contrapposto all’Istituto per le Opere di Religione.

 

Alberto Matta e le sue società Optimum Evolution Fund Sif, Optimum Asset Management S.A., Futura Funds Sicav Pl e Futura Investment Management Ltd sono al centro di investimenti e operazioni finanziarie poste in essere dalle precedenti gestioni dello Ior tra il 2012 e il 2013 che, a detta di importanti fonti dell'Istituto compulsate dall’Adnkronos, presenterebbero "gravi anomalie". Con la sentenza del 4 aprile 2018 che ha condannato l’ex direttore generale dello Ior Paolo Cipriani e il vice direttore Massimo Tulli a risarcire lo Ior con 47 milioni di euro, il Tribunale Vaticano ha valutato le principali anomalie degli investimenti che gli ex vertici dell’Istituto avevano effettuato tramite Matta e le sue società.

Sempre a detta dello Ior, questi investimenti avrebbero comportato la distrazione di almeno 11,6 milioni di euro a favore di società offshore con sede a Panama, Dubai e nel Delaware, tramite l'investimento nel fondo Futura Funds Sicav plc-Kappa, nonché un'ulteriore distrazione di oltre 5 milioni di euro tramite un fondo immobiliare lussemburghese neo costituito per il quale pende un processo per truffa aggravata e bancarotta fraudolenta davanti al tribunale di Roma. Peraltro, autorevoli fonti dello Ior chiariscono che tutti questi investimenti furono materialmente disposti da Matta e dagli organi delle sue società, a cui la precedente gestione dello Ior aveva affidato la gestione di un importante patrimonio finanziario. Proprio per questo lo Ior ha risolto ogni rapporto avviando un giudizio civile a Malta per ottenere il risarcimento dei danni.

 

La versione di Matta è ovviamente l’opposto di quella dello Ior, tanto che le sue società hanno chiesto e ottenuto "a titolo di garanzia per il risarcimento dei danni materiali subiti dal fondo Futura e Futura IM", un "ordine di sequestro di 29,5 milioni di euro di beni appartenenti allo IOR a Malta".

Nell’accogliere le rimostranze di Matta, il tribunale civile maltese nell’aprile 2020 ha ordinato dunque il sequestro di 29,5 milioni di euro appartenenti all’Istituto per le Opere di Religione, accogliendo le richieste depositate dalle società maltesi riconducibili a Matta e denominate Futura Funds, Futura Investment Management, e dalla società lussemburghese Cougar Real Estate.

 

Senonché, fanno notare dal Vaticano, il sequestro cautelare ottenuto dalle società Futura e Optimum non presuppone alcuna deliberazione del merito della domanda, trattandosi di provvedimenti (garnischee orders) che la Corte di Malta emana a richiesta del presunto creditore, al quale basta dichiararsi per ottenere un sequestro. Non si comprende neanche, si osserva Oltretevere, su quale base sia stato chiesto tale sequestro se si considera che lo Ior, come istituto finanziario, è solvibile per definizione e certamente lo è in relazione a un credito di 29,5 milioni. Al contrario, si aggiunge, le restrittive ordinanza cautelari ottenute dallo Ior contro le società di Matta nel 2019 e 2020 presuppongono una positiva valutazione delle domande dello Ior in termini di probabile fondatezza nel merito e di pericolo in caso di ritardo nella concessione del provvedimento richiesto.

 

La controversia è nota agli addetti ai lavori. Prima dello Ior, peraltro, venne interessato il fondo previdenziale italiano dell’Enasarco. Da approfondimenti eseguiti dalla giustizia vaticana è emerso che, nel dicembre 2012, il fondo maltese dell'Enasarco Newton Fund (gestito dalla società maltese Futura Funds Sicav Plc) acquistò a 20 milioni di euro un credito in sofferenza convertibile nel 90% delle azioni della società proprietaria del Palazzo della Borsa di Budapest, l'ungherese Tozdespalota KFT, e che, a distanza di soli due mesi, avrebbe poi ottenuto un rimborso di 20,4 milioni (a seguito di un ordine di comparazione da parte dell’autorità giudiziaria per presunte violazioni sulla trasparenza da parte dell’intermediario).

 

Nel 2013 a fare l'investimento per l’acquisizione del Budapest Exchange Palace è Matta. Utilizzando in parte i fondi dello Ior che gestiva nel fondo lussemburghese Optimum Evolution Fund Sif, versa una prima tranche pari a 17 milioni di euro. Successivamente però l’Istituto, ravvisando delle anomalie, interromperà il rapporto con Matta e bloccherà il pagamento delle ulteriori tranche di investimento pretese da lui e dalla società Futura Funds Sicav.

Tra le altre cose, lo Ior avvierà il giudizio civile a Malta per ottenere la restituzione dell'investimento o quanto meno il risarcimento dei danni subiti per effetto della presunta distrazione della somma di 11,6 milioni di euro di cui si è detto.

Secondo la documentazione consultata dall'Adnkronos, oltre allo Ior, nel fondo Kappa risultano tuttora investitori l'Ente di previdenza dei periti industriali e dei Periti laureati (Eppi), la fondazione Enpaia (Ente nazionale di previdenza per gli addetti e gli impiegati in agricoltura), ed Enpaia-Gestione separata periti agrari, che però non partecipano all'azione legale contro Matta e le società Optimum e Futura.

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(Reportage dell'AdnKronos)

 

 

 

 

 

Il dumping fiscale delle "ghost bank" getta ombre su Malta. Parlano le autorità di vigilasnza

di Giampiero Moncada - Corriere di Malta

 

LA VALLETTA - Il fenomeno è venuto alla luce ma nessuno si è fatto avanti per proporre una soluzione. Quelle che vengono descritte ghost bank (banche fantasma) in un rapporto di Transparency international potrebbero avere scelto di aprire filiali o succursali in posti come Malta per evadere il fisco nel proprio Paese, come ha scritto il Corriere di Malta lo scorso 6 novembre. Ma chi dovrebbe vigilare per verificare che l’ipotesi avanzata sia infondata o, in caso contrario, intervenire per impedire questo comportamento?

La prima cosa da capire è se la responsabilità sia del Paese nel quale ha sede il quartier generale della banca in questione, per esempio l’Italia o la Germania, o se invece, ricada sulle autorità del Paese nel quale si trova la sede periferica, come potrebbe essere Malta o un’altra giurisdizione in cui il Fisco è meno esoso.

In quest’ultimo caso, le autorità maltesi che vigilano su tutte le istituzioni finanziarie sono la Fiau, che effettua controlli e indaga per individuare eventuali reati di riciclaggio o finanziamento al terrorismo, e la Mfsa, che avrà prima rilasciato la licenza a operare. Entrambe sono state interpellate dal Corriere di Malta.

 

“Nonostante sia preoccupata per questo fenomeno delle cosiddette ghost bank” dicono alla Fiau “vista l’attuale legislazione, queste banche non ricadono sotto la responsabilità di supervisione di Fiau. Perché, secondo il Banking act, può esercitare un’attività finanziaria solo chi possiede una licenza della Mfsa. E questa licenza è necessaria anche per una banca straniera che voglia aprire a Malta una filiale, un ufficio di rappresentanza o una sussidiaria. Fermo restando che una banca autorizzata in un qualsiasi Stato membro dell’Ue o dell’Eea (European economic area) è autorizzata a esercitare in tutti gli altri Stati, secondo la norma che sancisce la libertà di servizi”.

Nella nota dell’intelligence finanziaria è specificato pure che le indagini e il controllo per individuare eventuali attività di riciclaggio seguono il principio di valutazione del rischio. Quindi, questa struttura investigativa non ha considerato la situazione particolarmente rischiosa.

 

E la Mfsa?

“Tutte le transazioni transfrontaliere sono soggette, a Malta, alla regolamentazione per i bonifici europei” hanno risposto al nostro giornale “e quegli standard sono rispettati con severità. E sono applicate anche le best practice definite dalla Fatf (Financial action task force, nota in Italia come Gruppo di azione finanziaria internazionale ndr.)”.

Ma poi aggiunge che la loro attività di supervisione è coperta da riservatezza e, solo nel caso che si individuassero elementi che comportano dei provvedimenti, queste informazioni verrebbero pubblicate sul sito istituzionale, nella sezione riservata Misure e sanzioni amministrative.

E in quella sezione non c’è alcun riferimento all’attività delle filiali segnalate dal rapporto di Transparency international.

 

Certo, l’interesse di Malta in questo momento sarebbe quello di cancellare tutte le ombre sulla sua reputazione soprattutto in ambito finanziario. Ma se alcune banche approfittano del cosiddetto dumping fiscale per evadere il fisco in patria, i primi a essere danneggiati sono proprio i Paesi di provenienza di quelle banche.

A questo punto nasce un’altro quesito: è lecito alle autorità di un altro Paese dell’Ue venire a Malta per investigare sulle transazioni di un proprio istituto di credito? Oppure si sentirebbero dire che non possono operare fuori della loro giurisdizione?

 

Secondo gli esperti italiani, non è affatto semplice perché manca un coordinamento tra la Bce e le autorità fiscali dei vari Paesi membri. Ma una spiegazione più tecnica arriva da chi si occupa di antiriciclaggio come investigatore. E che per questo preferisce non essere citato.

“Il problema è la mancata applicazione di una direttiva europea (la IV direttiva) che impone a qualunque istituzione finanziaria di organizzare un “punto di contatto centrale” in qualunque sede estera dove lavori almeno una persona. Sarebbe il riferimento per le autorità locali antiriciclaggio che potrebbero così verificare tutta l’attività che si svolge in quella sede, comprese le singole transazioni. Ma nonostante sia stata emanata nel frattempo anche la V direttiva, questo aspetto della IV non è stato ancora implementato”.

 

In definitiva, i dubbi avanzati dal rapporto di Transparency international potrebbero anche rivelarsi infondati e i movimenti di denaro sospetti essere, in realtà, motivati da operazioni finanziarie del tutto legittime e, soprattutto, condotte dall’inizio alla fine nelle giurisdizioni con tassazione favorevole. Ma al momento non c’è modo di dimostrarlo perché nessuno sembra avere la competenza per approfondire e fugare ogni sospetto. Oppure confermarlo.

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(Giampiero Moncada - Corriere di Malta)

 

 

 

 

 

 

Calcio: la scalata di Simonelli commercialista della Fininvest e il conflitto d’interessi

di Gianni Dragoni - Poteri Deboli

 

ROMA - Un uomo Fininvest fa irruzione nelle grandi manovre per il potere del calcio. Non è Adriano Galliani, fedelisssimo di Silvio Berlusconi, senatore di Forza Italia e amministratore delegato dell’Ac Monza. Parliamo di Ezio Maria Simonelli (nella foto in apertura), un professionista che si muove dietro le quinte ma è detentore di un grande potere.

Le elezioni per Lega B e Figc

Simonelli, secondo fonti autorevoli, nelle ultime ore si è candidato ufficialmente alla presidenza della Lega di Serie B. Le elezioni sono previste il 7 gennaio. Simonelli sfida il presidente uscente, Mauro Balata, avvocato nato a Tempio Pausania nel 1963, arrivato nel 2017 come commissario e poi eletto presidente della lega cadetta. Il voto è importante, anche perché è un test prima delle elezioni per il rinnovo del vertice Figc. Il voto è previsto il prossimo 22 febbraio. Il presidente uscente della Figc, Gabriele Gravina, avrà di fronte lo sfidante Cosimo Sibilia, deputato ed ex senatore di Forza Italia, presidente della Lnd, la Lega dilettanti.

Chi è Simonelli

Chi è Simonelli? E’ un commercialista, nato a Macerata nel 1958, laurea in economia e commercio a Perugia. Ma il centro dei suoi affari è a Milano, dove dirige uno studio legale tributario che porta il suo nome. Ha una sfilza di incarichi in collegi sindacali, gli organismi di controllo contabile delle società. E’ stato per sei anni nel collegio sindacale di Mediaset, fino a pochi mesi fa. Dall’aprile 2018 è nel collegio sindacale di Mondadori, un’altra società controllata dalla Fininvest, per di più presieduta da Marina Berlusconi, la figlia dell’ex cav. E’ stato, fino a febbraio 2014, presidente del collegio sindacale di Mediolanum, il gruppo assicurativo-finanziario controllato da Ennio Doris e da Berlusconi. Credenziali sufficienti per qualificarlo come un professionista di assoluta fiducia della famiglia Berlusconi.

Il cumulo di cariche e il conflitto

Ma nella partita del calcio i giochi sono più complessi. Oltre ad avere l’appoggio di Galliani, Simonelli potrebbe rappresentare la testa di ponte di Sibilia, lo sfidante avellinese di Gravina nelle prossime elezioni per la poltronissima di via Allegri. Simonelli può giocare carte importanti. E’ stato reggente della Lega A e B per alcuni mesi nel 2017 ed è presidente del collegio dei revisori dei conti della Lega B. Non risulta che si sia dimesso dall’incarico per candidarsi alla presidenza. Una posizione che sfiora il conflitto d’interessi. Anche se formalmente _ si fa notare _ Simonelli non sarebbe obbligato a dimettersi per potersi candidare. Ma di sicuro mantenere una piede nel collegio dei revisori può dargli un vantaggio, oltre ad essere una questione di stile, al quale però pochi sono sensibili. Da un mese è stato nominato nel consiglio di amministarzione della Fondazione Banco Bpm. E’ inoltre presidente del collegio sindacale di Sisal Group.

Attenzione a Lotito

Nelle elezioni dei 20 club di serie B un peso lo avrà anche Claudio Lotito, il powerbroker del calcio. Attraverso la Salernitana in passato il patron della Ss Lazio è stato sostenitore del presidente uscente Balata. Il vicepresidente della Lega di B è Marco Mezzaroma, comproprietario della Salernitana. C’è da immaginare quindi che i giochi verranno decisi in un quadro complessivo, in cui si parlerà di tutte le poltrone del calcio.

Il vertice della Lega Pro

Tra le quali c’è anche la Lega Pro, le 59 squadre di serie C, che nel 2018 rappresentò il trampolino di lancio di Gravina verso la Figc. Anche qui la sfida è tra i due schieramenti. Il presidente uscente Francesco Ghirelli, successore di Gravina, si ricandida. Avrà come avversario Luigi Barbiero, avvocato di Martina Franca (Taranto), coordinatore della Lega Dilettanti, sostenuto da Sibilia. Le elezioni sono fissate per il 12 gennaio. Tra i candidati alla vicepresidenza, la votazione è separata, c’è il giornalista Marcel Vulpis, fondatore e, fino ad oggi, direttore dell’agenzia Sporteconomy.

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(Gianni Dragoni - www.poterideboli.it)

 

 

 

 

Luca de Meo, il "Marchionne boy" a capo della Renault, ora sfida Fca e Ferrari

di Luciano Mondellini - Calcioefinanza

 

MILANO - Il francese - una condizione necessaria per l’incarico - lo parla molto bene, così come il natìo italiano, il tedesco, l’inglese e lo spagnolo, tanto che le sue conferenza stampa a volte diventano un vero e proprio esercizio linguistico tra gli idiomi del Vecchio Continente. E negli ultimi anni da presidente di Seat, la controllata Volkswagen con sede a Barcellona, ha imparato anche il catalano.

Ma soprattutto Luca de Meo, 53enne milanese di origini abruzzesi, ha utilizzato il requisito più importante a sua disposizione per diventare il nuovo ceo della Renault: un curriculum nel settore automobilistico che mette d’accordo tutti. Da luglio infatti il manager italiano è diventato il numero uno operativo della casa automobilistica francese, divenendo nei fatti il primo italiano nella storia a guidare un colosso delle quattro ruote straniero.

 

Ex allievo prediletto di Sergio Marchionne (non a caso era la punta di diamante dei giovani manager del Lingotto di allora soprannominati Marchionne boys), nella corsa per diventare il ceo di Renault (in cui ha superato la concorrenza di Didier Leroy, numero due di Toyota, e di Patrick Koller, numero uno di Faurecia), de Meo ha potuto contare su un asset eccezionale: aver risanato Seat dopo nemmeno un anno dal suo arrivo a Barcellona (datato 2015). E nel contempo aver rilanciato il marchio spagnolo in pochissimo tempo.

 

D’altronde de Meo, che nel 2015 è diventato commendatore della Repubblica Italiana e nel 2017 è stato nominato Alumnus Bocconi dell’anno, in carriera ha avuto maestri d’eccezione. Uno su tutti, come si diceva, Sergio Marchionne, che, appena arrivato in Fiat nei primi anni del secolo, ne fece uno dei suoi più stretti collaboratori. Insieme lavorarono al rilancio del marchio Fiat tramite la Grande Punto, la Bravo e la 500. Poi de Meo divenne prima responsabile del marketing dell’intera Fiat e, dal 2007, amministratore delegato di Alfa Romeo.

 

Nel 2009 c’è stato il passaggio in Volkswagen. Prima come responsabile marketing del marchio di Wolfsburg e poi, nel 2012, come direttore marketing Audi, entrando anche a far parte del board dei quattro anelli.

Ciò detto però per de Meo  l’arrivo a Boulogne Billancourt (sede di Renault, alle porte di Parigi) non è stata una novità, visto che proprio alla casa della Losanga mosse i primi passi nel mondo del lavoro dopo la laurea alla Bocconi.

 

Il 2021 del settore automobilistico mondiale inizierà a tutti gli effetti il 4 gennaio quando le assemblee straordinarie di Fca e di Psa (Peugeot-Citroen) daranno il via libera alla fusione tra il Lingotto e la casa del Leone, creando il quarto gruppo automobilistico mondiale in termini di vendite (con circa 8,7 vetture immatricolate l’anno) alle spalle di Volkswagen, Toyota e l’alleanza Renault-Nissan-Mitsubishi

 

Ma in gennaio ci sarà un test importantissimo per de Meo, che presenterà il suo primo piano industriale per Renault. L’idea è quella di puntare su modelli a maggior valore aggiunto (di qui anche il rilancio del brand Alpine) marcando una grande discontinuità con la ricetta del predecessore Carlos Ghosn (ora finito in guai giudiziari) che spingeva molto sul numero di modelli venduti. Un secondo punto riguarderà la spinta verso l’elettrico. Un tratto comune a tutte le case ormai, visto che la tecnologia green sarà il paradigma dominante del mondo dell’auto nei prossimi anni.

 

Nel 2021 insomma de Meo dovrà iniziare a combattere contro il suo passato targato Fiat. Non solo perché da capo di Renault dovrà fronteggiare la nuova Stellantis nell’eterno derby francese tra Renault e Peugeot. Ma anche perché in Stellantis si troverà di fronte come presidente anche John Elkann, che quando de Meo lavorava al Lingotto muoveva i suoi primi passi manageriali come vice presidente della Fiat tra l’allora presidente Luca Cordero di Montezemolo e l’amministratore delegato del tempo Sergio Marchionne.

 

Non solo, ma uno dei punto del piano di de Meo sarà quello di una maggiore aggressività sulle piste di Formula 1. Dove dall’anno prossimo Renault si presenterà con il marchio Alpine, storico brand sportivo della casa francese per un po’ di tempo dimenticato. Una scelta che lo metterà in diretta concorrenza con la Ferrari dove Elkann al momento non solo è il presidente ma anche, in attesa di trovare un sostituto al dimissionario Louis Camilleri, riveste il ruolo di amministratore delegato ad interim. Quindi plenipotenziario.

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(Luciano Mondellini direttore di www.calcioefinanza.it)

 

 

 

 

 

Problematico futuro della Gran Bretagna fuori dall'Unione Europea. Il peso dell'industria dei servizi finanziari

di Guido Barendson

 

Alla mezzanotte del 31 dicembre 2020 la Gran Bretagna ha dato il definitivo addio all'Unione Europea. Nel messaggio di fine anno il premier Boris Johnson ha affermato sodduisfatto: "Abbiamo la libertà nelle nostre mani e sta a noi sfruttarla al meglio".

Ci vorrà però tempo per capire l'impatto complessivo del divorzio da Bruxelles sul Regno Unito. Le trattative con la Commissione Europea sono state centrate, nella stretta finale, sul commercio e i dissidi sulla pesca, una questione marginale dal punto di vista economico, che avrebbe potuto far scattare il 'no deal'. Invece su altri fronti le incognite sul futuro abbondano. Londra non ha lasciato solo il mercato unico. Ci sono da affrontare le conseguenze di una lunga serie di accordi, dalla convenzione di Lisbona sul valore legale dei titoli di studio al programma satellitare Galileo.

 

Il vero elefante nella stanza, ai margini del dibattito su spigole e merluzzi, è però l'industria dei servizi finanziari, che vale circa il 7% del Pil e ha nell'Unione Europea uno dei principali mercati, con un giro d'affari da 33,2 miliardi di euro l'anno. E' stato Johnson a chiedere di lasciar fuori dalle trattative il settore dei servizi, cioè oltre il 70% dell'economia britannica, per poter chiudere in fretta la partita. Questa materia sarà regolata da negoziati specifici nei prossimi mesi, con un primo termine fissato entro marzo.

 

Perso il passaporto europeo, le società finanziare britanniche saranno soggette al sistema dell'equivalenza, che Bruxelles ha garantito temporaneamente solo per le fondamentali 'clearing house' e per il trading di obbligazioni con l'Irlanda. Per il resto, il secondo centro finanziario del mondo si trova ora in balia di ventisette ordinamenti diversi, suscettibili di mutamenti ad hoc. Di certo, a parte la fine della libertà di movimento per mezzo miliardo di persone da entrambi i lati della Manica, c'è quindi ben poco.

 

Ora gli occhi sono tutti puntati sulla Manica. L'accordo di libero scambio tra Ue e Regno Unito ha evitato il ritorno dei dazi ma non quello dei controlli alla frontiera. La Road Haulage Association, l'associazione di categoria degli autotrasportatori britannici, prevede che sarano 220 milioni i nuovi moduli che dovranno essere compilati ogni anno per garantire il transito delle merci tra i due lati del canale.

 

Non sarà però solo la burocrazia aggiuntiva a rallentare il traffico sul canale attraversato ogni giorno da 60 mila passeggeri e 12 mila mezzi pesanti. Oltre ai controlli sui passaporti, tornano anche i permessi di circolazione, dal momento che Londra ha abbandonato anche il sistema unico sul trasporto interno delle merci sui mezzi pesanti. E' stato invece scongiurato, con un accordo separato, il rischio che i conducenti britannici debbano chiedere una licenza internazionale per guidare le loro auto sulle strade europee.

Se, come si auspica, la prossima estate restituirà una parvenza di normalità ai vacanzieri, i turisti britannici dovranno procurarsi un certificato sanitario per viaggiare con i loro animali, potranno essere soggetti ai controlli dell'ufficio immigrazione e non potranno stare nelle loro seconde case più di 90 giorni senza un visto.

 

Nonostante le incertezze, Johnson è ottimista. In un editoriale pubblicato sul Daily Telegraph, il premier assicura che il 2021 sarà "un anno di cambiamento e speranza". "Per noi, questo significa la fine delle dispettose liti sull'Europa che hanno avvelenato la nostra politica per cosi' tanto tempo", sostiene a proposito dell'accordo di libero scambio con la Ue, "per i nostri amici, questo non significa certo che ci abbiano perso, per non parlare del nostro appetito per le loro Maserati o per il loro Gewurtztraminer."

Il testo di 1.246 pagine prevede inoltre, al fine di evitare qualsiasi concorrenza sleale, sanzioni e misure compensative in caso di mancato rispetto delle norme in materia di aiuti di Stato, ambiente, diritto del lavoro e fiscalità. Grande alfiere del 'Leave', Johnson ha promesso ai suoi cittadini una Gran Bretagna "internazionalista e aperta al mondo". E grande è stato il suo attivismo negli ultimi giorni, che lo hanno visto stringere accordi commerciali con Giappone, Canada, Singapore e Turchia.

 

 

 

 

 

Il Congresso Usa, Trump e le elezioni delle meraviglie, dove la recita continua

di Massimo Jaus - La Voce di New York

 

NEW YORK - Quella che si sta giocando a Washington è una commedia delle apparenze, una messinscena in cui tutto sembra difficile, irrisolvibile, complicato. Una rappresentazione scenica in cui la trama, come quella di Alice nel Paese delle Meraviglie, si snoda in una verità alternativa e gli attori tra accuse e minacce, trafelati e sfiniti stramazzano stroncati della fatica in un finale senza pathos, dove anche se tutto è scontato, cercano fino all’ultimo di ottenere le simpatie di quella parte dell’elettorato che ha votato per il candidato sconfitto.

 

L’ultimo inutile tentativo di ribaltare il risultato elettorale che ha visto la vittoria di Joe Biden alle presidenziali è stato lanciato dal senatore Josh Hawley, repubblicano del Missouri, fedelissimo di Donald Trump, che, disobbedendo alle raccomandazioni del leader della maggioranza repubblicana al Senato, Mitch McConnell, ha affermato che quando il risultato degli Electoral College sarà formalmente presentato al Senato per l’approvazione presenterà una obiezione. Una contestazione che forza in questo modo il dibattito sia alla Camera dei Rappresentanti che al Senato ben sapendo che dopo gli interventi, quando si arriverà al voto, non ci saranno i numeri per cambiare il risultato.

 

La scusa di Hawley è che il voto per posta usato in Pennsylvania non è contemplato dalla Costituzione anche se la legislatura statale prima e i tribunali poi hanno attestato la validità del cambiamento delle regole elettorali. Hawley dando l’annuncio al Senato della sua decisione si è lanciato in una lamentela più generica sulle ingerenze elettorali orchestrate da Facebook e Twitter insieme alle mega corporation e pertanto, secondo lui, il governo federale deve creare una commissione d’inchiesta per indagare sui brogli elettorali. Anche se il risultato della sua contestazione è scontato resta da vedere quanti altri repubblicani si schiereranno con lui. Intanto la Speaker Nancy Pelosi, non ha dubbi su chi sarà nominato dal Congresso come 46esimo presidente degli Stati Uniti (vedi video sotto).

 

Mitch McConnell, quasi per dare il contentino a Donald Trump, ben sapendo che le sue mozioni non saranno mai approvate né dal Senato, né dalla Camera dei Rappresentanti, ha proposto, senza mettere al voto, che l’aumento a 2 mila dollari dello stimolo economico alle famiglie venga legato alla deresponsabilizzazione delle aziende nel caso in cui i dipendenti si ammalino di covid-19 sul posto di lavoro e che la‘Section 230’ del Communications Decency Act, il comma che tutela legalmente le ‘big tech’ rispetto ai contenuti pubblicati da terzi, venga abrogata. Come detto, solo apparenze, ma nulla di concreto perché se il presidente non dovesse ritirare il veto messo sul budget del Pentagono per le spese militari lascerebbe la Casa Bianca con una umiliante sconfitta perché il Senato con i due terzi dei voti cancellerebbe la sua opposizione.Il National Defense Authorization Act da 740,5 miliardi di dollari è stato approvato questo mese con 335 voti a favore e 78 contrari alla Camera a controllo democratico e con 84 voti a favore e 13 contrari al Senato a maggioranza repubblicana. In tutti e due i casi con più dei due terzi dei voti.

 

In Georgia, dove si terranno le elezioni martedì prossimo, la campagna elettorale è infuocata. I due seggi in ballottaggio potrebbero confermare la maggioranza repubblicana al Senato, ma se il Gop li dovesse perdere entrambi, i democratici conquisterebbero loro la superiorità numerica e per Joe Biden i prossimi anni sarebbero molto più facili.Entrambi i candidati repubblicani hanno preso al volo la proposta di Trump di portare a 2 mila dollari il bonus familiare per lo stimolo, anche se Mitch McConnell e tutti gli altri senatori repubblicani rigoristi sulle spese federali sono contrari. Da capire come queste battaglie interne nel partito repubblicano possano condizionare il voto di martedì.

 

Il presidente eletto Joe Biden ha scelto oggi Katleen Hicks come sottosegretario alla Difesa e Colin Kahl come sottosegretario al Pentagono ma per le implementazioni degli statuti militari (in pratica sarà il controllore del comportamento della scala gerarchica militare in un anno segnato da omicidi e violenze sessuali nelle caserme).

 

Biden dal 20 gennaio sarà confrontato dalla pandemia e dalla crisi economica. Ieri si è lamentato per la lentezza della campagna per la distribuzione dei vaccini e ha accusato la Casa Bianca di non essere così sollecita come inizialmente aveva promesso affermando che il suo obiettivo è quello di ottenere una produzione di un milione di dosi al giorno.  Finora per gli Stati Uniti sono stati prodotti 11 milioni e 400 mila dosi di vaccino, ma solo 2 milioni e 100 mila americani sono stati vaccinati. I problemi di distribuzione e ambulatoriali per iniettare i vaccini, così come per i test, non vengono affrontati con una direzione centrale che monitorizza e decide, e l’implementazione è stata demandata ai singoli Stati creando una differenza di test, di distribuzione dei vaccini e di vaccinazioni soprattutto nell’America rurale.

 

La pandemia continua a fare strage di americani. Solo oggi ci sono state 104 mila persone infettate e 2 mila hanno perso la vita per il coronavirus. Martedì il congressman repubblicano della Louisiana Luke Letlow, eletto a novembre, è morto per “complicazioni legate al Covid-19”. Letlow aveva 41 anni e non era considerate ad alto rischio. Il 18 dicembre il deputato aveva rivelato su Facebook di essere risultato positivo al test, ma aveva detto di stare bene. Il giorno dopo le condizioni sono peggiorate e Letlow è stato ricoverato in terapia intensiva dove non si è più ripreso. Letlow avrebbe dovuto giurare al Congresso domenica.

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(www.lavocedinewyork.com)

MASSIMO JAUS, romano, negli Stati Uniti dal 1972. Vicedirettore del quotidiano America Oggi dal 1989 al 2014. Direttore di Radio ICN dal 2008 al 2014. E’ stato corrispondente da New York del Mattino di Napoli e dell’agenzia Aga. Sposato, 4 figli. Studia antropologia della musica alla Adelphi University

 

 

 

 

 

Vivere a West Point, l'accademia militare più antica degli Stati Uniti

Servizio "Il Post"

 

NEW YORK - In queste settimane negli Stati Uniti si sta parlando della famosa accademia militare di West Point, vicino a New York, dove 73 cadetti sono stati accusati di aver imbrogliato durante un esame di matematica lo scorso maggio, quando la didattica era stata spostata online a causa della pandemia da coronavirus. Per West Point è il più grave scandalo legato all’istruzione dal 1976 ed è particolarmente discusso anche perché il codice d’onore dell’accademia dice che: “A cadet will not lie, cheat, steal, or tolerate those who do”, cioè: “Un cadetto non deve mentire, barare, rubare, né tollerare quelli che lo fanno”. Spesso nei film si vedono scene che riguardano la dura disciplina impartita nelle accademie militari: alcune sono ambientate proprio a West Point, ma tante altre prendono ispirazione da lì.

 

La United States Military Academy (USMA), conosciuta più semplicemente come West Point, si trova nella contea di Orange, un’ottantina di chilometri a nord di New York. È l’accademia militare americana più antica tra le cinque che attualmente si trovano nel paese: fu fondata dal Congresso degli Stati Uniti nel 1802 per addestrare i giovani nella teoria e nella pratica militare e formare i futuri generali e parte della classe dirigente della nazione. Il campus di West Point è anche una nota meta turistica, dove si trova il museo più antico dell’Esercito degli Stati Uniti.

 

È un’accademia molto rigida, dove viene ammesso circa il 9 per cento di chi fa domanda; capita con frequenza che chi inizia gli studi poi non riesca a portarli a termine perché sono troppo duri. Per entrare a West Point bisogna essere cittadini statunitensi, avere tra i 17 e i 23 anni, non essere sposati e non essere incinte né avere figli a carico. Tra le altre cose, è necessario superare esami medici e fisici, in più bisogna ottenere una “nomination”, ovvero una sorta di referenza da parte di un membro del Congresso. Ogni anno West Point può ammettere anche un massimo di 60 studenti stranieri nell’ambito di scambi studenteschi internazionali: il loro corso di studi è lo stesso e durante la loro permanenza all’accademia sono considerati parte del Corpo dei cadetti.

 

La retta dell’accademia – il cui costo è di circa 225mila dollari, circa 185mila euro – è pagata interamente dall’Esercito a patto che dopo il conseguimento del diploma si presti servizio per almeno otto anni: finiti i quattro anni di studi, la maggior parte dei cadetti viene nominata sottotenente nell’Esercito. I cadetti di West Point devono «vivere onorevolmente, comportarsi onorevolmente e dimostrare eccellenza» secondo il codice d’onore dell’accademia e i valori di “Dovere, Onore e Patria”.

 

Oggi West Point ha circa 4.300 cadetti. In totale, all’accademia si sono diplomate circa 65mila persone, tra cui 5mila donne: gli alumni di West Point sono definiti “The Long Gray Line”, (“La lunga linea grigia”) da un verso dell’inno dell’accademia, The Corps. Tra di loro ci sono stati due presidenti degli Stati Uniti, Ulysses Grant e Dwight Eisenhower, numerosi generali famosi, 76 persone che hanno ricevuto la medaglia d’onore e, per esempio, gli astronauti Buzz Aldrin e Michael Collins.

 

Il percorso di studi di West Point equivale a una laurea breve, ma oltre alle consuete materie di studio prevede anche l’insegnamento di teoria e pratica militare, programmi per formare il carattere e la leadership e l’obbligo di praticare attività sportive, perché per l’Esercito anche lo sviluppo del fisico è centrale. Lo sport più praticato a West Point è il football americano, che è molto seguito anche per la rivalità della squadra dell’Esercito con quella della Marina militare: ogni anno tra fine novembre e inizio dicembre si gioca il cosiddetto Army-Navy Game, in cui si sfidano i Black Knights dell’Esercito e i Midshipmen della Marina; quest’anno la partita si è tenuta il 12 dicembre e hanno vinto i Black Knights per 15-0.

 

La mascotte di West Point – come in tutto l’Esercito – è il mulo, che è considerato un simbolo di perseveranza. La vita dell’accademia è ben organizzata e particolarmente rigida: tutti gli studenti vivono nel campus e sono divisi in truppe che nei giorni della settimana seguono le varie attività dell’accademia, fanno colazione e pranzano sempre insieme.

 

Come spesso succede nei campus universitari o in certi ambienti chiusi, anche in questa accademia si sono creati un lessico particolare e riti tradizionali, per esempio le tipiche parate, ma anche missioni divertenti e scherzi di vario tipo. I cadetti di West Point furono i primi a ottenere il tipico anello che sancisce l’appartenenza all’accademia dopo il diploma, mentre secondo una tradizione degli anni Sessanta durante la cerimonia di consegna dei diplomi il cadetto più scarso viene premiato con un sacchetto in cui ciascuno studente ha versato un dollaro, diventando la “capra dell’anno scolastico”. A livello colloquiale, i cadetti del primo anno vengono chiamati “plebe”, quelli del secondo “yearling” (puledri), quelli del terzo “cows” (mucche) e quelli dell’ultimo anno “firsties” (qualcosa come “quelli più avanti di tutti”).

 

Come però accade negli ambienti che insistono particolarmente sul senso di unità e sulla disciplina, anche a West Point ci sono stati vari problemi legati a nonnismo e discriminazione. Per esempio, il Los Angeles Times aveva raccontato che i cadetti “plebei” dovevano memorizzare interi articoli del New York Times e recitarli a quelli più grandi, oppure camminare velocemente attorno alla caserma come robot: nell’accademia, sono considerati “riti di passaggio” con l’obiettivo di insegnare la disciplina. Malgrado ci siano sempre più cadette e cadetti di altre etnie, inoltre, West Point rimane un’accademia frequentata in grande maggioranza da uomini bianchi.

 

Il primo cadetto afroamericano a diplomarsi a West Point fu Henry Ossian Flipper, nel 1877. Le donne, invece, non avevano potuto far parte dell’esercito e nemmeno della Marina militare o della Air Force fino alla fine degli anni Settanta. Nel 1975 l’allora presidente degli Stati Uniti, Gerald Ford, firmò un decreto che permise per la prima volta alle donne di essere ammesse nelle accademie militari: nel 1976 arrivarono quindi le prime 119 cadette di West Point; quattro anni dopo, nel 1980, si diplomarono 62 di loro.

 

Come aveva raccontato Sue Fulton, una delle diplomate del 1980, le ragazze non furono subito accettate, anzi. «Gli uomini non riuscivano a concepire di trattarci come cadetti», spiegò Fulton, e sebbene gli studenti chiamassero con nomi dispregiativi i cadetti del primo anno, il trattamento riservato alle ragazze era ancora più antipatico. Un’altra delle prime diplomate di West Point, Marene Allison, disse che un cadetto afroamericano le aveva spiegato che i neri non si erano mai sentiti completamente accettati a West Point, e che con l’arrivo delle prime ragazze finalmente non si sentivano più gli ultimi.

 

La storia di Fulton è interessante anche per un’altra ragione: pochi anni dopo il diploma dovette lasciare il suo incarico nell’Esercito perché non poteva prestare servizio, essendo una donna apertamente gay. La regola del “Don’t ask, don’t tell” – diventata legge nel 1993 – vietava ai componenti dell’esercito omosessuali o non eterosessuali di comunicare il loro orientamento sessuale e per questa ragione chi frequentava West Point doveva fingere di non esserlo, altrimenti rischiava di dover abbandonare l’accademia.

 

La norma ha continuato a creare problemi anche nei ranghi dell’Esercito fino a una decina di anni fa e infine è stata abolita nel 2011, durante l’amministrazione di Barack Obama. Nel 2016 il Dipartimento della Difesa tolse il divieto che impediva alle persone transgender di prestare servizio nell’Esercito e l’anno successivo la cadetta di West Point all’ultimo anno, Riley Dosh, fu la prima a fare coming out come persona transgender; Dosh disse che avrebbe completato la transizione dopo il diploma, mentre era in servizio; ciononostante, le fu negato un incarico e venne congedata.

 

A inizio 2019 la Corte Suprema, il più importante organo giuridico degli Stati Uniti, votò per far entrare in vigore le restrizioni sulla presenza di persone transgender nell’esercito del paese volute dal presidente Donald Trump nel luglio del 2017. Nel novembre del 2019 sia lo stato di New York che il Rhode Island approvarono una legge per ripristinare i privilegi militari ai veterani e alle veterane omosessuali e con altri orientamenti sessuali: si stima che a causa del “Don’t ask, don’t tell” siano stati radiati più di 13mila militari e che la regola abbia riguardato in totale circa 100mila persone.

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(www.ilpost.it)

 

 

 

 

Chi fermerà Erdogan? Con l'Europa gioca al gatto e il topo e sfrutta le sue divisioni

di Pierre Haski - France Inter

 

PARIGI - Se volessimo scegliere una potenza simbolo del 2020 la scelta cadrebbe inevitabilmente sulla Turchia di Recep Tayyip Erdoğan, e non certo per il suo contributo alla pacificazione delle tensioni nel mondo. La Turchia, al contrario, si è distinta per la sua audacia strategica, che l’ha resa una potenza capace di operare su più fronti simultaneamente.

Il presidente turco ha dimostrato di non aver paura di provocare quegli alleati – o rivali, ormai non possiamo più dirlo con certezza che in linea di principio dovrebbero essere più potenti della Turchia, che si tratti dell’Europa, della Russia e in una certa misura anche degli Stati Uniti. Nel frattempo Erdoğan ha continuato a rafforzare il suo controllo politico e autoritario sulla società turca, che ogni giorno si allontana un po’ di più dalla democrazia e dallo stato di diritto.

 

Il 27 dicembre il parlamento turco, controllato a maggioranza dal partito di Erdoğan (il Partito della giustizia e dello sviluppo, Akp), ha votato una legge che in teoria dovrebbe servire a combattere il terrorismo, ma che all’atto pratico limita ulteriormente la libertà delle ong e della società civile. Secondo il direttore della sezione turca di Amnesty international il governo si concede il diritto di vita e di morte sulle ong turche o internazionali che lavorano nel paese.

 

Il presidente turco gioca al gatto e il topo con l’Europa, che ritiene incapace di imporsi a causa delle sue divisioni

Erdoğan, definito da molti un islamo-conservatore, ha individuato nel caos degli ultimi anni un’occasione strategica per accrescere l’influenza della Turchia, una manovra che a molti sembra un tentativo di tornare alla grandezza dell’impero ottomano, scomparso un secolo fa.

 

Ankara ha messo in atto operazioni militari nel nord della Siria, in Libia, nel Mediterraneo orientale e nel conflitto tra l’Azerbaigian e l’Armenia per il controllo del Nagorno Karabakh. In quest’ultimo caso a fare la differenza sono stati i droni armati e le cosiddette “munizioni vaganti” di provenienza turca, che hanno permesso all’Azerbaigian di ottenere una vittoria decisiva. Di recente il presidente turco ha visitato Baku per una parata celebrativa.

 

Recentemente il ministro della difesa turco si è recato in Libia per raccogliere la sfida lanciata dal maresciallo Khalifa Haftar, il capo militare che controlla l’area orientale del paese e che aveva invitato i suoi sostenitori a imbracciare le armi per opporsi “all’occupazione turca”. L’emissario di Erdoğan ha definito Haftar un “criminale di guerra” e gli ha raccomandato di non sfidare l’esercito turco.

 

Chi potrà fermare la Turchia? Erdoğan rispetta i rapporti di forza. Quando la Russia ha deciso di mettere fine alla guerra nel Caucaso, per esempio, Ankara e Baku sono rientrate nei ranghi. Al contempo il presidente turco gioca al gatto e il topo con l’Europa, che ritiene incapace di imporsi a causa delle sue divisioni, della paura dell’immigrazione e di quello che Erdoğan considera un declino generale del vecchio continente.

L’unica potenza a cui la Turchia si piega è la Cina. Qualche anno fa Erdoğan aveva denunciato il trattamento riservato agli uiguri turcofoni nell’ovest del paese definendolo un “genocidio”. Oggi però tace, in cambio di vantaggi economici.

 

Restano gli Stati Uniti. In passato Erdoğan ha saputo ingraziarsi Donald Trump, anche se alla fine l’acquisto di armi russe gli è valso una serie di sanzioni da parte degli Stati Uniti. Una delle incognite del 2021 riguarda l’orientamento dell’amministrazione Biden rispetto a un alleato turco diventato un elettrone libero deciso a fare i propri interessi. Per Erdoğan potrebbe essere vicina l’ora della verità in cui verificare le ambizioni della Turchia come potenza emergente.

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(Pierre Haski - France Inter -Traduzione di Andrea Sparacino per "Internazionale")

 

 

 

 

OBS MAGAZINE

 

 

 

 

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Federico Fellini e la "Dolce Italia". Una mostra in Slovacchia nel centenario del regista 

di Paolo Speranza

 

Se in un futuro lontano, per un’ipotesi irreale, diventassero introvabili tutte le copie dei film di Fellini, l’umanità si troverebbe privata per sempre della magia del cinema, dell’essenza stessa di un’arte che – soprattutto grazie al genio del regista italiano – ha saputo superare i limiti dello sguardo oggettivo per esprimere, a livelli mai prima raggiunti, la poesia dei sogni, l’infinita libertà della fantasia, l’elegia della memoria di una “età dell’innocenza” troppo presto evaporata e per sempre rimpianta.

Anche in questo malaugurato scenario, tuttavia, a darci il senso della genialità del Maestro di Rimini resterebbero i titoli dei suoi capolavori. Come Otto e mezzo, per molti critici il suo film più memorabile, che oggi non riusciremmo nemmeno a immaginare senza quel titolo, a prima vista indecifrabile, che illumina con brillante sintesi la storia della crisi creativa di un regista, finendo per diventare l’omaggio più poetico e tuttora insuperato al mondo del cinema. O Giulietta degli spiriti, l’altra opera di impressionante potenza onirica e visionaria che ha reso lo stile di Fellini unico e inimitabile.

I vitelloni e Amarcord, a loro volta, benchè esplicitamente ispirati ad un contesto spazio-temporale molto circoscritto (la Romagna della sua infanzia), si sono elevati a categoria universale nel linguaggio e nell’immaginario comune, non solo in Italia, connotando rispettivamente i giovani “parasite” di provincia e la sincera “nostalgia critica” di un’età e di una terra perduta.

E quanta poesia in quei due titoli della sua ultima produzione: Ginger e Fred (dove Fellini ha finalmente congiunto i due poli positivi del suo universo artistico e umano: la moglie-complice-musa Giulietta Masina e l’amico-alter ego Marcello Mastroianni), che nel richiamo a uno dei miti più splendenti di Hollywood attenua il sapore amaro dell’apologo sull’effimero disumanizzante della tv commerciale; e La voce della luna, con il futuro Premio Oscar Roberto Benigni e la maschera dell’”italiano medio” Paolo Villaggio, – entrambi fino ad allora mai protagonisti di grandi film d’arte – testamento artistico di un Autore che, anche all’apice del successo e già avvolto nell’aura del Mito, non ha mai smesso di abbandonarsi all’immaginazione, conservando il candore e le emozioni di un fanciullo, per scrutare l’insondabile mistero dell’universo e della vita.

È stata in fondo questa sua eterna leggerezza (che talvolta sconfinava, testimonia chi lo ha conosciuto, in una fanciullesca attitudine alla mitomania e alla finzione) a consentire quella simbiosi assoluta tra cinema e vita che non ha eguali nella settima arte e si materializzò, come per incanto, fin dal giorno in cui il diciassettenne Federico, da poco trasferitosi a Roma, mise piede per la prima volta a Cinecittà, fondata appena un anno prima. Da allora, e fino agli ultimi giorni, lo Studio 5 sarebbe diventata la sua casa, e la sua stessa ragione di vita: “Quando scoprii quel mondo pieno di luci e colori, di costumi e di suoni – confiderà in diverse interviste – decisi in un attimo che quello sarebbe stato anche il mio mondo, per sempre”.

Fuori da quei grandi studi cinematografici scorreva tutta un’altra vita e l’Italia del giovane Fellini, oppressa dalla dittatura fascista, viveva uno dei periodi più bui della sua storia. Poche settimane dopo il suo arrivo a Roma, nella capitale italiana sarebbe giunto in visita ufficiale Adolf Hitler (come rievocherà nel film Una giornata particolare un altro illustre regista, e grande amico di Fellini: Ettore Scola) e da lì sarebbero scaturiti, in tragica successione, le leggi razziali, la guerra, i bombardamenti sulle città e, infine, un Paese di nuovo libero ma povero e in macerie, che il Neorealismo ha saputo narrare con verità e poesia in quei capolavori del cinema mondiale che sono Roma città aperta e Paisà di Roberto Rossellini (ai quali Fellini collaborò come sceneggiatore), Sciuscià, Ladri di biciclette, Umberto D. e Miracolo a Milano di Vittorio De Sica, Ossessione e La terra trema di Luchino Visconti.

Aggrappandosi a quel “sogno vivente”, nell’oasi di una magica realtà parallela che gli ricordava le meraviglie del circo e le emozioni dei fumetti e dei fotoromanzi “divorati” nella sua adolescenza (che il futuro regista farà rivivere in due film a lui particolarmente cari, I clowns e Lo sceicco bianco, il suo titolo di esordio), Fellini riuscì a preservare quella “giusta distanza” dagli assilli del reale che gli permetterà di non perdere mai, neppure nei momenti più difficili, il senso della sorprendente dolcezza della vita.

È a questa condizione esistenziale che forse dobbiamo il suo titolo più geniale, che ha contribuito in misura decisiva a consegnare al mito il suo film più famoso e più visto nel mondo. Geniale e anche profetico, soprattutto, per quell’aggettivo, “dolce”, che a prima vista è del tutto stridente, persino provocatorio, rispetto al ritratto lucido e spietato di una società (l’aristocrazia e lo star system della Roma contemporanea) decadente e corrotta, persino disperata nel suo vuoto di valori e dietro la maschera di un’appagante vitalità. Tutt’altro che “dolce”, quella vita portata sul grande schermo da Fellini, era apparsa anche agli agguerriti detrattori del film (il Vaticano, la stampa neofascista, l’alta società romana, la magistratura e la borghesia di Milano, dove il regista fu duramente contestato alla “prima” nazionale del 5 febbraio 1960 al Cinema Capitol), che per mesi invocarono a gran voce il sequestro di un film che “offendeva l’Italia” e l’incriminazione del suo autore per oltraggio alla morale, o più sommessamente, come recitavano i manifesti affissi in molte chiese, una preghiera “per la salvezza dell’anima di Federico Fellini, pubblico peccatore”. Un paradosso per quello che Pasolini aveva definito “un film cattolico”, opinione condivisa anche dai Gesuiti e dai settori più aperti del clero.

Dolcissimo, invece, si rivelò il film per i produttori, Angelo Rizzoli e Peppino Amato (subentrati in extremis a Dino De Laurentiis), per effetto degli incassi straordinari in Italia e nel mondo, che davano infine ragione all’originalità creativa, al coraggio e all’intuito mediatico di Federico Fellini. Era stato lui, rischiando di non fare più il film, a volere a tutti i costi quel titolo, La Dolce Vita (che all’inizio, per i produttori, era semplicemente Via Veneto), a farlo durare ben tre ore – circostanza mai avvenuta fino ad allora in Italia - e ad imporre nei ruoli principali un’attrice straniera, la svedese Anita Ekberg, già emergente ma molto meno famosa delle dive italiane (Silvana Mangano, Gina Lollobrigida, Sofia Loren) che di volta in volta gli erano state proposte, e un giovane attore romano, Marcello Mastroianni – nonostante De Laurentiis avesse già in mano il contratto con una star di Hollywood come Paul Newman – che nell’atteggiamento e nel look era quanto di più “dolce” potesse offrire un interprete maschile, tanto che lo stesso Fellini, per renderlo credibile nei panni del cinico giornalista Marcello Rubini, dovette più volte intimargli (“…e levati quella faccia da bravo ragazzo!”) di cambiare espressione.

“Mi rendo conto che La Dolce Vita ha costituito un fenomeno che è andato al di là del film stesso”, ammetterà il regista presentando nel 1989 il ricco volume fotografico di Editalia sul film.

In realtà, come rivelano le sue scelte, questo fenomeno Fellini lo aveva presagito prima ancora di iniziare le riprese. Benchè ispirato all’attualità più recente (da almeno due anni i rotocalchi popolari erano pieni di articoli sul “bel mondo” che si dava appuntamento in Via Veneto e sui suoi scandali, primo fra tutti il clamoroso strip tease – rievocato nel film – della ballerina turca Aichè Nanà nell’esclusivo club “Rugantino”), e inconcepibile al di fuori di quell’ambiente particolare e ristretto, il film apparve da subito al pubblico internazionale come una grande metafora, più attraente che scandalosa, dell’Italia di allora. Una location unica come la Città Eterna, con la Fontana di Trevi e tanti monumenti celebri; la presenza magnetica di “Anitona”, come la ribattezzerà affettuosamente Fellini, con la sua gioiosa fisicità, splendida testimonial di quella felice stagione di cinema e turismo che fu definita “Hollywood sul Tevere”; il vitalismo diffuso, che in filigrana emergeva nel film, di un Paese giovane che voleva dimenticare le ferite della guerra e correre a perdifiato (non a caso il film più emblematico di quel periodo, diretto da Dino Risi due anni dopo La Dolce Vita, avrà per titolo Il sorpasso) verso un futuro di benessere e spensieratezza: tutto questo era evocato da quell’aggettivo, “dolce”, che prefigurava, in tempo reale, l’Italia che entrava negli anni Sessanta, forse il decennio più intenso e felice della sua storia recente.

Proprio a Roma, il 25 agosto del 1960, si inaugurò il 25 agosto l’evento di apertura di quel dolce decennio italiano: le Olimpiadi, che fu un’autentica festa di sport e di fratellanza universale in un mondo segnato dalla Guerra Fredda e in un Paese appena uscito, al pari della Francia, da una drammatica tensione politica, che aveva visto infine vittoriosi lavoratori e studenti a difesa della democrazia antifascista contro i tentativi delle forze più reazionarie.

Contemporaneamente, per l’Italia iniziava il “boom economico”, una fase inedita e tumultuosa di progresso e benessere che esprimeva nei simboli del consumismo (l’automobile, gli elettrodomestici, le vacanze al mare) una trasformazione epocale del costume e si rifletteva positivamente anche sull’industria della canzone, sullo sport - con i trofei internazionali nel calcio e nel basket - l’editoria, la cultura. Anche l’uscita, nel gennaio del ’60, della rivista “L’Europa letteraria”, espressione della Comunità Europea degli Scrittori che per la prima volta nel dopoguerra univa autori dell’Ovest e dell’Est, era a sua volta una significativa conferma del ruolo e dell’immagine dell’Italia come terra di pace e di dialogo culturale.

Anche per Fellini, con la straordinaria esperienza di quel film, si chiudeva una fase della sua parabola creativa, comunque straordinaria, culminata nei due Oscar consecutivi (1957 e 1958) per il migliore film straniero a La strada e a Le notti di Cabiria, dopo i riconoscimenti per la sceneggiatura di Roma città aperta (Oscar nel 1947) e Paisà (1950).

Come tutti i migliori cineasti italiani della sua generazione, Fellini si era formato – da sceneggiatore, regista, qualche volta anche attore, come nell’episodio Il miracolo del film Amore (1948) di Rossellini - alla grande scuola del Neorealismo, il movimento più importante e innovativo nella storia del cinema italiano e mondiale, declinandone in maniera autonoma e personale i valori morali ed estetici che ritroviamo anche in La Dolce Vita.  

“Egli ricorre ad un procedimento che chiamo appunto barocco e che consiste nel fare esplodere le forme, spingendo fino all’estremo i limiti del realismo. Così il realismo diventa caricatura, incubo, fantasia”, osserva nel ’65 sul settimanale “L’Espresso” lo scrittore italiano più famoso del momento, Alberto Moravia, in un ampio articolo sugli ultimi dieci anni del cinema italiano che viene significativamente intitolato Quando Fellini salì sul trono.

Il successo di La Dolce Vita, che aveva costituito la sfida più ambiziosa della sua carriera, proietterà infatti Fellini con maggiore convinzione verso nuovi orizzonti espressivi che il Neorealismo non aveva potuto sperimentare e sul sentiero creativo a lui più congeniale, meno condizionato dai vincoli della realtà e finalmente libero di sprigionare, a partire da Otto e mezzo (1963), tutto il suo fantasmagorico universo di visioni, desideri, angosce, sogni, memorie, espresso con toni ora ironici, che ritroveremo anche nell’elegiaco Amarcord, ora grotteschi (come in Fellini Satyricon e nel Casanova).

“La sola realtà che per lui conta – aveva già acutamente osservato nel ’55 sulla rivista “Cinema” il critico Massimo Mida – è quella che ritrova attraverso la realtà del suo passato”, che Fellini rivive con la tensione e lo stupore “di una seduta spiritica”, come quella rappresentata in La Dolce Vita e più volte sperimentata nella vita reale, sull’onda della profonda fascinazione che su di lui esercitava il mondo dell’occulto e dello spiritismo.

Con il suo film più dirompente, inoltre, Fellini diventa il capofila indiscusso della rinascita del cinema d’autore italiano, che per qualità artistica, incassi, capacità di innovazione, impegno civile e ritrovato appeal internazionale conoscerà tra il 1958 e il ’63 la sua stagione più dolce, segnata da esordi fulminanti (Pasolini con Accattone, Gillo Pontecorvo con Kapò, Florestano Vancini con La lunga notte del ’43, Lina Wertmuller con I basilischi) e ritorni illustri - De Sica con La ciociara, Rossellini con Il generale Della Rovere, Visconti con Rocco e i suoi fratelli e Il Gattopardo - e dalle definitive consacrazioni di Pietro Germi (con Un maledetto imbroglio e Divorzio all’italiana), Mario Monicelli (I soliti ignoti e La grande guerra, Leone d’oro a Venezia nel ’59), Dino Risi (Una vita difficile e Il sorpasso), Nanni Loy, con il successo mondiale di Le Quattro Giornate di Napoli (1962), e soprattutto di Michelangelo Antonioni, che insieme a Fellini condividerà l’aura di nuovo Maestro e punto di riferimento del cinema mondiale, come rileva nel giugno del ’61 su “L’Europa letteraria” l’autorevole critico cinematografico francese Roger Tailleur: “Con La Dolce Vita, L’Avventura, Rocco e i suoi fratelli e La Notte, presentati l’uno dopo l’altro in meno di dodici mesi, il cinema italiano ha riconquistato il primo posto. In queste quattro opere esemplari, il defunto Neorealismo esplode nei mille fuochi di un formalismo esacerbato le cui radici, tuttavia, s’affondano più che mai nella realtà, intima e sociale, di un’Italia che non è più affatto quella dell’immediato dopoguerra, ma quella dell’anno sessanta. Oltre a tale qualità di testimonianza attuale, questi quattro film hanno in comune un tono, un ritmo, un respiro di un’ampiezza e sicurezza inusitate”. Qualità che conquisteranno in egual misura il Vecchio Continente e l’America, superando (con qualche ritardo ma con identico, straordinario successo) le barriere dell’Europa orientale, dove La Dolce Vita è accolta trionfalmente nel gennaio del 1962, cominciando da Praga e da Bratislava il suo tour nelle sale cinematografiche dei Paesi d’oltrecortina.

A questa storica occasione il prestigioso settimanale italiano “L’Europeo” dedicò un ampio reportage, invitando a un dibattito cinque importanti intellettuali della Cecoslovacchia di allora: i registi Vojtech Jasny, Otakar Vavra e Jiri Sequens, il critico cinematografico Antonin Liehm e lo scrittore Jirì Mucha, i quali espressero con argomenti diversi e articolati, ma in toni sostanzialmente affini, l’esplicita ammirazione per il film di Fellini e la consapevolezza della sua notevole portata nel rinnovamento del cinema. E nel titolo del settimanale ritornerà, a due anni esatti dalla contestata “prima” a Milano, quell’aggettivo illuminante e geniale: Il dolce risveglio. Perché, davvero, quel film scosse e risvegliò un’Italia e un’Europa che si erano culturalmente irrigidite negli anni Cinquanta e ora rivedevano un nuovo orizzonte di arte e di vita.

È perciò significativo, e rivelatore, che la prima Mostra dedicata fuori d’Italia a Fellini nel centenario della nascita sia stata ideata e allestita nella stessa Slovacchia che nel ’62, insieme all’attuale Repubblica Ceca, accolse per prima nell’Europa dell’Est - con una vibrante curiosità che sfociò ben presto in incondizionato entusiasmo - quel mito del cinema che è La Dolce Vita. E il titolo scelto per questa iniziativa, Fellini e la dolce Italia, è il più felice e indicato per farci rivivere l’atmosfera irripetibile e quasi magica di quella stagione, che gli splendidi manifesti della Collezione Minisini ci restituiscono in un emozionante percorso grafico e visivo nei migliori anni del cinema italiano, che grazie al Neorealismo e ad autori geniali come Federico Fellini è già patrimonio perenne di creatività e di cultura per l’intera umanità.

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(Paolo Speranza storico, saggista e docente)

 

 

UOMINI E LIBRI

 

"L'opzione di Dio". I mille intrecci del Vaticano nell'ultimo romanzo di Pietro Caliceti

di Matteo Carnieletto - Il Giornale

 

La nenia araba diventa sempre più breve. Più veloce. Intensa. "E quando la morte vi prenderà (...) Portino la vostra anima in Paradiso (...). Sto arrivando, mio Signore. Sto arrivando".

Il pullman avanza a trenta chilometri orari, quasi fosse un mezzo normale e non avesse con sé un carico di morte. Piazza san Pietro è poco distante. Gli occhi dell'autista diventato kamikaze si chiudono, il momento è arrivato. L'esplosione pure: un boato sconquassa l'aria. L'attentato è compiuto: Consummatum est. Così, ribaltando le parole di Cristo, l'Italia e il Vaticano piombano nell'incubo del terrorismo islamico. Dietro le finestre dalle tende damascate, il Papa assiste impotente alla scena: lui ormai non è più di questo mondo. Ha due mesi di vita e pensa ormai alla vita eterna.

 

Subito - questa è la trama di L'opzione di Dio (Baldini + Castoldi), l'ultimo romanzo di Pietro Caliceti - si creano due fazioni, pronte a contendersi il conclave. La prima, quella progressista, è guidata dal cardinal Warren Hamilton, un omone alto quasi due metri con un passato da giocatore di rugby. La seconda, quella tradizionalista, fa invece capo a Angelo Vignale, un santo, secondo molti, al quale il Papa ha affidato il non facile compito di mettere un po' di ordine all'interno dello Ior, l'Istituto per le opere di religione, che tutti però ormai sono soliti chiamare "Banca vaticana".

I due aspiranti pontefici e i loro uomini iniziano a studiarsi e a commissionare dossier su dossier. Del resto, come disse una volta monsignor Paul Marcinkus, "il Vaticano è un paese di cinquecento lavandaie". Tutti parlano e, soprattutto, sparlano, promettendo rivelazioni, non importa se vere o false. Perché i conclavi si decidono anche così. Lo Spirito santo può pure soffiare sulla mente e sulle anime degli elettori, ma loro possono benissimo voltarGli le spalle.

 

E così, su Hamilton cominciano ad addensarsi le prime nubi: come mai si è fatto promotore di una norma che, di fatto, permette ai sacerdoti che si sono macchiati di pedofilia di non andare a processo in cambio di pochi spicci per le vittime? Ma anche Vignale sembra non esser stato trasparente nella sua gestione delle finanze vaticane. In mezzo, la figura di Alessio Macchia, un giovane gesuita, a cui Hamilton ha chiesto di investigare, senza fermarsi mai. Perché poi ogni sacerdote dedica la propria vita ad investigare la Verità, essendo Dio "via, verità e vita". E il percorso arriva sempre a una fine.

 

"Quindi Dio vince in ogni caso". Sono queste le parole che si trovano nelle ultime pagine del libro. Non praevalebunt. Le forze degli inferi non prevarranno sulla Chiesa. Ma nemmeno il male sul bene: "Perché l'alternativa a credere in Dio sarebbe o che tutto questo non ha alcun senso, o che è stato creato da qualcuno di cattivo. E di fronte a queste alternative, optare per Dio è la migliore opzione possibile".

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(Matteo Carnieletto - Il Giornale)

 

 

UOMINI E LIBRI

 

"La vera storia di Martia Basile", romanzo storico di Maurizio Ponticello pubblicato da Mondadori

di Antonio Pagliuso

 

La storia di Martia Basile, raccontata da Maurizio Ponticello affinché le vicende della protagonista “non si spengano nel nulla comme na notte senza luna”, si sviluppa a cavallo tra il XVI e il XVII secolo a Napoli.

A perpetuarne la memoria, nel romanzo storico edito da Mondadori, è Giovanni della Carrettola, un povero storpio, un “poeta di strada” amato da chi lo conosce e trattato come un appestato da chi, la maggioranza, è appena consapevole del suo essere in vita.

Martia è una bambina di soli dodici anni, appena incontratasi con la prima malitia, quando il padre, per assicurarle un avvenire più agevole, la cede in sposa all’anziano vedovo don Domizio Guarnieri, detto Muzio, uomo ricco sì, ma misogino, irrispettoso e malvagio, intenzionato soltanto a concepire presto un erede.

 

“Martia restò come imbambolata mentre il marito le infilava il cerchietto d’oro all’anulare e la sposava. Contemporaneamente, alcuni chierichetti intonarono per tre volte il Kýrie eléison, e la madre della ragazza cedette all’emozione, e forse non soltanto a quella, e pianse mentre gli invitati urlavano battute salaci e gettavano mandorle sgusciate o ricoperte di zucchero alla maniera del principato di Sulmona: le gioie e i dolori che la coppia avrebbe affrontato nell’unione.”

 

La sposa bambina, rievocazione tardorinascimentale della Vergine, fin dalla prima notte di nozze raccontata con spietata realtà e proprietà lessicale dall’autore conosce il lato più nero delle relazioni tra sessi, divenendo oggetto di violenze fisiche e psicologiche che si consumano silenziosamente nell’intimità delle mura domestiche.

La storia della addolorata si intreccia a quella della Napoli sotto il controllo spagnolo, una città segnata dalla povertà, dal folclore, dalla fede e dalla superstizione, una città magica, egregiamente tratteggiata da Ponticello, che può elevarti sino alla cima del Vesuvio o lasciarti sprofondare nella miseria dei quartieri più poveri. Una Napoli che sembra sempre in movimento ma uguale a se stessa.

Per Martia le violenze non si estingueranno con la fine del matrimonio col Guarnieri, ma proseguiranno, anche più atroci, cosicché la protagonista del romanzo si trova intrappolata in una palude, conscia dell’impossibilità di uscirne, come l’esclusa di pirandelliana memoria, ma indomita nel ricercare il bello anche dove del bello non si indovina neppure l’ombra di un mellino. La vita non avrà compassione della sua tenacia e, nel prosieguo del volume, la donna arriverà a essere accusata del crimine più atroce: l’uccisione del consorte.

 

Nel corso della narrazione, quando la verità verrà via via disvelata grazie alla voce di della Carrettola, Martia assurgerà a una eroina della dignità contro le nefandezze, i soprusi e i dolori di una vita non vissuta, sacrificata sull’altare di una società malvagia.

Ne esce fuori un romanzo storico feroce e profondo, dedicato “all’immenso coraggio delle donne”, scritto con una prosa elegante e ricercata. Ne La vera storia di Martia Basile, Maurizio Ponticello, già autore di numerosi libri su Napoli e presidente dell’associazione di giallisti Napolinoir, realizza un’opera che dà dignità, a distanza di quattrocento anni, a una donna la cui faccia, tra distorsioni e censure, è stata cancellata dalla storia. Un’autentica damnatio memoriae che ha portato, nel corso dei secoli, a immaginare la tragica storia della donna come una storia di fantasia, che ora viene ricondotta sul piano della storia vera da Maurizio Ponticello.

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(Antonio Pagluso ideatore della rassegna "Suicidi Letterari" e autore del giallo "Gli occhi neri che non guardo più")

 

 

 

 

 

CINEMA E DINTORNI

 

Da Chiara Lubich a Lolita Lobosco e Mina Settembre, la fiction Rai è tutta delle donne

 

ROMA - Se è toccato a "Chiara Lubich", fondatrice del Movimento dei Focolari, nell'interpretazione di Cristiana Capotondi, aprire su Rai1 il 2021 di Rai Fiction, sono tante le figure femminili, reali o ispirate a storie bestseller, che faranno compagnia al pubblico di Viale Mazzini, in una stagione che vedrà anche grandi ritorni, da Montalbano e Schiavone, e novità molto attese come Leonardo.

Dai romanzi di Gabriella Genisi ecco 'Lolita Lobosco': Luisa Ranieri è il vicequestore a capo del commissariato di polizia a Bari, in un mondo ostinatamente governato dai maschi.

Nel cuore di Napoli, il Rione Sanità, porta la sua carica di empatia e di entusiasmo nel consultorio dove lavora come assistente sociale 'Mina Settembre', alias Serena Rossi nella serie tratta dai romanzi di Maurizio De Giovanni.

Vittoria Puccini è invece protagonista dell'action-thriller 'La fuggitiva' che racconta un'eroina in fuga per difendersi dall'accusa di avere ucciso il marito e dalle ombre del passato.

A Carolina Crescentini, nella fiction 'La bambina che non voleva cantare', il compito di ripercorrere l'infanzia e gli esordi di Nada.

Ma il 2021 vedrà anche il ritorno dei protagonisti più amati, su tutti il 'Commissario Montalbano', nato dalla penna di Andrea Camilleri e interpretato da Luca Zingaretti, con 'Il metodo Catalanotti'.

Attesa anche la seconda stagione della 'Compagnia del cigno' con Anna Valle e i sette giovani musicisti guidati da Alessio Boni alle prese con le sfide della maturità. E su Rai2 tornano le indagini dello scorretto e indisciplinato vicequestore Rocco Schiavone, alias Marco Giallini, dai romanzi di Antonio Manzini.
Tra i nuovi protagonisti spicca 'Leonardo', mega coproduzione internazionale con Aidan Turner, Matilda De Angelis e Freddie Highmore. Arriva anche 'Il commissario Ricciardi', l'ombroso detective dall'inconfessabile segreto che indaga nella Napoli anni '30, ancora da de Giovanni e interpretato da Lino Guanciale.

(Credits: Ansa)

 

 

EVENTI E MOSTRE

 

Da Dante a Boccioni, da Mirò alle Avanguardie. Per il 2021 un'agenda di grandi mostre

di Samantha De Martin - "Arte.it"

 

Mentre la data della riapertura resta ancora un enigma - pronta a saltare forse quella, inizialmente ipotizzata del 15 gennaio - i musei, chiusi dallo scorso 3 novembre, ricordano al pubblico che, nonostante tutto, la cultura c’è.
E forse per una sorta di scaramantico rituale, a conclusione di un annus horribilis su vari fronti, snocciolano il calendario di mostre 2021, guardando con ottimismo, tra bilanci e consuntivi di mesi salvati dalla potenza del web, all’anno che verrà.
Se la Fondazione Musei Civici di Venezia - che riunisce tra gli altri, Palazzo Ducale, Ca' Rezzonico, Correr, Ca' Pesaro, e altri musei della laguna - annuncia una serrata che, con o senza dpcm, potrebbe allungarsi fino alla prossima primavera, le altre istituzioni provano a stilare una lista di appuntamenti (si spera non soltanto una wishlist) in vista del nuovo anno.
Incrociando le dita e sperando che l’inverno della cultura si sciolga in fretta, ecco alcune mostre pronte ad aprire già da gennaio.

La primavera di Forlì è nel segno di Dante
Il grande protagonista di questo 2021 - che celebra il poeta “divino” a 700 anni dalla morte - sarà il sommo Dante. Tra gli appuntamenti di punta dedicati al padre della Divina Commedia, la grande mostra
Dante. La visione dell’arte, negli spazi dei Musei San Domenico di Forlì dal 12 marzo al 4 luglio 2021. Nella cittadina emiliana, una volta lasciata Arezzo, nell’autunno del 1302, il poeta trovò rifugio e protezione presso gli Ordelaffi, i signori ghibellini.
Frutto di un sodalizio di lunga data tra la Fondazione Cassa dei Risparmio di Forlì e le
Gallerie degli Uffizi, la mostra si avvale della curatela del professor Antonio Paolucci e del professor Fernando Mazzocca. Per l’occasione arriveranno in città il ritratto dell’Alighieri e quello di Farinata degli Uberti di Andrea del Castagno, la Cacciata dal Paradiso terrestre di Pontormo e un sublime disegno di Michelangelo che ritrae un dannato nell’Inferno della Divina Commedia, oltre a una scelta di pregiatissimi disegni di Federico Zuccari per l’edizione cinquentesca illustrata del testo.

A spasso con Dante tra Verona a Ravenna
A ricordare il Sommo poeta anche due delle città dantesche per eccellenza. Ravenna celebrerà il poeta “divino” con quattro mostre. La prima, allestita alla Biblioteca Classense con il titolo
Inclusa est flamma. Ravenna 1921: il Secentenario della morte di Dante, ripercorre il VI centenario dantesco del 1921. L’antica chiesa camaldolese di San Romualdo accoglierà fino al 14 luglio le Arti al tempo dell’esilio, un itinerario che ripercorre le tappe dell’esilio dantesco attraverso una selezione di opere dei maggiori artisti del tempo del poeta, da Giotto a Cimabue, da Nicola Pisano ad Arnolfo di Cambio.
Da settembre al MAR - Museo d’Arte, Un’epopea pop ripercorrerà la fortuna popolare di Dante attraverso i secoli e i generi espressivi, dai manoscritti del Trecento ai lavori di Kiki Smith e Robert Rauschenberg. Al centro del chiostro cinquecentesco del MAR il pubblico avrà inoltre l’opportunità di entrare fisicamente in Sacral di Edoardo Tresoldi.
A Verona la mostra Tra Dante e Shakespeare. Il mito di Verona, allestita dal 23 aprile al 3 ottobre alla Galleria d’Arte Moderna Achille Forti lascerà spazio alla mostra diffusa Dante a Verona, un interessante percorso alla riscoperta della Verona scaligera e medievale, divenuta per Dante "ll primo... refugio e ’l primo ostello".


A Brescia il 2021 è della
Vittoria Alata
L'evento di punta del 2021 bresciano è l’appuntamento con la Vittoria Alata fresca di restauro, pronta a mostrarsi, in tutta la sua potenza, nel nuovo allestimento museale firmato dall'architetto spagnolo Juan Navarro Baldeweg.
Al momento la data dell’apertura al pubblico di BRIXIA, il Parco Archeologico di Brescia Romana, resta fissata per il 16 gennaio.

Milano riparte dalle donne con
Le Signore dell’arte a Palazzo Reale
Il risveglio dell’arte inizia da Milano, dove, a Palazzo Reale, dal 5 febbraio (e fino al 6 giugno) si potrà apprezzare la prima grande mostra dedicata alle “Signore dell’Arte”, 34 artiste talentuose e moderne, vissute tra il ‘500 e il ‘600, oggi finalmente tornate a risplendere. Tra i 150 capolavori in mostra, frutto del pennello di pittrici come Artemisia Gentileschi, Lavinia Fontana, Elisabetta Sirani, Giovanna Garzoni, alcuni lavori - come la Pala della Madonna dell’Itria di Sofonisba Anguissola, realizzata in Sicilia, nel 1578 e mai uscita prima d’ora dall’isola - si apprestano a mostrarsi al pubblico per la prima volta.
I capolavori selezionati per la mostra a cura di Anna Maria Bava, Gioia Mori e Alain Tapié, provengono da 67 diversi prestatori italiani e stranieri, tra i quali le Gallerie degli Uffizi, la Pinacoteca di Brera, il Musée des Beaux Arts di Marsiglia e il Muzeum Narodowe di Poznan (Polonia).

I fiamminghi e
Correggio nel 2021 parmense
Da fine febbraio, in una veste rinnovata, la Nuova Pilotta si appresta a celebrare L’Ottocento e il mito di Correggio, un omaggio a Maria Luigia d’Asburgo, duchessa di Parma, e al’incisore Paolo Toschi, due figure per molti versi fondamentali della storia parmense. A questo appuntamento seguirà Le passioni del Maggiordomo. I Fiamminghi della Nuova Pilotta un percorso dedicato all’arrivo a Parma della pittura fiamminga che, a conclusione del periodo espositivo, andrà a comporre una sezione del nuovo allestimento museale della Pinacoteca.

A Roma riapre al pubblico il
Mausoleo di Augusto
Dal 1° marzo, dopo 14 anni, il più grande sepolcro circolare del mondo antico riapre al pubblico. Grazie a un delicato lavoro condotto dalla Sovrintendenza Capitolina e al mecenatismo della Fondazione TIM, una delle più imponenti opere architettoniche della romanità, utilizzata per oltre un secolo come tomba dei congiunti e dei discendenti dell’Imperatore, si mostrerà in tutto il suo splendore, al termine di un lungo progetto di recupero e restauro.
Le visite si possono già prenotare telefonando allo 060608, e saranno gratuite per tutti dal 1°marzo al 21 aprile 2021, solo per i residenti a Roma dal 22 aprile al 31 dicembre 2021.

Milano celebra il giovane
Boccioni
Torniamo a Milano dove, nel calendario delle mostre 2021, si inserisce l’appuntamento di Bottegantica. A partire dal 5 marzo, pandemia permettendo, la galleria proporrà una monografica curata dalla storica dell’arte Virginia Baradel, dedicata al
Giovane Boccioni. Il percorso guarderà agli anni tra il 1901 e 1909, durante i quali il pittore ventenne rafforza la sua vocazione artistica grazie alle esperienze tra Roma, Padova, Venezia e Milano, intervallate dal soggiorno parigino del 1906 e dal successivo viaggio in Russia.
La mostra si focalizzerà sui disegni che coprono gli anni dell'apprendistato del pittore, ma anche sulle tempere commerciali, sulla tecnica incisoria del periodo veneziano. A chiudere il percorso, il trasferimento a Milano, nel settembre del 1907, le piccole vedute di paesaggi lombardi e i ritratti, come Paesaggio lombardo e La madre malata del 1908.

Al MAGA una primavera con gli Impressionisti
Il museo di Gallarate si appresta alla ripartenza lanciando un segnale di rinascita e di valorizzazione del proprio ruolo nel territorio, attraverso un palinsesto che avrà come fulcro la rassegna Impressionisti. Alle origini della modernità. Circa 200 opere dei maestri della luce, da Manet a Renoir, da Monet a Cézanne, accanto alle tele di Gericault e Courbet, provenienti da collezioni pubbliche e private italiane e francesi, accoglieranno i visitatori nell’ambito di una rassegna curata da un comitato scientifico internazionale.

A
Palazzo Strozzi 40 anni di arte americana
La poliedrica produzione artistica americana, dalla pittura alla fotografia, dalla scultura ai video, esaminata alla luce del suo rapporto con le trasformazioni della società contemporanea, viaggia nelle sale di Palazzo Strozzi attraverso un’ottantina di opere di artisti americani, in prestito dal Walker Art Center di Minneapolis.
American Art 1961-2001, la mostra che per la prima volta racconta l’arte moderna negli Stati Uniti tra l’inizio della Guerra del Vietnam e l’attacco dell’11 settembre 2001, a cura di Vincenzo de Bellis e Arturo Galansino, dovrebbe svolgersi dal 21 marzo al 25 luglio 2021. Artisti come Barbara Kruger, Robert Mapplethorpe, Bruce Nauman, Cindy Sherman, Robert Rauschenberg e Andy Warhol esaminano la complessa identità americana nel secondo Novecento, sfruttando il potere dell’arte per affrontare temi come il consumismo e la produzione di massa, il femminismo, le questioni razziali, l’identità di genere.

Alla Fondazione Magnani Rocca un autunno con Mirò
A Mamiano di Traversetolo (Parma), la Fondazione che ospita la raccolta privata d'arte antica e moderna nata per volontà di Luigi Magnani, ha in programma per l’autunno del 2021 una grande retrospettiva su Mirò, preceduta da un focus su Modigliani e su Pasolini.

Rovigo, tra fotografia e Avanguardie
Tra le quattro mostre in calendario a Rovigo spicca l’appuntamento primaverile a Palazzo Roverella con
Arte e musica. Dal Simbolismo alle avanguardie, a cura di Paolo Bolpagni, esposizione dedicata alla lunga storia di intrecci e corrispondenze tra questi due universi espressivi, dalla stagione simbolista agli anni Trenta del Novecento.
Il cammino in direzione dell’astrattismo troverà riscontro nell’aspirazione della pittura a raggiungere l’immaterialità delle fughe di Bach, cui alludono i titoli delle opere di Kandinskij, Paul Klee, František Kupka, Augusto Giacometti.
In autunno, spazio invece alla fotografia, con una monografica su
Robert Doisneau, incentrata sugli attimi di felicità che l’artista ha saputo catturare nelle sue immagini.

Torino capitale della fotografia
CAMERA, il Centro Italiano per la fotografia, sfodera un programma da grande annata. A partire da marzo una doppia personale su Horst P.Horst e Lisette Model - il genio della moda e la dissacrante street photographer - cederà il posto, a giugno, alla personale dedicata a Walter Niedermayr e ai suoi immancabili paesaggi alpini.
In autunno, in occasione delle ATP Finals che coinvolgeranno a Torino dal 2021 al 2025, CAMERA ospiterà una personale del fotografo inglese Martin Parr con i suoi scatti che omaggiano il mondo del tennis.

Presto a Trento
Fede Galizia, Amazzone nella pittura
Salvo proroghe, l’inaugurazione della monografica dedicata a una delle protagoniste della pittura, è prevista per il 2 luglio al
Castello del Buonconsiglio di Trento.

Perché Fede Galizia piaceva tanto e in che modo si rapportò con il suo tempo?
Una mostra, in programma fino al 24 ottobre 2022, cercherà di rispondere a questa domanda, offrendoci una panoramica sulla ragazza prodigio, autrice di nature morte, ma anche di ritratti e pale d’altare, le cui Giuditte, con le loro vesti e capigliature sofisticate, ricordano i suoi trascorsi da miniaturista e creatrice di gioielli e abiti, nella bottega del padre Nunzio.

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(Samantha De Martin - www.arte.it)

 

 

 

 

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La Cina supererà gli Stati Uniti nel 2028. E' l'effetto Covid sull'economia. L'Onu prevede più povertà

di Piero Barendson

 

ROMA - Il divario tra ricchi e poveri è aumentato notevolmente quest'anno. I primi sono stasti favoriti dagli impulsi all’economia da parte di governi e banche centrali. I secondi si sono ritrovati alle prese con una disoccupazione che ha falcidiato i redditi da lavoro. Lo afferma l’Organizzazione delle Nazioni Unite, secondo cui il Covid ha fatto crescere nel mondo la disoccupazione e il numero di persone che hanno bisogno di aiuti alimentari.

Quella che stiamo vivendo “non è solo una crisi sanitaria globale, ma è anche una grave crisi economica e del lavoro, che ha un enorme impatto sulle persone”, ha dichiarato Guy Ryder, direttore generale dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro. Le Nazioni Unite prevedono che nel 2021 saranno 235 milioni le persone bisognose di assistenza umanitaria. Un aumento di circa il 40% rispetto al 2020, quasi tutto conseguenza della pandemia Covid. L’impatto maggiore della crisi che il mondo attraversa grava sulle donne, il cui tasso di povertà è aumentato di oltre il 9%, invertendo decenni di progressi per sradicare la povertà.

 

Per superare tutto ciò occorre, secondo l’Onu, un ‘New deal‘. Il segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres ritiene che i livelli di povertà e disuguaglianza osservati quest’anno siano tutt’altro che inevitabili e un mondo più giusto sia ancora possibile, indipendentemente dagli shock acuti che possono arrivare, come il covid-19. Dunque Guterres ha espresso la speranza che la pandemia possa innescare le trasformazioni necessarie per rafforzare i sistemi di protezione sociale. Il mondo, secondo il capo delle Nazioni Unite, ha bisogno di un New Deal globale “in cui potere, risorse e opportunità siano meglio condivisi ai tavoli decisionali internazionali” e in cui “i meccanismi di governance riflettano meglio le realtà di oggi”.

 

Tra le conseguenze economiche del Covid è certa un’accelerazione delle tempistiche per il sorpasso della Cina sugli Stati Uniti, in termini di Prodotto interno lordo. Secondo il Centre for Economics and Business Research, il sorpasso potrebbe arrivare già nel 2028. Senza dimenticare che la Cina ha una popolazioni pari a circa 4 volte quella degli Stati Uniti, quindi in termini di Pil pro-capite la distanza tra i due paesi rimane siderale. La Cina, secondo le stime, crescerà quest’anno del 2%, sarà l’unica grande economia a crescere. Il Pil americano si contrarrà invece nel 2020 del 5%, consentendo a Pechino di accorciare le distanze. Complessivamente il Pil mondiale, stima il Cebr, calerà quest’anno del 4,4%.

 

 

 

 

 

Brexit, accordo storico. Ecco cosa accadrà dal primo gennaio per turisti, studenti e lavoratori

di Edoardo Borriello

 

ROMA - Lo storico accordo commerciale tra l'Unione Europea e il Regno Unito, in vigore dal primo gennaio 2021, tutelerà l'Europa dalla concorrenza sleale dell'ex stato membro e Londra potrà finalmente non seguire più le direttive UE. L'impasse è stata superata dai negoziatori, Michel Barnier e David Frost, grazie all'intervento del premier britannico Boris Johnson e della presidente della Commissione Europea, Ursula von der Leyen.

Aver raggiunto un accordo, seppur in extremis, è un risultato positivo. Magari non si tratta del miglior accordo possibile, ma quanto meno non aggiunge altra incertezza in un mondo che ne ha già troppa. Johnson ha cercato di salvare la faccia impuntandosi sulla pesca, ma la Ue non ha ceduto su principi e regole del suo mercato unico.

Come cambierà il rapporto con la Gran Bretagna dal primo gennaio? Ecco i principali settori coinvolti: 

*FRONTIERE E DAZI

Sarà evitata in modo quasi completo l'applicazione di dazi alle frontiere sulle merci e i prodotti esportati dal Regno Unito ed Europa e non ci sarà un limite alla quantità di prodotti commerciabili tra i due Paesi.

*PESCA

Un settore di ridotto impatto economico che nelle trattative era diventato il maggior nodo da districare. In base all'accordo, l'Europa rinuncia a un quarto della quota di pesce catturato nelle acque del Regno Unito, molto meno dell'80% inizialmente richiesto dalla Gran Bretagna. Il sistema sarà in vigore per 5 anni e mezzo, dopodiché le quote saranno riesaminate. La Francia ha già annunciato aiuti forfettari a pescatori e grossisti francesi fino a 30 mila euro, a seconda della loro dipendenza dai prodotti pescati nelle acque britanniche. *UNIVERSITÀ

Il Regno Unito non farà più parte del programma Erasmus, quindi non solo gli studenti britannici non potranno accedervi ma dall'anno prossimo anche i loro colleghi europei dovranno richiedere il visto per studiare e pagare la retta universitaria (alta) come gli studenti non britannici. Sul punto, il capo negoziatore della Ue, Michel Barnier, ha detto di "rimpiangere" che "il governo britannico abbia scelto di non partecipare più al programma di scambio Erasmus". Il premier britannico ha promesso il lancio di Alan Turing, il nuovo programma mondiale che dovrà rimpiazzare l'Erasmus.

Due studi indipendenti pubblicati dalla Commissione europea a inizio anno hanno dimostrato che il programma Erasmus+ è stato letteralmente "una svolta per 5 milioni di studenti europei" perché "ha migliorato la loro vita personale e professionale, e ha permesso di rendere le università più innovative".

*VIAGGI E LAVORO

Se per il turismo basterà il passaporto per recarsi nel Regno Unito, per poterci lavorare bisognerà essere in possesso di un visto, ottenibile solo nel caso in cui si abbia già un impiego, retribuito almeno 26.500 sterline (circa 29mila euro) e a patto di avere un livello di conoscenza di inglese B1. È prevista invece una corsia preferenziale (fast-track entry) per ottenere il visto per i lavoratori del settore sanitario. Il problema visto non coinvolge gli oltre 4 milioni di europei che già vivono e lavorano nel Regno Unito.

 

 

 

 

Via Fontana, Cazzullo e Veltroni ai vertici del "Corriere"? Urbano Cairo: "Repubblica" battuta su tutti i fronti

 

MILANO - Secondo un post pubblicato sul suo profilo Facebook da Peppino Turani (in passato inviato di punta di Repubblica) e stando a quanto scritto da "Affari Italiani", sarebbe pronta una rivoluzione ai vertici del Corriere della Sera. Urbano Cairo sarebbe intenzionato a sostituire nel suo incarico il direttore Luciano Fontana e al suo posto arriverebbe Aldo Cazzullo.

Ma la vera sorpresa sarebbe l’arrivo, in via Solferino, di Walter Veltroni nel ruolo di direttore editoriale. Alla luce di queste indiscrezioni - per ora non sono state smentite - si capisce perchè Veltroni negli ultimi tempi ha scritto articoli per il Corriere, tra cui una lunga intervista a Fabiano Fabiani ex direttore generale della Rai ed ex amministratore delegato della Finmeccanica, oggi gruppo Leonardo, grande amico e consigliere di Romano Prodi.

 

Prima di queste indiscrezioni, martedì 22 dicembre, attraverso la piattaforma Teams l'editore Urbano Cairo nel fare gli auguri di Natale ha parlato ai giornalisti del Corriere della Sera e per due volte ha annunciato che vuole "assumere gente".

Il primo annuncio - precisa "Professione Reporter" - è quando ha appena delineato i numeri del corriere.it: “Qui dobbiamo continuare a investire. Dobbiamo assolutamente incrementare. Assumere gente”. Poi Cairo allinea altre cifre, in particolare sul distacco dato a Repubblica e ribadisce: “Investiremo di più! Prenderemo più gente. Gente giovane”.

Buone notizie, dunque. In attesa che le parole si tramutino in azioni. Si può notare, con qualche timore, che Cairo parla di “gente” e di “giovani” e non abbina mai la parola “assunzioni” alla parola “giornalisti”. E questi sono tempi di data analyst, ingegneri del web, specialisti Seo, Search Engine Optimization.

 

L’incontro è cominciato con i ringraziamenti e i complimenti alla redazione: “Avete fatto bene il vostro mestiere - ha detto Cairo - avete coperto tutti gli avvenimenti del mondo e in particolare la pandemia. Siete stati in prima linea come pochi. Il Corriere ha dimostrato ancora una volta di essere un grande giornale e voi una grandissima squadra”.

Quindi è passato al web: “L’attività online è esplosa! Prima della pandemia il Corriere aveva 2 milioni e mezzo di contatti unici al giorno e venti milioni al mese. A marzo abbiamo fatto 7 milioni e mezzo di contatti unici al giorno in media, che si sono ormai consolidati in 5 milioni. Da allora 29 milioni di media al mese, con punte di 35 milioni”. Il Corriere di carta -dice Cairo- è un prodotto eccellente, ricco, vivace, pieno di notizie, autorevolissimo. Un grande biglietto da visita, un fiore all’occhiello. “Sotto, al fianco, dove volete, c’è una moltitudine, milioni e milioni di persone che leggono corriere.it”. Qui dunque si deve continuare a investire, come Rcs sta già facendo, con news letters, podcast.Ma si deve andare avanti e “assumere gente”.

 

La pubblicità online - prosegue Cairo - ha seguito il corso. Ha compensato il risultato negativo della pubblicità cartacea, che ha perso il 20 per cento nell’ultimo anno. Grazie anche al fatto che il Corriere ormai è davanti a Repubblica su carta e online: “Siamo davanti di 70/80/90 mila copie al giorno su carta più digitale. In edicola siamo avanti di 50 mila copie, il resto lo fa l’online”. Parla di come la redazione sappia fare bene i titoli, dell’utilizzo della funzione Seo, per ottenere la miglior collocazione nelle ricerche su Google, degli arricchimenti su economia, salute e altro. E riparte con la promessa di più investimenti, di gente da prendere, “gente giovane”.

 

L'editore del Corriere cvhiude raccontando le sue preoccupazioni allo scoppio della pandemia, “quasi uno stato di depressione”, data la responsabilità di un gruppo di 3300 persone, che diventano 4500 con La7 e Cairo editore: “Vedevo un tunnel senza fine. Ma voi avete reagito bene! Il direttore ha fatto la sua parte. E l’anno si chiude meglio di quanto mi aspettavo all’inizio di marzo”. Dice poi che gli dispiace per chi ha bar e ristoranti: “Lo dico da frequentatore di bar e pasticcerie. Spero che le cose possano mettersi meglio per loro. I bar tra l’altro compravano anche copie di giornali…”.

 

 

 

 

 

Banche senza pace. Il futuro del Monte Paschi agita la maggioranza di governo

di Andrea Muratore - InsideOver

 

ROMA - Non c’è pace per le banche italiane in crisi. Il Ministero dell’Economia e delle Finanze ha preso a livello comunitario l’impegno di vendere entro il 2021 le sue quote di Monte dei Paschi di Siena e di riportare la storica banca toscana nel mercato privato. L’ingresso del Tesoro nel capitale di Rocca Salimbieni non ha risolto in alcun modo nè le problematiche operative del Monte, mai sanate da una riorganizzazione dei suoi affari o da uno sviluppo di ampia prospettiva della governance, né l’anemia delle sue finanze, continuamente messe a repentaglio da una serie crescente di buchi di bilancio e sanate solo da ricapitalizzazioni a ripetizione.

 

Quale futuro per Mps? Il governo Conte II è diviso sul tema. Che rappresenta l’ennesimo fattore di divisione in un governo preda delle ambizioni dei suoi componenti. Fulvio Coltorti su Il Messaggero ha scritto che “la Vigilanza europea potrebbe chiedere d’urgenza una ricapitalizzazione” di Mps “che potrebbe essere fino a 2,5 miliardi” dopo la scoperta di nuovi buchi di bilancio nel 2020. Questo potrebbe spingere il governo, che teme di vedere nuovi sostegni pubblici al Monte esser classificati come aiuti di Stato, ad accelerare sulla fusione della banca con altri attori nazionali.

 

Pier Carlo Padoan è recentemente passato dal parlamento (deputato in quota Pd) alla presidenza dell’Unicredit. E per l’economista ed ex titolare del Mef il dossier più importante da seguire una volta insediatosi a Piazza Gae Aulenti non potrà che essere quello di una futura operazione di fusione di Mps con Unicredit, tra le cause che hanno spinto all’annuncio di addio al termine del mandato l’ad Mustier estremamente scettico a riguardo. Il Pd toscano, recentemente uscito vittorioso dalle elezioni regionali, teme un’ondata di esuberi di posti di lavoro in Mps nelle sue roccaforti nella regione in caso di fusione con Unicredit. “Le future decisioni in merito alla cessione delle sofferenze e alla prospettata riprivatizzazione del Monte dei Paschi di Siena, chiesta dalla Bce e Ue, con l’eventuale uscita del tesoro dell’azionariato della banca potrebbero avere un forte e negativo impatto sulla vita economica e sociale della Toscana”, ha scritto il presidente regionale Eugenio Giani che, nella recente campagna elettorale, ha sostenuto la necessità di mantenere il Monte sotto il controllo pubblico.

 

Ma al Nazareno, secondo Dagospiasi starebbero convincendo che il merger Mps-Unicredit sia la strada giusta, e così sarebbe orientato anche il titolare del Mef Roberto Gualtieri. Fattispecie che troverebbe la totale contrarietà dei pentastellati, favorevoli a uno schema diverso basato sul controllo pubblico consolidato di Mps e della sua sinergia con Popolare di Bari, altra banca in crisi. A fare da regista dell’operazione Invitalia, l’authority guidata da Domenico Arcuri, già rivelatasi cruciale nello sblocco della trattativa sull’ex Ilva e che potrebbe tornare opportunamente in gioco. Dopo che nelle scorse settimane il segretario della Fabi, Lando Maria Sileoni, il quale per evitare una “macelleria sociale” si è spinto ad auspicare un’operazione del genere estesa a Carige e il viceministro dell’economia pentastellato, Laura Castelli, ha dato il suo pieno appoggio a una mossa del genere la proposta è stata coordinata per fare da contraltare alle volontà dem di dar priorità all’Unicredit.

 

Recentemente l’ad del Monte Guido Bastianini con i consulenti di Oliver Wyman e Mediobanca ha elaborato il nuovo piano industriale del gruppo, che prevede tremila esuberi e la necessità di affrontare in futuro una crisi di capitalizzazione. La manovra temporeggiatrice, che non disegna scenari complessi sul lungo periodo, riflette l’incertezza di una banca trattata sempre di più come terra di conquista e non come un istituto potenzialmente strategico per rilanciare dei territori dissestati dalla crisi bancaria degli anni scorsi.

 

Quella che una volta era la quarta banca italiana potrebbe ben tornare ad altri fasti, pubblica o privata, se sapesse darsi un indirizzo operativo. StartMag nota che “il Monte dei Paschi ha già di per sé una dimensione più che sufficiente per camminare da solo; bisogna trovare in primo luogo un Ceo competente e coraggioso che sappia già che cosa è una banca” e può contare sul suo inserimento in “un territorio dinamico e promettente”. Dunque “non si vede perché non possa riuscire a sopravvivere in autonomia”, opportunamente risanato. Il fatto che la Bce spinga le banche a consolidarsi con le fusioni e che in Italia, da Intesa-Ubi in avanti, il risiko bancario sia sempre più accelerato non giustifica operazioni barocche e forzate su Mps. Banca carica di sofferenze (crediti deteriorati) che va, in primo luogo, riunita al territorio produttivo di riferimento, ridimensionata rispetto ai suoi fasti ma nuovamente capace di risultare resiliente agli shock, e non deve esser considerata pedina di scambio delle beghe politiche del Conte II.

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(Andrea Muratore - InsideOver)

 

 

 

 

 

L’economia Usa è nelle mani di Janet Yellen. Dovrà riparare i danni fatti da Trump. Non sarà facile

di Joseph Stiglitz - Nobel per l'Economia

 

NEW YORK - La decisione del nuovo presidente degli Stati Uniti, Joe Biden, di nominare Janet Yellen segretaria al Tesoro nel governo che s’insedierà a gennaio è una buona notizia per il suo paese e per il mondo. Gli Stati Uniti sono sopravvissuti quattro anni con un presidente bugiardo, che non ha nessun rispetto dello stato di diritto, della democrazia, dell’economia e neppure della decenza.

 

Riparare il danno fatto non sarà facile, soprattutto con la pandemia di covid-19. Fortunatamente nessuno è meglio equipaggiato per affrontare questa sfida di Yellen. Il primo punto del suo programma sarà la ripresa dopo la pandemia. Con i vaccini all’orizzonte, il compito immediato sarà la costruzione di un ponte tra l’economia di oggi e quella post-crisi. È troppo tardi per una “ripresa a v”. Molte aziende sono fallite, molte falliranno nei prossimi mesi e i bilanci delle famiglie sono in piena emorragia. Fatto peggiore, i mezzi d’informazione forse mascherano la vera natura della crisi. La pandemia si è presa un tributo pesantissimo tra le fasce più basse del reddito. Chi si è avvalso delle politiche pubbliche per evitare sfratti e pignoramenti si sta comunque indebitando pesantemente.

 

Se a maggio avessimo avuto un presidente e un congresso in grado di riconoscere che il covid-19 non sarebbe scomparso da solo, le prospettive economiche avrebbero potuto essere migliori. I programmi di sostegno all’inizio della crisi avrebbero dovuto essere prolungati, ma così non è stato. Questo ha determinato un danno economico evitabile, che ora sarà difficile sistemare. La devastazione del settore della ristorazione e dei viaggi ha ricevuto una grande attenzione su giornali e televisioni, ma è solo la punta dell’iceberg. Il sistema educativo, in particolare molte università, sono state colpite duramente. E le autorità statali e locali, limitate dalle leggi sulla parità di bilancio, assistono oggi a un crollo delle entrate. Senza un aiuto del governo federale dovranno fare profondi tagli ai programmi pubblici e per l’impiego, che indeboliranno l’economia nel suo complesso.

 

Gli Stati Uniti hanno un disperato bisogno di programmi di salvataggio indirizzati ai settori più vulnerabili. Il debito prodotto dall’aumento di queste spese non dovrebbe essere considerato un ostacolo. Inoltre, con tassi d’interesse prossimi allo zero e che probabilmente rimarranno a livelli simili nei prossimi anni, gli interessi da pagare saranno bassi. Senza contare che molti dei programmi di rilancio possono essere modellati per servire diversi obiettivi, mettendo l’economia su un sentiero più sostenibile e fondato sulla conoscenza. Molto dipenderà dal congresso, ma le ragioni a favore di un maggiore sostegno per l’economia statunitense sono evidenti, e Yellen è ben attrezzata per articolarle.

 

Anche la ripresa economica globale sarà determinante. In questo senso la nuova amministrazione avrà più spazio di manovra. Esiste già un grande sostegno globale a favore dell’emissione di cinquecento miliardi di dollari di diritti speciali di prelievo, una particolare valuta sovranazionale usata dal Fondo monetario internazionale, che darebbe un grande contributo a sostegno delle economie in difficoltà. Presto molti paesi saranno incapaci di rispettare i loro obblighi in materia di debito. Una ristrutturazione del debito è necessaria alla ripresa globale.

Anche ripristinare il multilateralismo aiuterebbe. Un ritorno alla normalità da parte degli Stati Uniti – che dovrebbero rientrare nell’accordo di Parigi sul clima e nell’Organizzazione mondiale della sanità, per esempio, e riallacciare le relazioni con l’Organizzazione mondiale del commercio – sarebbe importante.

 

Ma un ritorno alla normalità non deve significare un ritorno al neoliberismo. Le priorità politiche devono essere cambiate. Non è chiaro quanto avanti si spingerà Biden su questa strada. Ma possiamo essere fiduciosi del fatto che la nuova amministrazione non adotterà la logica del gioco di Trump, in cui chi vince si prende tutto. Garantire la stabilità globale richiederà cooperazione nella lotta alla crisi climatica, alla pandemia e ad altre minacce. La sfida sarà trovare dei modi per farlo rimanendo pienamente fedeli ai valori statunitensi. Anche se Trump ha minato l’ordine politico ed economico internazionale, le crepe erano evidenti da molto prima. In fondo la crisi finanziaria del 2008 ha gettato discredito sulla deregolamentazione senza restrizioni. La conseguente crisi dell’euro ha dimostrato che l’austerità non funziona. Il neoliberismo ha portato a una minore crescita e a maggiori disuguaglianze. E la pandemia ha piantato il chiodo definitivo sulla sua bara.

Janet Yellen potrà dare il suo contributo alla costruzione della leadership necessaria a costruire un mondo migliore dopo la pandemia. Per riuscirci, un’ideologia che serve i pochi a danno di molti dovrà cedere il passo a una fondata su valori democratici e benessere condiviso.

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(Joseph Stiglitz insegna economia alla Columbia University, è stato capo economista della Banca Mondiale, nel 2001 ha vinto il Premio Nobel per l'Economia)

(Traduzione di Federico Ferrone per "Internazionale")

 

 

 

 

 

Giandomenico Picco, il negoziatore Onu liberatore di ostaggi "ora" ha bisogno di noi

di Francesco Semprini - La Voce di New York

 

NEW YORK - A Picco è stato diagnosticato la malattia di Alzheimer tre anni fa. A questo si aggiungono difficoltà economiche sopraggiunte di recente che non gli permettono di vivere dignitosamente come meriterebbe una persona della sua statura. Il nostro obiettivo è di aiutarlo con questa iniziativa. Tutti i proventi andranno a coprire il costo della sua assistenza a lungo termine.

Il mio primo ricordo di Giandomenico Picco risale a una quindicina di anni fa, lavoravo alla realizzazione di un documentario autoprodotto – “Why is Kofi Annan not a woman?” – un approfondimento sulla parità di genere nella leadership delle Nazioni Unite. L’auspicio era che, in prossimità della fine del mandato del settimo segretario generale Onu, al 38 esimo piano del Palazzo di Vetro potesse finalmente salire una donna.

 

Le cose andarono diversamente, ma di quella esperienza mi rimasero impresse le parole di Picco, il quale raccontò come le sue esperienze di negoziatore nei quattro angoli del Pianeta gli avessero permesso di conoscere tante protagoniste di un’instancabile attività diplomatica, sovente meno palpabile e immediata rispetto ai colleghi uomini, ma senza dubbio di cruciale importanza nell’intreccio di equilibri che governano le relazioni internazionali. Ricordo come rivolgendosi proprio a loro l’ex sottosegretario generale dell’Onu disse di tenersi pronte a pensare “out of the box”, ovvero di uscire da parametri della convenzionalità perché così avrebbero colto le opportunità a cui certi meccanismi pregiudiziali impedivano loro di accedere. Un messaggio pacato, apparentemente burbero, ma in realtà intriso della perentorietà tipica del friulano Doc di Udine.

 

L’impressione che ne ebbi fu una conferma dell’immagine che mi ero fatto di lui, un uomo preceduto dalla sua formidabile storia professionale di “soldato disarmato della diplomazia”, come lo definì l’ex segretario generale Javier Pérez de Cuéllar e come lo raccontano libri, giornali e colleghi più attempati. Un profilo che ha sollevato in me un’istintiva curiosità sin da quando ho mosso i miei primi passi nelle cronache internazionali e che forse ha contribuito a sviluppare la mia fatale attrazione per le zone polverose. 

 

Make a long story short, dicono gli americani, della lunga carriera di Giandomenico Picco si possono ripercorrere alcune tappe fondamentali, lasciando agli archivi la lettura dei curriculum integrale e la rassegna di onorificenze che ha collezionato in oltre tre decenni. Picco ha servito per olre trenta anni le Nazioni Unite nel campo della Risoluzione dei Conflitti fino al grado di Sottosegretario Generale. E’ stato personalmente e direttamente in prima linea nei negoziati che hanno portato alla fine dell’invasione sovietica in Afghanistan nel 1988 e della guerra Iran-Iraq nello stesso anno, e ha partecipato a importanti missioni di peacekeeping nei Balcani.

 

Ma il capitolo più celebre della sua esperienza è stato il negoziato Onu, dal 1989 al 1992, per il rilascio degli ostaggi occidentali in Libano, rapiti dai guerriglieri che confluiranno in Hezbollah, così come negli anni si è speso per riportare a casa altri dispersi o detenuti senza un giusto processo. Le milizie sciite erano state protagoniste di una lunga serie di rapimenti: in quegli anni scompaiono 104 persone, tra cui 26 americani, 16 francesi, 12 inglesi, solo per menzionarne alcuni. L’11 settembre 1985, nel giorno del suo compleanno, le milizie rapiscono anche l’italiano Alberto Molinari, vicepresidente della Camera di Commercio a Beirut. “Non è mai stato ritrovato”, è il grande cruccio di Picco. Tra gli altri ci sono anche il reverendo anglicano inglese Terry Waite, che aveva provato a negoziare un’intesa, e il giornalista dell’AP Terry Anderson, rapito il 16 marzo 1985 e, dopo la detenzione più lunga, rilasciato nel 4 dicembre 1991. Il capo della stazione Cia William Buckley, rapito nel marzo 1984, torturato, giustiziato o morto per un infarto davanti al boia, il colonnello dei marines Higgins, impiccato. I terroristi gettano nella spazzatura i corpi dei due americani, monito infame. 

 

Tanti, troppi. Così il funzionario Picco, conscio del legame che esiste tra le milizie sciite e l’Iran degli ayatollah, recupera alcune vecchie amicizie americane, come quella dell’attuale capo della diplomazia di Teheran Javad Zarif, conosciuto mentre studiava negli Usa. Sono il lasciapassare per tentare quanto meno un negoziato. Ottiene il via libera da Pérez de Cuéllar, il resto lo fa il coraggio di un diplomatico di prima linea che con volto incappucciato e rannicchiato nel portabagagli di una mercedes sconquassata raggiunge gli aguzzini con un groppo in gola e la paura in pancia, “il pensiero a moglie e figlio che temevo di non rivedere”.

 

Un viaggio dopo l’altro sino a trattare col capo dei capi dell’organizzazione, convincendolo. Gli ultimi, liberati dalle segrete di una Beirut devastata da tre lustri di guerra, sono i volontari tedeschi Thomas Kemptner e Heinrich Struebig rapiti nel 1989, rilasciati il 17 giugno del 1992. “Sono stati i miei giorni più belli”, racconterà nel suo libro “Man Without a Gun. One Diplomat’s Secret Struggle to Free the Hostages, Fight Terrorism, and End a War”. Un uomo senza pistola ma con cuore e coraggio di grande calibro, come testimoniano le onorificenze morali e materiali dei Paesi coinvolti nella liberazione: “Il presidente George H. W. Bush mi offrì la cittadinanza americana, con garbo rifiutai”. L’epilogo della vita professionale di Picco è però scritto nel suo Dna. Il sottosegretario si scontra con le gelosie dei tecnocrati Onu, scettici sul “diplomatico disarmato”, e lui lascia il Palazzo di Vetro. 

 

Il privilegio che porto dietro come un straordinario bagaglio culturale è aver parlato di tutto questo proprio con lui quando lo chiamavo nei suoi uffici di Gdp Associates, la società di consulenza strategica che ha aperto nel 1994. A volte nel corso di interviste, altre volte in chiacchierate meno impegnate con cui provavo a carpire qualche retroscena ancora non detto. Come quelle avute cinque anni fa, in coincidenza di una mia missione proprio in Libano per intervistare alcuni esponenti di Hezbollah riguardo al loro coinvolgimento nel conflitto siriano contro Al Nusra e lo Stato islamico. Quel partito di dio discendente diretto dei miliziani che Picco conobbe nelle sue lunghe notti tenebrose tra le macerie di Beirut. In quel periodo, era il 2015, stavamo organizzando la presentazione di un libro con la Associazione dei corrispondenti alle Nazioni Unite, “Il Califfato del terrore: Perché lo Stato Islamico minaccia l’Occidente”, di Maurizio Molinari. Fu proprio Maurizio a voler con insistenza Picco nel panel per trasformare la presentazione in una conversazione con l’ex sottosegretario generale e capire cosa era cambiato dalle sue guerre alla nuova guerra al terrore che dominava la scena regionale e internazionale. Un appuntamento preceduto da alcuni caffè davanti al Palazzo di Vetro, dove Picco arrivava nel suo impeccabile doppiopetto grigio, ombrello nero e passaporto blu in tasca (caso mai non mi vogliano fare entrare in questo Palazzo) e telefonate, anche ad ore improbabili, in cui ripercorreva il passato e si interrogava sul futuro. Uno dei suoi pallini è sempre stato il simbolismo del numero 8, me ne parlò in una mail inviata dopo aver avuto un diverbio con un casa editrice per l’uso della data 8.8.88. pregandomi di essere rigoroso nella compilazione della biografia con cui lo avremmo presentato all’Unca. “La chiave della mia vita è il numero 8 – ripete ancora come un mantra nel profilo social – Sono nato l’8 ottobre 1948, e mediai il cessate il fuoco della guerra Iran-Iraq, dopo otto anni di guerra l’8.8.1988 e alla fine degli Anni 80, iniziai il negoziato per il rilascio degli ostaggi occidentali”. 

 

Nemesi seguite a interrogazioni secolari come quando si chiede cosa attenda il Vecchio continente dinanzi al tramonto della realtà stato-nazione e le difficoltà ad emergere dell’entità macro-regionale “Europa”. Discussioni affrontate prima e dopo quella lunga conferenza dove Giandomenico Picco ha fatto ricorso al suo piglio talvolta oltre la perentoria pacatezza del friulano Doc di Udine, tradendo oltre alla matura sfiducia per una istituzione che non sente più come sua, anche una certa fatica fisica. Da lì sono seguiti altri contatti dove scetticismo e stanchezza hanno pian piano preso il sopravvento.

 

Gianni Riotta in un ritratto-intervista di Picco del 2017 chiude con una domanda miliare: “Funzionerebbe il suo coraggio spavaldo con Isis, con i jihadisti che detengono in Siria il gesuita padre Dall’Olio e l’imprenditore Sergio Zanotti?”. “Il mio mondo era più semplice, Usa e Urss comandavano – ha risposto Picco -. Ora è una giungla. Io andai mentre tutti mi dicevano ‘fai carriera, chi te lo fa fare?’, perché non credevo che un diplomatico Onu potesse essere equidistante tra terrore e tolleranza. Ho pagato dei prezzi duri, pubblici e privati, per le mie scelte”. “Fiero quando racconta quelle notti a Beirut, 25 anni fa – chiosa Riotta – lo sguardo di Picco si adombra davanti al presente, ‘perché è duro, e solitario, e senza paga, il mestiere di eroe, lui stesso confessa”. Ma è mestiere che lascia memorie indelebili, incondizionate, di cui tutti, nessuno escluso, hanno tratto un insegnamento umano, culturale e politico, aggiungo io. Ed ora che è Giandomenico Picco – l’uomo ancor prima che il negoziatore – ad avere necessità, la memoria collettiva è chiamata ad onorare il suo debito. 

Ma è mestiere che lascia memorie indelebili, incondizionate, di cui tutti, nessuno escluso, hanno tratto un insegnamento umano, culturale e politico, aggiungo io.

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(Francesco Semprini - www.lavocedinewyork.com)

 

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Mansur Yavas, sindaco di Ankara, è il politico turco che fa tremare il presidente Erdogan.

di Delphine Minoui - Le Figaro

 

ANKARA - E' la storia di una città, oltre che la storia di un uomo. Mansur Yavas si è ripromesso di dare un nuovo look a questa capitale senza fascino, invasa dal cemento. Via le sculture brutte e datate e le repliche di dinosauri giganti erette dal suo predecessore,  sempre pronto a dimostrare il suo zelo pro-Erdogan. Largo alle piste ciclabili, all'abbellimento dei parchi, alle energie rinnovabili e al lifting express della città sostenuto dalla democrazia partecipativa.

'Questo ponte è costato 45 milioni di lire turche', annuncia uno striscione del municipio teso al di sopra di un nastro d'asfalto tra due colline di grattacieli. Per il visitatore che ha familiarità con questa megalopoli di 5 milioni di abitanti, emersa dal deserto anatolico quando fu proclamata capitale della Repubblica da Atatürk nel 1923, prima di essere raggiunta dalla frenesia immobiliare degli islamo-conservatori dell'AKP, i cambiamenti sono evidenti.

 

Da quando, nel marzo del 2019, Yavas è stato eletto alla guida della città, per venticinque anni dominata dal partito del presidente turco, questo sessantenne dai capelli brizzolati impone il suo marchio con l'ardore di un giovane dissidente. Mentre i suoi rivali dell'AKP si nascondono dietro le loro guardie del corpo, lui lo si incontra da solo, a volte con la moglie senza velo, sul vialetto di un giardino.

Ricordiamo anche il video, diventato virale su YouTube, in cui denuncia, con nomi e cognomi, le promozioni clientelari ai tempi di Melih Gökçek, l'ex inquilino del municipio. La sequenza di dieci minuti, risalente al luglio scorso, è tratta da una delle riunioni del Consiglio comunale di Ankara, che da quando è entrato in carica sono tutte trasmesse in diretta - una pratica mai vista prima in Turchia!. Per porre fine agli sprechi, predica la trasparenza: su sua iniziativa, un consiglio cittadino, composto da 500 organizzazioni civili, discute le proposte di progetti urbani. I bandi di gara vengono trasmessi in diretta sulle reti sociali.

 

Mansur Yavas è uno stile. Ed è anche una visione. È la visione di un ragazzo di Beypazari, un distretto della provincia di Ankara, figlio di un venditore di giornali morto giovane di cui la madre prese subito il posto, incoraggiandolo ad andare all'università. È stata per lui una fonte di ispirazione importante: appena eletto sindaco di Beypazari nel 1999, dopo aver studiato Giurisprudenza a Istanbul, il giovane avvocato kemalista fa dell'emancipazione delle donne, confinate dietro le quattro mura di casa, il suo cavallo di battaglia.

 

Tutte queste iniziative di successo potrebbero incoraggiare la nuova stella nascente di Ankara a candidarsi alla presidenza nel 2023.

"I suoi risultati sono innegabili: in poco tempo è riuscito a fare le scelte giuste al momento giusto", afferma il politologo Ilhan Uzgel.

Erdogan ha buoni motivi per temerlo. Un recente sondaggio dell'istituto Akam lo mostra leggermente in svantaggio rispetto a Mansur Yavas e al suo omologo di Istanbul, Ekrem Imamoglu, estremamente popolare tra i giovani.

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(Delphine Minoui - Le Figaro - Leading European Newspaper Alliance: Die Welt, Le Figaro, El Pais, La Repubblica, Le Soir, Tages-Anzeiger, Tribune de Genève, Gazeta Wyborcza)

 

 

 

 

 

 

Dieci anni dopo, la primavera araba non è finita. Spazzate via tutte le speranze

di Pierre Haski - France Inter

 

PARIGI - Era il 17 dicembre 2010, nella piccola città di Sidi Bouzid, Tunisia centrale, una località non abituata a fare la storia. Quel giorno Mohamed Bouazizi, giovane laureato senza un lavoro che sopravviveva facendo il venditore ambulante, si vide sequestrare la sua merce dalla polizia e decise di darsi fuoco. Per disperazione o in segno di protesta? Non lo sapremo mai.

 

L’atto estremo di Bouazizi sarebbe potuto restare un fatto isolato, un’azione individuale senza un futuro. Ma nell’epoca della grande ascesa dei social network, quel suicidio scatenò una forte ondata di proteste che coinvolse tutto il paese e nel giro di poche settimane rovesciò il regime di polizia del presidente Zine el Abidine Ben Ali, prima di avere la meglio, nei mesi successivi, su altri tre dittatori in Egitto, in Libia e nello Yemen.

 

Dieci anni dopo, il bilancio di quel movimento è più complesso di quanto sembrasse in passato. In pochi, nel mondo arabo, sentono di vivere in società migliori rispetto a prima, a cominciare dai siriani, dai libici e dagli yemeniti, che hanno visto i rispettivi paesi sprofondare in guerre orribili. Perfino la Tunisia, unica superstite di una democratizzazione che altrove non ha prodotto risultati, ha scoperto che il frutto della libertà è piuttosto amaro quando non è accompagnato da un progresso economico e sociale.

 
Dalla prospettiva dei giovani arabi che hanno attaccato cittadelle istituzionali, che sembravano impenetrabili, da viale Bourguiba a Tunisi a piazza Tahrir al Cairo, il risultato delle proteste è stato un fallimento incontestabile. Le guerre, la spinta islamista seguita dal ritorno dei regimi autoritari e l’incapacità di far emergere una vera cittadinanza moderna o una ridistribuzione più equa delle ricchezze hanno spazzato via le loro speranze.

 

Un ritorno delle rivendicazioni popolari è inevitabile, anche se finora il bilancio è stato sconfortante. La repressione del regime del presidente Abdel Fattah al Sisi in Egitto, contro i Fratelli musulmani, ma anche contro qualsiasi contestazione della società civile, è oggi più feroce di quella di Mubarak. In Siria Bashar al Assad ha salvato il suo trono, ma al prezzo della distruzione totale del suo paese e di una guerra di cui la popolazione porterà i segni per generazioni.

 

Ma evidentemente questa non è “la fine della storia”, per riprendere una formula celebre. Quello che la primavera araba ha fatto nascere, o meglio ha rivelato, è una forte aspirazione alla dignità da parte di giovani che si sentono umiliati dalla storia e dai loro leader. Questa aspirazione non è scomparsa.

 

Un ritorno delle rivendicazioni popolari è inevitabile, anche se finora il bilancio è stato sconfortante. Lo dimostrano i movimenti emersi in altri paesi arabi che non erano stati coinvolti dalla protesta nel 2010 e nel 2011: l’hirak in Algeria, nato dall’opposizione al quinto mandato del presidente Bouteflika; la thawra (rivoluzione) in Libano contro l’incuria della classe politica che ha rovinato il paese dei cedri; o ancora il grande movimento che l’anno scorso ha rovesciato la dittatura in Sudan.

 

Il cambiamento generazionale, la circolazione delle idee e dei codici culturali e politici e il fallimento di avventure ideologiche estreme come il califfato del gruppo Stato islamico sono fattori di cambiamento incompiuto. Oggi il mondo arabo presenta i segnali di una reazione autoritaria e conservatrice, ma mostra anche la sua capacità di rimettersi in marcia con forme imprevedibili.

A distanza di dieci anni, l’ondata di shock creata dal sacrificio di Mohamed Bouazizi non si è ancora fermata.

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(Pierre Haski - France Inter - Traduzione di Andrea Sparacino)

 

 

 

 

OBS MAGAZINE

 

 

 

 

PROTAGONISTI

 

Anna Wintour è sempre più la regina di Vogue, dopo il riassetto ai vertici di Condé Nast

di Alessandra Baldini - Ansa

 

NEW YORK – Anna Wintour è sempre più regina. La potente giornalista immortalata da Meryl Streep in “Il Diavolo Veste Prada” è emersa vincitrice in un riassetto ai vertici di Condé Nast con due nuovi titoli – responsabile Content Worldwide e Direttrice Globale di Vogue – che le danno l’ultima parola su quanto viene scritto e pubblicato sulle testate del gruppo in oltre trenta mercati del mondo.
La ristrutturazione ha un angolo italiano: Simone Marchetti diventerà direttore editoriale europeo di Vanity Fair, mentre Edward Enninful, il più potente direttore afro-americano a Condé Nast, è stato messo a capo delle edizioni di Vogue in Gran Bretagna, Italia, Francia, Germania e Spagna.

 

Il New Yorker, che di recente sta surclassando Vogue quanto a profitti negli Usa, è una delle testate rimaste fuori dall’influenza della Wintour: David Remnick, che dal 1998 dirige il settimanale, risponderà direttamente al Ceo Roger Lynch, approdato alla guida del gruppo l’anno scorso con l’obiettivo di riportare in nero i conti di un’azienda in cui alla crisi della pubblicità si è sovrapposta la pandemia Covid.
Il riassetto mira a dare ai leader editoriali di New York – e ad Anna Wintour in particolare – maggiore controllo sulle varie riviste sparse per il mondo, con l’obiettivo di “una unificazione globale dei team editoriali del brand”.
La Wintour è la prima direttrice del Content Worldwide a Condé Nast. Poco prima dell’annuncio tre potenti direttrici di Vogue in Cina, Spagna e Germania hanno dato le dimissioni. La “regina Anna” è al timone di Vogue dal 1988 e nel 2013 è stata nominata direttrice artistica di Condé Nast, l’anno scorso è divenuta Global Content Advisor.

 

Una carriera in continua ascesa e tuttavia l’ultima promozione ha colto di sorpresa: sono anni che si parla di una possibile pensione della 71enne “tastemaker”, mentre più di recente l’algida Wintour, bersaglio del “memoir” al vetriolo “Trincee di Chiffon” del suo ex braccio destro, Andre Leon Talley, era stata costretta a un raro mea culpa per non aver fatto quanto in suo potere a favore di giornalisti, fotografi e stilisti di colore.
Lynch, il Ceo di Condé Nast, ha rinnovato ad Anna la fiducia: «La nomina segna un momento di svolta per il nostro gruppo. La sua capacità di anticipare e stabilire collegamenti con nuove audience, coltivando e facendo crescere alcuni dei migliori talenti nel settore, fanno di lei una dei più illustri esponenti dei media».

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(Alessandra Baldini - www.ansa.it)

 

 

UOMINI E LIBRI

 

Dal nostro inviato Georges Simenon. In "Europa 33" la raccolta dei reportage del grande scrittore belga

di Mauro De Vincentiis 

 

E' un'Europa che sonnecchia sotto la neve, ma “scossa da bruschi e terrificanti sussulti”, quella dei primi mesi del 1933. Un'Europa malata, tanto che il medico che la ausculta e le fa dire “33”, ha un'aria preoccupata.

Georges Simenon non è un medico, non ha rimedi da prescrivere, ma ha il fiuto e la curiosità del reporter di razza. E non esita ad attraversarla, quell'Europa, dal Belgio a Istanbul, arrivando fino a Batum e concentrandosi prevalentemente sui “popoli che hanno fame”: quelli dell’ex impero zarista.

Ignorando le “cartoline illustrate” del continente negli anni tra le due guerre, Simenon – nella raccolta dei suoi reportage (“Europa 33”, Ed.Adelphi) – offre al lettore una preziosa testimonianza in diretta, fatta di immagini, episodi, annotazioni, dialoghi, scenari, alcuni dei quali, trasfigurati, torneranno nella sua narrativa. Preziose anche le fotografie che scatta, durante i viaggi, riportate nel volume. Immagini che documentano l’interesse di Simenon a stanare “l’uomo nudo” e mostrarlo, come farà poi nei suoi romanzi: dallo studio di Trockij sull'isola di Prinkipo al mercato di Odessa; dal dormitorio dei poveri di Varsavia agli alberghi di lusso delle capitali europee, popolati di stravaganti banchieri, ricche dame annoiate, avventuriere e sagaci portieri.

Simenon reporter è un “cane da presa”. Scopre miserie che nascondono altre miserie, più gravi. Rovista, scava, interroga. Per la critica, il giornalismo di Simenon è “carbone gettato a palate nella locomotiva della letteratura: assume spessore solo se letto alla luce dei suoi tanti capolavori”.

A sedici anni, Simenon cominciò a scrivere per la “Gazette de Liège”. Terminata la gavetta, ebbe successo con romanzi e racconti popolari, a Parigi, dove si era trasferito. Fra il 1931 e il 1937, tornò ai reportage. Gli articoli di “Europa 33” furono pubblicati dal settimanale illustrato “Voilà”.

Georges Simenon, nato a Liegi in Belgio nel 1903 e morto a Losanna in Svizzera nel 1989, raggiunse la fama mondiale con il personaggio del Commissario Maigret, tradotto poi in decine di lingue. Un personaggio che l'industria cinematografica europea ha immortalato in tantissimi film di successo.

 

 

UOMINI E LIBRI

 

"Prima di tutto bisogna scrivere. Dopo, bisogna continuare a scrivere". In "L'analfabeta" la lezione di Agota Kristof

di Michele Sabatini

 

Tempo di Natale, tempo di regali, l’occasione giusta per riscoprire un piccolo libro donatomi qualche tempo fa da una persona amica: “L’analfabeta”,  autobiografia della scrittrice ungherese Agota Kristof, pubblicata in Italia da Casagrande.

Undici capitoli per undici episodi della sua vita, dalla bambina che divora i libri in Ungheria alla scrittura dei primi libri in francese. L'infanzia felice, la povertà del dopoguerra, gli anni di solitudine in collegio, la morte di Stalin, la lingua materna e le lingue nemiche (il tedesco, il russo e in un certo senso anche il francese), la fuga in Austria e l'arrivo a Losanna, profuga con un bebè. Quella che Agota Kristof ci racconta ne “L’analfabeta” è una storia tenera e spiritosa, asciutta, senza una parola di troppo.

 

“Prima di tutto, naturalmente, bisogna scrivere. Dopo di che bisogna continuare a scrivere.  Anche quando non interessa a nessuno. Anche quando si ha l’impressione che non interesserà mai a nessuno. Anche quando i manoscritti si accumulano nei cassetti e li si dimentica, pur continuando a scriverne altri … Si diventa scrittori con pazienza e ostinazione, senza mai perdere la fiducia in quello che si scrive”

 

“L’analfabeta” è un libro piccolo, che si legge in un’ora, in cui la Kristof racconta la propria vita attraverso l’amore per la lettura e poi per la scrittura. Una testimonianza breve, che rappresenta però una chiave importante per comprendere il suo modo di scrivere, il suo modo di essere.

Quelle della Kristof sono memorie dell'infanzia, dello stato di profuga, della non appartenenza ad alcun paese, del “deserto” attraversato per raggiungere l’integrazione - l’assimilazione – nella sua nuova nazione, della perdita della propria lingua d’origine parlata e scritta: perché la disperazione ha un nome ed è la vita stessa, la lingua che parliamo o che non riusciamo a parlare.

Ma è anche il ricordo della salvezza trovata, non senza difficoltà, nella scrittura. Una rivincita con se stessa, cresciuta attraverso la progressiva padronanza di questa nuova lingua che inizialmente sente nemica. Parlare, leggere, scrivere. Fino a diventare una scrittrice in lingua francese.

 

“Questa lingua, il francese, non l’ho scelta io. Mi è stata imposta dal caso, dalle circostanze. So che non riuscirò mai a scrivere come scrivono gli scrittori francesi di nascita. Ma scriverò come meglio potrò. È una sfida. La sfida di un’analfabeta”

 

Col suo consueto stile essenziale ne “L’analfabeta” la Kristof srotola la vita e le sue sorprese amare, attraverso la variante del racconto autobiografico. Un resoconto scarno, misurato, didascalico, ma non per questo scevro di poesia. Piuttosto, al contempo, ironico e toccante. Secco, come cicatrici di ferite profonde e antiche. Un testo scritto come se l’autrice fosse un attore neutro, per questo insolito e dirompente.

“L’analfabeta” è una lettura tanto veloce, non impegnativa, quanto dal punto di vista emotivo è invece densa. È un concentrato di materia primordiale. Incandescente, eppure addomesticata. Un segno di intelligenza e sensibilità in risposta alle ferite subite, al dolore patito. Un esercizio di forza interiore che si fa narrazione della propria verità. Affermazione di dignità.

 

Come ogni dono è accompagnato da un biglietto di auguri, sulla mia copia personale c’è una dedica che dice: “A Michele, perché non perda mai la fiducia”. Ecco, che si voglia diventare o meno scrittori, che si abbia o meno il conforto di credere in una fede, in vista del nuovo anno, in questo periodo in cui tutti ci stiamo riscoprendo un po’ “analfabeti”, auguro che ognuno possa prendere esempio da Agota Kristof, non perda mai la fiducia. Non perda mai la speranza. Buon Natale!

 

Agota Kristof. Scrittrice ungherese. Nel 1956 è spettatrice dell’invasione del suo paese da parte dei carri armati sovietici. Fuggita con la famiglia in Svizzera, trova un impiego presso una fabbrica di orologi. Comincia a scrivere nella sua lingua di adozione, il francese, prima testi per il teatro, poi romanzi che la impongono all’attenzione del grande pubblico: Il grande quaderno (1987), La prova (1990), La terza menzogna (1992) – che nella traduzione italiana confluiscono a formare La trilogia della città di K (1998) – in cui le storie parallele di due gemelli, Klaus e Lucas, si dipanano in un labirinto di disperazione morale e bruciante dolcezza, sullo sfondo di una guerra divoratrice.

Anche nelle opere successive (Ieri, 1995, portata sul grande schermo dal regista Silvio Soldini con il titolo Brucio nel ventoL’analfabeta, 2004; Dove sei Mathias?, 2006) la sua prosa scarna e tagliente scandisce i battiti di un mondo allucinato e crudele, consegnando al lettore una testimonianza impietosa, venata di dolente nostalgia. Tra i libri pubblicati in italiano, ricordiamo anche la raccolta di racconti La vendetta (Einaudi 2005) e Chiodi, edito da Casagrande nel 2018. Muore a Neuchâtel - era naturalizzata svizzera – il 27 luglio 2011.

 

SCHEDA LIBRO

Titolo: L’analfabeta

Autore: Agota Kristof

Editore: Casagrande

Anno edizione: 2005

Pagine: 53 p.

ISBN: 9788877134264

Prezzo: € 12,00

 

 

CINEMA E DINTORNI

 

Spielberg, un regista, un mito. Una storia d'amore con il cinema scandita dai record

 

Steven Allan Spielberg, nato a Cincinnati il 18 dicembre 1946, ha appena festeggiato i 75 anni, vissuti alla velocità della luce, tra 57 film realizzati, 179 produzioni, una quarantina di progetti abbandonati (o ceduti ad altri) che avrebbero fatto la fortuna di chiunque altro, tra un "Harry Potter" e un "Poltergeist", "Il giovane Holden" e "Interstellar".

La sua storia d'amore con il cinema è scandita da numerosi record: a 22 anni esordisce col primo "corto" professionale ("Amblin"), che gli frutta un contratto di 7 anni con la Universal. Due anni dopo dirige l'episodio pilota della serie "Il tenente Colombo" e strappa i finanziamenti per il suo primo film, "Duel".

Dopo "Sugarland Express" invitato a Cannes nel '74, porta al successo planetario "Lo squalo" nel 1975 con 470 milioni di dollari di incasso e tre Oscar vinti. Due anni dopo, nel 1977, riscrive il modello della Science-Fiction con "Incontri ravvicinati del terzo tipo" con il suo attore-feticcio Richard Dreyfuss e uno dei suoi autori prediletti, François Truffaut.

All'inizio degli anni '80 batte altri due record: corona il suo sogno da autore con il trionfo di "E.T - l'extraterrestre" che lo colloca nella storia del cinema e dirige per l'amico Lucas (produttore) il primo episodio della saga di "Indiana Jones". Dopo "I predatori dell'arca perduta" firmerà altri tre episodi.

Nel 1985 mostra per la prima volta il suo volto più impegnato con "Il colore viola" sui temi della schiavitù in America. Il filone dell'impegno civile ci regalerà opere come "Amistad", "Lincoln", "Il ponte delle spie"(scritto dai fratelli Cohen), "The Post", ma soprattutto un capolavoro assoluto come "Schindler's List" del 1993 con cui vince due premi dell'Academy per il miglior film e la migliore regia.

Ma nello stesso anno conferma la sua vocazione di regista da blockbuster con una storia di dinosauri ideata da Michael Crichton: "Jurassic Park" sarà il suo più grande successo commerciale. Si arriva al 1998 con "Salvate il soldato Ryan" con cui vince un altro Oscar (4 in tutto, fino ad oggi). La pandemia ha frenato l'uscita in sala del suo nuovo lavoro da regista e produttore: un ambizioso remake di un classico del musical come "West Side Story".

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(Credits ANSA)

 

 

EVENTI E MOSTRE

 

Salman Ali racconta il sodalizio con il grande artista Alighiero Boetti. E gli promette: "Ti riporto in Afghanistan”

di Stefania Parmeggiani - La Repubblica

 

ROMA - «Capo se ne è andato, ma io non smetto di parlare con lui». Salman Ali si rivolge alla fotografia di Alighiero Boetti appesa alle sue spalle. Non sorride, nessuna enfasi. Lo dice e basta: «Questa notte è venuto a trovarmi. I suoi occhi non saranno mai completamente chiusi». C’è qualcosa tra loro, qualcosa che ha avuto inizio negli anni Settanta in Afghanistan e continua oggi, molti anni dopo la morte dell’artista, figura cardine dell’Arte Povera e Concettuale, genio del Novecento che il 16 dicembre scorso avrebbe compiuto ottant’anni.

Ali compare in decine di fotografie: è a Roma nello studio del Pantheon e in quello di Trastevere, a Vernazza con Agata e Matteo bambini o a Quetta con Giordano, l’ultimo figlio di Boetti, in giardino nella casa di Romazzano (Todi) con Annemarie, la prima moglie del maestro, in ginocchio sopra una delle Mappe. È in Afghanistan e a New York, al Centre Pompidou e alla Biennale di Venezia accanto a Giulio Andreotti.

Il suo volto, così come la sua presenza silenziosa, sono una costante nella biografia dell’artista eppure, nonostante le decine di richieste che gli sono arrivate nel corso degli anni, Ali non aveva mai parlato. Diceva che non riguardava nessuno, che era una cosa tra lui e Capo, che le parole non erano necessarie anche perché loro avevano sempre comunicato in altro modo, con gli occhi. Fino a quando a chiedergli di condividere i ricordi non è stata la sua famiglia.

 

Nasce così l’autobiografia Salman AliGhiero Boetti, edita da Forma per Tornabuoni Arte, che ospiterà la collezione privata di Salman Ali, 30 opere regalategli da Boetti a testimonianza della loro lunga e profonda amicizia. La mostra, dato lo stato di emergenza in cui è precipitata l’Italia, è stata rinviata a gennaio, ma Ali ha accettato ugualmente di farsi intervistare: Roma, sede della fondazione Alighiero e Boetti, al suo fianco Agata, figlia dell’artista. È arrivata da Parigi, dove vive, per aiutarlo a riannodare i fili di questa lunga storia iniziata a Kabul.

1973. Boetti ha già aperto il One Hotel, un albergo di undici stanze, un ristorante e un giardino dove i viaggiatori stranieri si fermano a bere chai (un tè speziato) e fumare hashish sotto un pergolato di uva. Si firma Alighiero & Boetti, sdoppia il suo nome e affida le idee a innumerevoli mani che tessono arazzi. Ali è figlio di un contadino di Jaghori, un villaggio Hazara. Il suo destino sembra già scritto: per quanto l’Afghanistan sia ancora un paese in pace, attraversato da hippie e grandi viaggiatori, per lui è impossibile frequentare l’università o ottenere un ruolo importante in città. Gli Hazara sono da sempre contadini o servitori. Viene assunto all’One Hotel per preparare il chai e il Nescafè. Conosce così Boetti, che «non faceva il turista e nemmeno l’afgano, era solo lui».

Un giorno lo accompagna da Fatima e Abiba, le ricamatrici. «Il primo lavoro che ho visto è stato il disegno delle Mappe, il planisfero». Sa che la terra è rotonda, conosce il nome dei paesi confinanti con l’Afghanistan, ma niente più: «Mi chiedevo cosa fosse quella grande macchia rossa: la Russia!». Anche le ricamatrici non si fanno domande: «La forma dell’Italia, una lettera o un fiore non faceva differenza, seguivano le istruzioni». In Occidente quel procedimento solleva dubbi: dove finisce l’artigianato e inizia l’arte? Un giorno, parlando di religione, Ali dice che nell’Islam si può pagare qualcuno perché vada alla Mecca al tuo posto. Boetti risponde che è lo stesso per le sue opere e dopo neanche sei mesi gli chiede di raggiungerlo a Roma, per vivere insieme ad Annemarie e ai figli Matteo e Agata.

«Ho dovuto imparare tantissime cose: a mangiare a tavola con il coltello e la forchetta, a entrare in una casa senza togliermi le scarpe, a usare la lavatrice, a prendere l’autobus. All’inizio andavo a lavarmi al Tevere, sotto ponte Garibaldi. Non avevo capito che ci si lavava in casa, in bagno». E poi la televisione, il più incomprensibile dei misteri. «Annemarie invitò a casa sua un attore, Roberto Bisacco, e quando lo vidi nello stesso momento seduto con noi e nella scatola mi spaventai tantissimo». Ali si occupa dei bambini, della spesa, cucina il riso kabuli e prepara il chai. Soprattutto aiuta Boetti: «Spostavo quadri, temperavo matite, spillavo ricami, aprivo la porta, andavo dal falegname, alle poste, anche in banca perché avevo la firma sul suo conto».

Il ragazzo afgano si ritrova immerso in un mondo di artisti e intellettuali: Alba e Francesco Clemente, Mario Schifano, Marco Bagnoli, Mariangela De Gaetano, Guido Nati, Guido Fuga, Piera e Giorgio Colombo, Giovan Battista Salerno, Achille Bonito Oliva, Sol LeWitt e tanti altri. Vede tutto, non giudica mai. «Sapevo quanti problemi avesse con la droga, quella porcheria, ma non ne ho mai parlato. Non c’era bisogno. Solo ogni tanto, quando mancava l’hashish, mi mandava da Mario (Schifano) o da Mariangela a prenderlo ma niente di più. Mi aveva insegnato a tenerlo in mano, in modo tale che se mi avesse fermato la polizia potevo buttarlo velocemente a terra. Alla fine vedevo e capivo quando Alighiero stava male e sapevo cosa fare. Me ne occupavo da solo, non riguardava nessun altro».

Per ventitré anni sono l’uno l’ombra dell’altro: «Un giorno eravamo a Vernazza, nelle Cinque Terre. Io mi ero allontanato per vedere il mare, volevo capire come fosse fatto. Entrai in acqua perché era molto gradevole e all’improvviso non toccavo più, stavo affogando ma Alighiero mi tirò subito fuori, mi aveva seguito per paura che mi avvicinassi al mare senza conoscere i suoi pericoli». Ali parla di una bella vita con una bella famiglia. Nel 1979 torna a Kabul con Alighiero: lo aiuta a gestire i contatti per la produzione degli arazzi e rivede il padre. Sono passati appena sei anni e l’Afghanistan è molto cambiato. «La guerra stava arrivando. Io ero preoccupato, Alighiero disperato. Annemarie gli disse di tornare immediatamente, io dovevo aspettare per fare il visto ma chiusero le frontiere e per me fu impossibile partire».

Dopo due anni con un autobus non ufficiale raggiunge l’Iran e qui grazie a un contatto di Boetti con l’ambasciata italiana riesce a tornare in Italia. Boetti nel frattempo ha avuto un gravissimo incidente stradale, è in ospedale a La Spezia. «Tutto rotto e ingessato, non stava bene né con il corpo, né con la testa. Aveva molto male ed era molto triste. Iniziai a occuparmi di lui prima in ospedale, poi a casa. Non c’era più la famiglia, eravamo solo noi due, sempre insieme, senza parlare».

Lavorano e aiutano come possono la resistenza afghana: «Un giorno inviammo sulle montagne del Panjshir, ai soldati di Massoud, tremila paia di scarpe». Nel 1990 quando Alighiero si risposa Ali è al suo fianco: «Quando è nato Giordano mi sono occupato di lui come avevo fatto con Agata e Matteo. Ero felice. Capo mi disse che non dovevo più restare solo, che dovevo sposarmi e così tramite la mia famiglia conobbi Fatima». Quella che sarebbe diventata la madre dei suoi due figli arriva da Kabul a Roma nel 1994, pochi mesi prima che Boetti muoia: «Era sicuro che avrei avuto una bella vita con lei e così è stato». Si commuove pensando all’ultima Pasqua passata insieme, al pranzo con tutte le persone care: i figli, Annemarie, gli amici di sempre. «Anche se Capo ha chiuso gli occhi, la mia famiglia è sempre la sua». Agata sorride: «Finalmente Salman parla, a settantadue anni è giusto che sia lui a raccontare questa storia». Ali guarda di nuovo la foto di Boetti: «Un giorno torneremo tutti insieme in Afghanistan, disperderemo le sue ceneri nei laghi di Band-e-Amir, nella valle di Bamiyan, dove sorgevano le statue dei Buddha».

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(Stefania Parmeggiani - www.repubblica.it)

 

 

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Inpgi, situazione grave. Grandi firme scrivono a Mattarella: garanzia dello Stato per sanare i conti

 

ROMA - Un nutrito gruppo di grandi firme del giornalismo italiano e volti noti della televisione, si è rivolto al Presidente della Repubblica per invocare la "salvezza dell’Inpgi, l'Istituto di previdenza dei giornalisti italiani. Segno che la situazione sta diventando grave.

Del gruppo fanno parte, fra gli altri, Lucia Annunciata, Luigi Contu, direttore dell’Ansa, Massimo Martinelli, direttore del Messaggero, Ferruccio De Bortoli, Vittorio Emiliani, Paolo Liguori, Clemente J. Mimun, Antonio Padellaro, Andrea Purgatori, Bruno Vespa, Marco Travaglio. Chiedono la “garanzia pubblica” dello Stato sul sistema pensionistico, “come già avvenuto in passato per altri enti previdenziali”.

 

“Signor Presidente - scrivono a Sergio Mattarella - entro pochi anni l’Istituto nazionale di previdenza dei giornalisti (Inpgi) non sarà più in grado di pagare le pensioni presenti e future dei giornalisti italiani, mandando in fumo decenni di versamenti, compresi quelli di chi è ancora in servizio attivo. Il grave e strutturale squilibrio tra prestazioni e contributi ha provocato per il 2020 un passivo previdenziale di 197 milioni di euro e un disavanzo di 253 milioni di euro, aggravato dall’aver sopportato per anni l’onere di prestazioni assistenziali".

"L’attuale situazione - proseguono - rischia di ripercuotersi sul livello e sulla qualità della democrazia del nostro Paese: avere giornalisti che non si vedono garantite le prestazioni previdenziali di oggi e di domani equivale ad avere giornalisti meno indipendenti e in generale una informazione meno libera, contraddicendo nei fatti l’articolo 21 della Costituzione. Per questi motivi facciamo appello al Suo alto magistero per chiedere un intervento presso tutte le istituzioni interessate affinché sia confermata la garanzia pubblica dello Stato sul sistema pensionistico, come già avvenuto in passato per altri enti previdenziali. E in generale affinché si valuti con la massima urgenza, con responsabilità e trasparenza, ogni soluzione equa e non punitiva in grado di continuare ad assicurare la pensione e le prestazioni previdenziali a tutti i giornalisti italiani”.

 

I promotori dell’appello sono Carlo Chianura, Mario Antolini, Paola Cascella, Stefania Conti, Gianni Dragoni, Alessandra Spitz. Fra le altre firme, oltre a quelle già citate, ci sono Marzio Breda, Andrea Cangini, Franco Di Mare, Ludovico Di Meo, Stefano Folli, Marco Follini, Guido Gentili, Peter Gomez, Fabio Martini, Ernesto Auci, Paolo Brogi, Gabriele Canè, Alessandro Caprettini, Mario De Scalzi, Marco Frittella, Paolo Graldi, Ottorino Gurgo, Marcello Masi, Giancarlo Mazzuca, Enrico Romagna Manoja, Salvatore Rotondo, Bruno Socillo, Pier Luigi Visci, Pietro Visconti, Luigi Vicinanza, Giorgio Zanchini, Giuliano Zoppis.

 

La maggioranza che guida l’Inpgi punta molto sull’allargamento della platea dei contributori. Sull’ingresso cioè dei “comunicatori”, giornalisti che lavorano in uffici stampa e uffici di comunicazione e relazioni esterne, ma non hanno contratto giornalistico. La legge del giugno 2019 prevede questo “ampliamento di platea contributiva” nel 2023, ma prima il governo dovrà specificare meglio di che si tratta con regolamenti attuativi.

 

La Commissione Bilancio della Camera, per il momento, ha approvato un emendamento alla legge di bilancio dello Stato che prevede lo spostamento del commissariamento dell’Inpgi (previsto a causa dei disavanzi di gestione) al 30 giugno 2021. Ha anche per la prima volta riconosciuto all’Inpgi la possibilità di rimborso per gli ammortizzatori sociali pagati al posto dello Stato. L’Inpgi dovrà però adottare misure di riequilibrio dei conti.

 

 

 

 

Inpgi: slitta di 6 mesi il commissario. Misure condizionate ai tagli

 

ROMA – «L’Inpgi, a sostegno dell’efficacia degli interventi di cui al comma 1, nell’ambito dell’autonomia organizzativa, gestionale e contabile prevista dal decreto legislativo 30 giugno 1994, n. 509, adotta le ulteriori misure necessarie per il riequilibrio della gestione sostitutiva dell’assicurazione generale obbligatoria da sottoporre alla vigilanza statale ai sensi del medesimo decreto legislativo. Conseguentemente il fondo di cui all’articolo 209 è ridotto di 8,9 milioni di euro per l’anno 2021, 3,6 milioni di euro per l’anno 2022, 5,7 milioni di euro per l’anno 2023, 6,9 milioni di euro per l’anno 2024, 6,7 milioni di euro per l’anno 2025 e 7 milioni di euro a decorrere dall’anno 2026».
Con l’aggiunta di questo “comma 4” all’emendamento n. 5.04 alla legge Finanziaria – che concede un po’ di risorse all’Inpgi, prorogando di ulteriori 6 mesi lo scudo anti-commisariamento – il Governo chiede «ulteriori misure necessarie per il riequilibrio della gestione sostitutiva».

Apre la strada insomma - scrive "Giornalistitalia" - alla riduzione delle spese, a cominciare dalle prestazioni pensionistiche finora tutelate dalla legge Rubinacci del 1951.
Il testo, approvato dalla Commissione Bilancio della Camera dei deputati, è una versione aggiornata dell’emendamento n. 5.04 al disegno di legge sul bilancio per il 2021 a.c. 2790 bis, presentato dai deputati Filippo Sensi, Debora Serracchiani e Antonio Viscomi (Pd). Il Fondo dal quale attingere le risorse è quello “per le esigenze indifferibili”, istituito con la legge 23 dicembre 2014 n. 190, incrementato di 800 milioni di euro per il 2021 e di 500 annui a decorrere dal 2022.
In buona sostanza, nonostante l’Inpgi 1 abbia dovuto intaccare pesantemente il proprio patrimonio per pagare gli ammortizzatori sociali autorizzati dal Ministero del lavoro, riducendo la riserva tecnica a soli 2 anni, lo Stato piuttosto che restituire le somme anticipate che oggi vedrebbero l’istituto in attivo (il rosso è di 253 milioni), vincola gli aiuti ad una pesante riforma che, inevitabilmente, avrà pesanti ripercussioni sui giornalisti attivi e pensionati.
Per le assunzioni a decorrere dal 1° gennaio 2021 viene concessa la «piena ed effettiva parità di trattamento rispetto agli altri lavoratori dipendenti», ovvero vengono riconosciuti ai giornalisti gli incentivi statali finalizzati «alla salvaguardia o all’incremento dell’occupazione riconosciuti in favore dei datori di lavoro per la generalità dei settori economici sotto forma di sgravi o esoneri contributivi». Il relativo onere, pertanto, è posto a carico del bilancio dello Stato a titolo di fiscalizzazione.
Inoltre, «al fine di fronteggiare i maggiori oneri di assistenza derivanti dalla crisi economica e occupazionale conseguente alla diffusione del contagio da Covid 19 e di favorire il riequilibri della gestione previdenziale sostitutiva» dell’Inpgi, fino al 31 dicembre 2021 «è posto a carico dello Stato, a titolo di fiscalizzazione, l’onere, comprensivo delle quote di contribuzione figurativa accreditate, sostenuto dall’Inpgi per i trattamenti di cassa integrazione, solidarietà e disoccupazione erogati in favore degli iscritti».
Pertanto, «al fine di consentire la piena ed effettiva attuazione delle misure di riforma volte al riequilibrio della gestione previdenziale sostitutiva» dell’Inpgi, è stato spostato di 6 mesi, fino al 30 giugno 2021, il termine lo scudo anti-commissariamento dell’Inpgi 1.
In definitiva, le norme introdotte consentono il ristoro da parte dello Stato delle somme che pagherà l’Inpgi per far fronte agli ammortizzatori sociali della categoria, ma il Governo stringe i tempi sui tagli «al fine di favorire il riequilibrio della gestione previdenziale sostitutiva». Se la prima versione dell’emendamento prevedeva misure di sostegno fino al 31 dicembre 2025, quella definitiva le limita al 31 dicembre 2021.
Ovviamente le misure non sono ancora definitive perché dovranno essere approvate in aula. La Finanziaria approderà probabilmente in aula martedì prossimo alle 9, ma il voto appare scontato in quanto il Governo dovrebbe porre la questione di fiducia.

 

 

 

 

 

 

“Ho comprato 4 giornali da Elkann. Progetto la Silicon Valley tosco-emiliana”

di Andrea Garibaldi

 

Alberto Leonardis, che a L’Aquila tutti chiamano il Biondo, ha comprato quattro giornali da John Elkann (Gedi) e da qui vuole partire per un avventura multimediale. “Come in America”, dice. Giornali, dunque. Ed eventi educativi nelle scuole. Un centro di produzione per contenuti, storie, fiction. Una Scuola di giornalismo digitale. Un acceleratore per imprese editoriali.

Leonardis, 54 anni, è aquilano e ha preso tante iniziative nella sua vita. Comunicazione, Centro contro il dolore, banche, immobiliare, private Equity, connection Abruzzo-Cina.

Editoria e il giornalismo gli sono sempre piaciuti. E a un certo punto, 2016, ha comprato il Centro di Pescara, assieme a tre imprenditori della zona. Dopo due anni se n’è andato. Ora è presidente e amministratore delegato di Sae, Sapere Aude editrice. Abbi il coraggio di conoscere, frase Graziana, poi adottata da Kant. I soci sono un gruppo particolare, nessuno in posizione preminente: il costruttore livornese Maurizio Berrighi (Toscana Sviluppo), l’editore romano (Zona Franca) Giulio Fascetti, Simone Prete e Pietro Peligra di Portobello spa, sede a Pomezia (pubblicità e negozi) e poi Atlante srl, Almi srl, Atnext srl, Brio Consulting srl, M&S srl. Alcune di queste società sono basate in Abruzzo, perché Leonardis resta ben saldo nelle sue radici.

Quando Sae ha rilevato dal Gruppo Gedi Il Tirreno, la Gazzetta di Reggio, la Gazzetta di Modena e la Nuova Ferrara, il timore dei dipendenti delle quattro testate è stato questo: che la specialità di Leonardis sia acquisto, sistemo e vado via. Lui giura di no.

“Stavolta non mollo. Ho idee più importanti rispetto ai tempi del Centro”.

 

Lei che mestiere fa?

“Metto insieme capitali sulla base di progetti condivisi. Progettazione, finanza, sviluppo dei progetti”.

 

Ma i giornali le piacciono?

“Da lì partiamo. Dalla carta. Abbiamo subito nominato i due nuovi direttori. Al Tirreno Stefano Tamburini, 59 anni, di Piombino, grande esperto di sport, già responsabile supplementi dei quotidiani locali Finegil, già direttore del Corriere Romagna, dell’agenzia Agl e de La Città di Salerno. Per gli altri tre quotidiani, Giacomo Bedeschi, reggiano, già direttore del Corriere di Romagna”.

 

Qual è la missione delle quattro testate, carta e digitale (45 mila copie circa in tutto)?

“Fare degli ottimi prodotti giornalistici. In piena autonomia. Io non mai letto l’articolo di un giornalista prima che uscisse”.

 

Intorno ci sono altri progetti?

“Almeno quattro. Innanzitutto eventi di comunicazione sociale. Con grandi sponsor nazionali porteremo nelle scuole giornate sulla violenza di genere, sul cyberbullismo, sull’educazione alimentare, sulla ludopatia. Giornalisti, studiosi, forze di polizia, magistrati a parlare di questi temi con gli studenti”.

 

Secondo progetto.

“Un Centro di produzione di contenuti. Partire dalle notizie per sviluppare format tv”.

 

Una Netflix del Centro Italia?

“Netflix, Sky sono i grandi modelli. Il Centro contenuti avrà sede a Piombino, per rilanciare il polo industriale in crisi”.

 

Terzo.

“Una Scuola di alta formazione sul giornalismo digitale. Sede in Emilia Romagna, a Ferrara o a Reggio Emilia”.

 

Infine?

“Un acceleratore di imprese, di start up nel campo dell’editoria. Vorremmo promuovere infrastrutture, portali verticali, podcast”.

 

Ci saranno altri acquisti di testate?

“Vedremo. Non solo giornali, probabilmente. Miriamo alla comunicazione integrata”.

 

Avete garantito il mantenimento degli organici?

“Per ora senz’altro sì. Centoventidue giornalisti e 44 poligrafici. La stampa sarà assicurata da Riffeser in Toscana e da Mario Farina in Emilia”.

 

Rapporti con la politica?

“Nessuno in particolare. A Roma, in via del Seminario, al Pantheon, abbiamo aperto un ufficio per le relazioni esterne, guidato da Gianni Giovannetti, ex inviato del Messaggero, ex portavoce di Piero Fassino. Le nostre relazioni sono a largo raggio”.

 

Se dovessimo dare un nome a tutto questo?

“Emilia e Toscana come Silicon Valley del giornalismo digitale”.

Le ambizioni sono piuttosto elevate.

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(Andrea Garibaldi - www.professionereporter.eu)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Pronto il piano per la mini Alitalia: una flotta da 50 aerei e un partner estero

di Gianni Dragoni - Il Sole 24 Ore

 

ROMA - Tre miliardi di euro per fare una mini-Alitalia. È lo scenario che si profila con il piano industriale approntato dai vertici della Newco, che si chiama Ita (Italia Trasporto Aereo). Il 21 dicembre il piano andrà alle Camere. La nuova compagnia potrebbe decollare con una flotta di circa 50 aerei, la metà rispetto ai 104 velivoli di cui dispone Alitalia in amministrazione straordinaria, affidata al commissario Giuseppe Leogrande. Solo una trentina sono impiegati attualmente. Verrebbero presi in affitto dal commissario.

Considerando che le maggiori compagnie stimano di volare con una capacità del 30-35% nel primo trimestre 2021, una partenza di Ita - prevista in aprile 2021 - con circa 50 aerei tiene conto di uno scenario in forte miglioramento, per la diffusione del vaccino. Scenario non scontato. Gli aerei di lungo raggio scenderebbero da 26 a sei, con una fortissima riduzione di capacità nei voli intercontinentali (-70% circa).

 

I dipendenti che passeranno in Ita sarebbero più che dimezzati rispetto ai circa 11mila di Alitalia, dei quali però oltre 6.800 sono in cassa integrazione. L’organico di Ita, che ora ha 39 dipendenti più 9 consiglieri di amministrazione, potrebbe attestarsi sui 5mila lavoratori.

Chi ha analizzato il potenziale impiego della flotta ha calcolato che con una cinquantina di aerei servirebbero 2.155 naviganti (235 comandanti, 390 piloti, 1.530 assistenti di volo), meno della metà della categoria. Il resto del personale sarebbe nella manutenzione, handling, mentre nelle funzioni centrali di staff ci sarebbe un taglio più incisivo, si stima che passerebbe nella nuova società un dipendente su cinque. Non ci sono però dati ufficiali.

 

Al decollo di Ita una parte di questo personale potrebbe essere soggetto ad ammortizzatori sociali, perché a meno di una ripresa non ci sarebbe lavoro sufficiente. Il commissario ieri ha detto ai sindacati che ci vuole una legge per poter fare i trasferimenti di attività e personale a Ita, per prevedere nuovi ammortizzatori sociali, sia per gli esuberi che resterebbero in Alitalia, sia per gli assunti in Ita. Leogrande ha espresso forte preoccupazione perché Alitalia è ormai senza soldi. Per pagare stipendi e tredicesime è necessario che arrivino entro l’anno i 150 milioni di euro residui messi in conto per l’indennizzo Covid. La Ue ha chiesto chiarimenti su questi rimborsi.

 

Il presidente Francesco Caio e l’a.d. Fabio Lazzerini sono stati ascoltati ieri dalla commissione Lavori pubblici del Senato. Un’audizione sostanzialmente inutile, solo un’ora, nella quale la scansione dei tempi - gestita dal presidente, Mauro Coltorti (M5S) - ha fatto sì che Lazzerini parlasse per buona parte del tempo ripetendo i dati storici già illustrati alla Camera il 9 dicembre, senza dare indicazioni sul piano. Solo dieci minuti per le domande, diversi senatori non hanno potuto parlare, non ci sono state le risposte.

Lazzerini ha detto che «Alitalia non può stare da sola». «Per la futura alleanza stiamo parlando con il gruppo Delta-Air France-Klm e il gruppo Lufthansa. Con entrambi partiamo da un foglio bianco. Inizialmente la partnership sarà di tipo commerciale».

 

Il piano sarà a cinque anni. Lazzerini prevede una crescita della flotta (104 aerei nel 2026) e dell’attività, ma questo dipenderà dalla capacità della compagnia di stare sul mercato e di avere bilanci sani.

Come già alla Camera, Lazzerini ha detto che il traffico aereo italiano è passato da 97 milioni di passeggeri nel 2014 a 120 milioni nel 2019. Cifre ampiamente inferiori ai dati pubblicati da Assaeroporti ed Enac: nel 2014 oltre 150 milioni, nel 2019 192,2 milioni per Enac o 193,1 milioni per Assaeroporti. Lazzerini ha indicato 72-73 milioni di passeggeri in meno nel 2019. Da Ita, interpellata, non è arrivata una spiegazione di questa differenza.

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(Gianni Dragoni - Il Sole 24 Ore)

 

 

 

 

Dal Pentagono all’Fbi: l’attacco hacker a Orion, durato mesi, non è finito

di Alberto Battaglia - Wall Street Italia

 

Non sono ancora chiari quali fossero gli obiettivi degli hacker e quali siano le refurtive, ma un attacco informatico su larga scala – durato mesi – ha colpito diverse agenzie dell’amministrazione statunitense, fra cui il Pentagono, il dipartimento del Commercio, del Tesoro e l’Fbi. E’ il più grande cyber-attacco subito dagli Stati Uniti da cinque anni.

La violazione ha preso di mira il software Orion, sviluppato dalla SolarWinds, un programma utilizzato nei network delle grandi compagnie private (quasi tutte quelle incluse nel Fortune 500) e da numerose istituzioni americane, compresa la Federal Reserve.

 

L’amministrazione americana ha preso coscienza di essere sotto attacco informatico solo dopo l’allarme lanciato dalla società di cybersecurity FireEye, che aveva dichiarato di aver subito un grosso cyber-attacco. E questa stessa società aveva affermato che le operazioni criminali “potrebbero essere iniziate già nella primavera 2020 ed essere ancora in corso”. FireEye ha aggiunto che nel mirino degli hacker sarebbero finite società private e amministrazioni pubbliche non solo negli Usa, ma anche in Europa, Asia e Medio Oriente.

 

Secondo quanto ricostruito dalla SolarWinds, la società che ha sviluppato il software violato, gli hacker hanno incorporato il loro codice dannoso in Orion e solo la metà dei suoi 33mila utilizzatori avrebbe scaricato un aggiornamento software di origine russa che avrebbe aperto la porta al furto di informazioni.

Secondo quanto ricostruiscono i maggiori quotidiani Usa, come il New York Times e il Washingon Post, la regia dell’attacco va attribuita al servizio segreto russo,  e in particolare a quei gruppi che già sei anni fa si erano resi protagonisti di un furto di email classificate ai danni del Dipartimento di stato Usa. Come allora, anche oggi le autorità americane non hanno imputato alla Russia la paternità dell’attacco in via ufficiale. Il Cremlino, comunque, ha respinto ogni accusa comparsa per bocca delle fonti che hanno parlato ai giornali in condizioni di anonimato.

 

Avendo bersagliato il software Orion gli hacker hanno utilizzato contemporaneamente lo stesso spiraglio per colpire molteplici bersagli (“Supply chain attack”). Un attacco che richiederebbe una grande quantità di mezzi, perché incrementa di molto le possibilità di essere scoperti. Anche per questo si ritiene che solo un’organizzazione statale avrebbe potuto coordinare un attacco del genere.

“Un attacco supply chain come questo è un’operazione incredibilmente costosa: più vai avanti, maggiore è la probabilità di essere scoperto o bruciato”, ha affermato al New York Times, John Hultquist, direttore presso FireEye, “hanno avuto l’opportunità di colpire una quantità enorme di obiettivi, ma sapevano anche che se si fossero spinti troppo lontano, avrebbero perso il loro incredibile accesso”.

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(Alberto Battaglia - www.wallstreetitalia.com)

 

 

 

Il regalo di Natale di MacKenzie Scott: ha donato 4,2 miliardi di dollari

di Massimo Jaus - La Voce di New York

 

NEW YORK - Chi non crede in Babbo Natale o nella Befana si deve ricredere. I regali vengono da MacKenzie Scott, ex moglie del fondatore di Amazon, Jeff Bezos, che ha donato negli ultimi quattro mesi 4 miliardi e 200 milioni di dollari per l’istruzione per le associazioni che si occupano dell’assistenza sociale per le classi meno privilegiate negli Stati Uniti e a Portorico. “Una scelta – scrive la miliardaria sul suo blog intitolato “384 Modi per Aiutare” – fatta per venire incontro alle tante persone che, specie negli Stati Uniti, a causa della pandemia si trovano in estrema difficoltà dando particolare evidenza come a pagare maggiormente il peso di questa tragedia siano le minoranze, le donne e i senzatetto, mentre le persone ricche come me accrescono la loro ricchezza”.

 

Le donazioni sono andate a varie organizzazioni umanitarie americane impegnate nel sociale, oltre che ad alcune food banks che aiutano i più poveri a sopravvivere e a mangiare. In totale la manager ed ex signora Bezos ha sostenuto 380 associazioni, scelte fra le quasi 6500 che – ha riferito – si erano rivolte a lei nei mesi scorsi.

 

MacKenzie Scott è indicata in alcune classifiche recenti come la 18esima persona più facoltosa al mondo, con un patrimonio – legato in larga parte alle partecipazioni nell’impero economico dell’ex marito garantite dagli accordi di divorzio, ma anche alla sua attività di chief executive di Amazon – che nell’ultimo anno è balzato da una stima di 23,6 miliardi di dollari triplicando raggiungendo 60,7 miliardi.

 

“Questa tragedia del coronavirus – scrive MacKenzie Scott nel suo blog – ha distrutto la vita a tutti quegli americani che già erano in situazioni economiche precarie e ha pagarne le spese maggiormente sono state le donne, le minoranze etniche, i poveri e i senzatetto mentre i ricchissimi sono riusciti ad incrementare enormemente la loro ricchezza”.

 

La ricchissima ex signora Bezos, che è stata la moglie del miliardario per 27 anni, aveva già donato 1,7 miliardi di dollari a luglio a 116 ONG impegnate a favorire “il cambiamento” nella leadership del pianeta, il che significa un totale di quasi 6 miliardi in meno di 6 mesi. Mentre Bezos – il cui patrimonio stimato ha toccato nell’ultimo anno i 185 miliardi – si è ‘limitato’ a novembre a versare 800 milioni di dollari a 16 organizzazioni anche se nell’anno si è impegnato, fra varie iniziative filantropiche, a sborsare 10 miliardi per sostenere la battaglia contro i cambiamenti climatici.

 

Le donazioni sono andate a 380 organizzazioni umanitarie americane impegnate nel sociale a università pubbliche, come due college di New York della CUNY, il Manhattan Community College e il Lehman College nel Bronx, che hanno ricevuto $30 milioni ciascuno, a ricoveri per i senzatetto e alle food bank, scelte fra le quasi 6500 associazioni che si erano rivolte a lei. Tenuto conto che a luglio la Scott aveva già donato 1,7 miliardi di dollari alle 116 ONG si arriva a un totale di quasi 6 miliardi in meno di 6 mesi.

 

Tra i ricchi donatori più attivi in questo tempo di pandemia anche Jack Dorsey, cofondatore di Twitter, che ha messo sul piatto per la lotta al virus un miliardo di dollari, ben un quarto del suo intero patrimonio stimato; oltre a Bill Gates e a sua moglie Melinda, che si sono impegnati a finanziare con 305 milioni la corsa ai vaccini. Michael Jordan, leggenda del basket, che ha tirato fuori di tasca sua 100 milioni di dollari in favore del movimento antirazzista Black Lives Matters e di iniziative concrete contro le ingiustizie sociali in America da realizzare nel prossimo decennio.

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(www.lavocedinewyork.com)

Massimo Jaus romano negli Stati Uniti dal 1972. Vice direttore del quotidiano America Oggi dal 1989 al 2014. Direttore di Radio ICN dal 2008 al 2014. E’ stato corrispondente da New York del Mattino di Napoli e dell’agenzia Aga. Sposato, 4 figli. Studia antropologia della musica alla Adelphi University

 

 

 

 

 

L'Italia si è ripresa il Vaticano. Consolida il ritorno ai posti di comando della Curia

di Piero Schiavazzi - Huffingtonpost

 

ROMA - Se è vero che l’Italia postdemocristiana si può conquistare senza il sostegno della Chiesa, in cabina elettorale, ma non si riesce a governare in cabina di comando, senza di essa, bisogna convenire che vale simmetricamente la reciproca: ossia che la Curia e il Vaticano si possono espugnare in conclave ma non si lasciano gestire, tanto meno riformare in maniera duratura, senza il supporto di una gerarchia e classe dirigente italiane.

 

Lo attesta e comprova significativamente la parabola del Papa venuto dai confini del mondo. Eletto con il mandato di emarginare i cardinali nostrani, considerati responsabili di Vatileaks, ma poi costretto ad arruolarli - al netto della brusca epurazione di Angelo Becciu - come i soli capaci di arginare la degenerazione nonché tracimazione del fenomeno su scala globale: con il passaggio dalle lotte tra gruppi regionali a un paesaggio di conflitti tra cordate internazionali.

 

Cambia dunque il profilo biografico e caratteriale, non la filiera logistico - territoriale. La tendenza ideologica, non la provenienza geografica, riconducibile in ogni caso al Belpaese.

Così, al vertice dei due ministeri che contano e concentrano l’hard power politico - economico, gli Esteri e il Tesoro, troviamo il veneto Pietro Parolin, Segretario di Stato, duttile tessitore della diplomazia ecclesiastica, e il pugliese Nunzio Galantino, presidente dell’APSA, inflessibile amministratore del patrimonio della Sede Apostolica. Con l’aggiunta delle forze d’élite, di pronto intervento, melitensi e gerosolimitane, mobili e immobiliari, degli “Ordini” di Malta e del Santo Sepolcro, agli “ordini” dei fidati, porporati, Silvano Tomasi e Fernando Filoni.

 

Per non parlare del soft power: ambito in cui Paolo Ruffini, a motivo della dote di mediatore oltre che comunicatore, comprovata lungamente in Rai, è stato preferito ai guru dei network d’oltreoceano. Primo laico a ricoprire l’incarico di prefetto di un dicastero, la neo istituita, strategica holding che razionalizza e accorpa i mezzi d’informazione: un monocolore, si sarebbe detto un tempo, dal momento che è italiano tra gli altri anche il direttore della Sala Stampa e portavoce papale, Matteo Bruni, dopo le dimissioni di Greg Burke, americano dell’Ohio, con duplice imprinting di Fox News e dell’Opus Dei.

 

Analoga estrazione nazionale, anche se non professionale, trattandosi di un mix di giuristi ed economisti, accomuna i quattro vigilantes e figure chiave, diversificate ma nevralgiche, delle inchieste che stanno scuotendo ab imis fundamentis la curia e le sue propaggini, tra il Tamigi e il Tevere, rovesciandola come un calzino, senza imbarazzo alcuno per il filamento e pigmento di quest’ultimo, fosse pure l’arancio smagliante del cardinalato: un quadrilatero composto in primis da Giuseppe Pignatone, presidente del Tribunale Vaticano, ascoltato consigliere di Bergoglio in materia giudiziaria e dal PM Giampiero Milano, firmatario di ordini di arresto, perquisizioni e avvisi di garanzia, che azzerano le immunità e caratterizzano la fase presente con una impronta inedita e a metà, tra stato di polizia e di pulizia. Inoltre i titolari delle due authority anti- corruzione e anti riciclaggio: Alessandro Cassinis Righini, succeduto “ad interim” a Libero Milone dopo la sua rimozione ma nel frattempo cresciuto d’intraprendenza e di poteri. E Carmelo Barbagallo, il capo dell’Autorità di Supervisione (sullo IOR) e Informazione Finanziaria, tornata oggi nei ranghi alla originaria sinergia, e cordone ombelicale, con Bankitalia, dopo il costoso, disinvolto intervallo alpestre, da spot pubblicitario, dello svizzero René Brühlart, giunto dal paradiso, fiscale, del Liechtenstein.

 

Un trend che ha trovato la conferma di maggior peso sul terreno del concistoro, in fase di “qualificazione al mondiale”, aumentando il numero dei rappresentanti e consolidando il ranking con un punteggio esaltante: Italia – Resto del mondo, sei a sette.

O sei su tredici, se consideriamo il totale dei nuovi cardinali, con diritto di voto e non, insigniti della porpora il 28 novembre scorso: quasi la metà. Un terzo, escludendo gli ultraottantenni e limitandoci agli elettori. Che in tempi e termini di globalizzazione vuol dire segnatamente una enormità. O abnormità, in ossequio ai diversi, contrastanti punti di vista. Come se Bergoglio anziché sul capo dei singoli prelati avesse posto la berretta rossa sulla chioma del Paese stesso, in guisa di moderno, eterno elmo, e zucchetto, di Scipio, restituendo alla penisola, il primato e la centralità perduti nell’ultimo conclave, per volontà e con intento punitivo della coalizione che allora lo aveva portato al soglio. Riconoscendo soprattutto, dopo sette anni di pontificato, che senza Italia e italiani, come osservavamo nell’incipit, non si governa il Vaticano: prerogativa di una diplomazia curiale immune ai nazionalismi e avvezza in automatico, per attitudine, a esprimere una visione tout azimut, unitaria e non settaria del mondo. Con l’APP insomma ed extension dell’universalismo naturalmente incorporata, o sacramentalmente incardinata, nell’hardware e nel DNA della romanità.

 

Uscita con una diminutio di status dalla porta e rientrata, letteralmente, dalla finestra (quella da cui Francesco annuncia i nominativi dei prescelti) con un surplus cardinalizio, l’Italia quindi recupera il gap e viene pienamente reintegrata nel ruolo di azionista di riferimento dell’unica istituzione internazionale che parla italiano: la Chiesa Cattolica, con un miliardo e trecento milioni di effettivi.

Attrazione fatale, magnetica e urbanistica, simbolicamente raffigurata nella ubicazione della Farnesina, il Ministero degli Esteri, cha a differenza degli altri edifici del potere si colloca sulla medesima sponda del Tevere, rispetto alla sede petrina, senza bisogno di attraversare un ponte: iscrivendo nella topografia dell’Urbe un’aderenza di azioni e d’intenzioni che, salvo brevi parentesi (ad esempio durante il governo gialloverde), riscontra sintonica, sincronica corrispondenza di posizioni e proiezioni nella geografia dell’Orbe. Risentendo del contatto ravvicinato con la superpotenza e riflettendone la influenza e visibilità globale

 

Mai così valorizzata. Eppure mai così penalizzata. Quanto più l’Italia risalta, infatti, per il numero di nomine di cui è gratificata, tanto più la Conferenza Episcopale, al contrario, risulta ridimensionata, e mortificata, per l’assenza di persone a essa riconducibili. Accompagnando e contrassegnando il settimo concistoro di Bergoglio con un evidente, stridente paradosso, localizzato tra il Salento e la Padania.

In primis il Salento (già terra di provenienza del Cardinale Vicario Angelo De Donatis, nativo di Casarano, e oggi di Marcello Semeraro da Monteroni, new entry del sacro collegio, sostituto del defenestrato Becciu al dicastero delle Cause dei Santi): appendice di Puglia puntata come un dito a indicare la direzione Sudest, a trazione mediterranea e orientale, che Francesco ha impresso alla Chiesa italiana, scegliendo Bari e le Puglie per due appuntamenti geo-religiosi di prestigio: i summit dei patriarchi del Middle East, a luglio 2018, e vescovi rivieraschi del mare non più “nostrum”, a febbraio 2020.

Poi la Padania e il Nord, in generale: privo di porpora non già unicamente sull’asse industriale Milano – Torino. Bensì sul litorale, navale, di Genova e Venezia. Quasi a mollare gerarchicamente il tradizionale ancoraggio europeista, occidentale, atlantico e degasperiano, per iniziare un viaggio sudista, terzomondiale, afroasiatico e lapiriano.

 

Al di là dell’anatema congiunturale, che denuncia una cesura - censura con l’episcopato di destra, l’immagine anfibia di Padre Spadaro evidenzia il problema strutturale di ogni Papa: obbligato, in attesa di una lenta metamorfosi da turnover, a condurre il gregge con i pastori designati, nel peridio intermedio di una decade, dal suo predecessore.

Così se l’ottavo anno del pontificato di Giovanni Paolo II marcò la svolta conservatrice della CEI, con l’ascesa della stella di Ruini, seguita per un quarto di secolo da una scia di candidature di matrice moderata, il concistoro 2020, nell’anno ottavo di Francesco, con le investiture di sei cardinali progressisti, sancisce il sorpasso e allineamento sulla corsia di sinistra.

 

E se nei “collegi” un tempo sicuri delle diocesi considerate cardinalizie, all’ombra della Mole Antonelliana e del Leone Alato, resistono, assonanti tra loro ma distonici dal nuovo corso, Cesare Nosiglia e Francesco Moraglia, epigoni di Ruini e di Bagnasco, il Collegio, quello sacro, va in provincia e ritaglia un posto a due cinquantenni con diritto anagrafico di lunga sosta, discesi dal Monte Subasio e dai colli senesi: Mauro Gambetti, frate ingegnere, che per il saio disse addio alla ragazza e all’azienda di famiglia. E Augusto Lojudice, parroco borgataro, che da Tor Bella Monaca non avrebbe immaginato di approdare sotto la Torre del Mangia. Dai campi nomadi a Piazza del Campo, dal degrado di ruderi diroccati ai gradini di Rocca Salimbeni.

Prossimo, in pole position, appare in prospettiva Domenico Battaglia, neoarcivescovo di Napoli, che insieme all’altro prete di strada, il felsineo - trasteverino Matteo Zuppi, cardinale da un anno e da cinque installato a Bologna, modifica decisamente, incisivamente i tratti e il volto, teologici e antropologici della CEI.

 

Una trasfigurazione vera e propria: versione mistica, e mitica, del trasformismo italico, che indica in prima istanza una completa discontinuità. Ma sulla distanza mostra una concreta continuità. Fornendo ai nocchieri che si succedono alla guida dell’imbarcazione un ceto variegato, diversificato di marinai capaci di navigare sottocosta o in mare aperto, ripiegando nel porto dei valori non negoziabili o issando le vele del dialogo a tutto campo. E offrendo alla Chiesa universale una rosa “dei venti”, con un ventaglio di personalità e un bagaglio di professionalità in grado di coprire, come si addice alle berrette rosse, nomen omen, i quattro punti “cardinali”. L’Est e l’Ovest, il Nord e il Sud, tenendo il timone a destra oppure a sinistra, conforme alla corrente del momento, ma nondimeno mantenendo saldamente, solidamente l’Italia al centro

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(Blog Piero Schiavazzi - www.huffingtonpost.it)

 

 

La Skoda lancia la pubblicità al volante. Presto sarà estesa a tutta l'Europa

di Andrea Tirone - AdgInforma

 

La pubblicità entra in macchina. A portare nei propri autoveicoli offerte e promozioni personalizzate è la Skoda. La casa automobilistica ceca, appartenente al gruppo Volkswagen, ha implementato il nuovo servizio “Skoda Marketplace” solo in Repubblica Ceca e solo su alcuni modelli ma presto sarà disponibile in tutta Europa anche sugli altri modelli.

 

Con questo sistema destinato ad aprire nuovi scenari per il mercato dell’auto, il conducente riceverà sullo schermo dell’infotainment offerte personalizzate in base alla sua routine giornaliera, alla posizione del veicolo e altri dati, come il livello di carburante. Per fare un esempio, se il serbatoio dell’auto è in riserva e ci si trova nelle vicinanze di una stazione di servizio, il sistema avvertirà di una particolare promozione alla pompa. Se si accetta il “suggerimento” tramite il display dell’auto, il navigatore ci porterà verso il luogo scelto, mentre sullo smartphone si riceverà un QR code da presentare in cassa per ricevere lo sconto.

 

Una vera rivoluzione in pieno stile “Simply Clever”, semplicemente intelligente, slogan storico di Skoda. Il sistema prevede un meccanismo di opt-in esplicito, ossia funziona solo se il cliente aderisce espressamente a questa iniziativa: per farlo occorre registrarsi allo “Skoda Marketplace” e dare il proprio consenso al programma. Solo in questo modo il sistema comincerà ad analizzare i tragitti percorsi per una o due settimane, e successivamente comincerà a proporre le sue offerte; prima di allora, le promozioni saranno più generiche.

 

Il sistema funzionerà grazie alla collaborazione con aziende e realtà locali che vorranno farsi pubblicità attraverso le auto della casa ceca. Così, se ci si troverà a passare in macchina vicino ad un supermercato partner del programma, per esempio, si potranno scoprire le offerte speciali, ed eventualmente approfittarne fermandosi a fare la spesa. Inizialmente le promozioni riguarderanno proprio stazioni di servizio e supermercati, ma nel prossimo futuro potranno coinvolgere anche hotel, ristoranti, autolavaggi e altri partner.

 

“Abbiamo collaborato sin dall’inizio con numerosi partner per offrire ai nostri clienti un’ampia gamma di offerte su misura e localizzate già al momento del lancio in Repubblica Ceca con l’obiettivo di garantire la migliore user experience possibile – ha dichiarato Andre Wehner, Chief Digital Officer Wehner di Skoda -. Utilizzando i dati e combinandoli con promozioni attrattive, siamo riusciti a offrire un ulteriore prezioso servizio digitale ai nostri consumatori”.

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(Andrea Tirone - www.adginforma.it)

 

 

 

 

 

OBS MAGAZINE

 

 

 

 

PROTAGONISTI

 

Basso, tozzo, occhiali spessi: è Smiley il vero eroe di John le Carré, maestro delle "spy story"

di Piero Barendson

 

LONDRA - «Con grande tristezza annuncio che David Cornwell, noto al mondo come John Le Carrè, è morto sabato 12 dicembre 2020, dopo una breve malattia (non legata al Covid-19), in Cornovaglia. Aveva 89 anni. I nostri pensieri vanno ai suoi quattro figli, alle loro famiglie e alla sua cara moglie Jane». Così il suo agente letterario Jonny Geller ha comunicato al mondo l'improvvisa scomparsa di John Le Carrè, il "maestro" dei romanzi di spionaggio.

 

Poco più di un anno fa, in ‘Una spia che corre sul campo’, aveva raccontato le vicende quanto mai attuali della Brexit, immaginando un’alleanza tra i servizi segreti inglesi e quelli americani di Trump con lo scopo di minare le istituzioni europee e smantellare il sistema internazionale dei dazi.

«È mia convinta opinione che per Il Regno Unito, per l’Europa e per la libera democrazia in tutto il mondo, l’uscita del Regno Unito dalla Ue al tempo di Trump e la conseguente dipendenza senza riserve sugli Stati Uniti in un’era in cui gli Usa hanno imboccato la strada del razzismo istituzionale e del neo-fascismo è un disastro senza precedenti», aveva fatto dire a uno dei personaggi del suo nuovo romanzo. E per manifestare contro la Brexit, nell'ottobre 2019, John Le Carrè era sceso in piazza.

 

Maestro delle "spy story" acclamato in tutto il mondo, celebre per le sue storie intrise di realismo e critiche nei confronti della società moderna, dalla Guerra Fredda ai fallimenti della globalizzazione, John Le Carrè  si chiamava in realtà David J. M. Cornwell, nato nel 1931 a Poole, nella regione inglese del Dorsetshire. Le Carré insegnò all’università di Eton, prima di diventare un funzionario del ministero degli Esteri britannico ed essere reclutato dall’MI5 e poi dall’MI6. Dall’esperienza nei servizi segreti prederà spunto per creare il personaggio di George Smiley, leggendario protagonista di numerosi suoi romanzi.

 

L’esordio, in quell’anno, è con ‘Chiamata per il morto’, poi verrà ‘Un delitto di classe’, ma sarà la sua terza fatica letteraria, ‘La spia che venne dal freddo’, uscito nel 1964, a regalargli la fama planetaria. Oltre 20 milioni di copie vendute nel mondo, racconta la storia di Alec Leamas, agente britannico trasferito nella Germania dell’Est, che sarà interpretato sul grande schermo da Richard Burton nel primo di una lunga serie di adattamenti delle sue opere, tra cinema e tv.

 

Basso, tozzo, occhiali spessi, paranoico, ma dotato di intelligenza acuta, una sorta di anti James Bond, come lo descrive lo scrittore in ‘Candele nere’ (1962), Smiley resta l’eroe preferito di Le Carré. Ne La Talpa (1974) questo formidabile ufficiale dei servizi segreti smaschera una talpa sovietica infiltrata nelle sue fila.

I sequel, ‘L’onorevole scolaro’ e ‘Tutti gli uomini di Smiley’, vengono portati in tv e al cinema con Gary Oldman nel ruolo di Smiley. Tra gli altri romanzi celebri, ‘La tamburina’, ‘La spia perfetta’, ‘La casa Russia’, ‘Il direttore di notte’, diventato di recente un serial di successo (con il titolo originale The Night Manager) con Tom Hiddleston e Hugh Laurie.

 

Con la fine della Guerra Fredda nel 1991, Le Carré mette alla berlina nelle sue opere gli eccessi del nuovo ordine mondiale costruito sulle rovine del muro di Berlino: mafia, traffico di armi e droga, riciclaggio di denaro e terrorismo. Sono gli anni di ‘Il sarto di Panama’ e ‘Il giardiniere tenace’, approdato anche al cinema, che denuncia gli abusi delle multinazionali farmaceutiche in Kenya. ‘Il nostro traditore tipo’ e ‘Una verità delicata’ tracciano una satira feroce dei padroni del mondo e delle manovre costruite nei salotti di ambasciate, ministeri e banche.

Negli ultimi Le Carré aveva scelto una vita ritirata, tra Cornovaglia e Hampstead. Sposato due volte, ha avuto quattro figli e tredici nipoti. Nel 2011 ha lasciato in eredità tutti i suoi archivi alla Bodley Library, fondata all’inizio del XVII secolo a Oxford, dove ha studiato lingue negli anni ‘50. «Per Smiley, come per me, Oxford è la nostra casa spirituale», ha affermato.

 

 

UOMINI E LIBRI

 

Quel Natale che Anna Maria Ortese passò con Don Milani tra i ragazzi poveri del Mugello 

di Paolo Speranza

 

Con quell’”angelo antico”, come ebbe poi a definirlo nel suo reportage, Anna Maria Ortese non riuscì a realizzare una vera e propria intervista, nonostante avesse affrontato una sorta di odissea tra gli aspri sentieri del Mugello, avvolti in un silenzio assordante e un buio freddo che gelava le ossa (“Il prete non era precisamente a Vicchio, ma in un’altra località, a vari chilometri di distanza, e assolutamente isolata. Di strade, poi, neppure a parlarne: erano sentieri di fango. Luce elettrica neppure, lassù, ma lampade a gas”) per potersi incontrare “con un fiorentino che credeva ai sindacati cattolici, alla possibilità di una sinistra cattolica, e aveva stampato un libro di cui subito era stata vietata la ristampa, e, in più, ritirata ogni copia dalla circolazione”.

Eppure quel libro, Esperienze pastorali, se da un lato aveva ulteriormente inasprito l’esilio a Barbiana di don Lorenzo Milani, nel contempo aveva assicurato al suo autore una notorietà immediata ed eccezionale.

In quel 1958 tutta la stampa italiana aveva parlato del giovane parroco toscano inviso alle autorità ecclesiastiche per le sue posizioni anticonformiste sull’obiezione di coscienza e sul rapporto tra Chiesa e popolo, schierando le sue firme più note, da destra a sinistra: Carlo Bo, padre Balducci, Gianni Rodari, Luciano Bianciardi, persino Indro Montanelli. Nessun giornalista, tuttavia, aveva tentato l’impresa a cui si accingeva una reporter di vaglia come la Ortese, già scrittrice affermata dopo il successo di Il mare non bagna Napoli, edito nella collana einaudiana “I Gettoni”, diretta da Elio Vittorini: incontrare don Milani nei suoi luoghi e tra la sua gente, in un momento di alto valore simbolico come il Natale, per l’esattezza il 25 dicembre del 1958.

“Natale con don Milani” sarà infatti il titolo a tutta pagina del settimanale “Italia Domani”, che aveva commissionato il servizio alla scrittrice napoletana, nel numero del 4 gennaio ’59, giusto alla vigilia della celebre intervista al quotidiano “Il Tempo” di Roma del cardinale Ottaviani, leader indiscusso del clero conservatore, contro i “comunistelli da sacrestia”.

Ed eccolo, finalmente, in mezzo ai ragazzi poveri e timidi del borgo, “diritto nel suo abito scuro, un altro giovane. Questo sembrava più alto di tutti, e dal silenzio, più forte di quello di tutti gli altri, si capiva che pensava”. E poco conta che don Milani abbia sostanzialmente snobbato l’autrice di Il mare non bagna Napoli, come lei stessa rivela ai lettori: “Non rispose alle mie parole, disse solo che non aveva tempo per me, ora, doveva andare a pregare”: alla Ortese era bastato il primo flash su quel giovane sacerdote silenzioso e riflessivo, con un aplomb aristocratico di matrice familiare, per tracciarne un profilo che è un capolavoro di acume giornalistico e poesia: “Era vestito da prete: ma quello sguardo l’avevo visto negli occhi dei soldati russi, di guardia al Cremlino, una sera d’estate: passeggiavano e guardavano lontano, sotto le stelle rosse, con una purezza, una calma disumana”.

Più silenziosi di lui, se possibile, con quella reporter di città erano i discepoli di don Milani, figli dei contadini poveri di S.Andrea di Barbiana, che la Ortese segue e descrive minuziosamente nelle loro attività quotidiane, nei canti di preghiera, e infine nella “scuola” di don Milani, che all’improvviso si siede in mezzo a loro “e come un vento impetuoso si mise a parlare. Cos’abbia detto non ricordo bene. Guardavo la sua faccia onesta, ancora chiusa ma la fronte libera; e il sorriso lieve di chi ha deciso, di chi ha scelto il coraggio, e se ne andrà lontano”. Verso il futuro, molto prima e più avanti degli altri.

“Istruire la gente”, come intuisce la Ortese, era il vero mantra di don Milani, per dare ai deboli e agli umili quella conoscenza che porta ad un’autentica libertà di scelta tra il bene ed il male. E lassù, profetizza la grande scrittrice di Napoli, in quel borgo di montagna dimenticato dal progresso e anche dalla Chiesa, in quel Natale con don Milani stava nascendo una rivoluzione del sapere e dello spirito.

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(Paolo Speranza storico, saggista e docente)

 

 

 

UOMINI E LIBRI

 

Mondadori e i reportage di “nera” di Dino Buzzati. Il ricordo di Afeltra nel suo "Corriere primo amore"

di Mauro De Vincentiis

 

Una raccolta postuma degli articoli di cronaca “nera”, scritti da Dino Buzzati (1906-1972) sul “Corriere della Sera” e sul “Corriere d'Informazione”, durante la sua carriera, dal 1929 al 1971, è stata pubblicata per la prima volta nel 2002, in due volumi. Ora è riproposta in una nuova edizione (Mondadori, pag.596), con il titolo “La nera”, a cura di Lorenzo Viganò, ampiamente illustrata, in un unico volume; una edizione aumentata con altri articoli e casi.

Ordinata cronologicamente, l'opera raccoglie i reportage dedicati alla cronaca più classica (omicidi, suicidi, misteri, rapine) e a quella di incidenti e tragedie. I testi sono preceduti da schede storiche di riferimento. Un volume che attraversa più di trent'anni di storia italiana.

Narrati da Buzzati, i delitti di prima pagina e le grandi tragedie diventano racconti, favole veri e propri brani di letteratura, attraverso i quali l’autore riesce a coinvolgere il lettore, a fargli sentire sulla pelle ciò che era successo ,disegnando un affresco fedele e, allo stesso tempo, poetico dell'epoca, dell'ambiente, dei personaggi.

E' come se Buzzati facesse scoprire al lettore, con occhi nuovi, un passato che la vitalità dell'evocazione rende ancora attuale. Così uno dei delitti più efferati dell'immediato dopoguerra, il massacro di una famiglia, compiuto da Rina Fort, è rivissuto attraverso una cronaca della Corte d’Assise che ricorda i modelli di Zola e di Gide. Soprattutto, in Buzzati, c’è la capacita di filtrare la vita degli altri in una interiorità complessa, attraversata - come è stato scritto dalla critica più attenta - dai presentimenti, dalle malinconie e dalle emozioni di un grande giornalista-scrittore.

Ogni cronaca è un pezzo da antologia. Come quello del maggio 1949 sullo schianto contro la basilica di Superga dell'aereo che riportava in Patria i Campioni d'Italia del Torino; o come quelli sul dramma di Marcinelle e sul disastro del Vajont.

Fra tutti, quello che merita più attenzione è il fatto di cronaca che, nel 1947, commosse gli italiani. Ad Albenga una motobarca diretta all'isola di Gallinara, con 82 bambini e le loro insegnanti, tutti appartenenti a una colonia milanese, urtò contro un palo semisommerso e affondò in pochi minuti. Era il 16 luglio. Quarantatré bambini e tre maestre annegarono.

Gaetano Afeltra, a quel tempo direttore del “Corriere d'Informazione”, lo seppe mentre si trovava al Bar Cova, storico caffè di Piazza della Scala, dopo una cena fuori città con Buzzati. Afeltra nel suo “Corriere primo amore” ricorda che, mentre Buzzati era impegnato a sorbire un caffè, aveva approfittato per telefonare al “Corriere”, come tutte le sere verso mezzanotte, per chiedere se c'era qualcosa di nuovo.

Appresa la notizia, pensò subito a Buzzati che era lì a portata di mano e ignaro di tutto. «Mi avvicinai a lui - scrive Afeltra - e frettolosamente gli dissi: “Sbrigati, Dino, devi partire per Albenga”. Gli spiegai quello che era accaduto. Dino mi supplicò per non andare. “Non fare storie” replicai “questo è un servizio per te. Non puoi sottrarti”. Il “doverista” Buzzati - come lui stesso amava chiamarsi - dovette fare un grande sforzo, ma molto superiore fu il mio per convincerlo a partire». Il servizio cominciava così: “I quarantatré bambini dormono distesi, fianco a fianco, assolutamente inverosimili”.

Dino Buzzati nel 1928 entrò come cronista al “Corriere della Sera” e, in seguito, ne divenne redattore e inviato speciale. La sua attività letteraria iniziò nel 1933 con “Barnabo delle montagne” e proseguì nel 1935 con “Il segreto del Bosco Vecchio”. I due libri che lo resero celebre furono: “Il deserto dei Tartari” (1940) e “I Sette messaggeri” (1942), con i quali si inserì nel vivo della letteratura italiana e in quella europea del Novecento.

 

 

UOMINI E LIBRI

 

Una terra forte e genuina raccontata da Claudia Mariani in "Novelle d'Abruzzo". Otto storie e tanta umanità

di Leo Coen

 

L'Abruzzo, terra forte e genuina, viene splendidamente raccontato da Claudia Mariani nel suo ultimo libro pubblicato da Edit Santoro "Novelle d'Abruzzo". Sono otto racconti in cui l'autrice descrive storie di vita quotidiana, personaggi ed emozioni familiari.

Sono storie dense e ben articolate, scrive Mary Potenza nella sua prefazione, che connotano una morale tesa a far riflettere su determinati aspetti della vita, attraverso fatti estrapolati da una traccia reale e arricchiti da descrizioni e dettagli suggeriti dall'estro creativo della scrittrice.

"Dietro ogni novella - prosegue Mary Potenza - si nasconde un insegnamento prezioso, facile da cogliere e interiorizzare insieme a importanti spunti di riflessioine e suggerimenti. Un'opera che fa pensare, pur nella sua breve trattazione, al cammino verso la maturità, all'incontro tra benessere psicoaffettivo e valoriale".

Una particolare attenzione - avvertre Potenza - merita l'ultima novella, scritta in prima persona. Colpisce particolasrmente per la minuziosa descrizione degli stati d'animo, della dolorosa storia familiare, con la rievocazione della triste  perdita della madre, quando l'autrice era ancora bambina. La protagonista non si fa illusiioni sulle aspirazioni negate da un'educazione tesa a relegarle tra sforzi e condizionamenti ambientali e sociali.

L'adolescenza è stato il periodo più duro della vita di Claudia, vissuto in solitudine e dedicato allo studio, compagno che definisce "insostituibile". Il suo estro poetico si trasforma in un'ancora di salvezza. Attraverso le sue liriche mette su carta difficoltà e disagi, ma anche sogni e aspirazioni.

 

 

EVENTI E MOSTRE

 

In primavera Venezia renderà omaggio a Bruce Nauman con una grande mostra a Punta della Dogana

di Mauro Vinciguerra

 

VENEZIA - Palazzo Grassi–Punta della Dogana ha annunciato la realizzazione di una grande mostra dedicata all’artista americano Bruce Nauman (1941, Indiana, USA) dal titolo “Bruce Nauman. Contrapposto Studies”. Mostra che sarà curata da Carlos Basualdo, The Keith L. and Katherine Sachs Senior Curator of Contemporary Art al Philadelphia Museum of Art, e Caroline Bourgeois, conservatrice presso la Pinault Collection. La mostra sarà in programma dal 21 marzo 2021 al 9 gennaio 2022 nelle sale di Punta della Dogana

La mostra rende omaggio a una delle figure più significative del panorama dell’arte contemporanea e all’attività di costante ricerca che ha perseguito lungo tutta la sua carriera. A partire dagli anni ’60 fino a oggi, Nauman ha esplorato linguaggi artistici diversi, dalla fotografia alla performance, dalla scultura al video, sperimentandone le potenzialità concettuali e indagando la definizione stessa di pratica artistica.

Vincitore del Leone d’Oro alla Biennale di Venezia nel 2009, consacrato in numerose mostre nei musei di tutto il mondo, Bruce Nauman presenterà a Punta della Dogana la sua produzione più recente e in particolare la serie di opere video che l’artista ha realizzato negli ultimi cinque anni a partire dalla rivisitazione di uno dei suoi primi video, il celebre “Walk with Contrapposto” del 1968.
Il termine Contrapposto indica, nell’arte classica, una formula compositiva in cui la figura umana è rappresentata attraverso una leggera torsione del busto intorno ad un asse, in modo che la parte superiore ruoti in senso inverso rispetto a quella inferiore, alla ricerca di un bilanciamento tra le membra. Il contrapposto classico ha rivoluzionato la scultura in Grecia Antica, per poi avere il suo sviluppo sia in pittura sia in scultura lungo la storia dell’arte, dal Rinascimento fino alle sperimentazioni contemporanee con le immagini in movimento di Nauman.

Bruce Nauman, Walks In Walks Out, 2015. Pinault Collection and Philadelphia Museum of Art. © Bruce Nauman / Artists Rights Society (ARS), New York
Con la serie “Contrapposto Studies” – che include “Contrapposto Studies I-VII,” 2015/16, “Contrapposto Studies i-vii,” 2015/2016, “Walks In Walks Out,” 2015, “Contrapposto Split”, 2017, e “Walking the Line”, 2019 – Nauman per la prima volta ha ripreso un suo storico lavoro per oltrepassare i limiti imposti dalla tecnologia e realizzare qualcosa che non era tecnicamente possibile o fattibile all’epoca della produzione del primo “Walk with Contrapposto” che mostrava l’artista muovere alcuni passi dentro un corridoio di legno nel suo studio, mentre si sforzava di mantenere la posa classica.

Il percorso espositivo affiancherà alle opere della serie “Contrapposto” i lavori storici, tracciando le tappe della ricerca dell’artista sui temi del suono, della performance e dello spazio, componenti centrali nel suo lavoro, invitando i visitatori a un’esperienza immersiva nell’universo artistico di Nauman.
La mostra “Bruce Nauman. Contrapposto Studies” si inserisce nel calendario di monografiche che Palazzo Grassi – Punta della Dogana dedica a grandi artisti contemporanei.

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Elkann sogna il modello NYT, ma Repubblica online è superato da 3 testate e il combinato carta-online ha perso 12mila copie

di Marco Scotti - Affaritaliani

 

Ci sono poche certezze nella vita. E quando crollano fanno ancora più rumore. Una di queste, appena caduta, è quella di Repubblica online come “faro” dell’informazione in rete, come sito più visitato e più ricercato. Ebbene: nella settimana tra il 9 e il 15 novembre (dati Audiweb) il quotidiano fondato da Scalfari è stato superato da tre testate: Il Messaggero (13,3 milioni di utenti unici), Fanpage (14,1 milioni) e Corriere della Sera (17,3 milioni). Repubblica si è fermata a ridosso della soglia dei 13 milioni, il 30% in meno rispetto allo storico concorrente, il Corriere.

 

Un brutto colpo che si aggrava se si vanno a vedere gli ultimi numeri disponibili sulle vendite combinate di copie cartacee e online: dei primi dieci in classifica sui dati di ottobre, solo due sono in flessione. Uno è la Gazzetta, l’altro è appunto Repubblica che ha perso 12mila copie complessive.

 

Il momento è complicato per il quotidiano, che sta vivendo tensioni interiori che rischiano di lacerarlo. Non c’è nessun compiacimento nello scrivere queste cose: la pluralità d’informazione è uno dei capisaldi della nostra democrazia. Dunque, tutti a fare il tifo per il quotidiano detenuto dalla famiglia Elkann. Proprio il nipote di Gianni Agnelli sta cercando di capire che cosa fare con la sua nuova creatura.

 

Non è un mistero che ci siano stati colloqui con Carlo Bonomi per l’acquisto del Sole 24 Ore, nel tentativo di creare un quotidiano unico, liberal (ma vicino a quelli che un tempo si sarebbero chiamati “padroni”) e con una struttura simile a quella del New York Times. Non a caso, Elkann fece riferimento proprio alla storica testata americana quando rilevò dai De Benedetti Repubblica. Bonomi, allora, non se la sentì di andare avanti con le trattative, così come non fece proseguire la discussione con Cairo. I tempi non erano maturi, ma chissà che qualcosa non possa muoversi già il prossimo anno.

 

Nel frattempo, Elkann ha cercato di dare un nuovo indirizzo al quotidiano. Ha congedato Verdelli dopo soli 14 mesi di direzione e ha chiamato Maurizio Molinari, già direttore della Stampa e, ancora prima, inviato proprio da New York. Posizioni più moderate, l’addio di alcune firme storiche come Gad Lerner e l’intenzione di discostarsi da quella logica “di sinistra” che aveva animato la fondazione di Eugenio Scalfari.

 

Nelle scorse settimane, poi, altri avvenimenti di cui Affari ha già dato conto in dettaglio ma che è bene ricordare: il silenzio quasi totale sulla vicenda di Lapo Elkann fermato a Portofino e il “confinamento” dell’addio di Camilleri alla Ferrari nelle pagine sportive. Per dire, i concorrenti hanno scomodato i “pezzi da 90” per raccontare delle dimissioni che non hanno precedenti nella storia manageriale del cavallino. Ricordiamo, oltretutto, che si sta parlando della terza azienda per capitalizzazione in Borsa, non soltanto di un pezzo pregiato della Formula 1.

 

È stato poi pubblicato un documento “condiviso” da Maurizo Molinari e John Elkann che ha fatto storcere il naso ai cdr delle varie testate del gruppo che hanno risposto compatti contestando proprio il fatto che un piano così importante fosse stato (parole loro) “calato dall’alto” dalla dirigenza e dalla direzione, senza una condivisione necessaria in un momento come questo. Tra i quattro pilastri che vengono citati figura la necessità di “avere equilibrio nel riportare le notizie, distanza critica rispetto ai fatti, evitare ogni forma di militanza”. Tutto l’opposto di quello che diceva Scalfari.

 

Ancora: i malumori della redazione si sono moltiplicati quando si è iniziato a temere che la “Muraglia cinese” che deve necessariamente dividere chi scrive dal reparto commerciale, sembra aver iniziato a scricchiolare, con qualche ingerenza che, ci raccontano dalla redazione, non è stata apprezzata. Si legge nel documento, infatti, che in redazione “lavorano fianco a fianco giornalisti, tecnici digitali, analisti dei dati, videomaker, fotografi, producer, autori e addetti al marketing”. Con questi ultimi che normalmente dovrebbero essere molto distanti dai giornalisti.

 

Ma soprattutto Elkann è uomo di numeri e di conti e anche da questo punto di vista ci sono indicatori che preoccupano. In primo luogo, come detto, i dati sull’andamento del mercato digitale, con la perdita di quel “monopolio” che sembrava garantito. Sono stati venduti tre quotidiani locali perché ritenuti non più strategici per il business. Una mossa che può anche essere comprensibile, ma che è stata seguita da quella ben più traumatica di chiudere Micromega dal 1° gennaio. Se si sforbiciano anche i periodici di approfondimento significa snaturare definitivamente la vision che fu di Scalfari, di Caracciolo e della famiglia De Benedetti. Dopo Micromega si parla già del pensionamento di Limes. Sarebbe un vero peccato per tutto il panorama informativo italiano che si ritroverebbe un po’ più povero, un po’ più debole.

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(Marco Scotti - www.affaritaliani.it)

 

 

 

 

 

 

Anche Mignanego, figlio di Ottone, lascia la Gedi e va in pensione da velista

 

ROMA - Stefano Mignanego dopo 37 anni lascia il gruppo Espresso, ora diventato Gruppo Gedi. Era dal 1998 direttore centrale Relazioni Esterne. Era entrato per occuparsi di controllo di gestione, poi era stato amministratore delegato dell’editrice della Provincia Pavese e direttore generale dell’editrice del Lavoro. Dal 1992 al 1997 è stato direttore coordinamento delle edizioni locali di Repubblica.

Persona cortese e disponibile, con un’etica del lavoro difficile da trovare. Ha scelto di andare in pensione anche se non era tenuto e ha scritto una lettera da velista, come era anche il padre.

“In questi giorni rivedo spesso il nastro dei miei ricordi. Il primo è quello del mio ingresso nel Gruppo. Anno 1983, vigilia dell’estate. Mi sono appena laureato alla Bocconi con una tesi sull’editoria. Mi affascinano i giornali, ma non vorrei fare il giornalista, mi piace il mondo che ci gira intorno, le persone, i numeri, i bilanci. Porto la mia tesi, fresca di stampa, a Carlo Caracciolo nella sede di Milano dell’Espresso, allora in via Cino Del Duca. Tra una sigaretta e l’altra la sfoglia, mi chiede cosa voglio fare nella vita. Gli dico che mi sto organizzando per andare in vacanza a Newport a seguire Azzurra in Coppa America. Farei anche qualche articolo per un giornale di nautica. E poi mi cercherei un lavoro. La Bocconi è un buon biglietto da visita, stanno già arrivando proposte. Mi ascolta, e con naturalezza e leggerezza, come se mi offrisse un caffè, mi dice: ‘Ti assumiamo noi, da subito: vieni a lavorare a Roma, nel controllo di gestione dei giornali locali’. Dico di sì prima ancora di pensarci. E lì comincia la mia lunga avventura in quello che tanti dicevano essere, all’epoca, un ‘club’ più che un’azienda. Per me il Gruppo è stato una grande barca (naturalmente a vela) con un grande equipaggio: abbiamo vissuto, tutti insieme, colleghi ed ex-colleghi, poligrafici, giornalisti, dirigenti e collaboratori, momenti di successo e momenti difficili. Affrontato tempeste e bonacce. E quelli delle altre barche sempre a inseguirci, a prenderci come esempio. Negli anni sono cambiati armatori e comandanti. Tutti hanno saputo cogliere lo spirito e il senso di appartenenza che ci hanno fatto essere speciali, unici. E’ stata una navigazione splendida, irripetibile. Alcune volte con il vento in poppa, in discesa, sotto spinnaker, altre volte con il vento in prua, in salita, con la tormentina. Adesso però, dopo 37 anni, ho deciso: a fine anno mi tolgo cerata e scarpe da vela, e scendo. Vado in pensione”.

A questo punto Mignanego chiede perdono perchè copia un passaggio dall’articolo di congedo dai suoi lettori di suo padre, scritto quattro anni fa, pochi mesi prima di morire.

Ecco il brano: “Da qualche settimana non alimento più la mia rubrica ‘Vizi e virtù’ del Venerdì e forse la sospensione sarà definitiva. La ragione è semplice: ragione di età. In Germania, dopo la guerra, si cantava la canzone popolare Es Geht Alles Vorüber, Es Geht Alles Vorbel: tutto finisce a questo mondo e la canzonetta si applica anche a quel che scriviamo…’.

“Ecco -riprende Mingnanego- tutto finisce a questo mondo. Anche la mia avventura qui dentro. Sono arrivato in porto, prendo le mie cose e vado a dedicarmi alla mia famiglia e alle mie passioni. Voi continuerete a navigare, in un mare che in questa stagione è agitato, in burrasca. Ma ne uscirete bene, come sempre. L’armatore e la sua squadra hanno fatto una difficile scommessa sulla sfida alle nuove frontiere (nessun altro avrebbe osato, in questi tempi) e la vinceranno, per le loro idee, per la loro passione, per la loro capacità e per questo equipaggio, straordinario come lo era quello di Azzurra”.

Stefano Mignanego, genovese, è figlio di Piero Ottone (vero nome Pier Leone Mignanego), grande direttore del Corriere della Sera dal 1972 al 1977, che licenziò Montanelli e portò in prima pagina Pier Paolo Pasolini.

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(www.professionereporter.eu)

 

 

 

 

 

 

La grande sfida Corsera-Repubblica. Chi vince il testa a testa città per città

 

MILANO - La sfida nel panorama dei quotidiani generalisti italiani è sempre tra Il Corriere della Sera, edito dalla Rcs del patron del Torino Urbano Cairo e La Repubblica, pubblicata dalla Gedi, società controllata da Exor, la holding degli Agnelli-Elkann.

Il quotidiano Italia Oggi con un articolo di Marco Capisani ha fatto il punto di questa sfida nelle province delle principali metropoli italiane, ricordando come in queste zone la concorrenza corre addirittura su due livelli: da una parte sempre tra i due big Repubblica e Corriere della Sera, dall’altra fra i giornali dal posizionamento più politico come Fatto Quotidiano, Giornale, Libero e Verità.

In questo quadro la città dove sembra esserci maggior competizione è Roma, secondo le ultime rilevazioni territoriali Ads, ripartite provincia per provincia e riferite alle diffusioni medie 2019 delle sole pubblicazioni cartacee. Nella capitale, infatti, la partita è interamente giocata da Messaggero, Repubblica e Corriere della Sera. Il primo regna incontrastato con oltre 14 mila copie diffuse mediamente che fanno la differenza rispetto a Repubblica, seconda e a sua volta seguita dal Corsera, quest’ultimo indietro di 7,2 mila copie.

Al netto poi di pubblicazioni sportive o specialistiche, arrivano Tempo e Fatto Quotidiano. A seguire però spuntano i nordici Giornalee Verità. Solo più in basso, in ordine di copie decrescente, si trova Libero.

Comunque il mercato editoriale non è statico e cosa succederebbe se il quotidiano locale non fosse così saldo al vertice? E’ il caso di Bari dove la Gazzetta del Mezzogiorno ha vissuto momenti travagliati e ora diffonde 8 mila copie circa. In pole e sostanzialmente appaiati curano ogni evoluzione Repubblica e Corsera.

Dopo il Messaggero, si posizionano nell’ordine Giornale,Fatto, Verità e Libero, con una curiosità: a loro si aggrega in coda il manifesto che anticipa la Stampa, quotidiano torinese ma pur sempre di respiro nazionale.

Differente e più chiaro il caso in cui il giornale della città coincide con un big nazionale come a Milano, dove il Corriere della Sera ha 37,7 mila copie di vantaggio da tutti e dove, però, prima di Repubblica, arriva il Giorno (che con Nazione e Resto delCarlino compone il dorso sinergico Qn Quotidiano Nazionale). Sotto la Madonnina semmai, dopo il Giornale, è testa a testa tra Libero e Verità, con il primo in vantaggio di 682copie. Distanziato c’è il Fatto Quotidiano.

A Torino, invece, la Stampa gode di un distacco ancora maggiore rispetto a quello del Corsera a Milano. Il tesoretto di cui dispone supera le 40 mila copie. Agiatezza diffusionale maggiore se si consi- dera che il secondo quotidiano generalista in classifica è Repubblica, che come l’ex quotidiano storico di casa Fiat fa parte del gruppo Gedi.

Nel capoluogo piemontese è terzo il Corriere della Sera che, però, deve recuperare quasi 2 mila copie se vuole affiancare Repubblica, pur ricordando che l’edizione locale della testata meneghina è a Torino da 3 anni.

C’è poi un’altra testata di matrice milanese che si distingue ed è nuovamente il Giornale, facendo meglio del Fatto, politicamente riconducibile al Movimento 5 Stelle da cui proviene l’attuale sindaca Chiara Appendino. Sempre a Torino, infine, si ripresenta la singolar tenzone tra Libero eVerità, dove il quotidiano della famiglia Angelucci sorpassa quello di Maurizio Belpietro di sole 34 copie.

Da notare che il Giornale di Alessandro Sallusti si distingue a Sud non solo a Bari ma anche a Napoli, città in cui è capofila dei quotidiani dal taglio più politico. Precede (nell’ordine) Fatto e Messaggero. Anche nella capitale partenopea poi, spunta il manifesto, questa volta prima di Verità e Libero.

A Napoli, comunque, a tenere le redini delle edicole è sempre il Mattino, seguito a distanza da Repubblica, a sua volta avanti di quasi mille copie dal Corsera.

 

 

 

Dopo 242 anni chiudono i grandi magazzini Debenhams. Un pezzo di storia britannica

 

LONDRA - I grandi magazzini britannici Debenhams chiuderanno dopo 242 anni di storia. L’azienda ha dato la notizia martedì, 24 ore dopo l’annuncio che il gruppo di abbigliamento Arcadia, che controlla tra gli altri Topshop, era andato in amministrazione straordinaria: Arcadia è il principale concessionario di Debenhams e la notizia del suo possibile fallimento ha allontanato l’azienda britannica JD Sports, l’unico compratore interessato al momento. Debenhams inizierà quindi a smantellare gradualmente le operazioni: chiuderà i suoi 124 negozi rimasti in Regno Unito, mentre 12mila dipendenti rischiano di restare senza lavoro.

 

Debenhams è soltanto l’ultimo in ordine temporale dei grandi magazzini e delle grandi catene di abbigliamento che sono stati stroncati dalla crisi portata dal coronavirus, ma le perdite causate dalle prolungata chiusura dei negozi e dal crollo delle vendite sono state solo l’ultimo grave problema di una situazione difficile da tempo. Molte catene, infatti, non sono riuscite a reggere la concorrenza delle più agguerrite catene di fast fashion, che offrono abbigliamento alla moda a prezzi contenuti e con un ricambio continuo, come Primark, e alla rivalità  dei rivenditori online, come Asos e Boohoo, forniti, comodi e svelti nel consegnare gli ordini.

 

Le difficoltà di Debenhams erano ben evidenti dal 2018, quando aveva perso 491 milioni di sterline di ricavi rispetto all’anno precedente, aveva chiuso 50 negozi e tagliato 4000 posti di lavoro. Nel 2019 era entrato in amministrazione straordinaria e poi di nuovo nell’aprile del 2020. In questi giorni, i negozi fisici e quello online sono comunque aperti per le vendite di Natale, per smaltire il magazzino e gli ordini già fatti; il sito è crollato dopo l’annuncio della liquidazione a causa delle troppe visite di chi cercava un’ultima occasione.

 

Nonostante la fine un po’ amara, Debenhams ha avuto un ruolo importante nella storia della moda e della società britannica, arrivando a contare più di 200 negozi in 18 paesi al mondo e collaborazioni con alcuni dei migliori stilisti del momento. Il primo negozio venne fondato nel 1778 da William Clark al numero 44 di Wigmore Street, nel West End di Londra: vendeva tessuti preziosi, guanti, cappellini e parasole. Nel 1813 l’imprenditore William Debenham investì nell’azienda, che cambiò nome in Clark & Debenham. Il primo negozio fuori Londra fu aperto a Cheltenham nel 1818 ed era una riproduzione di quello originale a Wigmore Street. In quegli anni, gli affari prosperavano grazie alla moda vittoriana dell’epoca e al suo rigido codice di abbigliamento.

Dopo la Prima guerra mondiale, Debenhams iniziò a espandersi con una serie di acquisizioni e nel 1928 si quotò alla borsa di Londra. Continuò ad aprire nuovi negozi, ad allargare la sua offerta di abbigliamento e a diversificarla: nel 1950 era diventato il più grande magazzino del Regno Unito, con 110 punti vendita e 84 marchi, e continuò a crescere fino alla metà degli anni Sessanta.

 

Una nuova fase della sua storia si aprì nel 1985, quando venne acquistato da Burton, il gruppo fondato a inizio ‘900 dal 18enne lituano Montague Burton al suo arrivo nel  Regno Unito, e che possedeva già Topshop, Dorothy Perkins e altri marchi che nel 1997 confluirono nel gruppo Arcadia. L’anno dopo, Debenhams venne scorporato dal gruppo e nuovamente quotato in borsa, mentre nel 2002 Arcadia fu acquistato dall’imprenditore Sir Philip Green, che lo portò al successo: i suoi marchi, a partire da Topshop, divennero all’ultima moda, anche grazie alle collaborazioni con modelle e celebrità, da Kate Moss a Beyoncé.

 

Gli anni Duemila, nonostante il periodo economico poco favorevole, furono un periodo di crescita per Debenhams, soprattutto sotto la guida di Belinda Earl. Aveva iniziato a lavorare a 16 anni come commessa nella sede di Debenhams di Plymouth, dov’era nata, per pagarsi i vestiti, e ci era tornata 24 anni dopo come amministratrice delegata, dopo due anni a capo di una divisione dei grandi magazzini Harrod’s. Fu Earl a introdurre la linea “Designers at Debenhams”, una serie di collaborazioni tra stilisti emergenti e il grande magazzino, che proponevano collezioni ricercate e alla moda a prezzi accessibili e che ebbero un enorme successo.

 

Earl se ne andò nel 2003, senza aver trovato un acquirente unico per Debenhams. L’azienda venne così comprata da un consorzio di aziende finanziarie per 600 milioni di sterline che, tre anni dopo, ne guadagnarono 1,2 miliardi dopo averla quotata sul mercato azionario. Debenhams però era già gravata da un miliardo di sterline di debiti e da allora la situazione è precipitata: i profitti scendevano, i debiti si accumulavano, gli affitti salivano. Provò a reagire aprendo sempre più negozi ma finì per aumentare ancora di più i suoi debiti fino a quando, nel 2018, la situazione divenne insostenibile.

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(Servizio di Il Post)

 

 

 

Chi è Toni Belloni, il manager lombardo numero due del magnate francese Arnault

di Luciano Mondellini

 

MILANO - Chi lo conosce lo descrive come una persona riservatissima -anche se nel mondo in cui lavora da anni l’apparenza è sostanza- e molto legato al mondo milanese e lombardo da cui è partito anni fa, anche se da anni vive stabilmente in Francia.

Antonio “Toni” Belloni è ufficialmente il direttore generale nonché uno dei membri del cda di LVMH, colosso della moda e del luxury francese che fa capo a Bernard Arnault, magnate transalpino che secondo la rivista statunitense Forbes vanta un patrimonio di circa 142 miliardi di dollari ed è per questo il terzo più ricco al mondo alle spalle di Jeff Bezos (Amazon) e Bill Gates (Microsoft). Nonché negli ultimi anni spesse volte accostato al Milan come futuro proprietario del club rossonero, anche se, va detto, LVMH ha sempre nettamente smentito ogni interesse per la società di via Aldo Rossi.

Il vero braccio destro di Arnault

Al di là degli incarichi ufficiali, Belloni, nato a Gallarate (Varese) nel 1954 e laureatosi in Economia all’Università di Pavia, è considerato il reale numero due del gruppo transalpino, il luogotenente di Arnault su molti questioni e una persona di cui il magnate francese si fida moltissimo. Nei fatti l’affinità con Arnault scattata 19 anni fa non si è mai interrotta e Belloni oltre ad essere il più stretto collaboratore del presidente, viene spesso inviato ad appuntamenti importanti per il gruppo

 

Il manager lombardo infatti entrò nel gruppo LVMH nel 2001 (dopo aver lavorato per anni al colosso statunitense Procter&Gamble) ed è proprio nel primo decennio del secolo che LVMH ha accelerato la sua espansione internazionale nel mondo della moda a colpi di acquisizioni (se ne contano oltre una ventina in quel periodo). Una scalata realizzata anche in virtù della competenza nel settore di Yves Carcelle, storico direttore del brand Louis Vitton, scomparso nel 2014 e con cui lo stesso Belloni aveva un rapporto di grande stima professionale.

 

A Belloni inoltre sono attribuiti i meriti del risanamento e del rilancio del grande magazzino del lusso parigino Bon marché, ma soprattutto della catena di profumeria Sephora, portata a essere leader internazionale del proprio segmento. Inoltre sono riconosciuti anche un deciso contributo nei risultati ottenuti dai marchi italiani presenti nel portfolio del colosso francese come Bulgari, Fendi e, più recentemente, Loro Piana.

Non sorprende quindi che nel 2008 Belloni abbia ricevuto l’onorificenza di Chevalier de l’ordre national de la Legion d’honneur, dalla presidenza della repubblica francese al tempo guidata da Nicolas Sarkozy (di cui Arnault è stato testimone di nozze).

Il legame con Alexandre, figlio di Arnault

In questo quadro non sorprende nemmeno che come spiegano persone molto vicine all’entourage della famiglia transalpina, al dirigente varesino sia stato affidato ufficiosamente anche il ruolo di guida professionale per Alexandre Arnault, terzo figlio del magnate.

Il  tycoon francese infatti ha cinque figli. Due di primo letto, Antoine, considerato l’erede al trono di LVMH e in questa veste è la persona che ha sempre smentito ogni interessamento della società transalpina per il Milan. E Delphine, ex membro del cda di Mediobanca e che ora siede nel cda di Ferrari oltre ad essere la moglie di Xavier Niel, il patron di Iliad e impegnata in prima persona nel gruppo di famiglia.

Tre invece sono i figli avuti dalla seconda moglie Helene Mercier sposata nel 1991: Alexandre, Frederic e Jean (gli ultimi due hanno avuto come insegnante di francese la Liceo privato Franklin di Parigi l’attuale premiere dame di Francia Brigitte Macron).

 

Belloni, come si diceva, sta facendo anche da guida professionale per il figlio Alexandre, che ufficialmente ricopre l’incarico di co-ceo di Rimowa controllata tedesca di LVMH operante nella valigeria, ma che, come spiegano fonti che conoscono bene le dinamiche della dinastia parigina, sta ancora cercando il suo vero ruolo all’interno del gruppo LVMH. “Il suo posto al sole” come dice la fonte.

Un legame, quello di Alexandre Arnault con Belloni che profuma molto di Italia., visto che il giovane rampollo transalpino, che tra le sue amicizie più famose può vantare anche Chiara Ferragni, ha una grande passione per il nostro Paese e per Milano, capitale italiana della moda e del lusso.

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(Luciano Mondellini direttore di www.calcioefinanza.it)

 

 

 

Da Firenze all'Africa: ecco come lavora la Onlus fai da te dei "Manzonauti"

di Simona Poli - La Repubblica

 

FIRENZE - Infiniti sono i canali della solidarietà, che spesso corre nel mondo sulle gambe di singole persone che si mettono al servizio degli altri, senza nulla chiedere in cambio, sognando in grande pur essendo piccolo, rendendo possibili progetti che spesso le mega organizzazioni lasciano arenati nelle sabbie mobili della burocrazia. Capita così che a Firenze un gruppo di amici storici che si frequentano fin dagli anni della scuola e che insieme riescono ancora a divertirsi parecchio, abbia trasformato una serie di eventi pensati per puro divertimento in una efficientissima strumento di intervento in alcune delle zone più povere dell’Africa.

Loro sono i “Manzonauti”, dal nome del leader del gruppo Stefano Manzini, farmacologo e manager della Menarini con una vasta esperienza di lavoro internazionale che dopo aver passato buona parte del suo tempo libero a inventare incredibili meeting per i suoi amici (tipo recitare insieme a loro l’Amleto nel vero castello di Helsingor organizzando una trasferta in Danimarca per 50 persone) appena andato in pensione ha arruolato la squadra per fondare una Onlus, la ManzoProdActionAid, che attualmente mobilita in vario modo circa 250 persone.

 

“Continuiamo a creare spettacoli, raduni, camminate e eventi per raccogliere fondi e adesioni”, spiegano Manzini e Susanna Rollino, una delle socie fondatrici che come assistente sociale del ministreo di Giustizia segue i detenuti di Solliciano. “In due anni di vita abbiamo già realizzato dodici progetti, tra cui l’allestimento di un ambulatorio medico nella zona est di Aleppo dove superando 36 posti di blocco siamo riusciti a portare il materiale grazie all’aiuto della comunità francescana in Siria. Quello che facciamo, una volta raccolti i soldi necessari, è metterci in contatto con i volontari, religiosi o laici, che operano in certe realtà e recuperare edifici abbandonati per ristrutturarli secondo i bisogni: scuole, centri pediatrici, aree giochi, laboratori di formazione per artigiani e tecnici a cui forniamo i kit professionali”.

Il volontariato fai da te funziona perché è agile, non ci sono strutture né costi di personale, ogni sforzo è finalizzato a ottenere un risultato concreto nel più breve tempo possibile: Zimbabwe, Senegal, Burkina Faso, Etiopia, ora la nuova sfida per costruire altri tre ambulatori per i bambini africani. “Ma anche nel sud Italia abbiamo fatto qualcosa, per permettere ai migranti dello Sprar di Gela di giocare a calcio abbiamo comprato dieci paia di scarpe con i tacchetti e ai ragazzi di Tam Tam Basjet di Castelvolturno abbiamo inviato le sneaker da cestitsti, con i loro nomi scritti sopra”, racconta Stefano Manzini, che fatto suo il motto obamiano “si può fare”. “Più siamo e più potremo osare, c’è tanta voglia di rendersi utili, basta capire dove indirizzare la propria energia”.

Per offerte di aiuti e collaborazioni si può consultare il sito della Onlus (www.manzoaid.org) o inviare una mail (manzoprodactionaid@gmail.com).

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(Simona Poli - www.repubblica.it)

 

 

 

 

Lech Walesa, 30 anni fa la sua elezione mise fine a un incubo. Ma la musica cambia in fretta

di Leonardo Coen

 

Nel calendario delle feste umane che scandisce ed esalta le tappe del nostro tempo, la data del 9 dicembre 1990 è incisa sulla pietra come i cippi di frontiera. La pietra miliare di un confine epocale: è lo storico giorno in cui Lech Walesa, il baffuto elettricista leader di Solidarnosc, diventa presidente della Polonia.

Ormai è una figura emblematica, predestinata a tale onore: lo hanno insignito del Nobel per la pace nel 1986 (premio che ritira la moglie Danita giacché Lech aveva paura che non lo avrebbero fatto rientrare in patria), ha negoziato con le autorità comuniste la conclusione del cosiddetto “esperimento socialista”. Walesa è il primo capo di Stato liberamente eletto a Varsavia dopo 63 anni, il primo non comunista dopo 45 anni.

 

La transizione pacifica dal comunismo alla democrazia liberale seppellisce il regime e tutto avviene sotto l’egida sovietica, con la benedizione del Vaticano (grande finanziatore di Solidarnosc, grazie a capitali Usa riciclati dal Banco Ambrosiano e dallo Ior) e con l’assenso di Mikhail Gorbacev, segretario del Pcus e presidente dell’Urss: il quale, proprio due mesi prima, ad ottobre del 1990, aveva ricevuto, come Walesa, il premio Nobel per la Pace. Il primo, evidente segno del disgelo è il ritiro dell’Armata Rossa dal territorio polacco.

Con il Nobel a Gorbacev si intendeva suggellare idealmente la fine della Guerra Fredda: un anno e un mese prima era infatti caduto il Muro di Berlino. Il processo socio-politico di riunificazione delle due Germanie si era appena concluso il 3 ottobre 1990: avvenimento che contribuì non poco ad orientare la scelta del comitato che decide le assegnazioni dei Nobel. Il Natale dell’anno dopo l’Unione Sovietica si sarebbe dissolta.

 

Gioiva più di tutti papa Giovanni Paolo II, il polacco Karol Wojtyla, arcivescovo di Cracovia, l’occulto regista dell’emancipazione della sua terra cattolicissima, salito al soglio pontificio nella notte tra il 16 e il 17 ottobre del 1978: la sua nomina fu accolta in Italia con stupore e inquietudine. Col senno di poi, si capiscono le dinamiche che portarono il Conclave a convergere i consensi cardinalizi su Wojtyla. Tutto ciò contribuisce ad alimentare grandi speranze nell’Occidente democratico e capitalista.

L’America celebrava, senza dissimulare la soddisfazione, il suo trionfo ma già l’orizzonte si oscurava per i nuovi conflitti provocati dallo sconquasso geopolitico: i Balcani in fiamme, le guerre del Golfo, il terrorismo islamico sempre più ardito e destabilizzante, l’Europa alle prese con problemi più grandi di essa, l’irrompere sulla scena economica e commerciale della Cina, senza dimenticare il ruolo esponenziale che avrà lo sviluppo travolgente ed implacabile della comunicazione (globale e illimitata) innescata dall’industria digitale.

 

Le ricorrenze sono talvolta feroci conti con il passato, e il tempo che scorre porta inganni ed illusioni. Siamo spesso animati da forti dialettiche critiche tra passato e presente (il tema fondante di Quarto potere del grande Orson Welles, oggi riproposto dal film Mank di David Fincher) e rischiamo di restare intrappolati dalle contaminazioni delle memorie incrociate, falsate, manipolate.

Il caso Walesa è in questo senso esemplare. La Polonia che lo votò era la stessa dei dieci milioni di aderenti a Solidarnosc, quasi un quarto della popolazione polacca, che aveva vinto la sfida con la corrotta nomenklatura comunista: operai, intellettuali, esponenti del clero cattolico, gente comune che protestava contro l’aumento dei prezzi e la chiusura dei cantieri. Il regime comunista lo ricordiamo impersonato dalla cupa figura del generale Wojciek Jaruzelski, l’uomo forte del potere, sempre corrucciato e con gli occhiali scurissimi, come quelli che portano i ciechi.

 

In fondo, cieca era l’ostinata resistenza dei burocrati comunisti e il generale del resto aveva duramente soffocato le proteste operaie e quelle degli intellettuali con arresti di massa e con la legge marziale (dichiarata nel dicembre del 1981). Alla fine, per quasi un anno, Jaruzelski fu presidente di transizione (1989-1990) della Polonia, mentre si mettevano a punto i laboriosi e complicati accordi, le famose Trattative della tavola rotonda attorno a cui sedevano i vertici del partito comunista e quelli di Solidarnosc.

Dunque, l’elezione liberatoria di Walesa rappresentò la fine di un incubo. Ma la musica cambia in fretta. Walesa non è consapevole che il suo ruolo è cambiato, è ormai istituzionale. Non ha il tatto necessario per mediare tra le due anime in cui si sta dividendo il Paese. Metà è ancora provinciale, conservatrice, tradizionalista, nazionalista: se vogliamo, reazionaria. L’altra metà è invece europeista, urbana, liberale, progressista e quindi si sente cosmopolita.

 

Walesa sostiene l’ingresso della Polonia nella Nato (che avverrà nel 1999) e nell’Unione Europea (2004). Appoggia la shock therapy economica, tanto violento è il passaggio dall’economia centralizzata e arretrata al libero mercato. Si creano subito disuguaglianze e disoccupazione, il ceto medio s’impoverisce, non ci sono paracaduti sociali in grado di tamponare la crisi. Walesa, inoltre, ha uno stile conflittuale, come se la Polonia fosse ancora e solo il “suo” Cantiere Lenin di Danzica.

Fatto sta che quando si ripresenta alle successive elezioni presidenziali, viene trombato e umiliato. Dopo la sconfitta, partecipa alla fondazione di un nuovo partito, Azione Elettorale Solidarnosc che vince le parlamentari ma lui ha un ruolo marginale, il vero leader è un altro: Marian Krzalewski. Alle terze presidenziali, quelle del 2000, Walesa raccatta un miserabile 1%. E si fa notare per gaffe insopportabili. Critica il Nobel di Obama. Insulta i migranti, se la piglia con chi governa la Polonia, assume posizioni antigay, gli omosessuali sono per Lech “malati da curare” e sarà costretto poi a rimangiarsi tali affermazioni (“sono frutto della cultura di un uomo anziano”) ma nel 2000, quando esternò le sue opinioni aveva solo 57 anni…

 

Nel 2013 il grande regista Andrzej Wajda realizzò un film su di lui: “L’uomo della speranza”, chiudendo il ciclo che lo aveva reso celebre con “L’uomo di marmo” e “L’uomo di ferro”. Entrambi, Wajda e Walesa, escono sconfitti. La Polonia di oggi è un Paese dove la giustizia è stata assoggettata brutalmente al regime sovranista. La democratura di Varsavia si fa beffe dello Stato di diritto. per il momento i polacchi conservano la libertà di pensare, di lavorare, di circolare, di consumare. Ma la giustizia è al guinzaglio e la gran parte dei media si è trasformata in strumenti di propaganda.

L’economia nazionalista sfrutta gli investimenti dell’Unione europea, la quale critica questa deriva illiberale ma nella realtà non agisce per mettervi fine: all’industria tedesca la Polonia fa molto comodo così com’è. Il risultato è che il governo sovranista polacco utilizza tutte le leve del potere di cui dispone (a livello esecutivo, legislativo, poliziesco e mediatico) per impedire che l’opposizione acceda alla sfera pubblica. E per azzittire personaggi carismatici come Walesa che denunciano la democrazia perduta e l’instaurazione di una dittatura o l’uscita dall’Ue perché l’attuale Polonia non ne rispetta i valori. Così, da anni, l’ex presidente è bersaglio di attacchi pesantissimi, e di accuse infamanti: essere stato un informatore della polizia segreta comunista, sotto il nome di copertura “agente Bolek”.

Una battaglia a colpi di documenti scovati tra gli archivi della Sb, i servizi comunisti, e di insinuazioni sulle presunte delazioni di Walesa negli anni Settanta, ai tempi delle lotte di cantiere. Lech smentisce, dice di essere stato vittima a suo tempo di una macchinazione infamante. Insomma, trent’anni dopo, lo sporco imbratta lo splendente cippo del 9 dicembre 1990.

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(Leonardo Coen giornalista e scrittore - Blog su www.ilfattoquotidiano.it)

 

 

 

 

Senza un accordo tra Usa e Cina si torna a un mondo diviso in due blocchi

di Massimiliano Volpe - Wall Street Italia 

 

Dopo quattro anni di escalation della sfida commerciale e a quasi un anno dall’inizio della prima vera pandemia globale degli ultimi 100 anni, la situazione geopolitica ed economica sembra destinata a tornare sulle montagne russe.

Pechino e Washington hanno opinioni molto diverse su come dovrebbe funzionare l’ordine internazionale e mentre gli Usa aumentano la pressione, la Cina non arretra di un passo. Se Stati Uniti e Cina non riusciranno a trovare un accordo che supporti il ​​normale funzionamento del sistema internazionale, è certo che entrambe cominceranno a schierare le proprie formazioni geopolitiche.

Molti paesi (come Messico e Pakistan), anche a causa della loro vicinanza geografica e dai profondi legami economici che intrattengono con le due potenze, non saranno in grado di resistere alla chiamata di Usa e Cina. Nel frattempo, il resto del mondo si trova in una sorta del limbo, nel tentativo di rimanere neutrale nonostante le pressioni che arrivano da ambo le parti.

Usa, la strategia

È molto probabile che Washington continui a fare pressioni sugli alleati e sui Paesi terzi affinché si uniscano negli sforzi per isolare la Cina e continuare a imporre sanzioni alle società cinesi.
Australia, Nuova Zelanda, Canada e Regno Unito sono membri dell’alleanza di condivisione dell’intelligence, Five Eyes, e sono già impegnati per rimanere al fianco degli Usa. Il Messico, di fatto, non ha alternative, tale è la dipendenza economica del paese dagli Stati Uniti.
Più difficile convincere l’Unione Europea a schierarsi; gli europei, essendo istintivamente portati al multilateralismo, preferirebbero fissare dei propri parametri per la gestione dei rapporti con la Cina. Nell’Indo-Pacifico, l’amministrazione Trump ha cercato di rilanciare il “Quad” (Quadrilateral Security Dialogue) come base di un’alleanza anti-cinese, ma non è chiaro se India e Australia la vedano allo stesso modo.

 

L’aliquota media dei dazi doganali sui beni cinesi è passata dal 3% al 19% tra gennaio 2018 e marzo 2020, un aumento di oltre sei volte. C’è quindi molto margine di riduzione, soprattutto quelli sui beni intermedi, che penalizzano le aziende statunitensi aumentando i costi e rendendo di conseguenza non competitivi i loro prodotti finali. Logicamente, un’amministrazione pragmatica ridurrebbe questi dazi con giudizio, utilizzando invece misure di diversa natura per i settori più sensibili.

 

Sul versante finanziario, il Public Company Accounting Oversight Board (PCAOB) non è riuscito a ottenere un accordo con le autorità cinesi per ottenere l’accesso ai registri di audit delle società cinesi, e nell’attuale clima è stata presentata l’opzione “atomica”: la SEC potrebbe proibire la negoziazione di azioni di società che non hanno affrontato un’ispezione PCAOB per tre anni consecutivi. In tal senso il Senato americano, grazie ad un accordo bipartisan, ha già presentato una proposta di legge. La normativa cinese stabilisce però dei limiti alla divulgazione delle informazioni e attualmente vieta alle società di accounting cinesi (comprese le affiliate locali di società internazionali) di condividere la documentazione di revisione sulle società, per motivi di sicurezza nazionale.

 

Di fatto, questo delinea la prospettiva concreta che la Cina diventi un altro paese nella lista di quelli verso cui gli investimenti sono sottoposti a restrizioni, come Iran e Sudan. Ciò limiterebbe chiaramente l’universo investibile per gli investitori basati negli Stati Uniti, ma potrebbe potenzialmente diventare una condizione per accordi commerciali o patti di difesa: ovvero che un paese terzo che firma un accordo con gli Stati Uniti debba rinnegare le relazioni con la Cina. Questo è forse l’impatto di più vasta portata per gli investitori a breve termine, sebbene il mondo degli investimenti identificherà rapidamente meccanismi paralleli per aggirare il problema.

Cina, la strategia

In parole povere, il piano d’azione della Cina è quello di diventare più ricca e riassumere il suo legittimo ruolo di “Regno di Mezzo”. Zhongnanhai, la sede della leadership del Partito Comunista Cinese, vuole dimostrare che il comunismo può effettivamente fornire la struttura per garantire un governo responsabile, ambiente pulito e ricchezza economica.

A ben vedere, il processo ristrutturazione dell’economia domestica cinese che prevede il passaggio dal settore manifatturiero a quello dei servizi, rende già ora i dazi statunitensi meno efficaci. Dal 2013, infatti, la crescita del PIL cinese è stata sempre più trainata dal settore dei servizi e dai consumi interni.

 

La strategia del Paese sarà quella di raddoppiare gli sforzi per lo sviluppo della Belt and Road Initiative (BRI) e di accelerare il reclutamento dei paesi beneficiari nella sua sfera di influenza. Ciò significa consolidare l’accesso a quei mercati, integrare le aziende cinesi in quelle economie, stabilire flussi di forniture a lungo termine di materie prime, risorse e prodotti agricoli, adottando al contempo misure per incoraggiare l’adozione degli standard tecnici e tecnologici cinesi. Data la scarsità di alternative, sarebbe logico presumere che la maggioranza dei paesi accetterà di aggregarsi all’iniziativa integrandosi nella sfera di influenza di Pechino.

 

Oltre a focalizzarsi sui paesi interessati dalla “Nuova via della seta”, la Cina è stata anche lo sponsor principale del Regional Comprehensive Economic Partnership (RCEP), che è diventato “attivo” nel novembre 2020.
In termini commerciali e geopolitici, questa è la risposta della Cina alla
Trans-Pacific Partnership (TPP). I membri sono 16: Australia, Brunei, Cambogia, Cina, India, Indonesia, Giappone, Laos, Malesia, Myanmar, Nuova Zelanda, Filippine, Singapore, Corea del Sud, Thailandia e Vietnam. Insieme, rappresentano 25 trilioni di dollari di PIL. Questo gruppo godrà di una crescita continua dei volumi e del valore degli scambi, diventando sempre più allineato a Pechino in ambito geopolitico.

L’Unione Europea

Il piano d’azione dell’UE sembra essere quello di cercare di mantenere la propria posizione nel multilateralismo e nel libero scambio, sfruttando il suo ampio mercato interno e la combinazione delle sue possibilità diplomatiche e militari, rafforzando al contempo le sue difese contro la guerra cibernetica e l’acquisizione di proprietà intellettuali da parte cinese.
Il blocco del Vecchio continente probabilmente si schiererà dalla parte degli Stati Uniti, senza però essere disposto a farsi inglobare del tutto dagli americani, proteggendo gelosamente il suo diritto di stringere in maniera indipendente accordi con altri paesi del mondo.

Usa e Cina: i risvolti per gli investimenti

Il prossimo decennio vedrà dunque probabilmente un aumento dell’impegno per scindere le due maggiori economie del mondo. Gli investitori sono ben consapevoli della crescente pressione sui governi affinché scelgano da che lato schierarsi. Nei paesi in via di sviluppo, l’offerta cinese della BRI è già stata accettata.
Le uniche eventualità che potrebbero fermare questo processo sarebbero un’improvvisa e corrispondente generosità finanziaria da parte degli Stati Uniti, l’emergere di problemi di implementazione della BRI, o un passo falso politico scioccante da parte di Pechino.  Tutto ciò al momento sembra essere piuttosto improbabile; dunque se la dissociazione tra USA e Cina dovesse continuare, sarebbero molti i paesi nella sfera di influenza cinese.

Gli investitori devono rimanere al passo con gli sviluppi e comprenderne le prospettive così da identificare le aziende particolarmente vulnerabili. Allo stesso tempo, dovrebbero pianificare un futuro in cui la propria collocazione geografica determinerò di fatto l’universo di investimento, come non avveniva ormai da molti decenni.

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(Massimiliano Volpe - www.wallstreetitalia.com)

 

 

 

 

 

 

OBS MAGAZINE

 

 

 

 

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Jean-Luc Godard, regista simbolo della Nouvelle Vague, ha rivoluzionato il cinema del Novecento

di Jean-Pierre Martin

 

PARIGI - Il regista Jean-Luc Godard ha da poco compiuto 90 anni, un grande evento per uno dei più grandi esponenti della Nouvelle Vague, il movimento cinematografico francese nato sul finire degli anni cinquanta, di cui è stato fondatore con François Truffaut, Jacques Rivette, Claude Chabrol ed Éric Rohmer.

Il regista francese, nato a Parigi il 3 dicembre 1930, ha rappresentato un segno di demarcazione nel cinema del Novecento, influenzando molta cultura visiva della seconda metà del secolo scorso. Grazie all'originalità e alla ricerca che hanno contraddistinto le sue opere, è stato capace di rinnovarsi costantemente, di pari passo con l'evoluzioni della società e delle tecnologie audiovisive, ma è sempre restato fedele a un linguaggio e a un'idea di cinema senza compromessi.

Vincitore di premi prestigiosi, tra cui due Orsi d'Argento del festival di Berlino (nel 1960 per 'Fino all'ultimo respiro' e nel 1961 per 'La donna è donna'), un Orso d'Oro (nel 1965 per 'Agente Lemmy Caution: missione Alphaville'), due Leoni d'Argento a Venezia (nel 1962 per 'Questa è la mia vita' e nel 1967 per 'La cinese') e due Leoni d'Oro (nel 1982 quello alla carriera e l'anno successivo quello per il film 'Prénom Carmen'), due premi a Cannes (il Premio della giuria per 'Adieu au langage' nel 2014 e la Palma d'oro speciale per 'Le livre d'image' nel 2018), nonché il Premio Oscar alla Carriera nel 2011.

Nato in una famiglia dell'alta borghesia, dopo un'adolescenza tra l'agiato e il ribelle e studi abbastanza irregolari, Godard si avvicinò al cinema alla fine degli anni Quaranta da spettatore appassionato e frequentatore di cineteca e cineclub, insieme a quel gruppo di amici che diventeranno con lui i fondatori della Nouvelle Vague, da Truffaut a Rohmer. Con loro nel 1950 partecipò alla fondazione de 'La gazette du cinéma' e dall'anno dopo iniziò a collaborare con i "Cahiers du cinéma", proponendovi scritti critici e appassionati, che sostenevano le ragioni estetiche e morali del cinema e la valorizzazione del cinema d'autore.

Nello stesso periodo iniziò i suoi esperimenti dietro la macchina da presa, dove dirigeva spesso giovani amici o aspiranti attori (Tous les garçons s'appellent Patrick, 1957; Charlotte et son Jules, 1958). Ma il suo primo lungometraggio 'À bout de souffle' (Fino all'ultimo respiro) del 1960, dove proponeva il ritratto insieme cinico e romantico di un giovane delinquente, con uno stile completamente nuovo, suscitò discussioni e grande attenzione e gli aprì la strada alla prosecuzione della sua carriera da regista ad un ritmo di due film l'anno e la partecipazione a molti film collettivi. Il suo marchio di fabbrica divenne la rapidità e le sceneggiature appena abbozzate che lasciavano ampio spazio all'improvvisazione sul set.

Nel 1960 prende il via il cosiddetto primo periodo godardiano, contraddistinto da una vena creativa alquanto prolifica, che si traduce in ben ventidue film. L'attività dietro la cinepresa di Godard si fa influenzare anche dalle teorie marxiste, definitivamente sposate intorno alla metà degli anni Sessanta: e così il grande schermo prende le sembianze del luogo ideale in cui criticare con severità i costumi della civiltà dei consumi, caratterizzata da rapporti umani mercificati; l'immagine, viceversa, diventa lo strumento naturale per promuovere un'ideologia, come accade in 'Week-end, un uomo e una donna dal sabato alla domenica' e in 'La cinese'.

Nel 1969 Godard, dopo aver tentato la strada del cinema totalmente rivoluzionario con 'La gaia scienza', fonda il Gruppo Dziga Vertov insieme con altri colleghi, rigettando il ruolo di autore e dando vita a un cinema collettivo, così da bandire qualsiasi tipo di ideologia gerarchica. Questo viene normalmente indicato come il secondo periodo del cinema di Godard. In 'Lotte in Italia', ideologia e rappresentazione si intrecciano nel racconto di una giovane borghese che, pur non staccandosi dall'ideologia della società cui appartiene, fa parte di un gruppo extraparlamentare. Nel filone del suo cinema politico non si può non citare la collaborazione con Gian Maria Volontè in 'Vent d'est'.

L'attività di Jean-Luc Godard si rivela frenetica, ma subisce una brusca battuta d'arresto a causa di un incidente stradale, che lo tiene bloccato per diversi mesi in ospedale, e delle prime divergenze nel gruppo, determinate dalla consapevolezza che il periodo eversivo si sta esaurendo.

Dopo essersi negato ai mezzi di comunicazione per molti mesi, il regista transalpino dà vita a 'Crepa padrone, tutto va bene', un'indagine realizzata con la collaborazione di Jean-Pierre Gorin a proposito della situazione degli intellettuali del dopo Sessantotto. La fine del movimento, infatti, coincide per Godard con un periodo di pausa e di ritiro dalla vita pubblica. A Grenoble sperimenta, nei laboratori di Sonimage, tecniche cinematografiche innovative e a basso costo, come i video-registratori e i super8, che contraddistingueranno i suoi lavori di lì in avanti.

Quello che viene identificato come terzo periodo di Godard prende il via nel 1975, e si caratterizza per una sperimentazione intensa e concreta, in cui le immagini sono utilizzate per criticare - paradossalmente - le immagini. Anche i temi affrontati nei film cambiano: per esempio, in 'Si salvi chi può (la vita)' si nota una particolare attenzione alla famiglia, mentre una nuova concezione dell'immagine si palesa in 'Passion', dove sequenze staccate dalla trama vengono inserite e valorizzate solo per il puro gusto della bellezza. Nel 1983 Godard vince il Leone d'Oro al Festival del Cinema di Venezia con 'Prenom Carmen': un'opera piena di brani musicali, citazioni, giochi di parole, inquadrature avulse dalla trama e paesaggi naturali (per esempio il Lago Lemano) che evidenziano come il testo sia solo un elemento non indispensabile in un film.

Le sperimentazioni di Godard si fanno sempre più intense: nel 1990, per esempio, in 'Nouvelle Vague' scrive una sceneggiatura intera utilizzando semplicemente citazioni e frasi altrui, senza scrivere nulla di proprio pugno: una novità che viene poi ripetuta tre anni più tardi in 'Helas pur moi'. In 'Allemagne 90 neuf zero' (1992), invece, il cineasta, basandosi su 'Germania anno zero' di Roberto Rossellini, gioca con il tedesco e il francese, citando a sua volta "Fino all'ultimo respiro", in cui aveva usato il francese e l'inglese. Una riflessione sulla storia che si trova anche nel successiva 'Les enfants jouent à la Russie' (1993), bizzarri viaggi mentali e romanzeschi nelle grandi culture tedesca e russa e nel loro immaginario cinematografico, mentre 'For ever Mozart' (1996) ha sullo sfondo la guerra in Bosnia e riprende due motivi che hanno accompagnato più o meno esplicitamente tutta la produzione più recente dell'autore, quello delle difficoltà di un regista nel realizzare un film e quello del ruolo dell'artista nella società.

Analisi che anima anche la sua 'storia del cinema' in video che è contemporaneamente una storia individuale e una riflessione sul 20° secolo che nel cinema si è rispecchiato, composta attraverso assemblaggi e citazioni visive e sonore, racconti e provocazioni, nostalgie e dichiarazioni d'amore: 'Le Histoire(s) du cinéma' (1988-1998). Godard è rimasto molto attivo anche nell'ultimo decennio: nel 2010 ha realizzato 'Film socialisme' (2010) ed ha disertato il festival di Cannes dove era attesa per la decima volta e dove è tornato nel 2014 con 'Adieu au langage - Addio al linguaggio', incentrato su una coppia in crisi e sul loro cane. Del 2018 è infine il suo film più recente, 'Le livre d'image', che in linea con il resto dell'opera tardiva di Godard, è composto da una serie di film, dipinti e brani musicali legati insieme alla narrazione e ad ulteriori filmati originali di Godard e Anne-Marie Miéville.

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(Credits Rainews)

 

 

UOMINI E LIBRI

 

Amore e passione all'ombra del Vesuvio. In "Rossa lava di fuoco" rivivono la Bergmann, Liz Taylor, Burton, Neruda, Brad Pitt

di Paolo Speranza

 

Chi le ricordava più, le sirene del Golfo? Quelle creature incantevoli e terribili, angeliche nelle movenze e nel volto, quintessenza del fascino e della seduzione, capaci però all’improvviso di sfoderare una grinta quasi belluina contro il marito (o l’amante) infedele o una insidiosa rivale? Figlie del mare Tirreno bruciate dal fuoco vitale che sgorga dalle pendici del grande padre Vesuvio…

Napoli terra d’amore, titolavano nel lontano 1938 una canzone ed un film (diretto da Augusto Genina) di successo mondiale. Ma a poco a poco di quella città di sole e passione si erano perse le tracce: molto per l’impatto con le facce più dure della realtà di Napoli, in parte anche per quell’immaginario da cartolina che aveva finito per diventare stucchevole agli occhi dei suoi stessi abitanti, prima ancora che dei turisti.

Eppure qualcuno ne conservava ancora le tracce, in Campania. Né una banale oleografia né la brutalità della nuova Gomorra possono cancellare una memoria storica concreta e importante, ricca di charme e di suggestioni. E non si tratta di nostalgie campanilistiche: è noto in tutto il mondo che Napoli, la Costiera Amalfitana, Capri (con l’attivo concorso di Ischia) hanno rappresentato per tutto il Novecento il “triangolo dell’amore” per eccellenza del jet-set internazionale.

Da Neruda a Brad Pitt

Dove, se non all’ombra del Vesuvio, avrebbe potuto rivelarsi l’amore tra Maria Callas ed Aristotile Onassis? Quando, se non a Capri, Matilde Urrutia e Pablo Neruda avrebbero potuto vivere l’irripetibile estasi del matrimonio baciato dalla luna? Come, nell’incanto di Ravello, Angelina Jolie avrebbe potuto resistere a Brad Pitt (e viceversa), a poche centinaia di metri da quei fiordi incantati della Costiera – tra Amalfi, Maiori e Furore - che videro sbocciare la storia d’amore tra Rossellini e la Bergman? Perché, proprio ad Anacapri, riuscì a Catherine Walston di sedurre al primo sguardo un esperto viveur come Graham Greene? E dove, se non ancora a Napoli, un’estasiata Claretta Petacci avrebbe trovato l’ispirazione per scrivere le più vibranti lettere d’amore ad un antiromantico (e greve) per eccellenza come Benito Mussolini? E poi Burton e Liz, Laurence Olivier e Vivien Leigh, la principessa Diana…

Visto? È stata la Campania, in quella striscia di terra e di mare tra il Vesuvio e le isole del Golfo di Napoli, il set delle storie d’amore (e di tradimento) che nel mondo hanno fatto sognare, discutere, appassionare, talvolta anche indignare, intere generazioni. Amori non convenzionali, il più delle volte sofferti e proibiti, che spesso si intrecciano addirittura con gli eventi e i misteri della Grande Storia: l’assassinio di Kennedy, la misteriosa morte di papa Pio XI, la tragica fine di Lady Diana.

Eppure nessuno, finora, si era premurato di studiarli e ricostruirli in un quadro d’insieme, con rigore e passione ad un tempo. Ecco perché Tullio Pironti, napoletano di origini irpine, ha dimostrato ancora una volta il suo proverbiale fiuto di editore, sostenendo l’idea (ed il puntuale lavoro di ricerca e scrittura) di Annalisa Angelone, giornalista Rai e popolare speaker del Tg Campania, che si è concretizzata nel libro Rossa lava di fuoco. Storie d’amore all’ombra del Vesuvio e in Costiera, strutturato in dieci capitoli su altrettante celebri vicende di passione vissute sul delicato crinale tra l’estasi e il tormento, spesso avvolte a posteriori da un velo di malinconia e di rimpianto.

Lettere da Capri (e non solo)

Il principale merito dell’autrice è di rendere avvincenti fino all’ultima pagina storie ampiamente conosciute, attraverso una rilettura puntuale dei fatti (e delle fonti) e sempre rispettosa verso i personaggi – con una prevalenza del punto di vista femminile – che unisce la lineare essenzialità dello stile giornalistico con la capacità di costruire un plot degna di una provetta scrittrice di film. Efficaci e frequenti sono i finali ad effetto, le ricostruzioni dei dialoghi (e degli scontri verbali), i colpi di scena, l’inserimento al momento giusto – per attenuare l’onda del pathos – di brani di lettere e di interviste che conferiscono profondità psicologica ai personaggi. Memorabili, sotto questo profilo, le citazioni della lettera a Greene del marito della Walston, Henry, o quella scritta a Napoli dalla Petacci, o il dialogo telefonico – di naturale effetto comico – tra la Magnani e un amico che le conferma l’idillio tra Rossellini e la Bergman. O, ancora, la straordinaria descrizione di Capri da parte di Matilde Urrutia, la bruna musa di Neruda, nel capitolo forse più felice del libro.

Hollywood? In Campania...

Le storie d’amore e di passione rievocate in Rossa lava di fuoco si intrecciano con le storie private di Hollywood e del divismo internazionale, sull’asse Stati Uniti–Italia. Ingrid Bergman, ad esempio. L’attrice svedese era la più richiesta dai registi e più pagata dai produttori di Hollywood quando giunse in Italia, dove conobbe Roberto Rossellini. Quest’ultimo, a sua volta, consolidò negli anni Cinquanta la fama internazionale che aveva meritatamente conquistato con Roma città aperta nel ’45. E il terzo vertice della storia, Anna Magnani, fu nel ’55 la prima attrice italiana a vincere il premio Oscar, per l’interpretazione nel film La rosa tatuata.

Avvincente è il capitolo dedicato ad altre due star di primissima grandezza: Laurence Olivier, il più grande interprete shakesperiano del Novecento, e Vivien Leigh, l’indimenticabile Rossella di Via col vento.

A Ischia esplode (è il caso di dirlo) la passione tra gli attori più celebri degli anni Sessanta, Richard Burton e Liz Taylor. E a Ravello si gira (ma non è una fiction) la scena del primo bacio tra la coppia di divi più popolare dei giorni nostri: Brad Pitt e Angelina Jolie. E con una storia d’amore impossibile, eppure profondamente vissuta (da parte di lei), quella tra Pasolini e la Callas, la storia del cinema si intreccia con quella della lirica e della grande letteratura del Novecento.

Il triangolo, sì...

Storie celebri, appassionate, di quelle che segnano una vita. E naturalmente, il più delle volte, proibite, con effetti devastanti sul menage coniugale e familiare. Il filo conduttore delle storie di Rossa lava di fuoco, scrive infatti nella prefazione Ugo Cundari, è il protagonismo femminile: “Donne generose nelle forme e nello slancio affettivo, donne amanti e nello stesso tempo donne amate, donne arpìe che diventano vittime”. 

Come la passionale Anna Magnani, tradita da Rossellini per la più algida Bergman, che nello scenario della Costiera Amalfitana si scoprirà romantica e vulnerabile. O la Callas, che sullo yacht di Onassis, al largo di Capri, si abbandonerà alla passione fatale per l’armatore miliardario, troncando lo stanco matrimonio con l’impresario veneto Meneghini, finendo poi a sua volta tradita in favore di Jackie Kennedy. Lo stesso Brad Pitt, folgorato a Ravello da Angelina, finirà presto per divorziare dalla prima moglie, la dolce Jennifer Aniston, altra celebre star hollywoodiana. A differenza di Richard Burton, che nonostante il coinvolgimento emotivo totale con Liz, non lascerà mai la moglie ed i figli, dividendosi tra l’amore coniugale e quello, più intenso e proibito, con l’affascinante protagonista di Cleopatra.

Il triangolo amoroso non risparmia, sulle coste della Campania, neppure coppie consolidate e mature. È a Napoli che si evolve senza ritorno la relazione tra Mussolini (infedele da sempre alla moglie Rachele) e Claretta Petacci, l’unica che con il dittatore riuscirà a ritagliarsi il ruolo di amante stabile e ufficiale.

L’intreccio più clamoroso, un recente e autentico scoop (basato sull’intervista di qualche anno fa della produttrice Marina Cicogna, per decenni protagonista del jet-set internazionale), riguarda tuttavia due dinastie tra le più famose e importanti del Novecento: i Kennedy e gli Agnelli. Sapevate che Jacqueline Bouvier, ancora signora Kennedy, durante la vacanza a Ravello si sarebbe innamorata dell’Avvocato, e che, una volta rimasta vedova, tornò in Italia con l’obiettivo di sposarlo, ovviamente previa divorzio dalla moglie legittima Marella Caracciolo? E che quest’ultima, a sua volta, qualche anno prima avrebbe fatto (involontariamente) perdere la testa al presidente Kennedy? Neanche Goethe, con Le affinità elettive, si sarebbe spinto fino a tanto con la fantasia…

COME UN FILM

La Napoli che l’autrice ci restituisce, osserva nella prefazione Cundari, è “una città di amori, un luogo più che perfetto per lo sbocciare della passione”, che racchiude “tutte le sfumature della seduzione”.

E Napoli, con Capri e la Costiera, rappresenterà comunque, per tutte le coppie di celebri amanti ricordate nel libro, il momento più intenso e sublime, l’inizio sognante o la parentesi felice di una storia d’amore che, con il tempo, perderà molto di quel magico incanto. Tutti i protagonisti, nessuno escluso, finiranno anzi per innamorarsi, oltre che dell’anima gemella, dei luoghi stessi che li videro, come non mai, liberi e felici, ringiovaniti nello spirito. Per molti di loro, star del cinema internazionale, le storie vissute sul magnifico set naturale della Campania risulteranno più emozionanti di qualsiasi film, e in qualche caso, come per i giovani Taylor e Burton impegnati sul set di Cleopatra, fiction e vita finiranno per intrecciarsi e confondersi indissolubilmente.

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(Paolo Speranza storico, saggista e docente)

 

 

 

 

UOMINI E LIBRI

 

Con Giuseppe Lisi alla ricerca della cultura contadina. Un passato impregnato di fatica 

di Mauro De Vincentiis

 

Con Giuseppe Lisi alla ricerca della cultura contadina. Un passato impregnato di fatica 

di Mauro De Vincentiis

Esistono vari modi per conservare il ricordo del mondo ruraIe, ormai pressoché scomparso. Tra questi ci sono i musei della civiltà contadina. Si tratta di uno straordinario patrimonio culturale che vive con l'intento di salvaguardare dall'oblio quella che è una “memoria sociale”, conservando testimonianze millenarie.

A tal proposito, merita particolare attenzione il saggio di Giuseppe Lisi: “Che ne è della cultura contadina” (Edizioni dell’Asino). In questo agile e interessante testo, sono raccolte le sue riflessioni sul tema, mosse dalla convinzione che la nostra attuale società (mercantile, industriale, digitale, finanziaria) avrebbe grande vantaggio a cogliere la potenza di quel mondo.

Giuseppe Lisi ha dedicato gran parte del suo tempo a raccogliere oggetti, interrogandosi sull'incidenza dei “resti” contadini, nel contesto tecnologico dominante. In questo libro le cose hanno una loro centralità, ma soprattutto una importanza simbolica e culturale, come le misure numeriche, passando per le espressioni desuete.

Nella parte dedicata alle misure numeriche, Lisi scrive che il popolo, che compitava a stento il dare e avere nei libri colonici, sperimentava giornalmente che le misure espresse in assoluto (avulse dalle unità temporali dell’anno agrario e della vita dell’uomo) si prestavano a certezze nefaste: “Pecore contate, il lupo se le mangia”. I raccolti tradotti in cifre – per il dovuto padronale, le parcelle, le requisizioni – erano depauperate delle misure, fino allora usate da contenitori, quali “sacca”, “staia”, “barili”.

Un pamphlet, dunque, che prima che ogni cosa della cultura contadina venga cancellata dalla memoria, onora un passato impregnato di fatica; senza con ciò mistificare, in una sublimazione in chiave folcloristica, la realtà di un tempo che fu.

Giuseppe De Rita, nell'introduzione, ricorda che leggere Lisi non è imprigionarsi nella memoria contadina, ma è - invece - una spinta a ragionare largo, a respirare a due polmoni, a discernere quanto è grande la realtà, e quanto essa si fondi sempre su cardini costanti nel tempo.

 

 

UOMINI E LIBRI

 

I Corvi del Vaticano. Marco Ansaldo rivela in "Un altro Papa" le trame e gli intrighi degli informatori segreti

di Maria Antonietta Calabrò . Huffingtonpost

 

ROMA - Un po’ di luce, anche se solo suggerita e narrata. “Tranne Paolo Gabriele - il maggiordomo di Benedetto XVI (prematuramente morto di recente), capace di trafugare le carte segrete dall’armadio di Georg Ganswein, assistente personale del Papa ( e consegnarle per il libro “Sua Santità”, ndr) - penso di aver conosciuto tutti i cosiddetti Corvi del Vaticano. Non è che si presentassero dicendo ‘Salve, sono un informatore segreto’, ma quando li si incontrava si sentiva lontano un miglio che portavano notizie coordinandosi all’interno di un gruppo. Non escludo affatto che si spartissero compiti e giornalisti di testate diverse, anzi ne sono certo, perché lo chiesi ad alcuni Corvi e me lo confermarono”.

 

Questo il racconto choc di Marco Ansaldo all’epoca dei fatti vaticanista e inviato speciale per la politica estera di “Repubblica”, nel suo libro “Un altro Papa” (Rizzoli). È choc ancora di più l’identificazione degli sgraziati volatili ( cui Edgar Allan Poe ha dedicato un angosciante poemetto Il Corvo, appunto) , sia pure per categorie di appartenenza . Prosegue il ricordo di Ansaldo: “Funzionari dei servizi segreti. Dirigenti della Presidenza del Consiglio. Prelati interni ed esterni alla Santa sede. Hacker ed esperti informatici. Giornalisti e corrispondenti stranieri. Ti contattavano loro” . E ancora: “Siamo una ventina - mi disse uno dei Corvi - e siamo ramificati in tutti gli organismi vaticani, dall’Osservatore romano ai dicasteri più rilevanti”.

Un intrigo, quindi, non solo interno al Vaticano, ma anche internazionale, che ha coinvolto personaggi italiani. di primo piano. Insomma, Benedetto tra le spie, questo conferma la similitudine tra le due vicende umane e storiche di Papa Ratzinger e del suo predecessore che ha portato il nome Benedetto prima di lui, Benedetto XV.

 

Ansaldo svela anche lo scopo perseguito dai Corvi. “Uno dei Corvi a un certo punto mi confidò: ‘Noi abbiamo puntato Bertone ( l’ex segretario di Stato vaticano, ndr) per impallinarlo: E contro il segretario di Stato è stata fatta una campagna massiccia. ma l’obiettivo vero è Ratzinger. È lui che deve essere rimosso per arrivare ad un altro Papa, completamente diverso’”.

Il punto è che come scrive Ansaldo, il caso Vatileaks1 puntando sul cardinale Bertone, aveva infine investito Papa Benedetto ed era stato generato dai Corvi che lo avevano cavalcato vittoriosamente. Il caso Vatileaks2 che si era scatenato nell’autunno 2015, e il relativo processo, “ li aveva individuati ed annientati”. Con un’aggiunta importante: “Quasi tutti”.

 

È in questo “quasi tutti” che si annidano i nemici attuali di Papa Francesco? Io penso che sia molto probabile. Nel libro c’è la testimonianza, (troppo alludente ed allusiva), di don Georg Ganswein , che alla fine del pontificato di Ratzinger evidentemente quanto meno non ha compreso quello che stava avvenendo e che all’inizio di quest’anno è stato allontanato da Papa Francesco, dopo il pasticcio del libro scritto a quattro mani dal cardinale Sarah e dal Papa emerito (che si era firmato Benedetto XVI). Un altro Papa? Con Francesco, che anche lui “rinuncia”, dopo Francesco, quando Ratzinger morirà? Ansaldo, sembra adombrare questo possibile futuro scenario.  Non che non ne abbia parlato lo stesso Francesco, in varie occasioni, ma al punto in cui sono arrivate le cose (dopo il caso McCarrick e lo scandalo finanziario dei fondi della Segreteria di Stato) non sembra proprio che sia arrivato il momento. Anzi. Papa Francesco non si ferma

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(Maria Antonietta Calabrò - Blog su Huffingtonpost)

 

 

LA MUSICA

 

Il digitale al servizio dei vinili dimenticati. Una grande iniziativa culturale

di Suan Edizioni

 

E' un'perazione di nicchia, ma di grande importanza culturale, quella messa a punto dalla Suan Edizioni, con l’obiettivo di salvare una gran parte del patrimonio discografico italiano che rischia non solo di cadere nel dimenticatoio, ma di sparire per sempre fisicamente. Su tutte le piattaforme digitali online saranno messe infatti a disposizione degli appassionati migliaia di opere musicali “perdute”, ovverosia brani che le etichette non hanno mai digitalizzato.

“Abbiamo già fatto un contratto di distribuzione con i principali canali di distribuzione – afferma Francesco Coniglio (editore e storico della musica), socio a metà con Christian Calabrese (autore e consulente musicale) della Suan - e il primo pacchetto di 188 brani è già on line. Successivamente, ogni mese, usciranno nuovi dischi, mai precedentemente digitalizzati, a incrementare questo eccezionale ascolto di materiali sonori facilitato dalla tecnologia. Per realizzare questo lavoro, una vera e propria missione, dobbiamo ringraziare l’opera di collezionisti e ‘topi da discoteca” che, sebbene rappresentino una rarità, ci forniscono la possibilità di trasmettere la conoscenza musicale del passato sepolta per anni alle nuove generazioni, proprio grazie agli strumenti di loro attuale utilizzo”.

 

“Un’operazione tanto ardua quanto mai utile – continua Calabrese che con la musica è di casa, essendo figlio del grande autore della canzone italiana Giorgio – Dagli anni Ottanta in poi abbiamo assistito alla graduale distruzione del nostro eccezionale e ricchissimo archivio musicale a causa non solo del passaggio da vinile a Cd che consentiva solo ad alcuni repertori di essere digitalizzato, ma anche per la scomparsa di etichette discografiche familiari la cui produzione costituiva delle autentiche “chicche” per i nostri ascolti. È tempo di salvare il salvabile prima che sia troppo tardi e in questo la legislazione italiana in materia di diritto d’autore, tra le più avanzate del mondo, ci assiste, prevedendo anche la difesa del diritto morale dell’autore.”

 

Tra i titoli in repertorio della prima uscita si annoverano dischi introvabili di Jula De Palma, Quartetto Cetra, Katyna Ranieri, Bruno Martino, Renato Rascel, Wera Nepy, D’Artega e la sua orchestra, Dino Olivieri, Milva, Claudio Villa, Sergio Bruni, Umberto Tucci e Oreste Turrini, Vinicio, Eleonora Rossi Drago e Paolo Ferrari, Elio Mauro, Narciso Parigi, Silvio Noto, Tony Del Monaco, Betty Curtis, Dario Fo, Johnny Dorelli, Natalino Otto.

 

Ma la SUAN Edizioni non si ferma qui: la digitalizzazione dei vinili dimenticati non è che la prima di una serie di iniziative editoriali (e non) per salvare, ricostruire, riorganizzare, preservare e ristampare una immensa parte del patrimonio discografico italiano non più fruibile da molti decenni. E lo farà… prima che sia troppo tardi!

Scegliere come iniziare un’avventura editoriale - dicono Coniglio e Calabrese - con migliaia di brani a disposizione ma dovendo pescare solo tra canzoni prima di una certa data è limitante. Soprattutto perché lo streaming è cosa comune quasi esclusivamente tra le nuove generazioni, quelle nate quando internet già c’era. Dovendo fare questa scelta ci siamo affidati a cose un po' più particolari, come i due EP con le poesie di Dario Fo e quello recitato da Eleonora Rossi Drago. Ma anche a “pezzi da novanta” come Renato Rascel, Jula De Palma, Katyna Ranieri e il Quartetto Cetra. Così come non li avete mai sentiti, cioè in qualità super. Aspettando le novità di dicembre, con i primi due 45 giri di Orietta Berti (mai digitalizzati!) l’anteprima del singolo inedito di Mia Martini e naturalmente, tanto Natale.

 

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Scandalo nella cyber security del gruppo Leonardo, guidato da Profumo. Arrestati D'Elia e Rossi

di Gianni Dragoni - "Poteri Deboli"

 

ROMA - Uno scandalo per spionaggio nel gruppo Leonardo, l’ex Finmeccanica. Ancora nella divisione per la sicurezza informatica, la cyber security. Due anni dopo lo scandalo che ha portato all’uscita di Andrea Biraghi - l’ex capo della divisione che era stato sottoposto a un audit interno e sospeso dall’incarico - nella cyber security del gruppo dell’aerospazio e difesa scoppia un nuovo caso.

Due gli arrestati

Un ex dipendente e un attuale dipendente del gruppo sono stati arrestati l'altra mattina, per ordine del Gip di Napoli, su richiesta della Procura del capoluogo campano.  E’ finito in carcere l’ex addetto alla gestione della sicurezza informatica di Leonardo, Arturo D’Elia, mentre è stato posto agli arresti domiciliari Antonio Rossi, responsabile del Cert (Cyber Emergency Readiness Team) di Leonardo, organismo deputato alla gestione degli attacchi informatici subiti dall’azienda.

Secondo l’Ansa, all’ ex dipendente si contesta l’accesso abusivo a sistema informatico, intercettazione illecita di comunicazioni telematiche e trattamento illecito di dati personali; al secondo il reato di depistaggio.

La reazione dalla società

La società Leonardo, guidata da Alessandro Profumo, ha comunicato che “l’inchiesta è scaturita da una denuncia presentata dalla stessa sicurezza aziendale alla quale ne hanno poi fatto seguito altre”. L’azienda precisa: “Le misure riguardano un ex collaboratore non dipendente di Leonardo e un dipendente, non dirigente, della società. L’azienda, ovviamente parte lesa in questa vicenda, ha fornito fin dall’inizio e continuerà a fornire la massima collaborazione agli inquirenti per fare chiarezza sull’accaduto e a propria tutela”. Leonardo precisa che “i dati classificati ossia strategici sono trattati in aree segregate e quindi prive di connettività e comunque non presenti nel sito di Pomigliano”.

Secondo quanto riferito dall’Ansa, attraverso un trojan di nuova ingegnerizzazione, inoculato nei computer attraverso delle pendrive Usb, per quasi due anni, tra maggio 2015 e gennaio 2017, i due arrestati hanno trafugato 10 gigabyte di dati e informazioni classificati di rilevante valore aziendale: i due sono accusati di un grave attacco alle strutture informatiche della divisione aerostrutture e della divisione velivoli.

Cos’è la divisione cyber security

La divisione cyber security ha circa mille dipendenti, dislocati principalmente in tre siti: a Genova, Roma e Chieti, dove c’è il Security operation centre (Soc). Dopo la cacciata di Biraghi, che ufficialmente si è dimesso, Profumo a fine 2018 aveva assunto dall’esterno come capo della cyber Barbara Poggiali, digiuna del settore aerospazio e difesa, già responsabile marketing strategico di Poste Italiane, poi entrata in numerosi consigli di amministrazione. Ma i risultati sono stati insoddisfacenti e Profumo ha cambiato di nuovo. Da settembre la divisione ha un nuovo capo, Tommaso Profeta, un prefetto che già era nello staff del precedente presidente di Leonardo, Gianni De Gennaro, e capo della security del gruppo, anch’egli inesperto di cyber

Gli attacchi a Pomigliano

Sulle postazioni prese di mira dagli hacker erano configurati i profili utente di molti dipendenti, alcuni con mansioni dirigenziali, impegnati in attività d’impresa volta alla produzione di beni e servizi di carattere strategico per la sicurezza e la difesa del paese come progetti per sistemi elettronici dei velivoli militari. Gli hacker erano riusciti a inoculare il trojan su 94 postazioni di lavoro, delle quali 33 nello stabilimento di Pomigliano D’Arco, che è nel feudo elettorale di Luigi Di Maio, attuale ministro degli Esteri del M5S, che non ha nulla a che fare con l’indagine. Un amico ed ex compagno di liceo classico di Di Maio, Carmine America, è stato nominato nel consiglio di amministrazione di Leonardo il 20 maggio scorso. Dopo il download ogni traccia dell’incursione veniva cancellata. Gli hacker intercettavano quanto digitato sulla tastiera e gli schermi.

Il contratto con la Nato

Secondo i magistrati D’Elia era riuscito a mettere a segno con successo un attacco informatico a una base Nato americana in Italia. “Un’azione per la quale andava così fiero da annotarla sul suo curriculum, senza però specificare che proprio per quel crimine informatico era stato condannato”, riferisce l’Ansa. Ciononostante lavorava per la sicurezza informatica di Leonardo.

Secondo gli investigatori, l’attacco portato a termine dall’hacker, sebbene agevolato dal fatto che è stato compiuto dall’interno, può essere classificato come un’azione di alto spionaggio. D’Elia era riuscito a confezionare un trojan ad hoc per trafugare i dati, capace quasi di non essere individuabile dai sistemi di sicurezza informatici di Leonardo, tipici di una azienda che si occupa di progetti finalizzati a sviluppare sistemi di sicurezza per la difesa.

La cybersecurity di Leonardo vende servizi anche per aziende straniere e organizzazioni della difesa internazionali, tra cui la Nato, con un contratto che l’ex Finmeccanica si è aggiudicata insieme a Northrop Grumman quando il gruppo era guidato da Giuseppe Orsi, nel febbraio 2012. All’inizio un piccolo contratto che poi è stato ampliato e rinnovato.

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(Gianni Dragoni - www.poterideboli.it)

 

 

 

 

Il Papa vara la riforma delle Finanze vaticane e nomina i nuovi vertici

 

ROMA - L’Aif (Autorità di Informazione Finanziaria) d’ora in avanti si chiamerà Asif (Autorità di Supervisione e Informazione Finanziaria). Sono stati ridefiniti il ruolo del presidente e quello della direzione. E sono stati cambiati i vertici dell’organismo nominando presidente Carmelo Barbagallo, che proviene dalla Banca d’Italia, direttore Giuseppe Schlitzer e vicedirettore Federico Antellini Russo

Quella varata da Papa Francesco è una revisione che rientra nella riforma complessiva voluta per la Santa Sede e lo Stato Città del Vaticano, finalizzata a una maggiore trasparenza e al rafforzamento dei controlli in ambito economico-finanziario.

La revisione, è stato comunicato, si è resa necessaria "sia per allineare lo Statuto ai compiti effettivamente assegnati all'Autorità (oltre alla originaria funzione di intelligence finanziaria e di contrasto al riciclaggio e al finanziamento del terrorismo, l'Autorità esercita dal 2013 anche l'attività di supervisione sullo Ior), sia per dare corso ad alcuni significativi cambiamenti organizzativi".

Oltre alla nuova denominazione, tra le principali novità vi è una rinnovata distribuzione di ruoli tra Presidenza e Direzione - di natura strategica per la prima, finalizzato all'efficacia ed efficienza operativa per la seconda - nonché l'istituzione di una nuova unità, dedicata alla "Regolamentazione e Affari Legali". Implementati i presidi per arginare il riciclaggio

Nel chirografo, Bergoglio ricorda l'iter fatto dalla Santa Sede per contrastare l'illegalità in campo finanziario: "Al fine di prevenire e contrastare le attività illegali in campo finanziario e monetario, con Lettera Apostolica in forma di Motu Proprio del 30 dicembre 2010, il mio venerato predecessore Benedetto XVI, aderendo agli sforzi spiegati in tal senso dalla Comunità internazionale, volle costituire l'"Autorità di Informazione Finanziaria", Istituzione Collegata alla Santa Sede, quale persona giuridica canonica pubblica e civile vaticana, approvandone il relativo Statuto".

"Successivamente - ricorda Francesco- per rafforzare l'Autorità nel suo mandato e per contrastare il finanziamento del terrorismo e la proliferazione delle armi di distruzione di massa, con Motu Proprio, dell'8 agosto 2013, ho attribuito all'Autorità di Informazione Finanziaria la funzione di vigilanza prudenziale degli enti che svolgono professionalmente un'attività di natura finanziaria e ho istituito il Comitato di Sicurezza Finanziaria".

"Per gli stessi fini, - spiega ancora il Papa - ho approvato la Legge deliberata dalla Pontificia Commissione per lo Stato della Città del Vaticano recante norme in materia di trasparenza, vigilanza e informazione finanziaria, n. XVIII dell'8 ottobre 2013, poi modificata con Legge n. CCXLVII del 19 giugno 2018 e, da ultimo, con Decreto n. CCCLXXII del Presidente del Governatorato, del 9 ottobre 2020. Perché meglio potesse svolgere le funzioni affidatele, con Lettera Apostolica in forma di Motu Proprio del 15 novembre 2013, ho dato all'Autorità un nuovo Statuto in sostituzione del precedente. Con Motu Proprio del 24 febbraio 2014, ho provveduto al riordino degli organismi economici della Santa Sede, istituendo il Consiglio per l'Economia, la Segreteria per l'Economia e l'Ufficio del Revisore Generale, dei quali, in data 22 febbraio 2015, ho approvato gli Statuti".

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Per puntare all'attivo il gruppo Gedi dovrebbe fare 150 tagli tra giornalisti e impiegati

 

ROMA - Il Natale si avvicina e ci si prepara al nuovo anno. E' probabile che la Gedi stia già pensando al "Panettone" per gli oltre 2.000 dipendenti del gruppo, in gran parte giornalisti. Mentre John Elkann da esperto manager tiene d'occhio i conti del gruppo, esendo abituato a governare le imprese con i numeri.

Proprio per questo l'obiettivo primario di Elkann dovrebbe essere riportare in attivo la Gedi, come ha già fatto con successo per il londinese The Economist. La Gedi comprende La Repubblica, La Stampa, Il Secolo XIX e altri quotidiani locali. In quest'ottica dovrebbero probabilmente muoversi anche i due personaggi in grado di portare a termine questa "mission": il Ceo della Gedi, Maurizio Scanavino, e il direttore di Repubblica, Maurizio Molinari.

 

Sul piano strettamente contabile, per raggiungere l'obiettivo, Molinari - che è responsabile di tutti i quotidiani Gedi - dovrebbe in pratica ridurre di circa 150 unità l’organico del gruppo (che a fine 2019 era di  2.221 dipendenti, in calo di 128 unità rispetto a fine 2018) e procedere ad un ampio sfoltimento anche delle redazioni regionali (quelle di Repubblica, della Stampa e dei giornali Il Secolo XIX, Il Tirreno e Il Piccolo di Trieste).

In sostanza, a fronte di ricavi che già lo scorso anno erano risultati in calo (603,5 milioni contro i 648,7 milioni del 2018, -7% circa) e che quest’anno risentiranno dei contraccolpi legati alla pandemia Covid, Molinari dovrebbe tagliare là dove si può.

 

E' un'operazione che Molinari certamente eviterebbe volentieri (e speriamo che non sia più necessaria), ma che in realtà potrebbe raddrizzare i conti del gruppo Gedi, che detiene un quarto del mercato editoriale italiano e che da tre anni chiude in perdita netta (considerando le sole attività destinate a continuare si è passati dai 131,4 milioni di rosso del 2017 ai 32,1 milioni del 2018 per arrivare ai 112,5 milioni di perdita dello scorso anno) e da due anni in rosso anche a livello di risultato operativo consolidato (-11,1 milioni nel 2018, -129,6 milioni lo scorso anno). Va fatto presente che allora la proprietà della Gedi non faceva capo a Eòlkann, ma ai De Benedetti. 

 

In questi anni la Gedi non ha mai distribuito dividendi e dal 2015 ha sostanzialmente cessato di riacquistare azioni proprie sul mercato. In compenso ha proceduto a chiudere cinque tipografie (a Gorizia, Livorno, Milano, Bari e Mantova) vendendo addirittura quella storica di Roma. Gefi è uscita da Persidera (con una minusvalenza di 16,5 milioni) e ha proceduto ad abbattere l’avviamento di alcune testate (per quasi 106 milioni di euro lo scorso anno), ma il digitale è ancora una presenza relativamente modesta in termini di ricavi (pesa per il 12,7% a livello consolidato, il 15,5% per La Repubblica).

 

Se dovesse essere confermato - ma speriamo vivamente che le cose siano migliorate con la nuova gestione -  l’obiettivo di ridurre di altre 150 unità l’organico comporterebbe quasi inevitabilmente tagliare i giornalisti (rappresentavano il 48% dell’organico per inquadramento professionale a fine 2019) e gli impiegati (il 43% dell’organico per inquadramento professionale). Tra l’altro proprio giornalisti e impiegati sono le due categorie che presentano la più elevata incidenza di over 50enni (che nel complesso costituiscono il 61% dei dipendenti del gruppo). 

Facile prevedere che - in tal caso - Molinari dovrebbe fare leva sui prepensionamenti tra queste due categorie, anche per sfruttare Quota 100, un provvedimento che difficilmente sarà rinnovato dopo il 2021 (quando scadrà la prima “sperimentazione”). Ma per agevolare le uscite dal gruppo esistono anche altre soluzioni del governo.

 

Ipoteticamente, quanto potrebbe risparmiare la Gedi se riuscisse nell’impresa?

Poichè il costo del personale Gedi viaggia intorno ai 175-180 milioni di euro l’anno e che la riduzione di cui si parla rappresenterebbe una sforbiciata di poco inferiore al 7% dell’organico (in linea col calo percentuale dei ricavi dello scorso anno), si potrebbe ipotizzare che il risparmio a regime sarebbe di circa 12 milioni di euro l’anno, circa un milione al mese.

 

 

 

Il Fondo Elliott possiede il 95% di Project Redblack. Ora Singer è il padrone del Milan

 

MILANO - Paul Singer, attraverso il fondo Elliott, è ora anche da un punto di vista meramente formale il titolare effettivo di Project Redblack, la società lussemburghese cui fa capo il controllo del Milan, e quindi, in ultima istanza del club di Via Aldo Rossi.

E’ quanto emerge dall’ultimo aggiornamento del Registro dei titolari effettivi del Lussemburgo (qui l’approfondimento sul RBE), dove viene indicato specificatamente come Paul Elliott Singer detenga in virtù del controllo il 95,73% di Project Redblack.

Secondo quanto appreso da "Calcio e Finanza" l’aggiornamento del Registro dei titolari effettivi in Lussemburgo è avvenuto dopo l’esercizio da parte del fondo Elliott dell’opzione call (la cui esistenza era stata svelata da Calcio e Finanza) sulle azioni di classe C di Project Redblack.

Azioni che, dopo la costituzione della società nel 2017, pur non avendo né diritti di governance né diritti economici, erano rimaste in portafoglio a Blue Skye (la società di Salvatore Cerchione e Gianluca D’Avanzo), tanto che la precedente dichiarazione al Registro dei titolari effettivi in Lussemburgo mostrava i due finanzieri titolari de 25,0042% a testa, mentre Paul Singer figurava solo con il 49,99% del capitale.

 

Socio

n. azioni

tipi azioni

%

King George (Elliott)

4.199

Classe A

34,99%

Genio (Elliott)

1.800

Classe A

15,00%

Totale Elliott

5.999

Classe A

49,99%

Blue Skye

512

Classe B

4,27%

Blue Skye

5.489

Classe C

45,74%

Totale Blue Skye

6.001

50,01%

TOTALE

12.000

100,00%

L’azionariato di Project Redblack prima dell’esercizio dell’opzione call sulle azioni C da parte del fondo Elliott. Le azioni C, prima dell’esercizio della call, non avevano diritti economici e di governance su Project Redblack e sul Milan.

 

In base allo statuto di Project Redblack, al momento del trasferimento delle azioni di classe C al detentore di azioni di classe A (il fondo Elliott, ndr) i titoli di classe C si trasformeranno automaticamente in titoli di classe.

 

La nuova fotografia dell’azionariato di Project Redblack è dunque la seguente:

 

Socio

n. azioni

tipi azioni

%

King George (Elliott)

9.688

Classe A

80,73%

Genio (Elliott)

1.800

Classe A

15,00%

Totale Elliott

11.488

Classe A

95,73%

Blue Skye

512

Classe B

4,27%

TOTALE

12.000

100,00%

L’azionariato di Project Redblack dopo l’esercizio dell’opzione call sulle azioni C (poi trasformate in azioni A) da parte del fondo Elliott

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(www.calcioefinanza.it)

 

 

 

 

 

L’ economia britannica sull’orlo del caos. Johnson ha poco tempo per decidere i rapporti con l'Europa

di Will Hutton - The Observer

 

LONDRA - La finanza e gli imprenditori britannici stanno trattenendo il respiro. Pochi riescono a credere che il governo di Londra stia rischiando di portare l’economia nazionale al collasso. D’altronde quale governo sano di mente vorrebbe mai imporre alla popolazione il caos totale nel commercio, nei trasporti e nelle forniture alimentari, farmaceutiche e di strumenti tecnologici? Come se non bastasse già l’aumento della disoccupazione causato da due lockdown e dal fallimento di molte attività.

E poi perché? Per difendere una concezione utopistica della sovranità che non è mai stata reale neanche all’apice dell’impero? Possiamo ancora sperare che la ragione prevalga e che si trovi qualcosa di meglio di un accordo di libero scambio striminzito simile a quello tra l’Unione europea e il Canada, l’unico che il premier Boris Johnson dice di voler ottenere?

 

Pare proprio di no. Restano pochi giorni per ratificare un testo e nessuno sa se ci sarà una separazione senza accordo o un accordo alla canadese, che non sarebbe tanto meglio. I motivi dello stallo sono noti: un primo ministro imprudente e ossessionato dall’uscita dall’Europa, un Partito conservatore prigioniero dei fanatici della Brexit e un totale asservimento dei mezzi d’informazione di destra. In tutto ciò molte forze che dovrebbero contrapporsi a questa tendenza, dall’opposizione agli imprenditori, si rifiutano di chiedere una soluzione migliore perché temono di essere bollate come antidemocratiche e incapaci di accettare il risultato del referendum.

Quindi si evita di dire apertamente quello che è ovvio: il Regno Unito non ha altra scelta se non di convivere con il continente di cui fa parte. Il Regno Unito Globale è uno slogan senza senso. Il 1 gennaio 2021 sarà l’inizio di un nuovo capitolo nel rapporto con l’Europa. Naturalmente il paese dovrà stringere accordi commerciali su tutto, dai prodotti biologici alle automobili. Lo stesso succederà con i servizi. Dovrà trovare il modo di coesistere con 450 milioni di persone che abitano dall’altra parte del canale della Manica. Dato che queste persone sono più numerose, nella trattativa otterranno più vantaggi di quanti ne otterrà Londra. Solo gli ideologi della Brexit, che vivono in un mondo dei sogni simile a quello di Donald Trump, la pensano diversamente.

 

Qualche giorno fa Carolyn Fairbairn, presidente della Cbi, l’organizzazione che rappresenta gli imprenditori britannici, è riuscita a riunire 71 associazioni e istituzioni, raggruppando virtualmente l’intera economia britannica per sottolineare le disastrose conseguenze di una separazione senza accordo. Steve Elliott, amministratore delegato della Chemical industries association, ha confermato che l’industria chimica “ha bisogno di un accordo”. Ian Wright, amministratore delegato della Food and drink association, ha dichiarato che “non firmarlo metterebbe a repentaglio la qualità di cibo e bevande”. La stessa posizione è stata espressa dagli agricoltori, dai contabili, dall’industria farmaceutica, da quella della ceramica, dalla City, dalle case automobilistiche, dalle società che gestiscono gli aeroporti, dalle compagnie aeree, dall’industria energetica, dal settore creativo e dalle aziende tecnologiche. Perfino i proprietari terrieri hanno fatto sentire il proprio peso. Non avevo mai visto un fronte così compatto, formato da ogni settore dell’economia britannica. Eppure quasi nessuno ne ha parlato.

 

Anche se il 1 gennaio non si raggiungerà alcun accordo, bisognerà comunque trovare una soluzione per il 2021 e l’intransigente Unione europea dovrà scendere a compromessi. Soprattutto dovrà farlo il governo britannico. Un accordo onnicomprensivo che includa beni, servizi e standard normativi , che rispetti gli interessi dell’Unione e l’integrità dell’accordo del venerdì santo (il trattato di pace in Irlanda del Nord firmato nel 1998) è inevitabile. Boris Johnson mente quando sostiene che il Regno Unito ha bisogno solo di un accordo alla canadese. Serve di più.

Anche limitandoci ai dati, ovvero il fulcro dell’economia contemporanea, un accordo alla canadese è inadeguato. L’Unione non può permettere ai servizi finanziari e alle aziende tecnologiche britanniche di sottrarsi al rispetto degli standard europei sui dati, altrimenti Londra diventerebbe un centro globale di riciclaggio dei dati. Senza un accordo su questi standard, i servizi finanziari britannici rischiano il collasso. E lo stesso vale per ogni attività che usa i dati.

 

Il governo sembra indifferente a tutto questo. Il Partito laburista, a quanto pare, sta addirittura valutando la possibilità di votare l’accordo di Johnson, per dimostrare di essersi lasciato alle spalle la crociata contro la Brexit. Sarebbe un errore clamoroso. La responsabilità di questo fiasco dev’essere solo di Johnson e del Partito conservatore. I paladini della Brexit e i trumpiani possono sfidare la marea. Ma la verità, e con essa la prosperità del Regno Unito, hanno bisogno di altro.

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(Will Hutton è un Opinion Columnist dell'Observer- www.theguardian.com - Traduzione di Andrea Sparacino per www.internazionale.it)

 

 

 

L’eredità di Margaret Thatcher. Si dimise 30 anni fa da premier, ma è ancora un mito

di Konrad - Il Post

 

LONDRA - Trent’anni fa l’allora prima ministra britannica Margaret Thatcher – la prima donna ad aver ricoperto quella carica – si dimise per lasciare l’incarico al suo collega di partito John Major. La Thatcher era ormai logorata da undici anni di governo e in rotta col proprio partito, che poco prima delle dimissioni le aveva esplicitamente tolto il proprio appoggio.

Nonostante la brusca interruzione del suo mandato, negli anni successivi Thatcher divenne una delle leader politiche più rispettate al mondo: soprattutto in quanto donna, dato che allora – ancora più di oggi – la politica era dominata dagli uomini. Thatcher è stata persino ritratta in maniera piuttosto benevola nell’ultima stagione di The Crown, la popolare serie di Netflix sulla monarchia britannica, in cui è interpretata da Gillian Anderson.

 

Eppure, negli ultimi anni, la sua figura è diventata sempre più controversa, tanto che in queste settimane nella sua cittadina natale – Grantham, un piccolo paese nel Lincolnshire – ci si chiede se meriti o meno una statua. Diversi osservatori infatti la considerano responsabile di alcune tendenze visibili ancora oggi sia nel Partito Conservatore britannico, che ha guidato per più di quindici anni, sia nel dibattito politico del paese.

Thatcher promosse fra le altre cose un minore ruolo dello stato nella vita economica del Regno Unito, l’allentamento delle regole e delle norme burocratiche per favorire le aziende, la chiusura di molte miniere di carbone – improduttive o quasi – da cui dipendeva la vita di moltissime cittadine, e in diverse occasioni dimostrò ostilità contro i sindacati, il progetto di integrazione europea, le minoranze etniche che vivevano nel Regno Unito

 

Già nel 2003 uno dei suoi biografi, il commentatore politico del Guardian Hugo Young, descrisse il suo mandato in termini molto poco lusinghieri: «ciò che accadde all’inizio degli anni Ottanta a causa dell’indifferenza e della mancanza di buon senso di Thatcher», scrisse Young, «sconvolse le vite di milioni di persone che persero il lavoro. Portò a rivolte di cui nessuno sentiva il bisogno. E in maniera più insidiosa, legittimò un sentimento di crudeltà tollerata. L’individualismo materialista veniva considerato una virtù e anzi il motore del successo del paese».

 

Naturalmente Thatcher non fece solamente cose biasimevoli. Negli anni del suo mandato il Regno Unito diventò un paese dinamico e pieno di opportunità per chi poteva coglierle: la City di Londra diventò la capitale finanziaria d’Europa, le privatizzazioni allargarono il settore privato, il PIL raddoppiò nel giro di dieci anni, e Thatcher prese misure impopolari ma ambiziose come il Football Spectators Act, il primo vero tentativo di riformare il tifo organizzato nel calcio, e l’Accordo anglo-irlandese, che qualche anno più tardi fu la base per gli accordi di pace del Good Friday. Alla sua popolarità contribuì anche la vittoria del Regno Unito nella breve ma sanguinosa guerra contro l’Argentina per il controllo delle isole Falkland, nel 1982.

 

Alcune delle misure che prese si rivelarono poco lungimiranti soprattutto nel lungo periodo. Le privatizzazioni nel settore dei trasporti e della sanità, per esempio, a lungo andare hanno creato delle situazioni di quasi-monopolio senza aumentare la qualità né abbassare i costi. La legge del 1980 che permise agli inquilini che abitavano nelle case popolari di acquistarle a basso prezzo aumentò la sicurezza finanziaria ma a lungo termine ha fatto crescere i prezzi di acquisto e affitto delle case, soprattutto nelle grandi città, rendendo la vita molto più complicata per le generazioni successive.

 

E la chiusura delle miniere di carbone, benché inevitabile, fu gestita senza una vera transizione, e molte cittadine che dipendevano dai lavori garantiti dalla miniera finirono improvvisamente sul lastrico. Paradossalmente la chiusura delle miniere e il progressivo arretramento dello stato dalla vita pubblica provocò una sensazione di abbandono che secondo alcune analisi spinse gli abitanti di molte di queste cittadine a votare a favore dell’uscita dall’Unione Europea nel referendum del 2016 su Brexit.

A proposito di Europa, diversi scienziati politici attribuiscono proprio a Thatcher la legittimazione di un sentimento euroscettico all’interno del Partito Conservatore, che fino a quel momento era stato persino più filoeuropeo dei Laburisti.

 

Secondo molti, il declino di Thatcher iniziò anche a causa delle discussioni sull’Europa, una questione tradizionalmente molto spinosa della politica britannica. In una delle sue frasi più celebri, pronunciata di ritorno da un vertice europeo a Roma, Margaret Thatcher attaccò duramente gli altri leader europei rifiutando qualsiasi tentativo di aumentare il potere della Comunità Economica Europea, l’antenata dell’Unione Europea, che per Thatcher doveva limitarsi a un enorme mercato unico senza dogane o altre limitazioni al commercio.

«Il presidente della Commissione, il signor Delors, ha detto a una conferenza stampa l’altro giorno di volere che il Parlamento Europeo sia l’organo democratico della Comunità, che la Commissione sia l’organo esecutivo e che il Consiglio dei ministri sia il Senato. No. No. No», disse Thatcher. La sua netta opposizione a una maggiore integrazione europea finì per spaccare anche lo stesso partito conservatore: nel 1989 il ministro dell’Economia del suo governo si dimise, e l’anno seguente fu la volta del ministro degli Esteri nonché vice primo ministro, Geoffrey Howe.

 

In più occasioni pubbliche, inoltre, Thatcher sdoganò anche una certa ostilità per le minoranze etniche, tanto che oggi ci si chiede se abbia favorito l’ascesa di alcuni partiti di estrema destra. Nel gennaio del 1978, quando era la leader dell’opposizione, diede una intervista televisiva molto ripresa in seguito in cui disse che «la gente è davvero preoccupata che questo paese venga invaso da persone con una cultura diversa». Durante il suo mandato Thatcher fu notoriamente restia a condannare il regime dell’apartheid in vigore in Sudafrica, e si oppose alle sanzioni chieste dalla Comunità Economica Europea.

 

Poco dopo la sua morte, inoltre, l’allora ministro degli Esteri australiano Bob Carr raccontò che Thatcher in una conversazione privata lo aveva avvertito che l’Australia «sarebbe stata presa d’assalto dai migranti, se noi europei ne avessimo fatti entrare troppi», e che il paese rischiava di diventare «come le Figi, dove ora comandano i migranti indiani».

Thatcher è diventata una figura controversa anche a Grantham, che comunque durante i suoi anni da prima ministra frequentò pochissimo. Di recente il New York Times ha intervistato una ventina di persone chiedendo un parere sulla nuova statua. La maggior parte di loro era a favore, ma più per ragioni di turismo che di stima nei confronti dell’ex prima ministra.

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(Newsletter Konrad - www.ilpost.it)

 

 

 

 

Trump, la grazia preventiva nella Costituzione Usa non c'è, il perdono solo dopo una condanna

di Massimo Jaus - La Voce di New York  

 

NEW YORK - Alla fine la realtà alternativa fa i conti con la concretezza della vita. I quattro anni della presidenza Trump, marcati sin dal primo giorno dalle ricostruzioni surreali degli avvenimenti, si stanno per concludere nel modo più spietato: davanti alla Giustizia.

La CNN ha rivelato per prima che l’FBI sta indagando sulla possibilità che alcune tangenti siano state pagate per ottenere il perdono giudiziario del presidente Trump. Le indagini sono state avviate all’inizio dell’estate e il 28 di Agosto il giudice federale Beryl Howell, della corte distrettuale di Washington, dopo aver stabilito che la confidenzialità tra avvocato e cliente viene meno se insieme progettano di compiere un atto criminale, ha emesso una ordinanza di 18 pagine autorizzando gli inquirenti a poter ottenere le informazioni contenute nei cellulari, computer e laptop degli indagati. L’ordinanza emessa dal giudice, e poi resa pubblica, è ampiamente censurata: sono stati coperti con inchiostro nero i nomi degli indagati e i loro indirizzi e molte delle conversazioni avvenute. Secondo il New York Times gli inquirenti hanno puntato le indagini in particolare su due persone che avrebbero fatto da intermediari per assicurare il perdono presidenziale o la riduzione della pena, ad altri in cambio del pagamento di ingenti contributi alla campagna elettorale.

Come la notizia si è diffusa Trump ha immediatamente mandato i suoi twit in cui afferma che “”L’indagine sulla grazia è una fake News!

 

Intanto il New York Times rivela che Trump avrebbe discusso con i suoi consiglieri la possibilità di concedere una “grazia preventiva” ai suoi tre figli più grandi, al genero e al suo avvocato personale, Rudy Giuliani. Trump è preoccupato che il nuovo ministro della Giustizia che verrà nominato dal presidente eletto Joe Biden possa avviare le indagini su di loro: Donald Jr, Eric e Ivanka, oltre al genero, Jared Kushner.

Nessuno finora è stato incriminato. Il figlio maggiore, Donald Jr, era finito sotto inchiesta per il Russiagate, per i contatti che ebbe nella Trump Tower a Manhattan con alcuni emissari russi che avrebbero offerto la possibilità di danneggiare la campagna di Hillary Clinton, che allora era l’avversaria di Trump alle elezioni del 2016. Ma Donald Trump Jr non è mai stato incriminato. Kushner, che ha partecipato brevemente alla stessa riunione, avrebbe anche fornito informazioni false alle autorità federali circa i suoi contatti con alcuni finanzieri stranieri ma la sua posizione è già stata archiviata.

Di cosa potrebbero essere accusati Eric e Ivanka, invece, non è chiaro, anche se la figlia è stata chiamata in causa per una presunta frode fiscale messa in piedi assieme al padre, attraverso il pagamento di una somma fatta passare come consulenza. Poi, i figli del presidente, hanno cariche sociali all’interno delle società del padre. Ma di questo stanno indagando sia il procuratore Distrettuale di Manhattan, Cyrus Vance, che l’Attorney General dello Stato di New York, Letitia James. I reati statali esulano dal perdono presidenziale che copre solo i reati federali.

 

Ci sarebbero anche indagini su Ivanka e il marito che avrebbero ottenuto alcuni finanziamenti federali concessi dopo la pandemia per mantenere o incentivare l’occupazione nelle loro aziende e che invece sarebbero stati usati per altri scopi. Anche per Rudy Giuliani non ci sono accuse specifiche ma l’avvocato, è l’ipotesi che avanza il New York Times, potrebbe dover rispondere in futuro della sua ossessiva ricerca in Ucraina per trovare azioni illegali commesse da Hunter Biden quando era nel consiglio di amministrazione di una società ucraina, per cercare di screditare il padre pochi giorni prima del voto. Due associati di Giuliani, Lev Parnas e Igor Fruman, il primo originario dell’Ucraina, il secondo cittadino della Bielorussia, sono stati incriminati per una truffa di alcuni milioni di dollari commessa in Florida ai danni di alcuni investitori, ed entrambi avrebbero collegamenti di alto livello con i servizi segreti russi.

 

Il perdono presidenziale “preventivo” nella Costituzione americana non esiste. Il perdono viene concesso solo dopo una condanna. La Costituzione poi prevede invece che si possa applicare “sui crimini presunti” e questa applicazione della legge trova solo due precedenti.Il primo fu per Richard Nixon che fu perdonato da Gerald Ford dopo che la Commissione parlamentare d’inchiesta sul Watergate riconobbe che il presidente aveva ostacolato il percorso della giustizia. L’incriminazione federale sarebbe scattata dopo pochi giorni.Il secondo caso fu quando il presidente Jimmy Carter perdonò i circa 500 mila americani renitenti alla leva durante la Guerra in Vietnam che avevano violato la legge, ma non erano stati incriminati o condannati anche perché moltissimi ripararono in Canada e in Svezia.

 

Tantomeno la Costituzione prende in considerazione l’autoperdono presidenziale. Secondo molti studiosi costituzionalisti perdonare crimini federali se stessi non è possibile perché non è nello spirito egaletario della Carta costituzionale. Altri, invece, sostengono che non essendo proibito nella Costituzione potrebbe essere applicabile visto che il perdono presidenziale non ha nessuna limitazione della sua applicabilità. Di sicuro, se Trump si dovesse autoperdonare, la vicenda finirà davanti alla Corte Suprema. 

 

Che ci fosse un cambiamento nei rapporti tra il Dipartimento della Giustizia e la Casa Bianca lo si era capito da alcune settimane specialmente dopo che il presidente ripetutamente ha chiesto al Ministro della Giustizia William Barr di indagare sui brogli elettorali e nessuna indagine venne avviata. La frattura, poi, c’è stata ieri, quando il ministro ha dichiarato all’Associated Press che massicci brogli per cambiare il risultato elettorale non ce ne sono stati.Il team legale di Trump non si è arreso e ha continuato a parlare di brogli e di frodi elettorali sistemiche. Ma questo é un altro discorso perché Trump, con le accuse dei brogli che gli hanno fatto perdere le elezioni ha costituito un fondo basato sulle donazioni dei suoi difensori che ha raggiunto quasi 180 milioni di dollari. Impossibile per lui e per la sua banda di legali, ammettere ora che le frodi non ci siano state. Per rafforzare questa tesi durante la festa natalizia alla Casa Bianca ha detto ai suoi seguaci osannanti che intende ricandidarsi nel 2024. Come lo ha affermato la folla è esplosa di gioia. Da capire ora se un candidato con una fedina penale “compromessa” possa ricoprire la prima carica dello Stato. La Corte Suprema sarà prossimamentemolto impegnata.

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(www.lavocedinewyork.com)

 

Massimo Jaus, romano, negli Stati Uniti dal 1972. Giornalista professionista, vicedirettore del quotidiano America Oggi dal 1989 al 2014. Direttore di Radio ICN dal 2008 al 2014. E’ stato corrispondente da New York del Mattino di Napoli e dell’agenzia Aga. Sposato, 4 figli. Studia antropologia della musica alla Adelphi University.

 

 

 

Chi sono gli Amish. In Europa non esistono più e gli Stati Uniti restano la patria eletta

di Francesco Boezi - InsideOver

 

Carrozze o calessi guidati da cavalli che si recano in direzione dei seggi elettorali americani: le foto che circolano in queste settimane raccontano dell’approccio, abbastanza atipico, degli amish alle recenti presidenziali. In realtà qualcuno di loro avrebbe pure la macchina, ma certo le immagini delle carrozze fanno più effetto. Radicalità è la parola chiave per comprendere una scelta così, che è religiosa quindi anche esistenziale. Essere un amish significa di questi tempi anche opporsi ai modi tipici della società contemporanea.

Un’indagine a tutto tondo può sembrare complessa, perché un velo di mistero accompagna tutte le comunità come questa. Gli amish, però, non sono battitori liberi o animatori di un “mistero”, ma fanno parte di una storia precisa e di una specifica, una Chiesa cristiana. Contraddistinti dal tradizionalismo dottrinale, gli amish derivano dagli anabattisti.

 

In Europa, dove il protestantesimo si espande anche grazie alle somiglianze sempre più evidenti della Chiesa cattolica, che per i tradizionalisti sta subendo appunto un processo di “protestantizzazione”, non ne esistono più, mentre gli Stati Uniti restano la patria eletta. Gli amish non sono tutti uguali: esistono gruppi che hanno accettato elementi tipici della contemporaneità e comunità che rifiutano di netto qualunque tipo di contatto stretto con certi strumenti (automobili e cellulari in primis). Le curiosità mediatiche non sempre corrispondo al vero. Forse è proprio questa radice comunitaria a suscitare le attenzioni dei media. Il nostro contesto occidentale è abbastanza svuotato, del resto, dai fattori identitari che gli amish difendono in maniera strenua. Certo, anche tra amish avvengono tragedie. E la conta degli scandali è già balzata agli onori delle cronache, ma per comprender sino in fondo l’emisfero religioso degli amish serve soprattutto il contributo degli esperti.

 

Il professor Andrea Borella è, con ogni probabilità, il più rinomato esperto del popolo amish nel Belpaese. Borella è un antropologo culturale, che ha una visione degli amish inserita all’interno del contesto che l’umanità starebbe subendo: “La mia tesi – ci dice introducendo – è che la cultura amish sia uno dei modelli dell’antimodernità. Occorre ovviamente intendersi su cosa significhi modernità, tuttavia, in sintesi ritengo che gli amish siano uno dei pochi gruppi organizzati che coerentemente rifiutino di vivere seguendo gli aspetti fondanti la modernità: individualismo, materialismo, culto della crescita economica, enfasi sul futuro rispetto al passato, per citarne alcuni”. Gli amish vivrebbero quindi un organizzato rifiuto del contemporaneo. Ma si tratta di una via di fuga? Non proprio secondo Borella: “Il concetto di ‘via di fuga’ mi sembra però fuorviante. Gli amish non fuggono da alcunché, rimangono ancorati il più possibile ai loro principi comunitari e religiosi radicati nella tradizione”. Non si tratta dunque di scappare, ma di rimanere il più fedeli possibile alla propria identità.

 

Ma qual è l’origine di questo gruppo religioso? Quando nascono gli amish e perché? Non parliamo – come si potrebbe pensare – di una declinazione del tradizionalismo contemporaneo, ma di qualcosa di più complesso. Qualcosa di storico ha mosso la creazione di questa che è anche una cultura. Il professor Borella tende spesso a rimarcare un fattore: gli amish sono membri di una Chiesa cristiane. Il cristianesimo è il macro-insieme dentro cui va inserita questa storia, che è circostanziabile: “Gli amish sono una chiesa anabattista, appartenente cioè al cosiddetto cristianesimo radicale, sorto a Zurigo negli anni successivi alla Riforma protestante. Nello specifico gli amish trovarono una loro identità separata sul finire del XVII secolo, quando in Alsazia un gruppo di famiglie, guidate dal vescovo Jakob Ammann, diedero vita alla fazione tradizionalista dell’anabattismo”.

 

Il cristianesimo protestante, dunque, accompagna gli amish, che però se ne distaccano attraverso l’anabattismo, del quale esprimono il tradizionalismo. E infatti salutano presto: “Il motivo della scissione era la denuncia del compromesso con il “mondo” che, secondo Ammann e i suoi seguaci, stava contaminando l’anabattismo del tempo”. Potrebbe succedere qualcosa di simile nella Chiesa cattolica, dove gruppi di tradizionalisti insistono oggi sull’abbraccio al mondo che questo corso starebbe imprimendo.

 

Come spiegato in questo approfondimento, il popolo amish è stato spesso interessato dalle cronache per via di stupri, abusi e scandali, che avvengono all’interno dei loro modi esistenziali ed organizzativi. Ma questi accadimenti hanno luogo per via di qualche distorsione della realtà o della morale che gli amish mettono in piedi? Oppure la statistica si occupa degli amish nella stessa misura in cui si occupa di altri gruppi religiosi? E c’è un’incidenza per cui è possibile affermare che il popolo amish è più interessato da altri gruppi da episodi di questa tipologia?

 

L’antropologo Borella ci aiuta a mettere ordine: “Gli amish – premette l’esperto – sono esseri umani come tutti gli altri. Non vivono in un Eden risparmiato dai problemi di ogni società. Ci sono nelle case amish incomprensioni, litigi, violenze e abusi. Tuttavia, non vi è alcuna evidenza che ve ne siano più che al di fuori della comunità. Durante il mio lavoro di campo tra loro non ne ho mai avuto sentore”. E quindi la responsabilità di questa narrativa, che sarebbe falsata, a chi è attribuibile? “Vero è invece – prosegue Borella – che i media sono sempre alla ricerca della notizia sensazionalistica quando essa riguarda gli amish. Il mito del buon e pacifico agricoltore cristiano è ancora forte nell’immaginario americano. Di conseguenza le notizie di abusi e violenze tra gli amish attirano l’attenzione del pubblico in maniera molto vantaggiosa per chi voglia vendere lo “scandalo””. Molto di quello che emerge in termini di sintesi, in buona sostanza, dipenderebbe dalle scelte mediatiche.

 

 

Torniamo alla questione cui avevamo accennato: come votano gli amish? Siamo abituati a pensare, anche per via di alcune ricostruzioni dei media progressisti, che gli amish siano una delle falangi del trumpismo. Perché – viene aggiunto di tanto in tanto – Donald Trump non può che contare su gruppi “oscurantisti” o comunque confliggenti con le liberalità culturali e psicologiche del progresso. Vale per gli amish ma, in misura persino maggiore, per gli evangelici. Di sicuro i religiosi americani hanno sempre preferito l’opzione repubblicana a quella democratica. E questo soprattutto perché, al netto del cattolicesimo democratico, le fedi religiose e le istanze a loro collegate sono da sempre rappresentate dal Gop. Ma nel caso degli amish – chiediamo a Borella – qual è la verità? “Che gli amish siano trumpiani – ci fa subito presente l’antropologo culturale – è un altro dei miti contemporanei più infondati. In termini generali, gli amish non votano, soprattutto per le presidenziali. La loro religiosità impone, o almeno consiglia, una separazione dal “mondo” per la quale il voto è scoraggiato. Sebbene alcuni si rechino alle urne, si tratta di percentuali irrisorie”.

 

Comprendiamo allora come gli amish, di base, non condividano con il resto degli americani la vita politica della nazione, anzi. Il gruppo religioso in questione diserta volentieri le urne: “Non esistono statistiche ufficiali, ma io ritengo che l’affluenza sia al massimo intorno al 3-4%. Senza dubbio, che come in tutta l’America rurale e di provincia, il voto per i repubblicani è nettamente preponderante. In buona approssimazione lo spirito e i successi imprenditoriali di Trump sono apprezzati,  mentre la sua condotta di vita, lontana dall’etica cristiana, decisamente criticata”. Il comportamento elettorale degli amish, dunque, non può essere soggetto al filtro della approssimazione.

 

 

La parabola degli amish è terminata, è al principio o è nel bel mezzo della “corsa”? Il fatto che gli amish costituiscano famiglie numerose può suggerire come i numeri non possano che essere destinati a salire. Poi c’è un altro fattore, di tipo culturale, ossia la ricerca di un’identità, che può affascinare gli uomini del mondo contemporaneo. E questo, stando a tanti analisti, vale per gli amish, ma per le religione “chiuse” in generale. Borella pure è d’accordo: Demograficamente gli amish sono in crescita esponenziale da quando giunsero in America. Dalle poche famiglie che arrivarono in Pennsylvania negli anni ‘30 del ‘700, siamo giunti ora a mezzo milione di membri”.

 

Eppure c’è comunque chi grida alla prossima estinzione: “Le cassandre che hanno vaticinato una loro estinzione sono sempre state presenti, a partire dalla seconda metà dell’Ottocento, quando vi fu il grande scisma tra i progressisti e i tradizionalisti. Per questi ultimi molti predissero una prossima sparizione, travolti da una trionfante modernità che avrebbe indotto le nuove generazioni ad abbandonare gli usi e i costumi dei loro padri. Mai previsione fu più fallace”. La modernità, in poche parole, non riuscirà a scalfire le comunità amish, che invece continueranno a prosperare, magari non solo negli Stasti Uniti.

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(Francesco Boezi - InsideOver)

 

 

 

 

 

OBS MAGAZINE

 

 

 

 

PROTAGONISTI

 

Quello che non sapevate di Sergio Leone e suo padre Roberto Roberti, regista preferito dalla diva Bertini

di Paolo Speranza 

 

Quando all’uscita di Per un pugno di dollari, nel 1965, Sergio Leone scelse di firmarsi Bob Robertson, non stava soltanto inaugurando un trend anglofilo nei western e spy story italiani (pensiamo a Ennio Morricone che si firmerà Don Savio, a Gian Maria Volontè /John Wells, persino a Carlo Croccolo diventato Lucky Moore) ma soprattutto tributando un devoto omaggio filiale: Robertino figlio di Roberto, nella traduzione letterale, altro non voleva dire che Roberto Roberti, il nome d’arte di suo padre, Vincenzo Leone, che si era spento pochi anni prima, nel ’59, nel paese irpino dove era nato, Torella dei Lombardi.

Padre affettuoso del suo unico figlio, nato quando egli aveva già 50 anni, e regista di vaglia. Anzi, “direttore artistico”, come si usava all’epoca del muto, di cui Roberti è stato protagonista assoluto: cineasta prolifico, dirigente delle associazioni di categoria, regista di fiducia della diva più popolare e capricciosa del muto in Europa, la napoletana Francesca Bertini, che diresse in film di successo come La contessa Sara, La serpe, La donna nuda.

Nel mondo del cinema Vincenzo Leone era entrato quasi per caso, come “attor giovane”, dopo le prime esperienze nelle filodrammatiche a Napoli, dove aveva seguito il cursus honorum tipico dei giovani borghesi di provincia: laurea in Giurisprudenza, le immancabili infatuazioni letterarie e qualche esperienza giornalistica, che gli permisero di entrare in contatto con Di Giacomo, Bracco, la Serao, Scarfoglio. L’approdo nella nascente settima arte avviene con il trasferimento a Torino, dove lavora alla casa di produzione “Aquila Films” e conosce l’attrice Edvige Valcarenghi, in arte Bice Waleran, sua futura moglie.

Dal 1917 si stabilisce a Roma, nella casa di Viale Glorioso spesso evocata da Sergio Leone, ma resta legatissimo alla cultura napoletana, come testimoniano i suoi titoli di maggior successo: Fra Diavolo (1925), il remake di Assunta Spina con un’altra star di prim’ordine, Rina De Liguoro, e Napoli che canta (1926), ritrovato nel 2002 dalle Giornate del Cinema Muto di Pordenone e risonorizzato con una memorabile interpretazione canora di Giuni Russo.

All’apice del successo la carriera di Roberti si interrompe bruscamente. Dal 1930, per un decennio, subentra una “damnatio memoriae”, dovuta alla sua nomea di antifascista, alimentata – come racconterà il figlio – da un coraggioso “sgarbo” di qualche anno prima a Mussolini in persona, rifiutando la riduzione per il grande schermo del romanzo giovanile del Duce Claudia Particella, l’amante del cardinale.

La rentrée avviene nel ’39, quando firma come Leone Roberti Il socio invisibile (ancora con una diva, Clara Calamai, e una giovanissima Regina Bianchi), seguito due anni dopo da La bocca sulla strada, ambientato a Napoli, con l’emergente Carla Del Poggio.

Due buoni film, ma i fasti d’un tempo sono lontani. E poi la guerra, che blocca il suo nuovo progetto, Il folle di Marechiaro, che uscirà solo nel ’51, e per poche settimane, in qualche sala di Napoli. Deluso, Vincenzo Leone si ritira nella nativa Irpinia. Non prima però di aver fatto esordire suo figlio Sergio, nei panni di un soldato americano, visibile in uno dei rari frammenti superstiti del film proposti nel 2018 al “Laceno d’Oro” di Avellino, diretto da Antonio Spagnuolo, insieme alla mostra “Leone Factory. Da Roberto Roberti a Sergio Leone” a cura di Orio Caldiron e di chi scrive.

La parabola di Vincenzo Leone si conclude dove era cominciata, tra Napoli e Torella dei Lombardi, dove è sepolto. Ma ha ancora tanto da raccontarci.

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(Paolo Speranza storico, saggista e docente)

 

 

UOMINI E LIBRI

 

Michael Chabon, autore del best seller "Kavalier & Clay", vuole costruire la sua casa letteraria sulle terre di confine

di Michele Crescenzo - La Voce di New York

 

New York City. 1939. Joe Kavalier e Sammy Clay camminano dentro e fuori dalle luci dei lampioni, attraverso scrosci intermittenti di pioggia, girano per Brooklyn, senza badare a dove stanno andando. Fumano e chiacchierano fino ad avere la gola secca. Tra le mani hanno il primo numero dell’Escapista, il loro fumetto.

Joe è un disegnatore e conosce alla perfezione l’arte della fuga Houdini (in questo modo è riuscito a scappare dalla Praga occupata da Adolf Hitler) Sammy è uno scrittore. Sono cugini, entrambi ebrei ed entrambi protagonisti di The Amazing Adventures of Kavalier & Clay (Le fantastiche avventure di Kavalier e Clay traduzione di Luciana e Margherita Crepax, 1 ed., Rizzoli, 2001) il terzo romanzo di Michael Chabon, vincitore del premio Pulitzer per la narrativa nel 2001.

 

Il libro è diventato un Best Seller del New York Times, ricevendo nomination per il National Book Critics Circle Award 2000 e il PEN/Faulkner Award for Fiction. Nel 2006, Bret Easton Ellis lo ha definito “uno dei tre grandi libri della mia generazione” mentre il Entertainment Weekly lo ha inserito nella lista dei “best-of” di fine decennio con la seguente menzione: “Questo romanzo mescola fumetti, misticismo ebraico e storia americana in qualcosa di veramente sorprendente”.

The Amazing Adventures of Kavalier & Clay è infatti un romanzo che racconta le vite di Joe e Sam in una brulicante New York City degli anni d’oro del fumetto americano e in un mondo in guerra. Molti episodi raccontati sono ripresi dalle vite reali di grandi scrittori come Stan Lee, Jack Kirby e Joe Shuster ma nel romanzo ci sono anche altri personaggi storici come Salvador Dalí e Orson Welles.

 

Quando ho iniziato a scrivere il libro – ha detto l’autore americano in un’intervista sul Entertainment Weekly – e ho detto all’agente di cosa parla, mi è sembrato stessi facendo una conversazione “suicida” perché i fumetti sono una parte importante dell’arte americana quanto il jazz, un film di Hollywood o il rock and roll ma nei fini anni novanta non avevano il successo che hanno oggi. Quindi una parte delle persone erano preoccupate che non ne fossi all’altezza e un’altra era leggermente nauseata, o semplicemente provava compassione per me che stavo sprecando il mio tempo su un argomento così stupido”.

Durante la fase di ricerca, l’autore americano ha letto dozzine di libri sulla storia dei fumetti e su New York, sulla Seconda guerra mondiale, gli atti magici, il Golem di Praga e l’Antartide. Ha trascorso un mese girovagando per Manhattan, facendo quella che chiama “ricerca di strada”. Ha anche intervistato diversi artisti di fumetti degli anni ’40 e ’50. Chabon voleva concentrarsi “più sulle loro vite che sulla loro arte”, dice. ” Volevo guardare attraverso le crepe, sapere in che tipo di appartamenti vivevano, lo stile dei pantaloni che indossavano, con che tipo di ragazze uscivano. E loro amavano parlare di quella roba”.

 

Kavalier & Clay diventerà presto una serie tv prodotta da Showtime dove l’autore americano ha lavorato a quattro mani con la moglie Ayelet Waldman. “Dovremmo avere la sceneggiatura della prima stagione pronta entro la fine di quest’anno. Quindi si dovrebbe girare nel 2021 ma dipende da cosa succede con il coronavirus”. Durante la stessa intervista al Entertainment Weekly racconta anche che ha pensato spesso ad un sequel del romanzo ma per ora non si è mai concretizzato nulla.

 

Michael Chabon è noto per l’elegante impiego del linguaggio figurativo e per i suoi avventurosi esperimenti stilistici dal poliziesco allo storico, dal saggio al fantastico. Le sue narrazioni sono ricche di riferimenti alla storia, all’influenza pop e alla sua eredità ebraica. In un articolo del New York Review of Books del 25 marzo 2004 l’autore suggerisce di costruire la propria casa letteraria proprio sulle terre di confine. “Tutto il mistero risiede lì, ai margini, tra la vita e la morte, l’infanzia e l’età adulta, la letteratura newtoniana e quantistica, seria e di genere. Ed è dal confronto con il mistero che le storie più vere hanno sempre tratto il loro potere”.

 

Il suo lavoro è caratterizzato da un linguaggio complesso, l’uso frequente di metafora insieme a temi ricorrenti, tra cui la nostalgia, il divorzio, l’abbandono, la paternità e, in particolare, questioni di identità ebraica. Spesso include personaggi gay e bisessuali tanto che all’inizio della sua carriera è comparso, erroneamente, in un articolo di Newsweek tra gli scrittori gay emergenti. È notoriamente diffidente nei confronti della pubblicità: alla fine degli anni ’80, rifiutò non solo l’offerta di apparire in un annuncio di Gap, ma anche quella di essere presentato come uno dei “50 Most Beautiful People ” della rivista People.

Marilyn Cooper che lo ha intervistato sul Moment lo ha definito “una persona con un incredibile apertura intellettuale e una curiosità stupefacente, con lui si può facilmente passare dai testi delle canzoni di Michael Jackson alle costruzioni di astronavi passando per tante storie soprattutto quelle donchisciottiane che riesce a inserire in tutto quello che scrive sia in forma di romanzo che di saggio o sceneggiatura”.

 

Il suo primo romanzo bestseller, The Mysteries of Pittsburgh (I misteri di Pittsburgh, 1988) – pubblicato quando aveva solo 25 anni – esplora la sessualità di un giovane figlio di un mafioso, The Wonder Boys (traduzione di Luciana e Margherita Crepax, Rizzoli, 1995) – adattato in un film con Michael Douglas e Robert Downey Jr. – approfondisce ironicamente le insidie ​​della creatività. Dopo The Amazing Adventures of Kavalier & Clay ha scritto Summerland (traduzione di Maria Concetta Scotto Di Santillo, Rizzoli, 2002), un romanzo fantasy e The Yiddish Policemen’s Union (Il sindacato L’Unione dei poliziotti yiddish traduzione di M. Colombo, Rizzoli, 2007) un poliziesco vincitore di un Hugo Award nel 2008.

Gentlemen of the Road (Cronache di principi e viandanti. Traduzione di Francesco Graziosi, Indiana, 2014) è una avventurosa storia con briganti ebrei medievali, ed è stato serializzato sul New York Times e poi pubblicato come romanzo.

 

Chabon ha esaminato le relazioni razziali americane nel romanzo Telegraph Avenue (Traduzione di Matteo Colombo e M. Birattari, Rizzoli, 2012), incentrato sui commessi di un piccolo negozio di dischi jazz e soul minacciati dall’incursione imminente di una catena di negozi rivale. Il suo ultimo romanzo è Moonglow (Sognando la luna, traduzione di Matteo Colombo, Rizzoli, 2017 2016) che è stato ispirato dalle conversazioni di Chabon con suo nonno morente. Ha pubblicato, inoltre, un libro per bambini (The Astonishing Secret of Awesome Man 2011) tre saggi (Maps and Legends 2008; Manhood for Amateurs 2009; Pops 2018)  e diverse sceneggiature per il cinema (Spider-Man 2, John Carter) e per serie tv ( la miniserie Unbelievable su Netflix e Star Trek: Picard, su Amazon Prime).

 

“Prima di essere uno scrittore, sono un lettore curioso” – dichiara Michael Chabon sempre sul Moment – “e il mio gusto di lettore va in molte direzioni. Non do molta attenzione alle definizioni ma a quello che mi piace. Leggo la prima frase, il primo paragrafo e la prima pagina di un libro e poi decido se vale la pena leggere il resto del libro. Voglio che il libro mi porti in posti che la lingua non mi ha mai portato prima. Questo potrebbe essere nella mente di una casalinga della classe media nella San Francisco degli anni ’50 o nella coscienza di un essere alieno su un altro mondo. Sono convinto che esistono grandi storie indipendentemente dai confini e dalle distinzioni di genere. Questo è quello che cerco come lettore. Negli ultimi 15 anni, mi sono sentito sempre più libero di consentire a tutti i generi che ho sperimentato e apprezzato come lettore di entrare pienamente nel mondo della mia scrittura sotto forma di romanzo, saggio o sceneggiatura”.

 

Michael Chabon ha vissuto a Pittsburgh e New York, ma da anni si è trasferito con la sua famiglia – la scrittrice Ayelet Waldman e i loro quattro figli – a Berkeley, in California. La loro casa è composta da pannelli di legno scuro e librerie con facciata in vetro, mobili moderni danesi e luci George Nelson. Ci sono foto di famiglia su mobili ebrei di Bucarest, alcuni poster di “Kavalier & Clay” creati da McSweeney’s accanto a uno di Spock. E libri ovunque: impilati per due su scaffali, nelle tante librerie, in bagno, ammucchiati in una torre più alta di un uomo, sparsi per le scale. È talmente elegante e raffinata che il sito Remodelista ci ha scritto un articolo nel 2014 e la si può anche osservare in questa video-intervista del 2016. Lui e la moglie lavorano insieme ogni giorno sulle scrivanie back-to-back nel loro ufficio/stanza. La coppia ha scritto senza riserve sul loro matrimonio, sulla loro vita sessuale, sulle lotte di Waldman con la malattia mentale e sulle sfide della genitorialità. Nel 2005 sono stati anche dentro un famoso caso mediatico dopo che Ayelet ha scritto provocatoriamente sul New York Times il saggio Truly, Madly, Guiltily in cui dichiara di amare suo marito più dei figli.

 

Micheal Chabon è un autore che osa, che sperimenta, che provoca. Un autore interessato alle sfumature e alle contaminazioni letterarie, anche in quelle dolorose, anche in quelle più intime. Ne è un esempio il bellissimo racconto sul New Yorker dove lo scrittore è alla prese con una sceneggiatura su Star Trek e sta accanto al padre morente sul letto. Nel racconto lui scrive “nei giorni e nei mesi che seguirono, cercai di trovare modi per piangere mio padre. Ho recitato il Kaddish. Ho parlato di lui ai miei figli. Ho pubblicato le sue foto d’infanzia su Instagram. Ma soprattutto ho scritto episodi di Star Trek: Picard, attraverso i quali mortalità e perdita suonavano come temi musicali”.

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(www.lavocedinewyork.com)

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MICHELE CRESCENZO è nato a Napoli nel ’77, laureato in Sociologia, vive a Milano dal 2002, lavora in una multinazionale americana. Scrive recensioni per Satisfiction. Gestisce “Ti ho Rivista” tabloid sul mondo delle riviste indipendenti. Organizza eventi culturali alla libreria milanese Gogol&Company. Cura la column “Gotham's Writers” su La Voce di New York. Nel 2009 ha vinto il Premio Chatwin. Ha pubblicato racconti per antologie e riviste letterarie (Pastrengo, Talking Milano, Lettura newsletter del Corriere della sera).

 

 

 

 

UOMINI E LIBRI

 

Il diritto naturale secondo lo scozzese Duns Scoto. Uno studio di Stefano Maria Solinas  

di Mauro De Vincentiis

 

Il pensiero del filosofo e teologo medievale Giovanni Duns Scoto (1266-1306) è riproposto da Stefano Maria Solinas - pubblicista e studioso della storia delle religioni e della teologia legata alla Chiesa di Roma - nel saggio “ll diritto naturale secondo Giovanni Duns Scoto” (Ed.l'albatros). Un saggio come metodo per leggere la realtà contemporanea e rispondere alla deriva del relativismo e alle tendenze adattatrici del pensiero teologico odierno, come sottolinea Francesco Bigiotti nella prefazione.

Lo scozzese Duns Scoto, francescano, partendo dalla lezione di Bonaventura da Bagnoregio, ha contribuito a consolidare il pensiero neoplatonico in varie università, tra cui quelle di Parigi e Colonia, favorendo la strada verso l'Umanesimo.

La ricerca di Solinas è ricca di riferimenti bibliografici e, soprattutto, di una analisi della cultura a cavallo tra il Duecento e il Trecento, secoli che hanno visto il tramonto della Scolastica e dell'aristotelismo. Sono stati anni decisivi nella storia della Chiesa, dell'Europa e dell'Italia, con l'accentuarsi della contrapposizione tra il Papato e l'Impero. Il diritto naturale (o “legge di natura”) è analizzato in questo contesto e alla luce del dibattito filosofico e teologico.

La trattazione che ne fa Solinas, scrive ancora Francesco Bigiotti, apre le porte a una discussione che può sembrare circoscritta agli ambiti strettamente teologici. Al contrario, i fondamentali non possono essere modificati e, in questo, l'insegnamento di Duns Scoto, riproposto nel saggio, attraverso l'analisi dei punti più importanti del vasto patrimonio bibliografico del filosofo-teologo, rappresenta un passaggio obbligato del pensiero contemporaneo.

Il saggio è diviso in quattro parti: nella prima è analizzato il rapporto tra Fede e Ragione; nella seconda è preso in esame il tema della creazione del mondo, come fondamento del diritto naturale; nella terza sono approfonditi il concetto e le forme del diritto naturale; infine, c'é l'interpretazione del diritto naturale (filosofica, dommatica, morale e giuridica).

 

 

UOMINI E LIBRI

 

I Corvi del Vaticano. Marco Ansaldo rivela in "Un altro Papa" le trame e gli intrighi degli informatori segreti

di Maria Antonietta Calabrò . Huffingtonpost

 

ROMA - Un po’ di luce, anche se solo suggerita e narrata. “Tranne Paolo Gabriele - il maggiordomo di Benedetto XVI (prematuramente morto di recente), capace di trafugare le carte segrete dall’armadio di Georg Ganswein, assistente personale del Papa ( e consegnarle per il libro “Sua Santità”, ndr) - penso di aver conosciuto tutti i cosiddetti Corvi del Vaticano. Non è che si presentassero dicendo ‘Salve, sono un informatore segreto’, ma quando li si incontrava si sentiva lontano un miglio che portavano notizie coordinandosi all’interno di un gruppo. Non escludo affatto che si spartissero compiti e giornalisti di testate diverse, anzi ne sono certo, perché lo chiesi ad alcuni Corvi e me lo confermarono”.

 

Questo il racconto choc di Marco Ansaldo all’epoca dei fatti vaticanista e inviato speciale per la politica estera di “Repubblica”, nel suo libro “Un altro Papa” (Rizzoli). È choc ancora di più l’identificazione degli sgraziati volatili ( cui Edgar Allan Poe ha dedicato un angosciante poemetto Il Corvo, appunto) , sia pure per categorie di appartenenza . Prosegue il ricordo di Ansaldo: “Funzionari dei servizi segreti. Dirigenti della Presidenza del Consiglio. Prelati interni ed esterni alla Santa sede. Hacker ed esperti informatici. Giornalisti e corrispondenti stranieri. Ti contattavano loro” . E ancora: “Siamo una ventina - mi disse uno dei Corvi - e siamo ramificati in tutti gli organismi vaticani, dall’Osservatore romano ai dicasteri più rilevanti”.

Un intrigo, quindi, non solo interno al Vaticano, ma anche internazionale, che ha coinvolto personaggi italiani. di primo piano. Insomma, Benedetto tra le spie, questo conferma la similitudine tra le due vicende umane e storiche di Papa Ratzinger e del suo predecessore che ha portato il nome Benedetto prima di lui, Benedetto XV.

 

Ansaldo svela anche lo scopo perseguito dai Corvi. “Uno dei Corvi a un certo punto mi confidò: ‘Noi abbiamo puntato Bertone ( l’ex segretario di Stato vaticano, ndr) per impallinarlo: E contro il segretario di Stato è stata fatta una campagna massiccia. ma l’obiettivo vero è Ratzinger. È lui che deve essere rimosso per arrivare ad un altro Papa, completamente diverso’”.

Il punto è che come scrive Ansaldo, il caso Vatileaks1 puntando sul cardinale Bertone, aveva infine investito Papa Benedetto ed era stato generato dai Corvi che lo avevano cavalcato vittoriosamente. Il caso Vatileaks2 che si era scatenato nell’autunno 2015, e il relativo processo, “ li aveva individuati ed annientati”. Con un’aggiunta importante: “Quasi tutti”.

 

È in questo “quasi tutti” che si annidano i nemici attuali di Papa Francesco? Io penso che sia molto probabile. Nel libro c’è la testimonianza, (troppo alludente ed allusiva), di don Georg Ganswein , che alla fine del pontificato di Ratzinger evidentemente quanto meno non ha compreso quello che stava avvenendo e che all’inizio di quest’anno è stato allontanato da Papa Francesco, dopo il pasticcio del libro scritto a quattro mani dal cardinale Sarah e dal Papa emerito (che si era firmato Benedetto XVI). Un altro Papa? Con Francesco, che anche lui “rinuncia”, dopo Francesco, quando Ratzinger morirà? Ansaldo, sembra adombrare questo possibile futuro scenario.  Non che non ne abbia parlato lo stesso Francesco, in varie occasioni, ma al punto in cui sono arrivate le cose (dopo il caso McCarrick e lo scandalo finanziario dei fondi della Segreteria di Stato) non sembra proprio che sia arrivato il momento. Anzi. Papa Francesco non si ferma

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(Maria Antonietta Calabrò - Blog su Huffingtonpost)

 

 

 

 

Il digitale al servizio dei vinili dimenticati. Una grande iniziativa culturale di Suan Edizioni 

 

E' un'perazione di nicchia, ma di grande importanza culturale, quella messa a punto dalla Suan Edizioni, con l’obiettivo di salvare una gran parte del patrimonio discografico italiano che rischia non solo di cadere nel dimenticatoio, ma di sparire per sempre fisicamente. Su tutte le piattaforme digitali online saranno messe infatti a disposizione degli appassionati migliaia di opere musicali “perdute”, ovverosia brani che le etichette non hanno mai digitalizzato.

“Abbiamo già fatto un contratto di distribuzione con i principali canali di distribuzione – afferma Francesco Coniglio (editore e storico della musica), socio a metà con Christian Calabrese (autore e consulente musicale) della Suan - e il primo pacchetto di 188 brani è già on line. Successivamente, ogni mese, usciranno nuovi dischi, mai precedentemente digitalizzati, a incrementare questo eccezionale ascolto di materiali sonori facilitato dalla tecnologia. Per realizzare questo lavoro, una vera e propria missione, dobbiamo ringraziare l’opera di collezionisti e ‘topi da discoteca” che, sebbene rappresentino una rarità, ci forniscono la possibilità di trasmettere la conoscenza musicale del passato sepolta per anni alle nuove generazioni, proprio grazie agli strumenti di loro attuale utilizzo”.

 

“Un’operazione tanto ardua quanto mai utile – continua Calabrese che con la musica è di casa, essendo figlio del grande autore della canzone italiana Giorgio – Dagli anni Ottanta in poi abbiamo assistito alla graduale distruzione del nostro eccezionale e ricchissimo archivio musicale a causa non solo del passaggio da vinile a Cd che consentiva solo ad alcuni repertori di essere digitalizzato, ma anche per la scomparsa di etichette discografiche familiari la cui produzione costituiva delle autentiche “chicche” per i nostri ascolti. È tempo di salvare il salvabile prima che sia troppo tardi e in questo la legislazione italiana in materia di diritto d’autore, tra le più avanzate del mondo, ci assiste, prevedendo anche la difesa del diritto morale dell’autore.”

 

Tra i titoli in repertorio della prima uscita si annoverano dischi introvabili di Jula De Palma, Quartetto Cetra, Katyna Ranieri, Bruno Martino, Renato Rascel, Wera Nepy, D’Artega e la sua orchestra, Dino Olivieri, Milva, Claudio Villa, Sergio Bruni, Umberto Tucci e Oreste Turrini, Vinicio, Eleonora Rossi Drago e Paolo Ferrari, Elio Mauro, Narciso Parigi, Silvio Noto, Tony Del Monaco, Betty Curtis, Dario Fo, Johnny Dorelli, Natalino Otto.

 

Ma la SUAN Edizioni non si ferma qui: la digitalizzazione dei vinili dimenticati non è che la prima di una serie di iniziative editoriali (e non) per salvare, ricostruire, riorganizzare, preservare e ristampare una immensa parte del patrimonio discografico italiano non più fruibile da molti decenni. E lo farà… prima che sia troppo tardi!

Scegliere come iniziare un’avventura editoriale - dicono Coniglio e Calabrese - con migliaia di brani a disposizione ma dovendo pescare solo tra canzoni prima di una certa data è limitante. Soprattutto perché lo streaming è cosa comune quasi esclusivamente tra le nuove generazioni, quelle nate quando internet già c’era. Dovendo fare questa scelta ci siamo affidati a cose un po' più particolari, come i due EP con le poesie di Dario Fo e quello recitato da Eleonora Rossi Drago. Ma anche a “pezzi da novanta” come Renato Rascel, Jula De Palma, Katyna Ranieri e il Quartetto Cetra. Così come non li avete mai sentiti, cioè in qualità super. Aspettando le novità di dicembre, con i primi due 45 giri di Orietta Berti (mai digitalizzati!) l’anteprima del singolo inedito di Mia Martini e naturalmente, tanto Natale.

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TRIBUNA

 

VICTOR MASSIAH IN "POLE" PER GUIDARE UNICREDIT

di Mario Messina

 

MILANO - Per quasi 12 anni, dal 1° dicembre 2008 al luglio 2020, Victor Massiah è stato consigliere delegato di Ubi Banca. Dopo l’acquisizione di Ubi Banca da parte di Intesa Sanpaolo, il nome di Massiah, 61 anni, torna alla ribalta nel mondo bancario italiano ed entra nella rosa del possibile successore del francese Jean Pierre Mustier alla guida di Unicredit.

Un ruolo di prestigio per Massiah, che conosce benissimo il mondo bancario e vanta prestigiosi appoggi nella finanza internazionale. Vanta ottimi rapporti con l’ex Ministro del Tesoro Pier Carlo Padoan e conosce nei dettagli Monte Paschi di Siena che non ha mai voluto fondere in Ubi Banca.

Ma ora, con il colosso Unicredit potrebbe essere l’uomo giusto per completare quell’operazione di salvataggio e rimettere la banca toscana nel circuito bancario senza l’appoggio del Tesoro.

GLI ALTRI CANDIDATI

Tra i più accreditati alla guida di Unicredit c’è Marco Morelli, che ha un curriculum di tutto rispetto e fino a poco tempo fa è stato proprio alla guida di quella Mps che qualcuno vorrebbe dare sposa ad Unicredit. C’è poi Flavio Valeri, ex Deutsche Bank; Roberto Nicastro, ex direttore generale e, infine, Carlo Vivaldi (già citato all’epoca dell’uscita di Ghizzoni) e del banker dal profilo internazionale Diego De Giorgi entrato in consiglio a febbraio scorso.

 

 

 

 

TRIBUNA

 

FLOP DEI NAVIGATOR, POLVERE DI 5 STELLE

di Felice Saulino

 

ROMA - Chi si ricorda dei navigator? Pochi. Del loro passaggio non è rimasta traccia. Eppure due anni fa, quando nacquero, questi nuovi tutor vennero presentati dal governo come la grande arma per combattere la disoccupazione.

Fortemente voluti da Luigi Di Maio – all’epoca ministro del Lavoro e dello Sviluppo economico, vicepremier in coppia con Salvini, e capo politico del M5S –  i navigator furono inventati con compito di aiutare a trovare un lavoro ai beneficiari del reddito di cittadinanza, che poi era la grande bandiera dei Cinquestelle. Inventati, appunto. Per fare quello che i Centri per l’impiego, ossia gli ex uffici collocamento, non erano mai riusciti a fare: mettere insieme domanda e offerta di lavoro.

 

Invece di un nome rigorosamente english, avrebbero avuto bisogno di formazione di strumenti. Per esempio, di quella grande banca dati con le offerte di lavoro in tempo reale, la cui mancanza aveva ridotto i Centri per l’impiego a semplici uffici burocratici. Ma le unificazioni delle banche dati non c’è stata e nessuno ha messo in cantiere una vera ristrutturazione che rendesse finalmente agile, rapido ed efficiente il vecchio collocamento. Ci si è accontentati, come spesso accade in tempi di politica senza partiti, di un’operazione mediatica. Giusto per issare un’altra bandierina e fare un altro po’ di propaganda.

 

Il risultato è che adesso nessuno può difendere i navigator mettendo sul tavolo i loro risultati. Due settimane fa l’Anpal ha pubblicato gli ultimi dati sul reddito di cittadinanza. Su poco più di 1,3 milioni di beneficiari inseribili al lavoro, solo 352 mila hanno avuto un contratto, ma a fine ottobre gli attivi erano già scesi a 192 mila. Questo perché sono stati considerati tutti i tipi di contratto, anche quelli brevissimi.

Ad ogni modo, il ruolo dei navigator sarebbe prossimo allo zero, perché ci sono le agenzie private di collocamento e soprattutto perché sono le stesse convenzioni con le Regioni a stabilire che il contatto con le aziende deve essere creato dai Centri per l’impiego. Quindi il navigator deve limitarsi al supporto.  

 

E così adesso per i 2700 navigator assunti due anni fa sembra arrivato il momento dell’addio. Il loro contratto scade a fine aprile e nel disegno di legge di Bilancio, che fissa spese ed entrate dello Stato nel prossimo anno, altri soldi per loro non sono previsti. Certo, il dibattito in Parlamento è appena iniziato e il Movimento 5 Stelle starebbe preparando un emendamento con la proroga di un anno. Coperture permettendo. Ma per i navigator si tratterebbe solo di un rinvio. La loro fine è segnata: assunti per aiutare disoccupati a trovare un lavoro, adesso saranno loro a ritrovarsi senza lavoro.

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(Felice Saulino - www.sfogliaroma.it)

 

 

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Covid, stretta del governo: Natale e Capodanno blindati. Mattarella ha firmato il decreto

di Serenella Mattera - Ansa

 

ROMA _ Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha firmato il decreto legge sugli spostamenti che conferma la stretta del governo sulle festività varato ieri dal Consiglio dei ministri. In Cdm si è a lungo dibattuto delle misure, illustrate dal premier Giuseppe Conte. L'impianto sarebbe nella sostanza confermato, rispetto a quanto illustrato dal ministro Roberto Speranza in Parlamento. Il testo è stato inviato ai presidenti di Regione, perché facciano le loro valutazioni, in vista di un nuovo confronto con il governo prima della firma.

 

 

Natale e Capodanno "blindati" dentro i confini comunali e, dal 21 dicembre al 6 gennaio, blocco degli spostamenti tra le Regioni e divieto di raggiungere le seconde case. Il decreto legge Covid conferma la stretta del governo sulle festività, per fare scudo a una possibile terza ondata. Mentre in Cdm, dopo una animata discussione, si decide di confermare, con il prossimo dpcm lo stop alle lezioni in presenza alle superiori fino al 7 gennaio. 

 

A partire da quella data, la bozza del dpcm (in vigore fino al 15 gennaio) prevede che ritornerà in classe il 50% degli studenti delle superiori. "Le istituzioni scolastiche secondarie di secondo grado - si legge - adottano forme flessibili nell'organizzazione dell'attività didattica in modo che il 100 per cento delle attività sia svolta tramite il ricorso alla didattica digitale integrata e che, a decorrere dal 7 gennaio 2021, al 50 per cento della popolazione studentesca sia garantita l'attività didattica in presenza".

 

A Capodanno coprifuoco fino alle 7 del mattino e non fino alle 5 come gli altri giorni. "Dalle ore 22.00 alle ore 5.00 del giorno successivo, nonché dalle ore 22.00 del 31 dicembre 2020 alle ore 7.00 del 1° gennaio 2021 sono consentiti esclusivamente gli spostamenti motivati da comprovate esigenze lavorative, da situazioni di necessità ovvero per motivi di salute".

 

Tutti coloro che arrivano in Italia dai paesi extra Schengen dovranno rimanere in quarantena per 14 giorni presso l'abitazione o la dimora indicata.

La curva si abbassa e venerdì il ministro della Salute Roberto Speranza, sulla base del monitoraggio settimanale, firmerà le nuove ordinanze che da domenica potrebbero rendere più gialla l'Italia, facendo passare alcune Regioni da zona rossa ad arancione e altre da arancione a gialla.

 

E' confermato il sistema in tre fasce. Con coprifuoco in tutta Italia alle 22 e ristoranti chiusi in zona gialla alle 18. Poi nei venti giorni tra Natale e l'Epifania nessun ammorbidimento: anzi, i blocchi cresceranno, le misure si faranno ovunque più rigide. Il nuovo decreto, di due soli articoli, serve a dare "copertura" proprio alla stretta natalizia. Permette a Conte di firmare un dpcm che duri fino a 50 giorni (ora il limite è 30) e quindi di fissare la scadenza del decreto in vigore dal 4 dicembre anche oltre l'Epifania (tra le ipotesi c'è quella del 15 gennaio). Ma soprattutto, consente misure più rigide nelle festività a prescindere dal "colore" delle Regioni. E stabilisce che dal 21 dicembre non ci si potrà spostare tra Regioni e province autonome se non per lavoro, salute e "situazioni di necessità", oltre che per tornare nella propria residenza, domicilio o abitazione. E' proprio sull'interpretazione di queste eccezioni - in particolare le "situazioni di necessità" - che si dibatterà ancora nelle prossime ore con le Regioni. E anche su misure di dettaglio come quella di far chiudere i ristoranti degli alberghi la notte del 31 dicembre o sulle deroghe alla quarantena per chi rientri dall'estero, su cui si è dibattuto a lungo in Cdm. Così come si è parlato della possibilità di impugnare la legge della Valle D'Aosta che è in contrasto con il dpcm sulle norme anti contagio.

 

Una possibilità molto concreta anche se la decisione non è stata formalizzata nella lunga nottata di riunioni. Gli animi si infiammano in particolare, durante la discussione sul decreto legge Covid, quando le ministre di Iv Teresa Bellanova ed Elena Bonetti chiedono di eliminare dal testo il divieto di uscire dal proprio Comune il 25 e 26 dicembre e l'1 gennaio. Rispondono di no, senza appello, i capi delegazione di Pd Dario Franceschini, M5s Alfonso Bonafede e Leu Roberto Speranza. Intervengono Francesco Boccia ed Enzo Amendola. Il confronto si infiamma, è durissimo. Il premier Conte prende atto che la maggioranza del suo Cdm è a favore della norma.

 

Nelle prossime ore spetterà alle Regioni esprimere un giudizio sulle misure del governo. Nella serata di ieri prima Michele Emiliano, in un'intervista tv, poi Giovanni Toti sui social, hanno criticato la scelta di "chiudere" i Comuni: "Non c'è buonsenso ma non senso", attacca il presidente ligure, "se vostra mamma vive sola a Laigueglia ma voi abitate ad Alassio, scordatevi di trascorrere il pranzo di Natale con lei".

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(Serenella Mattera - www.ansa.it)

 

 

 

 

Torna il rischio patrimoniale, riammesso al voto l’emendamento stoppato

di Fabrizio Arnhold - Financial Lounge

 

ROMA - Torna il rischio patrimoniale nella legge di Bilancio. Nello specifico, gli emendamenti al Ddl bilancio sulla limitazione degli incentivi fiscali alle aggregazioni aziendali e alla istituzione di un’imposta sostitutiva patrimoniale, esclusi in prima battuta dall’esame per problemi di copertura finanziaria.

A deciderlo, il presidente della commissione Bilancio della Camera, Fabio Melilli (Pd), in sede di valutazione dei ricorsi contro le inammissibilità delle proposte di modifica, in attesa di ulteriori informazioni sugli effetti delle due norme “che potranno essere acquisite dal governo” nel corso del passaggio in Commissione.

GLI EMENDAMENTI AL VOTO

Saranno, quindi, ammessi al voto dalla settimana prossima anche gli emendamenti analoghi, presentati da parlamentari del M5S, Pd, Leu e FdI, che riducono l’ambito applicativo dell’anticipazione dell’utilizzo in compensazione delle Dta. La misura prevista dal disegno di legge è stata interpretata come un incentivo alle aggregazioni bancarie, con un occhio particolare al futuro di Mps.

LA PROPOSTA DI PATRIMONIALE

L’aliquota dovrebbe essere progressiva. La proposta prevede un prelievo dello 0,2% per i patrimoni compresi tra i 500mila e un milione di euro calcolando, nel conteggio, anche il valore dei beni immobili tolto però il residuo del mutuo e altre passività. L’aliquota passerebbe allo 0,5% per i patrimoni compresi tra un milione e 5 milioni di euro, all’1% per quelli tra 5 milioni e 50 milioni di euro fino ad arrivare al 2% per i patrimoni superiori. Inoltre, è previsto un prelievo straordinario (solo per il 2021) per i patrimoni sopra il miliardo di euro del 3%, che verrebbe utilizzato per la lotta alla pandemia e per aiutare le fasce di popolazione più in difficoltà.

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(Fabrizio Arnhold - www.financialounge.com)

 

 

 

 

Per puntare all'attivo il gruppo Gedi dovrebbe fare 150 tagli tra giornalisti e impiegati

 

ROMA - Il Natale si avvicina e ci si prepara al nuovo anno. E' probabile che la Gedi stia già pensando al "Panettone" per gli oltre 2.000 dipendenti del gruppo, in gran parte giornalisti. Mentre John Elkann da esperto manager tiene d'occhio i conti del gruppo, esendo abituato a governare le imprese con i numeri.

Proprio per questo l'obiettivo primario di Elkann dovrebbe essere riportare in attivo la Gedi, come ha già fatto con successo per il londinese The Economist. La Gedi comprende La Repubblica, La Stampa, Il Secolo XIX e altri quotidiani locali. In quest'ottica dovrebbero probabilmente muoversi anche i due personaggi in grado di portare a termine questa "mission": il Ceo della Gedi, Maurizio Scanavino, e il direttore di Repubblica, Maurizio Molinari.

 

Sul piano strettamente contabile, per raggiungere l'obiettivo, Molinari - che è responsabile di tutti i quotidiani Gedi - dovrebbe in pratica ridurre di circa 150 unità l’organico del gruppo (che a fine 2019 era di  2.221 dipendenti, in calo di 128 unità rispetto a fine 2018) e procedere ad un ampio sfoltimento anche delle redazioni regionali (quelle di Repubblica, della Stampa e dei giornali Il Secolo XIX, Il Tirreno e Il Piccolo di Trieste).

In sostanza, a fronte di ricavi che già lo scorso anno erano risultati in calo (603,5 milioni contro i 648,7 milioni del 2018, -7% circa) e che quest’anno risentiranno dei contraccolpi legati alla pandemia Covid, Molinari dovrebbe tagliare là dove si può.

 

E' un'operazione che Molinari certamente eviterebbe volentieri (e speriamo che non sia più necessaria), ma che in realtà potrebbe raddrizzare i conti del gruppo Gedi, che detiene un quarto del mercato editoriale italiano e che da tre anni chiude in perdita netta (considerando le sole attività destinate a continuare si è passati dai 131,4 milioni di rosso del 2017 ai 32,1 milioni del 2018 per arrivare ai 112,5 milioni di perdita dello scorso anno) e da due anni in rosso anche a livello di risultato operativo consolidato (-11,1 milioni nel 2018, -129,6 milioni lo scorso anno). Va fatto presente che allora la proprietà della Gedi non faceva capo a Eòlkann, ma ai De Benedetti. 

 

In questi anni la Gedi non ha mai distribuito dividendi e dal 2015 ha sostanzialmente cessato di riacquistare azioni proprie sul mercato. In compenso ha proceduto a chiudere cinque tipografie (a Gorizia, Livorno, Milano, Bari e Mantova) vendendo addirittura quella storica di Roma. Gefi è uscita da Persidera (con una minusvalenza di 16,5 milioni) e ha proceduto ad abbattere l’avviamento di alcune testate (per quasi 106 milioni di euro lo scorso anno), ma il digitale è ancora una presenza relativamente modesta in termini di ricavi (pesa per il 12,7% a livello consolidato, il 15,5% per La Repubblica).

 

Se dovesse essere confermato - ma speriamo vivamente che le cose siano migliorate con la nuova gestione -  l’obiettivo di ridurre di altre 150 unità l’organico comporterebbe quasi inevitabilmente tagliare i giornalisti (rappresentavano il 48% dell’organico per inquadramento professionale a fine 2019) e gli impiegati (il 43% dell’organico per inquadramento professionale). Tra l’altro proprio giornalisti e impiegati sono le due categorie che presentano la più elevata incidenza di over 50enni (che nel complesso costituiscono il 61% dei dipendenti del gruppo). 

Facile prevedere che - in tal caso - Molinari dovrebbe fare leva sui prepensionamenti tra queste due categorie, anche per sfruttare Quota 100, un provvedimento che difficilmente sarà rinnovato dopo il 2021 (quando scadrà la prima “sperimentazione”). Ma per agevolare le uscite dal gruppo esistono anche altre soluzioni del governo.

 

Ipoteticamente, quanto potrebbe risparmiare la Gedi se riuscisse nell’impresa?

Poichè il costo del personale Gedi viaggia intorno ai 175-180 milioni di euro l’anno e che la riduzione di cui si parla rappresenterebbe una sforbiciata di poco inferiore al 7% dell’organico (in linea col calo percentuale dei ricavi dello scorso anno), si potrebbe ipotizzare che il risparmio a regime sarebbe di circa 12 milioni di euro l’anno, circa un milione al mese.

 

 

 

Il Fondo Elliott possiede il 95% di Project Redblack. Ora Singer è il padrone del Milan

 

MILANO - Paul Singer, attraverso il fondo Elliott, è ora anche da un punto di vista meramente formale il titolare effettivo di Project Redblack, la società lussemburghese cui fa capo il controllo del Milan, e quindi, in ultima istanza del club di Via Aldo Rossi.

E’ quanto emerge dall’ultimo aggiornamento del Registro dei titolari effettivi del Lussemburgo (qui l’approfondimento sul RBE), dove viene indicato specificatamente come Paul Elliott Singer detenga in virtù del controllo il 95,73% di Project Redblack.

Secondo quanto appreso da "Calcio e Finanza" l’aggiornamento del Registro dei titolari effettivi in Lussemburgo è avvenuto dopo l’esercizio da parte del fondo Elliott dell’opzione call (la cui esistenza era stata svelata da Calcio e Finanza) sulle azioni di classe C di Project Redblack.

Azioni che, dopo la costituzione della società nel 2017, pur non avendo né diritti di governance né diritti economici, erano rimaste in portafoglio a Blue Skye (la società di Salvatore Cerchione e Gianluca D’Avanzo), tanto che la precedente dichiarazione al Registro dei titolari effettivi in Lussemburgo mostrava i due finanzieri titolari de 25,0042% a testa, mentre Paul Singer figurava solo con il 49,99% del capitale.

 

Socio

n. azioni

tipi azioni

%

King George (Elliott)

4.199

Classe A

34,99%

Genio (Elliott)

1.800

Classe A

15,00%

Totale Elliott

5.999

Classe A

49,99%

Blue Skye

512

Classe B

4,27%

Blue Skye

5.489

Classe C

45,74%

Totale Blue Skye

6.001

50,01%

TOTALE

12.000

100,00%

L’azionariato di Project Redblack prima dell’esercizio dell’opzione call sulle azioni C da parte del fondo Elliott. Le azioni C, prima dell’esercizio della call, non avevano diritti economici e di governance su Project Redblack e sul Milan.

 

In base allo statuto di Project Redblack, al momento del trasferimento delle azioni di classe C al detentore di azioni di classe A (il fondo Elliott, ndr) i titoli di classe C si trasformeranno automaticamente in titoli di classe.

 

La nuova fotografia dell’azionariato di Project Redblack è dunque la seguente:

 

Socio

n. azioni

tipi azioni

%

King George (Elliott)

9.688

Classe A

80,73%

Genio (Elliott)

1.800

Classe A

15,00%

Totale Elliott

11.488

Classe A

95,73%

Blue Skye

512

Classe B

4,27%

TOTALE

12.000

100,00%

L’azionariato di Project Redblack dopo l’esercizio dell’opzione call sulle azioni C (poi trasformate in azioni A) da parte del fondo Elliott

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(www.calcioefinanza.it)

 

 

 

 

 

L’ economia britannica sull’orlo del caos. Johnson ha poco tempo per decidere i rapporti con l'Europa

di Will Hutton - The Observer

 

LONDRA - La finanza e gli imprenditori britannici stanno trattenendo il respiro. Pochi riescono a credere che il governo di Londra stia rischiando di portare l’economia nazionale al collasso. D’altronde quale governo sano di mente vorrebbe mai imporre alla popolazione il caos totale nel commercio, nei trasporti e nelle forniture alimentari, farmaceutiche e di strumenti tecnologici? Come se non bastasse già l’aumento della disoccupazione causato da due lockdown e dal fallimento di molte attività.

E poi perché? Per difendere una concezione utopistica della sovranità che non è mai stata reale neanche all’apice dell’impero? Possiamo ancora sperare che la ragione prevalga e che si trovi qualcosa di meglio di un accordo di libero scambio striminzito simile a quello tra l’Unione europea e il Canada, l’unico che il premier Boris Johnson dice di voler ottenere?

 

Pare proprio di no. Restano pochi giorni per ratificare un testo e nessuno sa se ci sarà una separazione senza accordo o un accordo alla canadese, che non sarebbe tanto meglio. I motivi dello stallo sono noti: un primo ministro imprudente e ossessionato dall’uscita dall’Europa, un Partito conservatore prigioniero dei fanatici della Brexit e un totale asservimento dei mezzi d’informazione di destra. In tutto ciò molte forze che dovrebbero contrapporsi a questa tendenza, dall’opposizione agli imprenditori, si rifiutano di chiedere una soluzione migliore perché temono di essere bollate come antidemocratiche e incapaci di accettare il risultato del referendum.

Quindi si evita di dire apertamente quello che è ovvio: il Regno Unito non ha altra scelta se non di convivere con il continente di cui fa parte. Il Regno Unito Globale è uno slogan senza senso. Il 1 gennaio 2021 sarà l’inizio di un nuovo capitolo nel rapporto con l’Europa. Naturalmente il paese dovrà stringere accordi commerciali su tutto, dai prodotti biologici alle automobili. Lo stesso succederà con i servizi. Dovrà trovare il modo di coesistere con 450 milioni di persone che abitano dall’altra parte del canale della Manica. Dato che queste persone sono più numerose, nella trattativa otterranno più vantaggi di quanti ne otterrà Londra. Solo gli ideologi della Brexit, che vivono in un mondo dei sogni simile a quello di Donald Trump, la pensano diversamente.

 

Qualche giorno fa Carolyn Fairbairn, presidente della Cbi, l’organizzazione che rappresenta gli imprenditori britannici, è riuscita a riunire 71 associazioni e istituzioni, raggruppando virtualmente l’intera economia britannica per sottolineare le disastrose conseguenze di una separazione senza accordo. Steve Elliott, amministratore delegato della Chemical industries association, ha confermato che l’industria chimica “ha bisogno di un accordo”. Ian Wright, amministratore delegato della Food and drink association, ha dichiarato che “non firmarlo metterebbe a repentaglio la qualità di cibo e bevande”. La stessa posizione è stata espressa dagli agricoltori, dai contabili, dall’industria farmaceutica, da quella della ceramica, dalla City, dalle case automobilistiche, dalle società che gestiscono gli aeroporti, dalle compagnie aeree, dall’industria energetica, dal settore creativo e dalle aziende tecnologiche. Perfino i proprietari terrieri hanno fatto sentire il proprio peso. Non avevo mai visto un fronte così compatto, formato da ogni settore dell’economia britannica. Eppure quasi nessuno ne ha parlato.

 

Anche se il 1 gennaio non si raggiungerà alcun accordo, bisognerà comunque trovare una soluzione per il 2021 e l’intransigente Unione europea dovrà scendere a compromessi. Soprattutto dovrà farlo il governo britannico. Un accordo onnicomprensivo che includa beni, servizi e standard normativi , che rispetti gli interessi dell’Unione e l’integrità dell’accordo del venerdì santo (il trattato di pace in Irlanda del Nord firmato nel 1998) è inevitabile. Boris Johnson mente quando sostiene che il Regno Unito ha bisogno solo di un accordo alla canadese. Serve di più.

Anche limitandoci ai dati, ovvero il fulcro dell’economia contemporanea, un accordo alla canadese è inadeguato. L’Unione non può permettere ai servizi finanziari e alle aziende tecnologiche britanniche di sottrarsi al rispetto degli standard europei sui dati, altrimenti Londra diventerebbe un centro globale di riciclaggio dei dati. Senza un accordo su questi standard, i servizi finanziari britannici rischiano il collasso. E lo stesso vale per ogni attività che usa i dati.

 

Il governo sembra indifferente a tutto questo. Il Partito laburista, a quanto pare, sta addirittura valutando la possibilità di votare l’accordo di Johnson, per dimostrare di essersi lasciato alle spalle la crociata contro la Brexit. Sarebbe un errore clamoroso. La responsabilità di questo fiasco dev’essere solo di Johnson e del Partito conservatore. I paladini della Brexit e i trumpiani possono sfidare la marea. Ma la verità, e con essa la prosperità del Regno Unito, hanno bisogno di altro.

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(Will Hutton è un Opinion Columnist dell'Observer- www.theguardian.com - Traduzione di Andrea Sparacino per www.internazionale.it)

 

 

 

L’eredità di Margaret Thatcher. Si dimise 30 anni fa da premier, ma è ancora un mito

di Konrad - Il Post

 

LONDRA - Trent’anni fa l’allora prima ministra britannica Margaret Thatcher – la prima donna ad aver ricoperto quella carica – si dimise per lasciare l’incarico al suo collega di partito John Major. La Thatcher era ormai logorata da undici anni di governo e in rotta col proprio partito, che poco prima delle dimissioni le aveva esplicitamente tolto il proprio appoggio.

Nonostante la brusca interruzione del suo mandato, negli anni successivi Thatcher divenne una delle leader politiche più rispettate al mondo: soprattutto in quanto donna, dato che allora – ancora più di oggi – la politica era dominata dagli uomini. Thatcher è stata persino ritratta in maniera piuttosto benevola nell’ultima stagione di The Crown, la popolare serie di Netflix sulla monarchia britannica, in cui è interpretata da Gillian Anderson.

 

Eppure, negli ultimi anni, la sua figura è diventata sempre più controversa, tanto che in queste settimane nella sua cittadina natale – Grantham, un piccolo paese nel Lincolnshire – ci si chiede se meriti o meno una statua. Diversi osservatori infatti la considerano responsabile di alcune tendenze visibili ancora oggi sia nel Partito Conservatore britannico, che ha guidato per più di quindici anni, sia nel dibattito politico del paese.

Thatcher promosse fra le altre cose un minore ruolo dello stato nella vita economica del Regno Unito, l’allentamento delle regole e delle norme burocratiche per favorire le aziende, la chiusura di molte miniere di carbone – improduttive o quasi – da cui dipendeva la vita di moltissime cittadine, e in diverse occasioni dimostrò ostilità contro i sindacati, il progetto di integrazione europea, le minoranze etniche che vivevano nel Regno Unito

 

Già nel 2003 uno dei suoi biografi, il commentatore politico del Guardian Hugo Young, descrisse il suo mandato in termini molto poco lusinghieri: «ciò che accadde all’inizio degli anni Ottanta a causa dell’indifferenza e della mancanza di buon senso di Thatcher», scrisse Young, «sconvolse le vite di milioni di persone che persero il lavoro. Portò a rivolte di cui nessuno sentiva il bisogno. E in maniera più insidiosa, legittimò un sentimento di crudeltà tollerata. L’individualismo materialista veniva considerato una virtù e anzi il motore del successo del paese».

 

Naturalmente Thatcher non fece solamente cose biasimevoli. Negli anni del suo mandato il Regno Unito diventò un paese dinamico e pieno di opportunità per chi poteva coglierle: la City di Londra diventò la capitale finanziaria d’Europa, le privatizzazioni allargarono il settore privato, il PIL raddoppiò nel giro di dieci anni, e Thatcher prese misure impopolari ma ambiziose come il Football Spectators Act, il primo vero tentativo di riformare il tifo organizzato nel calcio, e l’Accordo anglo-irlandese, che qualche anno più tardi fu la base per gli accordi di pace del Good Friday. Alla sua popolarità contribuì anche la vittoria del Regno Unito nella breve ma sanguinosa guerra contro l’Argentina per il controllo delle isole Falkland, nel 1982.

 

Alcune delle misure che prese si rivelarono poco lungimiranti soprattutto nel lungo periodo. Le privatizzazioni nel settore dei trasporti e della sanità, per esempio, a lungo andare hanno creato delle situazioni di quasi-monopolio senza aumentare la qualità né abbassare i costi. La legge del 1980 che permise agli inquilini che abitavano nelle case popolari di acquistarle a basso prezzo aumentò la sicurezza finanziaria ma a lungo termine ha fatto crescere i prezzi di acquisto e affitto delle case, soprattutto nelle grandi città, rendendo la vita molto più complicata per le generazioni successive.

 

E la chiusura delle miniere di carbone, benché inevitabile, fu gestita senza una vera transizione, e molte cittadine che dipendevano dai lavori garantiti dalla miniera finirono improvvisamente sul lastrico. Paradossalmente la chiusura delle miniere e il progressivo arretramento dello stato dalla vita pubblica provocò una sensazione di abbandono che secondo alcune analisi spinse gli abitanti di molte di queste cittadine a votare a favore dell’uscita dall’Unione Europea nel referendum del 2016 su Brexit.

A proposito di Europa, diversi scienziati politici attribuiscono proprio a Thatcher la legittimazione di un sentimento euroscettico all’interno del Partito Conservatore, che fino a quel momento era stato persino più filoeuropeo dei Laburisti.

 

Secondo molti, il declino di Thatcher iniziò anche a causa delle discussioni sull’Europa, una questione tradizionalmente molto spinosa della politica britannica. In una delle sue frasi più celebri, pronunciata di ritorno da un vertice europeo a Roma, Margaret Thatcher attaccò duramente gli altri leader europei rifiutando qualsiasi tentativo di aumentare il potere della Comunità Economica Europea, l’antenata dell’Unione Europea, che per Thatcher doveva limitarsi a un enorme mercato unico senza dogane o altre limitazioni al commercio.

«Il presidente della Commissione, il signor Delors, ha detto a una conferenza stampa l’altro giorno di volere che il Parlamento Europeo sia l’organo democratico della Comunità, che la Commissione sia l’organo esecutivo e che il Consiglio dei ministri sia il Senato. No. No. No», disse Thatcher. La sua netta opposizione a una maggiore integrazione europea finì per spaccare anche lo stesso partito conservatore: nel 1989 il ministro dell’Economia del suo governo si dimise, e l’anno seguente fu la volta del ministro degli Esteri nonché vice primo ministro, Geoffrey Howe.

 

In più occasioni pubbliche, inoltre, Thatcher sdoganò anche una certa ostilità per le minoranze etniche, tanto che oggi ci si chiede se abbia favorito l’ascesa di alcuni partiti di estrema destra. Nel gennaio del 1978, quando era la leader dell’opposizione, diede una intervista televisiva molto ripresa in seguito in cui disse che «la gente è davvero preoccupata che questo paese venga invaso da persone con una cultura diversa». Durante il suo mandato Thatcher fu notoriamente restia a condannare il regime dell’apartheid in vigore in Sudafrica, e si oppose alle sanzioni chieste dalla Comunità Economica Europea.

 

Poco dopo la sua morte, inoltre, l’allora ministro degli Esteri australiano Bob Carr raccontò che Thatcher in una conversazione privata lo aveva avvertito che l’Australia «sarebbe stata presa d’assalto dai migranti, se noi europei ne avessimo fatti entrare troppi», e che il paese rischiava di diventare «come le Figi, dove ora comandano i migranti indiani».

Thatcher è diventata una figura controversa anche a Grantham, che comunque durante i suoi anni da prima ministra frequentò pochissimo. Di recente il New York Times ha intervistato una ventina di persone chiedendo un parere sulla nuova statua. La maggior parte di loro era a favore, ma più per ragioni di turismo che di stima nei confronti dell’ex prima ministra.

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(Newsletter Konrad - www.ilpost.it)

 

 

 

 

Trump, la grazia preventiva nella Costituzione Usa non c'è, il perdono solo dopo una condanna

di Massimo Jaus - La Voce di New York  

 

NEW YORK - Alla fine la realtà alternativa fa i conti con la concretezza della vita. I quattro anni della presidenza Trump, marcati sin dal primo giorno dalle ricostruzioni surreali degli avvenimenti, si stanno per concludere nel modo più spietato: davanti alla Giustizia.

La CNN ha rivelato per prima che l’FBI sta indagando sulla possibilità che alcune tangenti siano state pagate per ottenere il perdono giudiziario del presidente Trump. Le indagini sono state avviate all’inizio dell’estate e il 28 di Agosto il giudice federale Beryl Howell, della corte distrettuale di Washington, dopo aver stabilito che la confidenzialità tra avvocato e cliente viene meno se insieme progettano di compiere un atto criminale, ha emesso una ordinanza di 18 pagine autorizzando gli inquirenti a poter ottenere le informazioni contenute nei cellulari, computer e laptop degli indagati. L’ordinanza emessa dal giudice, e poi resa pubblica, è ampiamente censurata: sono stati coperti con inchiostro nero i nomi degli indagati e i loro indirizzi e molte delle conversazioni avvenute. Secondo il New York Times gli inquirenti hanno puntato le indagini in particolare su due persone che avrebbero fatto da intermediari per assicurare il perdono presidenziale o la riduzione della pena, ad altri in cambio del pagamento di ingenti contributi alla campagna elettorale.

Come la notizia si è diffusa Trump ha immediatamente mandato i suoi twit in cui afferma che “”L’indagine sulla grazia è una fake News!

 

Intanto il New York Times rivela che Trump avrebbe discusso con i suoi consiglieri la possibilità di concedere una “grazia preventiva” ai suoi tre figli più grandi, al genero e al suo avvocato personale, Rudy Giuliani. Trump è preoccupato che il nuovo ministro della Giustizia che verrà nominato dal presidente eletto Joe Biden possa avviare le indagini su di loro: Donald Jr, Eric e Ivanka, oltre al genero, Jared Kushner.

Nessuno finora è stato incriminato. Il figlio maggiore, Donald Jr, era finito sotto inchiesta per il Russiagate, per i contatti che ebbe nella Trump Tower a Manhattan con alcuni emissari russi che avrebbero offerto la possibilità di danneggiare la campagna di Hillary Clinton, che allora era l’avversaria di Trump alle elezioni del 2016. Ma Donald Trump Jr non è mai stato incriminato. Kushner, che ha partecipato brevemente alla stessa riunione, avrebbe anche fornito informazioni false alle autorità federali circa i suoi contatti con alcuni finanzieri stranieri ma la sua posizione è già stata archiviata.

Di cosa potrebbero essere accusati Eric e Ivanka, invece, non è chiaro, anche se la figlia è stata chiamata in causa per una presunta frode fiscale messa in piedi assieme al padre, attraverso il pagamento di una somma fatta passare come consulenza. Poi, i figli del presidente, hanno cariche sociali all’interno delle società del padre. Ma di questo stanno indagando sia il procuratore Distrettuale di Manhattan, Cyrus Vance, che l’Attorney General dello Stato di New York, Letitia James. I reati statali esulano dal perdono presidenziale che copre solo i reati federali.

 

Ci sarebbero anche indagini su Ivanka e il marito che avrebbero ottenuto alcuni finanziamenti federali concessi dopo la pandemia per mantenere o incentivare l’occupazione nelle loro aziende e che invece sarebbero stati usati per altri scopi. Anche per Rudy Giuliani non ci sono accuse specifiche ma l’avvocato, è l’ipotesi che avanza il New York Times, potrebbe dover rispondere in futuro della sua ossessiva ricerca in Ucraina per trovare azioni illegali commesse da Hunter Biden quando era nel consiglio di amministrazione di una società ucraina, per cercare di screditare il padre pochi giorni prima del voto. Due associati di Giuliani, Lev Parnas e Igor Fruman, il primo originario dell’Ucraina, il secondo cittadino della Bielorussia, sono stati incriminati per una truffa di alcuni milioni di dollari commessa in Florida ai danni di alcuni investitori, ed entrambi avrebbero collegamenti di alto livello con i servizi segreti russi.

 

Il perdono presidenziale “preventivo” nella Costituzione americana non esiste. Il perdono viene concesso solo dopo una condanna. La Costituzione poi prevede invece che si possa applicare “sui crimini presunti” e questa applicazione della legge trova solo due precedenti.Il primo fu per Richard Nixon che fu perdonato da Gerald Ford dopo che la Commissione parlamentare d’inchiesta sul Watergate riconobbe che il presidente aveva ostacolato il percorso della giustizia. L’incriminazione federale sarebbe scattata dopo pochi giorni.Il secondo caso fu quando il presidente Jimmy Carter perdonò i circa 500 mila americani renitenti alla leva durante la Guerra in Vietnam che avevano violato la legge, ma non erano stati incriminati o condannati anche perché moltissimi ripararono in Canada e in Svezia.

 

Tantomeno la Costituzione prende in considerazione l’autoperdono presidenziale. Secondo molti studiosi costituzionalisti perdonare crimini federali se stessi non è possibile perché non è nello spirito egaletario della Carta costituzionale. Altri, invece, sostengono che non essendo proibito nella Costituzione potrebbe essere applicabile visto che il perdono presidenziale non ha nessuna limitazione della sua applicabilità. Di sicuro, se Trump si dovesse autoperdonare, la vicenda finirà davanti alla Corte Suprema. 

 

Che ci fosse un cambiamento nei rapporti tra il Dipartimento della Giustizia e la Casa Bianca lo si era capito da alcune settimane specialmente dopo che il presidente ripetutamente ha chiesto al Ministro della Giustizia William Barr di indagare sui brogli elettorali e nessuna indagine venne avviata. La frattura, poi, c’è stata ieri, quando il ministro ha dichiarato all’Associated Press che massicci brogli per cambiare il risultato elettorale non ce ne sono stati.Il team legale di Trump non si è arreso e ha continuato a parlare di brogli e di frodi elettorali sistemiche. Ma questo é un altro discorso perché Trump, con le accuse dei brogli che gli hanno fatto perdere le elezioni ha costituito un fondo basato sulle donazioni dei suoi difensori che ha raggiunto quasi 180 milioni di dollari. Impossibile per lui e per la sua banda di legali, ammettere ora che le frodi non ci siano state. Per rafforzare questa tesi durante la festa natalizia alla Casa Bianca ha detto ai suoi seguaci osannanti che intende ricandidarsi nel 2024. Come lo ha affermato la folla è esplosa di gioia. Da capire ora se un candidato con una fedina penale “compromessa” possa ricoprire la prima carica dello Stato. La Corte Suprema sarà prossimamentemolto impegnata.

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(www.lavocedinewyork.com)

 

Massimo Jaus, romano, negli Stati Uniti dal 1972. Giornalista professionista, vicedirettore del quotidiano America Oggi dal 1989 al 2014. Direttore di Radio ICN dal 2008 al 2014. E’ stato corrispondente da New York del Mattino di Napoli e dell’agenzia Aga. Sposato, 4 figli. Studia antropologia della musica alla Adelphi University.

 

 

 

Chi sono gli Amish. In Europa non esistono più e gli Stati Uniti restano la patria eletta

di Francesco Boezi - InsideOver

 

Carrozze o calessi guidati da cavalli che si recano in direzione dei seggi elettorali americani: le foto che circolano in queste settimane raccontano dell’approccio, abbastanza atipico, degli amish alle recenti presidenziali. In realtà qualcuno di loro avrebbe pure la macchina, ma certo le immagini delle carrozze fanno più effetto. Radicalità è la parola chiave per comprendere una scelta così, che è religiosa quindi anche esistenziale. Essere un amish significa di questi tempi anche opporsi ai modi tipici della società contemporanea.

Un’indagine a tutto tondo può sembrare complessa, perché un velo di mistero accompagna tutte le comunità come questa. Gli amish, però, non sono battitori liberi o animatori di un “mistero”, ma fanno parte di una storia precisa e di una specifica, una Chiesa cristiana. Contraddistinti dal tradizionalismo dottrinale, gli amish derivano dagli anabattisti.

 

In Europa, dove il protestantesimo si espande anche grazie alle somiglianze sempre più evidenti della Chiesa cattolica, che per i tradizionalisti sta subendo appunto un processo di “protestantizzazione”, non ne esistono più, mentre gli Stati Uniti restano la patria eletta. Gli amish non sono tutti uguali: esistono gruppi che hanno accettato elementi tipici della contemporaneità e comunità che rifiutano di netto qualunque tipo di contatto stretto con certi strumenti (automobili e cellulari in primis). Le curiosità mediatiche non sempre corrispondo al vero. Forse è proprio questa radice comunitaria a suscitare le attenzioni dei media. Il nostro contesto occidentale è abbastanza svuotato, del resto, dai fattori identitari che gli amish difendono in maniera strenua. Certo, anche tra amish avvengono tragedie. E la conta degli scandali è già balzata agli onori delle cronache, ma per comprender sino in fondo l’emisfero religioso degli amish serve soprattutto il contributo degli esperti.

 

Il professor Andrea Borella è, con ogni probabilità, il più rinomato esperto del popolo amish nel Belpaese. Borella è un antropologo culturale, che ha una visione degli amish inserita all’interno del contesto che l’umanità starebbe subendo: “La mia tesi – ci dice introducendo – è che la cultura amish sia uno dei modelli dell’antimodernità. Occorre ovviamente intendersi su cosa significhi modernità, tuttavia, in sintesi ritengo che gli amish siano uno dei pochi gruppi organizzati che coerentemente rifiutino di vivere seguendo gli aspetti fondanti la modernità: individualismo, materialismo, culto della crescita economica, enfasi sul futuro rispetto al passato, per citarne alcuni”. Gli amish vivrebbero quindi un organizzato rifiuto del contemporaneo. Ma si tratta di una via di fuga? Non proprio secondo Borella: “Il concetto di ‘via di fuga’ mi sembra però fuorviante. Gli amish non fuggono da alcunché, rimangono ancorati il più possibile ai loro principi comunitari e religiosi radicati nella tradizione”. Non si tratta dunque di scappare, ma di rimanere il più fedeli possibile alla propria identità.

 

Ma qual è l’origine di questo gruppo religioso? Quando nascono gli amish e perché? Non parliamo – come si potrebbe pensare – di una declinazione del tradizionalismo contemporaneo, ma di qualcosa di più complesso. Qualcosa di storico ha mosso la creazione di questa che è anche una cultura. Il professor Borella tende spesso a rimarcare un fattore: gli amish sono membri di una Chiesa cristiane. Il cristianesimo è il macro-insieme dentro cui va inserita questa storia, che è circostanziabile: “Gli amish sono una chiesa anabattista, appartenente cioè al cosiddetto cristianesimo radicale, sorto a Zurigo negli anni successivi alla Riforma protestante. Nello specifico gli amish trovarono una loro identità separata sul finire del XVII secolo, quando in Alsazia un gruppo di famiglie, guidate dal vescovo Jakob Ammann, diedero vita alla fazione tradizionalista dell’anabattismo”.

 

Il cristianesimo protestante, dunque, accompagna gli amish, che però se ne distaccano attraverso l’anabattismo, del quale esprimono il tradizionalismo. E infatti salutano presto: “Il motivo della scissione era la denuncia del compromesso con il “mondo” che, secondo Ammann e i suoi seguaci, stava contaminando l’anabattismo del tempo”. Potrebbe succedere qualcosa di simile nella Chiesa cattolica, dove gruppi di tradizionalisti insistono oggi sull’abbraccio al mondo che questo corso starebbe imprimendo.

 

Come spiegato in questo approfondimento, il popolo amish è stato spesso interessato dalle cronache per via di stupri, abusi e scandali, che avvengono all’interno dei loro modi esistenziali ed organizzativi. Ma questi accadimenti hanno luogo per via di qualche distorsione della realtà o della morale che gli amish mettono in piedi? Oppure la statistica si occupa degli amish nella stessa misura in cui si occupa di altri gruppi religiosi? E c’è un’incidenza per cui è possibile affermare che il popolo amish è più interessato da altri gruppi da episodi di questa tipologia?

 

L’antropologo Borella ci aiuta a mettere ordine: “Gli amish – premette l’esperto – sono esseri umani come tutti gli altri. Non vivono in un Eden risparmiato dai problemi di ogni società. Ci sono nelle case amish incomprensioni, litigi, violenze e abusi. Tuttavia, non vi è alcuna evidenza che ve ne siano più che al di fuori della comunità. Durante il mio lavoro di campo tra loro non ne ho mai avuto sentore”. E quindi la responsabilità di questa narrativa, che sarebbe falsata, a chi è attribuibile? “Vero è invece – prosegue Borella – che i media sono sempre alla ricerca della notizia sensazionalistica quando essa riguarda gli amish. Il mito del buon e pacifico agricoltore cristiano è ancora forte nell’immaginario americano. Di conseguenza le notizie di abusi e violenze tra gli amish attirano l’attenzione del pubblico in maniera molto vantaggiosa per chi voglia vendere lo “scandalo””. Molto di quello che emerge in termini di sintesi, in buona sostanza, dipenderebbe dalle scelte mediatiche.

 

 

Torniamo alla questione cui avevamo accennato: come votano gli amish? Siamo abituati a pensare, anche per via di alcune ricostruzioni dei media progressisti, che gli amish siano una delle falangi del trumpismo. Perché – viene aggiunto di tanto in tanto – Donald Trump non può che contare su gruppi “oscurantisti” o comunque confliggenti con le liberalità culturali e psicologiche del progresso. Vale per gli amish ma, in misura persino maggiore, per gli evangelici. Di sicuro i religiosi americani hanno sempre preferito l’opzione repubblicana a quella democratica. E questo soprattutto perché, al netto del cattolicesimo democratico, le fedi religiose e le istanze a loro collegate sono da sempre rappresentate dal Gop. Ma nel caso degli amish – chiediamo a Borella – qual è la verità? “Che gli amish siano trumpiani – ci fa subito presente l’antropologo culturale – è un altro dei miti contemporanei più infondati. In termini generali, gli amish non votano, soprattutto per le presidenziali. La loro religiosità impone, o almeno consiglia, una separazione dal “mondo” per la quale il voto è scoraggiato. Sebbene alcuni si rechino alle urne, si tratta di percentuali irrisorie”.

 

Comprendiamo allora come gli amish, di base, non condividano con il resto degli americani la vita politica della nazione, anzi. Il gruppo religioso in questione diserta volentieri le urne: “Non esistono statistiche ufficiali, ma io ritengo che l’affluenza sia al massimo intorno al 3-4%. Senza dubbio, che come in tutta l’America rurale e di provincia, il voto per i repubblicani è nettamente preponderante. In buona approssimazione lo spirito e i successi imprenditoriali di Trump sono apprezzati,  mentre la sua condotta di vita, lontana dall’etica cristiana, decisamente criticata”. Il comportamento elettorale degli amish, dunque, non può essere soggetto al filtro della approssimazione.

 

 

La parabola degli amish è terminata, è al principio o è nel bel mezzo della “corsa”? Il fatto che gli amish costituiscano famiglie numerose può suggerire come i numeri non possano che essere destinati a salire. Poi c’è un altro fattore, di tipo culturale, ossia la ricerca di un’identità, che può affascinare gli uomini del mondo contemporaneo. E questo, stando a tanti analisti, vale per gli amish, ma per le religione “chiuse” in generale. Borella pure è d’accordo: Demograficamente gli amish sono in crescita esponenziale da quando giunsero in America. Dalle poche famiglie che arrivarono in Pennsylvania negli anni ‘30 del ‘700, siamo giunti ora a mezzo milione di membri”.

 

Eppure c’è comunque chi grida alla prossima estinzione: “Le cassandre che hanno vaticinato una loro estinzione sono sempre state presenti, a partire dalla seconda metà dell’Ottocento, quando vi fu il grande scisma tra i progressisti e i tradizionalisti. Per questi ultimi molti predissero una prossima sparizione, travolti da una trionfante modernità che avrebbe indotto le nuove generazioni ad abbandonare gli usi e i costumi dei loro padri. Mai previsione fu più fallace”. La modernità, in poche parole, non riuscirà a scalfire le comunità amish, che invece continueranno a prosperare, magari non solo negli Stasti Uniti.

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(Francesco Boezi - InsideOver)

 

 

 

 

 

OBS MAGAZINE

 

 

 

 

PROTAGONISTI

 

Quello che non sapevate di Sergio Leone e suo padre Roberto Roberti, regista preferito dalla diva Bertini

di Paolo Speranza 

 

Quando all’uscita di Per un pugno di dollari, nel 1965, Sergio Leone scelse di firmarsi Bob Robertson, non stava soltanto inaugurando un trend anglofilo nei western e spy story italiani (pensiamo a Ennio Morricone che si firmerà Don Savio, a Gian Maria Volontè /John Wells, persino a Carlo Croccolo diventato Lucky Moore) ma soprattutto tributando un devoto omaggio filiale: Robertino figlio di Roberto, nella traduzione letterale, altro non voleva dire che Roberto Roberti, il nome d’arte di suo padre, Vincenzo Leone, che si era spento pochi anni prima, nel ’59, nel paese irpino dove era nato, Torella dei Lombardi.

Padre affettuoso del suo unico figlio, nato quando egli aveva già 50 anni, e regista di vaglia. Anzi, “direttore artistico”, come si usava all’epoca del muto, di cui Roberti è stato protagonista assoluto: cineasta prolifico, dirigente delle associazioni di categoria, regista di fiducia della diva più popolare e capricciosa del muto in Europa, la napoletana Francesca Bertini, che diresse in film di successo come La contessa Sara, La serpe, La donna nuda.

Nel mondo del cinema Vincenzo Leone era entrato quasi per caso, come “attor giovane”, dopo le prime esperienze nelle filodrammatiche a Napoli, dove aveva seguito il cursus honorum tipico dei giovani borghesi di provincia: laurea in Giurisprudenza, le immancabili infatuazioni letterarie e qualche esperienza giornalistica, che gli permisero di entrare in contatto con Di Giacomo, Bracco, la Serao, Scarfoglio. L’approdo nella nascente settima arte avviene con il trasferimento a Torino, dove lavora alla casa di produzione “Aquila Films” e conosce l’attrice Edvige Valcarenghi, in arte Bice Waleran, sua futura moglie.

Dal 1917 si stabilisce a Roma, nella casa di Viale Glorioso spesso evocata da Sergio Leone, ma resta legatissimo alla cultura napoletana, come testimoniano i suoi titoli di maggior successo: Fra Diavolo (1925), il remake di Assunta Spina con un’altra star di prim’ordine, Rina De Liguoro, e Napoli che canta (1926), ritrovato nel 2002 dalle Giornate del Cinema Muto di Pordenone e risonorizzato con una memorabile interpretazione canora di Giuni Russo.

All’apice del successo la carriera di Roberti si interrompe bruscamente. Dal 1930, per un decennio, subentra una “damnatio memoriae”, dovuta alla sua nomea di antifascista, alimentata – come racconterà il figlio – da un coraggioso “sgarbo” di qualche anno prima a Mussolini in persona, rifiutando la riduzione per il grande schermo del romanzo giovanile del Duce Claudia Particella, l’amante del cardinale.

La rentrée avviene nel ’39, quando firma come Leone Roberti Il socio invisibile (ancora con una diva, Clara Calamai, e una giovanissima Regina Bianchi), seguito due anni dopo da La bocca sulla strada, ambientato a Napoli, con l’emergente Carla Del Poggio.

Due buoni film, ma i fasti d’un tempo sono lontani. E poi la guerra, che blocca il suo nuovo progetto, Il folle di Marechiaro, che uscirà solo nel ’51, e per poche settimane, in qualche sala di Napoli. Deluso, Vincenzo Leone si ritira nella nativa Irpinia. Non prima però di aver fatto esordire suo figlio Sergio, nei panni di un soldato americano, visibile in uno dei rari frammenti superstiti del film proposti nel 2018 al “Laceno d’Oro” di Avellino, diretto da Antonio Spagnuolo, insieme alla mostra “Leone Factory. Da Roberto Roberti a Sergio Leone” a cura di Orio Caldiron e di chi scrive.

La parabola di Vincenzo Leone si conclude dove era cominciata, tra Napoli e Torella dei Lombardi, dove è sepolto. Ma ha ancora tanto da raccontarci.

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(Paolo Speranza storico, saggista e docente)

 

 

UOMINI E LIBRI

 

Michael Chabon, autore del best seller "Kavalier & Clay", vuole costruire la sua casa letteraria sulle terre di confine

di Michele Crescenzo - La Voce di New York

 

New York City. 1939. Joe Kavalier e Sammy Clay camminano dentro e fuori dalle luci dei lampioni, attraverso scrosci intermittenti di pioggia, girano per Brooklyn, senza badare a dove stanno andando. Fumano e chiacchierano fino ad avere la gola secca. Tra le mani hanno il primo numero dell’Escapista, il loro fumetto.

Joe è un disegnatore e conosce alla perfezione l’arte della fuga Houdini (in questo modo è riuscito a scappare dalla Praga occupata da Adolf Hitler) Sammy è uno scrittore. Sono cugini, entrambi ebrei ed entrambi protagonisti di The Amazing Adventures of Kavalier & Clay (Le fantastiche avventure di Kavalier e Clay traduzione di Luciana e Margherita Crepax, 1 ed., Rizzoli, 2001) il terzo romanzo di Michael Chabon, vincitore del premio Pulitzer per la narrativa nel 2001.

 

Il libro è diventato un Best Seller del New York Times, ricevendo nomination per il National Book Critics Circle Award 2000 e il PEN/Faulkner Award for Fiction. Nel 2006, Bret Easton Ellis lo ha definito “uno dei tre grandi libri della mia generazione” mentre il Entertainment Weekly lo ha inserito nella lista dei “best-of” di fine decennio con la seguente menzione: “Questo romanzo mescola fumetti, misticismo ebraico e storia americana in qualcosa di veramente sorprendente”.

The Amazing Adventures of Kavalier & Clay è infatti un romanzo che racconta le vite di Joe e Sam in una brulicante New York City degli anni d’oro del fumetto americano e in un mondo in guerra. Molti episodi raccontati sono ripresi dalle vite reali di grandi scrittori come Stan Lee, Jack Kirby e Joe Shuster ma nel romanzo ci sono anche altri personaggi storici come Salvador Dalí e Orson Welles.

 

Quando ho iniziato a scrivere il libro – ha detto l’autore americano in un’intervista sul Entertainment Weekly – e ho detto all’agente di cosa parla, mi è sembrato stessi facendo una conversazione “suicida” perché i fumetti sono una parte importante dell’arte americana quanto il jazz, un film di Hollywood o il rock and roll ma nei fini anni novanta non avevano il successo che hanno oggi. Quindi una parte delle persone erano preoccupate che non ne fossi all’altezza e un’altra era leggermente nauseata, o semplicemente provava compassione per me che stavo sprecando il mio tempo su un argomento così stupido”.

Durante la fase di ricerca, l’autore americano ha letto dozzine di libri sulla storia dei fumetti e su New York, sulla Seconda guerra mondiale, gli atti magici, il Golem di Praga e l’Antartide. Ha trascorso un mese girovagando per Manhattan, facendo quella che chiama “ricerca di strada”. Ha anche intervistato diversi artisti di fumetti degli anni ’40 e ’50. Chabon voleva concentrarsi “più sulle loro vite che sulla loro arte”, dice. ” Volevo guardare attraverso le crepe, sapere in che tipo di appartamenti vivevano, lo stile dei pantaloni che indossavano, con che tipo di ragazze uscivano. E loro amavano parlare di quella roba”.

 

Kavalier & Clay diventerà presto una serie tv prodotta da Showtime dove l’autore americano ha lavorato a quattro mani con la moglie Ayelet Waldman. “Dovremmo avere la sceneggiatura della prima stagione pronta entro la fine di quest’anno. Quindi si dovrebbe girare nel 2021 ma dipende da cosa succede con il coronavirus”. Durante la stessa intervista al Entertainment Weekly racconta anche che ha pensato spesso ad un sequel del romanzo ma per ora non si è mai concretizzato nulla.

 

Michael Chabon è noto per l’elegante impiego del linguaggio figurativo e per i suoi avventurosi esperimenti stilistici dal poliziesco allo storico, dal saggio al fantastico. Le sue narrazioni sono ricche di riferimenti alla storia, all’influenza pop e alla sua eredità ebraica. In un articolo del New York Review of Books del 25 marzo 2004 l’autore suggerisce di costruire la propria casa letteraria proprio sulle terre di confine. “Tutto il mistero risiede lì, ai margini, tra la vita e la morte, l’infanzia e l’età adulta, la letteratura newtoniana e quantistica, seria e di genere. Ed è dal confronto con il mistero che le storie più vere hanno sempre tratto il loro potere”.

 

Il suo lavoro è caratterizzato da un linguaggio complesso, l’uso frequente di metafora insieme a temi ricorrenti, tra cui la nostalgia, il divorzio, l’abbandono, la paternità e, in particolare, questioni di identità ebraica. Spesso include personaggi gay e bisessuali tanto che all’inizio della sua carriera è comparso, erroneamente, in un articolo di Newsweek tra gli scrittori gay emergenti. È notoriamente diffidente nei confronti della pubblicità: alla fine degli anni ’80, rifiutò non solo l’offerta di apparire in un annuncio di Gap, ma anche quella di essere presentato come uno dei “50 Most Beautiful People ” della rivista People.

Marilyn Cooper che lo ha intervistato sul Moment lo ha definito “una persona con un incredibile apertura intellettuale e una curiosità stupefacente, con lui si può facilmente passare dai testi delle canzoni di Michael Jackson alle costruzioni di astronavi passando per tante storie soprattutto quelle donchisciottiane che riesce a inserire in tutto quello che scrive sia in forma di romanzo che di saggio o sceneggiatura”.

 

Il suo primo romanzo bestseller, The Mysteries of Pittsburgh (I misteri di Pittsburgh, 1988) – pubblicato quando aveva solo 25 anni – esplora la sessualità di un giovane figlio di un mafioso, The Wonder Boys (traduzione di Luciana e Margherita Crepax, Rizzoli, 1995) – adattato in un film con Michael Douglas e Robert Downey Jr. – approfondisce ironicamente le insidie ​​della creatività. Dopo The Amazing Adventures of Kavalier & Clay ha scritto Summerland (traduzione di Maria Concetta Scotto Di Santillo, Rizzoli, 2002), un romanzo fantasy e The Yiddish Policemen’s Union (Il sindacato L’Unione dei poliziotti yiddish traduzione di M. Colombo, Rizzoli, 2007) un poliziesco vincitore di un Hugo Award nel 2008.

Gentlemen of the Road (Cronache di principi e viandanti. Traduzione di Francesco Graziosi, Indiana, 2014) è una avventurosa storia con briganti ebrei medievali, ed è stato serializzato sul New York Times e poi pubblicato come romanzo.

 

Chabon ha esaminato le relazioni razziali americane nel romanzo Telegraph Avenue (Traduzione di Matteo Colombo e M. Birattari, Rizzoli, 2012), incentrato sui commessi di un piccolo negozio di dischi jazz e soul minacciati dall’incursione imminente di una catena di negozi rivale. Il suo ultimo romanzo è Moonglow (Sognando la luna, traduzione di Matteo Colombo, Rizzoli, 2017 2016) che è stato ispirato dalle conversazioni di Chabon con suo nonno morente. Ha pubblicato, inoltre, un libro per bambini (The Astonishing Secret of Awesome Man 2011) tre saggi (Maps and Legends 2008; Manhood for Amateurs 2009; Pops 2018)  e diverse sceneggiature per il cinema (Spider-Man 2, John Carter) e per serie tv ( la miniserie Unbelievable su Netflix e Star Trek: Picard, su Amazon Prime).

 

“Prima di essere uno scrittore, sono un lettore curioso” – dichiara Michael Chabon sempre sul Moment – “e il mio gusto di lettore va in molte direzioni. Non do molta attenzione alle definizioni ma a quello che mi piace. Leggo la prima frase, il primo paragrafo e la prima pagina di un libro e poi decido se vale la pena leggere il resto del libro. Voglio che il libro mi porti in posti che la lingua non mi ha mai portato prima. Questo potrebbe essere nella mente di una casalinga della classe media nella San Francisco degli anni ’50 o nella coscienza di un essere alieno su un altro mondo. Sono convinto che esistono grandi storie indipendentemente dai confini e dalle distinzioni di genere. Questo è quello che cerco come lettore. Negli ultimi 15 anni, mi sono sentito sempre più libero di consentire a tutti i generi che ho sperimentato e apprezzato come lettore di entrare pienamente nel mondo della mia scrittura sotto forma di romanzo, saggio o sceneggiatura”.

 

Michael Chabon ha vissuto a Pittsburgh e New York, ma da anni si è trasferito con la sua famiglia – la scrittrice Ayelet Waldman e i loro quattro figli – a Berkeley, in California. La loro casa è composta da pannelli di legno scuro e librerie con facciata in vetro, mobili moderni danesi e luci George Nelson. Ci sono foto di famiglia su mobili ebrei di Bucarest, alcuni poster di “Kavalier & Clay” creati da McSweeney’s accanto a uno di Spock. E libri ovunque: impilati per due su scaffali, nelle tante librerie, in bagno, ammucchiati in una torre più alta di un uomo, sparsi per le scale. È talmente elegante e raffinata che il sito Remodelista ci ha scritto un articolo nel 2014 e la si può anche osservare in questa video-intervista del 2016. Lui e la moglie lavorano insieme ogni giorno sulle scrivanie back-to-back nel loro ufficio/stanza. La coppia ha scritto senza riserve sul loro matrimonio, sulla loro vita sessuale, sulle lotte di Waldman con la malattia mentale e sulle sfide della genitorialità. Nel 2005 sono stati anche dentro un famoso caso mediatico dopo che Ayelet ha scritto provocatoriamente sul New York Times il saggio Truly, Madly, Guiltily in cui dichiara di amare suo marito più dei figli.

 

Micheal Chabon è un autore che osa, che sperimenta, che provoca. Un autore interessato alle sfumature e alle contaminazioni letterarie, anche in quelle dolorose, anche in quelle più intime. Ne è un esempio il bellissimo racconto sul New Yorker dove lo scrittore è alla prese con una sceneggiatura su Star Trek e sta accanto al padre morente sul letto. Nel racconto lui scrive “nei giorni e nei mesi che seguirono, cercai di trovare modi per piangere mio padre. Ho recitato il Kaddish. Ho parlato di lui ai miei figli. Ho pubblicato le sue foto d’infanzia su Instagram. Ma soprattutto ho scritto episodi di Star Trek: Picard, attraverso i quali mortalità e perdita suonavano come temi musicali”.

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(www.lavocedinewyork.com)

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MICHELE CRESCENZO è nato a Napoli nel ’77, laureato in Sociologia, vive a Milano dal 2002, lavora in una multinazionale americana. Scrive recensioni per Satisfiction. Gestisce “Ti ho Rivista” tabloid sul mondo delle riviste indipendenti. Organizza eventi culturali alla libreria milanese Gogol&Company. Cura la column “Gotham's Writers” su La Voce di New York. Nel 2009 ha vinto il Premio Chatwin. Ha pubblicato racconti per antologie e riviste letterarie (Pastrengo, Talking Milano, Lettura newsletter del Corriere della sera).

 

 

 

 

UOMINI E LIBRI

 

Il diritto naturale secondo lo scozzese Duns Scoto. Uno studio di Stefano Maria Solinas  

di Mauro De Vincentiis

 

Il pensiero del filosofo e teologo medievale Giovanni Duns Scoto (1266-1306) è riproposto da Stefano Maria Solinas - pubblicista e studioso della storia delle religioni e della teologia legata alla Chiesa di Roma - nel saggio “ll diritto naturale secondo Giovanni Duns Scoto” (Ed.l'albatros). Un saggio come metodo per leggere la realtà contemporanea e rispondere alla deriva del relativismo e alle tendenze adattatrici del pensiero teologico odierno, come sottolinea Francesco Bigiotti nella prefazione.

Lo scozzese Duns Scoto, francescano, partendo dalla lezione di Bonaventura da Bagnoregio, ha contribuito a consolidare il pensiero neoplatonico in varie università, tra cui quelle di Parigi e Colonia, favorendo la strada verso l'Umanesimo.

La ricerca di Solinas è ricca di riferimenti bibliografici e, soprattutto, di una analisi della cultura a cavallo tra il Duecento e il Trecento, secoli che hanno visto il tramonto della Scolastica e dell'aristotelismo. Sono stati anni decisivi nella storia della Chiesa, dell'Europa e dell'Italia, con l'accentuarsi della contrapposizione tra il Papato e l'Impero. Il diritto naturale (o “legge di natura”) è analizzato in questo contesto e alla luce del dibattito filosofico e teologico.

La trattazione che ne fa Solinas, scrive ancora Francesco Bigiotti, apre le porte a una discussione che può sembrare circoscritta agli ambiti strettamente teologici. Al contrario, i fondamentali non possono essere modificati e, in questo, l'insegnamento di Duns Scoto, riproposto nel saggio, attraverso l'analisi dei punti più importanti del vasto patrimonio bibliografico del filosofo-teologo, rappresenta un passaggio obbligato del pensiero contemporaneo.

Il saggio è diviso in quattro parti: nella prima è analizzato il rapporto tra Fede e Ragione; nella seconda è preso in esame il tema della creazione del mondo, come fondamento del diritto naturale; nella terza sono approfonditi il concetto e le forme del diritto naturale; infine, c'é l'interpretazione del diritto naturale (filosofica, dommatica, morale e giuridica).

 

 

UOMINI E LIBRI

 

I Corvi del Vaticano. Marco Ansaldo rivela in "Un altro Papa" le trame e gli intrighi degli informatori segreti

di Maria Antonietta Calabrò . Huffingtonpost

 

ROMA - Un po’ di luce, anche se solo suggerita e narrata. “Tranne Paolo Gabriele - il maggiordomo di Benedetto XVI (prematuramente morto di recente), capace di trafugare le carte segrete dall’armadio di Georg Ganswein, assistente personale del Papa ( e consegnarle per il libro “Sua Santità”, ndr) - penso di aver conosciuto tutti i cosiddetti Corvi del Vaticano. Non è che si presentassero dicendo ‘Salve, sono un informatore segreto’, ma quando li si incontrava si sentiva lontano un miglio che portavano notizie coordinandosi all’interno di un gruppo. Non escludo affatto che si spartissero compiti e giornalisti di testate diverse, anzi ne sono certo, perché lo chiesi ad alcuni Corvi e me lo confermarono”.

 

Questo il racconto choc di Marco Ansaldo all’epoca dei fatti vaticanista e inviato speciale per la politica estera di “Repubblica”, nel suo libro “Un altro Papa” (Rizzoli). È choc ancora di più l’identificazione degli sgraziati volatili ( cui Edgar Allan Poe ha dedicato un angosciante poemetto Il Corvo, appunto) , sia pure per categorie di appartenenza . Prosegue il ricordo di Ansaldo: “Funzionari dei servizi segreti. Dirigenti della Presidenza del Consiglio. Prelati interni ed esterni alla Santa sede. Hacker ed esperti informatici. Giornalisti e corrispondenti stranieri. Ti contattavano loro” . E ancora: “Siamo una ventina - mi disse uno dei Corvi - e siamo ramificati in tutti gli organismi vaticani, dall’Osservatore romano ai dicasteri più rilevanti”.

Un intrigo, quindi, non solo interno al Vaticano, ma anche internazionale, che ha coinvolto personaggi italiani. di primo piano. Insomma, Benedetto tra le spie, questo conferma la similitudine tra le due vicende umane e storiche di Papa Ratzinger e del suo predecessore che ha portato il nome Benedetto prima di lui, Benedetto XV.

 

Ansaldo svela anche lo scopo perseguito dai Corvi. “Uno dei Corvi a un certo punto mi confidò: ‘Noi abbiamo puntato Bertone ( l’ex segretario di Stato vaticano, ndr) per impallinarlo: E contro il segretario di Stato è stata fatta una campagna massiccia. ma l’obiettivo vero è Ratzinger. È lui che deve essere rimosso per arrivare ad un altro Papa, completamente diverso’”.

Il punto è che come scrive Ansaldo, il caso Vatileaks1 puntando sul cardinale Bertone, aveva infine investito Papa Benedetto ed era stato generato dai Corvi che lo avevano cavalcato vittoriosamente. Il caso Vatileaks2 che si era scatenato nell’autunno 2015, e il relativo processo, “ li aveva individuati ed annientati”. Con un’aggiunta importante: “Quasi tutti”.

 

È in questo “quasi tutti” che si annidano i nemici attuali di Papa Francesco? Io penso che sia molto probabile. Nel libro c’è la testimonianza, (troppo alludente ed allusiva), di don Georg Ganswein , che alla fine del pontificato di Ratzinger evidentemente quanto meno non ha compreso quello che stava avvenendo e che all’inizio di quest’anno è stato allontanato da Papa Francesco, dopo il pasticcio del libro scritto a quattro mani dal cardinale Sarah e dal Papa emerito (che si era firmato Benedetto XVI). Un altro Papa? Con Francesco, che anche lui “rinuncia”, dopo Francesco, quando Ratzinger morirà? Ansaldo, sembra adombrare questo possibile futuro scenario.  Non che non ne abbia parlato lo stesso Francesco, in varie occasioni, ma al punto in cui sono arrivate le cose (dopo il caso McCarrick e lo scandalo finanziario dei fondi della Segreteria di Stato) non sembra proprio che sia arrivato il momento. Anzi. Papa Francesco non si ferma

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(Maria Antonietta Calabrò - Blog su Huffingtonpost)

 

 

 

 

Il digitale al servizio dei vinili dimenticati. Una grande iniziativa culturale di Suan Edizioni 

 

E' un'perazione di nicchia, ma di grande importanza culturale, quella messa a punto dalla Suan Edizioni, con l’obiettivo di salvare una gran parte del patrimonio discografico italiano che rischia non solo di cadere nel dimenticatoio, ma di sparire per sempre fisicamente. Su tutte le piattaforme digitali online saranno messe infatti a disposizione degli appassionati migliaia di opere musicali “perdute”, ovverosia brani che le etichette non hanno mai digitalizzato.

“Abbiamo già fatto un contratto di distribuzione con i principali canali di distribuzione – afferma Francesco Coniglio (editore e storico della musica), socio a metà con Christian Calabrese (autore e consulente musicale) della Suan - e il primo pacchetto di 188 brani è già on line. Successivamente, ogni mese, usciranno nuovi dischi, mai precedentemente digitalizzati, a incrementare questo eccezionale ascolto di materiali sonori facilitato dalla tecnologia. Per realizzare questo lavoro, una vera e propria missione, dobbiamo ringraziare l’opera di collezionisti e ‘topi da discoteca” che, sebbene rappresentino una rarità, ci forniscono la possibilità di trasmettere la conoscenza musicale del passato sepolta per anni alle nuove generazioni, proprio grazie agli strumenti di loro attuale utilizzo”.

 

“Un’operazione tanto ardua quanto mai utile – continua Calabrese che con la musica è di casa, essendo figlio del grande autore della canzone italiana Giorgio – Dagli anni Ottanta in poi abbiamo assistito alla graduale distruzione del nostro eccezionale e ricchissimo archivio musicale a causa non solo del passaggio da vinile a Cd che consentiva solo ad alcuni repertori di essere digitalizzato, ma anche per la scomparsa di etichette discografiche familiari la cui produzione costituiva delle autentiche “chicche” per i nostri ascolti. È tempo di salvare il salvabile prima che sia troppo tardi e in questo la legislazione italiana in materia di diritto d’autore, tra le più avanzate del mondo, ci assiste, prevedendo anche la difesa del diritto morale dell’autore.”

 

Tra i titoli in repertorio della prima uscita si annoverano dischi introvabili di Jula De Palma, Quartetto Cetra, Katyna Ranieri, Bruno Martino, Renato Rascel, Wera Nepy, D’Artega e la sua orchestra, Dino Olivieri, Milva, Claudio Villa, Sergio Bruni, Umberto Tucci e Oreste Turrini, Vinicio, Eleonora Rossi Drago e Paolo Ferrari, Elio Mauro, Narciso Parigi, Silvio Noto, Tony Del Monaco, Betty Curtis, Dario Fo, Johnny Dorelli, Natalino Otto.

 

Ma la SUAN Edizioni non si ferma qui: la digitalizzazione dei vinili dimenticati non è che la prima di una serie di iniziative editoriali (e non) per salvare, ricostruire, riorganizzare, preservare e ristampare una immensa parte del patrimonio discografico italiano non più fruibile da molti decenni. E lo farà… prima che sia troppo tardi!

Scegliere come iniziare un’avventura editoriale - dicono Coniglio e Calabrese - con migliaia di brani a disposizione ma dovendo pescare solo tra canzoni prima di una certa data è limitante. Soprattutto perché lo streaming è cosa comune quasi esclusivamente tra le nuove generazioni, quelle nate quando internet già c’era. Dovendo fare questa scelta ci siamo affidati a cose un po' più particolari, come i due EP con le poesie di Dario Fo e quello recitato da Eleonora Rossi Drago. Ma anche a “pezzi da novanta” come Renato Rascel, Jula De Palma, Katyna Ranieri e il Quartetto Cetra. Così come non li avete mai sentiti, cioè in qualità super. Aspettando le novità di dicembre, con i primi due 45 giri di Orietta Berti (mai digitalizzati!) l’anteprima del singolo inedito di Mia Martini e naturalmente, tanto Natale.

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